Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post

venerdì 27 luglio 2012

D’Ambrosio ucciso da Travaglio & Co.”

 di Benny Calasanzio da Micromega


Immagino che alla notizia della prematura dipartita del consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, i complottisti d’Italia abbiano decretato che l’anello mancante tra Napolitano e Mancino sia sparito al momento giusto, prima che potesse parlare, prima che potesse difendersi, prima che potesse essere “dimesso”. Sono teorie sempre affascinanti.
Quel che mi preme oggi è ricordare che il dispositivo dell’art. 69 del Codice di Procedura Penale prevede che un processo si estingua se risulta la morte dell’imputato, in ogni stato e grado del procedimento. Quello che il Codice invece non cita è l’estinzione delle responsabilità morali, degli errori, degli sbagli. Se muori, per la legge non diventi vergine e puro, ma semplicemente rimani quel che eri. Che tu fossi indagato, imputato o intercettato.
Invece, come era ampiamente prevedibile, alla notizia del decesso dell’uomo che suggeriva a Mancino di mettersi d’accordo con Martelli per evitare l’incriminazione (dicendo di riportare il consiglio ricevuto dell’Intangibile oracolo), molti hanno beatificato il defunto e puntato il dito sulla procura di Palermo e sul Fatto Quotidiano, veri killer morali del D’Ambrosio: “Insieme con l’angoscia per la perdita gravissima che la Presidenza della Repubblica e la magistratura italiana subiscono, atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese” ha detto sobriamente Napolitano. Oltre è andata Ubiqua Santanchè, che dalle spiagge di Marina di Pietrasanta, da Twitter ha estivamente sentenziato: “I pm hanno fatto un altro morto: D’Ambrosio. Fermiamoli”. Ricordarle che per le stesse accuse a Caselli nel 1998 Vittorio Sgarbi è stato condannato in primo e secondo grado per diffamazione aggravata (salvato dalla prescrizione) sarebbe come anticiparle la querela che partirà da Palermo; preferisco godermi lo spettacolo. Citazione merita anche il noto cardiologoMaurizio Gasparri, che certifica come ”Questo drammatico evento dovrebbe essere per tutti motivo di profonda riflessione. È difficile considerare questa scomparsa non condizionata dai recenti eventi”, tralasciando il fatto che D’Ambrosio era malato da tempo. A sorpresa chiude la lunga carrellata (che abbrevio per noia) il pm di Milano Ilda Boccassini, che fa presente come “D’Ambrosio ha salvato l’integrità della magistratura eppure è stato oggetto nelle ultime settimane di attacchi ingiusti e violenti”. Perché ingiusti e perché violenti non è dato sapere, ma tant’è.
L’assoluzione mortis causa non fa onore a chi la invoca e tantomeno a Loris D’Ambrosio, magistrato esperto e rispettato che in passato aveva collaborato anche con Giovanni Falcone. Appaiono evidenti, infatti, gli errori di metodo e di valutazione commessi dall’esperto consigliere giuridico, forse schiacciato dall’insostenibile peso di Nicola Mancino; errori che a tratti apparivano come vere istigazioni a delinquere (specie quando suggeriva, come dicevamo, di concordare una versione di comodo al di fuori del processo). Ora la sua morte non può cancellare quelle imbarazzanti telefonate con Nicola “Minuti Gratis” Mancino, né, a maggior ragione, le responsabilità del Capo dello Stato che non ha censurato D’Ambrosio, non gli ha chiesto la rettifica di quanto detto a suo nome a Mancino e non gli ha imposto le dimissioni.
Serviva solo silenzio, per rispettare una vita che finisce, che è sempre un lutto. E invece, ancora una volta, a perdere l’occasione di stare zitto è stato lui, l’uomo che sussurrava agli indagati. L’imparziale, il terzo, il garante della Costituzione. Ma sarà mica preoccupato di dire le stesse cose che dicono la Santanché e Gasparri?

mercoledì 13 giugno 2012

Benvenuti in Louisiana, la più grande prigione del mondo


di Cindy Chang (da The Times-Picayune)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico

penal industry by Eric Drooker
Disegno di Eric Drooker

La Louisiana è la capitale mondiale delle carceri. Questo stato, in percentuale, mette dietro le sbarre un numero di suoi cittadini superiore a quello di qualunque altra parte degli USA. Essere primi tra gli americani significa essere i primi nel mondo. Il tasso di incarcerazione della Louisiana è tre volte quello dell'Iran, sette volte quello della Cina e dieci volte quello della Germania.
Il meccanismo occulto che sta dietro questa macchina detentiva ben oliata è uno solo: il denaro. La maggioranza dei detenuti della Louisiana sono raccolti in istituzioni che hanno come scopo il profitto, che deve essere garantito da un flusso costante di esseri umani, pena il fallimento di un industria da 182 milioni di dollari.
Una parte del mercato è controllata da compagnie di origine locale. Ma quello che è unico, in Louisiana, è che molti degli imprenditori carcerari sono sceriffi rurali. In remote località di campagna come Madison, Avoyelles, East Carroll e Concordia, essi posseggono un enorme potere. Una buona parte delle forze di polizia della Louisiana viene finanziata scremando legalmente i profitti dell'industria carceraria.

venerdì 8 giugno 2012

Rignano Flaminio, il fatto non è mai successo

di Miguel Martinez (da Kelebek)



Leggo:
“Tutti assolti gli imputati dei presunti abusi nell’asilo ‘Olga Rovere’ di Rignano Flamino: “Il fatto non sussiste”.  E’ la sentenza del processo di primo grado, al Tribunale di Tivoli, per il processo intorno al caso dei 21 bambini della scuola.”

Chi segue da tempo questo blog, sa quanto ci siamo occupati del caso di Rignano Flaminio: alcune miti maestrine di mezza età furono accusate di aver organizzato orge sado-sataniche in una scuola materna, ai danni di ben ottanta bambini; orge durate per un lungo periodo di tempo, in pieno orario scolastico, senza che nessuno si fosse accorto di nulla. Il pubblico ministero aveva chiesto ben 12 anni di reclusione a testa per tre maestre, una bidella e uno sceneggiatore televisivo.

Bene, non solo sono innocenti, ma il fatto non sussiste. Non è mai successo.

Il 24 aprile del 2007, dopo nove mesi di intense indagini che non avevano dato alcun riscontro oggettivo, gli imputati (compreso all’inizio un benzinaio dello Sri Lanka che non conosceva nessuno di quelli coinvolti, ma era uomo e pure nero, e quindi fu preso per “l’Uomo nero”) furono arrestati.

Due giorni dopo, ho scritto un post in cui devo ammettere che ho sottostimato  i tempi processuali (visto che presumo ci saranno appelli):

“Quando, cinque anni dopo, saranno conclusi processi e assoluzioni, e l’insegnante potrà cominciare a richiedere gli arretrati, rimarranno sul suo stato di servizio gli anni di sospensione: “come mai?” “O, niente, era solo un’accusa di pedofilia e abusi satanici, ma poi mi hanno assolta”.”

La follia di Rignano Flaminio non è stata un ritorno alla medievale (o post-medievale) caccia alle streghe, come potrebbe pensare qualche illuminista.

Al contrario, mentre gli imputati sono tutti di vecchie famiglie del posto, la maggior parte degli accusatori provengono dalla borghesia romana – spesso legata alla Rai – che ha deciso di vivere fuori città.
Gli accusatori si basano sul fatto che alcuni dei bambini in effetti dichiarano di ricordare i presunti abusi; a chi obietta sostenendo che i genitori potrebbero aver lavorato a lungo per indurre tali “ricordi”, affermano, “ma che interesse avrebbero i genitori a farlo?”

Ora, non credo che la colpa sia della minoranza di genitori che sostiene che i loro figli sarebbero stati abusati. Certamente apprensivi, imbevuti di panico televisivo, ma anche indotti a loro volta a entrare in panico da altri.

Infatti, come rivela l’Espresso, tutto ebbe inizio quando una bambina di 3 anni e mezzo avrebbe avuto dei comportamenti anomali.

“I genitori la portano nel miglior centro di Roma: il Progetto Girasole dell’ospedale Bambin Gesù. La dottoressa li gela: “Non sono comportamenti normali per la sua età. Riproduce quello che ha visto o che ha subito. Forse a scuola”. La coppia si confida con le mamme e i papà dei compagni. A pensarci bene, anche loro hanno notato qualcosa di strano.”

Che si tratti del “miglior centro” è un’opinione; ma è bene precisare che il “Progetto Girasole”, nonostante il nome dell’ospedale in cui opera, non ha nulla a che fare con la Chiesa. Come dirà proprio un avvocato dei genitori – è “specializzato nella valutazione e nella… ecco nell’esistenza degli abusi sessuali sui bambini.

Solo in seguito al parere di questi “specialisti nell’esistenza”, e pare anche alla lettura di qualche libretto scandalistico su esoterismo e satanismo, si è diffuso il panico tra i genitori, che dopo alcune riunioni hanno contattato i carabinieri.

L’argomento meriterebbe un lungo discorso, e purtroppo in questo momento non ho il tempo per farlo: diciamo che alcune frange del vasto mondo dell’assistenza sociale, in stretto rapporto tra di loro, sono state contagiate in anni recenti da un dispositivo ideologico che nasce negli Stati Uniti.

Il pensiero di Freud si è diffuso rapidamente negli Stati Uniti, più che altrove, subendo però una radicale trasformazione. Alla base dell’ideologia statunitense, c’è da sempre il concetto: il mondo dipende dalla mia mente, come devo cambiare la mia mente quindi per avere il mondo?

Le risposte sono varie, e vanno dalla preghiera alla psicoterapia.
Una delle varianti del pensiero di Freud è il recovered memory movement, che sostiene all’incirca quanto segue:

- le distorsioni comportamentali nascono sempre da abusi sessuali subiti nella prima infanzia
- per difendersi, la vittima “rimuove” l’evento dalla memoria cosciente, che rimane però annidata, perfettamente integra, nell’inconscio – questa rimozione genera appunto i disturbi comportamentali, praticamente di qualunque natura, di cui soffre chi si rivolge al terapeuta
- solo il terapeuta è in grado, attraverso un gioco di associazioni, di far riemergere in cristallina perfezione il ricordo rimosso e guarire così il paziente
- il paziente che non ricorda sta opponendo una “resistenza“, che va pazientemente smantellata: il fatto che “resista” dimostra proprio la profondità del trauma.

La dimostrazione starebbe nel fatto che i pazienti di terapeuti che credono in tale teoria, dopo lungo lavoro, effettivamente “rivivono” in qualche modo il presunto abuso, facendone il centro della propria esistenza e diventando così dei “sopravvissuti” a vita.

Richard Ofshe ed Ethan Watters, in Making Monsters. False Memories, Psychotheraphy and Sexual History, raccontano la complessa storia di questa teoria, in cui si intrecciano molti fattori.

Alla base, lo scontro inevitabile tra ciò che fonda il capitalismo – l’idea americana, se sei un fallito è colpa tua – e ciò che il capitalismo genera – il consumatore oggetto di cura e amore, che ritiene di avere infiniti diritti come individuo, e cerca merci e soddisfazioni sempre più virtuali.

In questo contesto, esplode la necessità da parte di milioni di professionisti della terapia di ogni sorta di espandere il proprio mercato al di là di quello ristretto delle istituzioni psichiatriche, costruendo forme generiche di “disagio” in cui le grandi masse possano riconoscersi.

Poi la denuncia da parte dei reduci del Vietnam dell’abuso politico – e per nulla “rimosso” – che subirono realmente, che però ha portato al compromesso di riconoscere di aver subito abusi più sottili; il femminismo militante che trovava in questa teoria un meccanismo semplice per le proprie denunce; la diffusione del fondamentalismo evangelico con le sue fobie sessuali e del pentecostalismo con i suoi dèmoni da esorcizzare.

Il tutto in una società sempre più complessa e colta dal panico, cui rimedia con il grido, “più carcere per tutti!”

In Italia, elementi analoghi si mescolano ad altri – per capirci, la ben nota ossessione igienico-protettiva delle mamme che lucidano tutti i giorni i pavimenti delle case e che denunciano gli insegnanti che sequestrano i telefonini in classe.

Nel caso di Rignano, la politica ha svolto un ruolo ambiguo, e ci sono state voci che potremmo dire genericamente di “destra” e di “sinistra” da entrambe le parti: i migliori interventi sono stati di Giovanardi (centro), Il Foglio (destra) e Bonini (sinistra), e quindi nessuno è riuscito a ricavarne il solito gioco per tifoserie contrapposte; inoltre, il fatto che il parroco che si fosse schierato con gli accusati ha azzittito sia gli illuministi che altrimenti avrebbero parlato di una “retriva caccia alle streghe” che i cattolici “difensori della famiglia contro il satanismo”.

Comunque, qualcuno come il neofascista Mario Corsi di Roma ha organizzato cortei colpevolisti, mentre la responsabile dei rapporti con le istituzioni dei genitori [colpevolisti] di Rignano Flaminio, Roberta Lerici, e’ stata nominata responsabile delle politiche per l’infanzia e lo stalking dell’Italia dei Valori.

Corsi e la Lerici erano evidentemente concordi con l’idea che una bambina di tre anni non può dire il falso, nemmeno quando periti di ogni sorta e genitori le ordinano di raccontare storie fantastiche.

Ovviamente, le prime vittime sono i bambini stessi, che dovranno convivere vita natural durante con mostri mai esistiti.

E. Sue Blume è autrice di Secret Survivors, un bestseller americano che spiega come “oltre la metà delle donne siano sopravvissute a traumi sessuali” anche se non lo sanno.

Come accertarsene? Traduco una parte dei sintomi che la signora Blume indica come rivelatori di abusi non riconosciuti:[1]

- paura del buio… incubi
- scarsa stima del proprio corpo
- mal di testa, artrite
- sentirsi diverse
- problemi gastrointestinali
- essere alcoliste o totalmente astemie
- nervosismo quando si è osservate
- rapporti ambivalenti
- mancanza di ricordi di abusi
- tendenza ad assumere rischi oppure a evitarli…

Eccetera.

Se vi riconoscete in un qualunque punto della lista, la signora E. Sue Blume vi rivelerà i loschi segreti della vostra infanzia al prezzo di 125 dollari l’ora, comunque potete avere anche una consulenza email al costo di 45 dollari a domanda.

Lei vi garantisce che potete scalare i suoi onorari dalle vostre tasse, ma non accetta di essere rimborsata dalle assicurazioni, perché pagano troppo poco. [2]


Note:
[1] Riprendo dal libro di Ofshe e Watters.
[2] Negli Stati Uniti, la gran parte delle terapie, a prescindere dalla loro utilità, viene pagata dalle assicurazioni private, che però impongono limiti di spesa contro cui il ceto psicoterapeutico si batte eroicamente da anni.
P.S. Chi fosse interessato a seguire in dettaglio gli sviluppi della vicenda, può consultare il blog Giustizia Intelligente.

mercoledì 17 agosto 2011

Sentenze

Intervento di Marco Travaglio, nella rubrica Passaparola.

Dal Blog di Beppe Grillo.

Buongiorno a tutti,

Io oggi vorrei parlare di due sentenze, ma per non parlarne in realtà, perché una merita silenzio in quanto affronta un problema di vita e di morte, cioè entra addirittura in una casa privata, in un letto dove c'è una persona, Eluana, che si trova in stato vegetativo da moltissimi anni, dove un giudice ha stabilito, previo consenso informato suo, ai tempi, e di suo padre oggi, di risparmiarle l'accanimento. Io non ho nessuna posizione su questa storia e non invidio nemmeno chi ha una posizione in merito perché penso che chi si stia pronunciando, lo stia facendo abusando. La sguaiataggine con cui si trattano fatti così delicati che riguardano la coscienza delle persone, al massimo estesa alla coscienza dei medici, è veramente un segno della cafonaggine e dell a barbarie nel periodo nel quale viviamo. E' interessante però quello che si è scritto di questa sentenza perché si è fatto dire ai giudici quello che i giudici non hanno detto. I giudici si sono limitati a respingere il ricorso della procura generale di Milano contro un provvedimento analogo che era stato preso dalla magistratura nel grado di giudizio precedente. Voi sapete che in Italia non esiste una legge sul testamento biologico, voi sapete che in Italia c'è un diritto sancito dalla Costituzione, che stablisce il diritto dei cittadini di essere curati nel migliore dei modi ma non stabilisce l'obbligo a farsi curare ad ogni costo.
Quindi, in questo deserto legislativo, su questo principio costituzionale, quando il padre di Eluana ha chiamato i giudici a pronunciarsi. E loro, essendo obbligati a farlo, lo hanno fatto con gli strumenti che avevano: la Costituzione, visto che il parlamento da quattro legislatura si balocca e si palleggia la legge sul testamento biologico che è quella che dovrebbe normare la possibilità per ogni cittadino di poter stabilire che cosa vuole gli sia fatto, nel caso in cui, disgraziatamente, dovesse ritrovarsi in condizioni di poter più scegliere. Quindi non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere con l'eutanasia. Non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere questa persona. I giudici hanno stabilito semplicemente che questa persona possa essere lasciata nello stato nel quale si sarebbe trovata qualche decina di anni fa, quando questi problemi non si ponevano per una semplice ragione: che la ricerca tecnologica medica e scientifica era ancora più arretrata, ovviamente, e non aveva ancora inventato l'alimentazione e la respirazione artificiale. Quindi la persona non più alimentata e non più ossigenata artificialmente veniva meno.
Oggi c'è la possibilità di tenerla in vita artificialmente, i giudici hanno stabilito che c'è un limite a questo accanimento, ed è il limite che dovrebbero decidere, quando lucidi, tutte le persone mettendo per iscritto un qualcosa. Non c'è questa legge e quindi la Cassazione ha semplicemente respinto il ricorso della procura generale che voleva continuare a procrastinare questo stato di vita artificiale. Io non so quale sia la soluzione migliore in quel caso, io non so quando finisca la vita, io non so quando cominci, io non invidio quelli che hanno certezze. Penso che su casi come questi bisognerebbe evitare intanto di dire sciocchezze, tipo che la magistratura ha istituito l'eutanasia in Italia. L'eutanasia significa fare un'iniezione avvelenata a una persona. Non significa smettere di mantenerla in vita artificialmente. E nello stesso tempo bisognerebbe avere un po' di pudore quando si parla di queste cose. Bisognerebbe muoversi con circospezione, in punta di piedi e se proprio bisogna parlare bisogna informarsi molto bene e domandarsi chi sono io, per dire delle cose così pesanti su un caso drammatico. E poi farlo sottovoce o meglio ancora stare zitti.
L'altra sentenza sulla quale è giusto parlare, anche ad alta voce (quando sarà uscita però è la sentenza sul G8 di Genova. O meglio, quella emessa l'altro giorno dal tribunale di Genova che riguardava alcune decine di uomini delle forze dell'ordine imputati per le violenze selvagge, avvenute nella scuola Diaz, ai danni di cittadini inermi che, tra l'altro, dormivano.
Questa sentenza ha suscitato reazioni contrapposte, nel senso che alcuni hanno detto: "meno male! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun disegno, che non c'era nessun complotto e non c'erano ordini superiori". Queste persone avevano agito autonomamente. Almeno quelle che sono state condannate, mi pare 13. I superiori non c'entrano. Gli altri, quelli che invece sono insoddisfatti della sentenza dicono: "è una vergogna! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun mandante superiore, non c'era nessun ordine superiore, e questi qui hanno agito a titolo personale di testa loro. Non possiamo credere ad una sentenza così vergognosa" eccetera. Qui voi vedere che i due poli opposti in realtà sostengono la stessa cosa! E cioè che i giudici hanno stabilito che, a parte i manovali del manganello, i manovali della bomba molotov portata dentro per costruire "ex post" una prova dell'attività eversiva che in quella scuola si sarebbe svolta per giustificare le botte, sono, secondo la sentenza, gli unici responsabili. Quindi abbiamo sentito dire, sia da quelli che la sentenza la applaudono, sia da quelli che la criticano, che i giudici hanno stabilito come queste persone fossero delle teste calde che hanno agito di loro iniziativa, senza ordini superiori. La versione A e la versione B, in realtà, coincidono. Sono diversi i toni e i commenti: ad alcuni va molto bene, ad altri va molto male. Gasparri ha detto: "è una sentenza meravigliosa! Anzi, speriamo che sia una sentenza verso un secondo grado che salvi anche quei pochi che sono stati condannati". E dall'altra parte della sinistra si è sentito dire che è una sentenza vergognosa.
E' la solita cosa: pagano gli ultimi e invece i mandanti non pagano mai. Sono due reazioni speculari che io non se siano giuste o sbagliate, ciascuno può dire quello che vuole, ma sono sicuramente premature. A tal proposito sto cercando alcuni articoli di giornale e se li trovo ve li mostro, ebbene le reazioni sono premature per una ragione molto semplice: perché nessuno ha ancora letto la sentenza! Nessuno l'ha letta perché ancora nessuno l'ha scritta. Non c'è ancora scritto da nessuna parte: "chi ha fatto cosa e perché". C'è soltanto il dispositivo, cioè una formuletta di poche righe nelle quali c'è scritta una cosa molto semplice: Un elenco di nomi con una serie di elementi numerici con un tot di anni, oppure niente anni. La sentenza con le motivazioni sarà depositata fra tre mesi e ci dirà perché Tizio è colpevole e Caio no, e soprattutto ci dirà se i mandanti esistono o non esistono. Si dice: "Mah se i mandanti esistessero li avrebbero condannati" ma attenzione! Qui si nasconde l'equivoco nel quale incorriamo un po' tutti ogni volta che sentiamo una sentenza. Noi di solito facciamo un grande can can quando si apre un'indagine, poi l'indagine ce la dimentichiamo. Udienza preliminare, inizia il processo, arrivano le testimonianze, è lì che si forma la prova del dibattimento ma i giornali non hanno tempo di seguire (salvo si tratti del delitto di Cogne o del delitto di Garlasco) non ci sia un po' di pelo. Poi ad un certo punto arriva la sentenza come un fulmine a ciel sereno. Per noi è il dispositivo perché viene letto subito, mentre la motivazione non è contestuale , salvo rari casi, ma viene scritta nei mesi successivi.
Forse una buona riforma potrebbe essere quella di pubblicare le sentenze quando ci sono le motivazioni già allegate. Credo sarebbe meglio perché col sistema attuale ci si concentra sul chi ha preso quanto, e sul chi non ha preso niente. E si dimentica di andare a vedere che cosa hanno scritto i giudici per la ricostruzione del fatto, secondo la loro ottica. Lo dico perché quando usciranno le motivazioni della sentenza sul G8, non si darà lo stesso rilievo che ha avuto il dispositivo. Eppure sono molto più importanti le motivazioni che non il dispositivo. Perché è lì che noi andremo a vedere se davvero i giudici hanno escluso l'esistenza di mandanti, scrivendo una cosa assurda, come quella che in questi giorni gli è stata attribuita. E cioè che quei tredici picchiatori sono delle mele marce che ad un certo punto, impazziti, sono entrati in una scuola e hanno cominciato a massacrare i ragazzi che dormivano. E che alcuni, impazziti a loro volta, hanno portato delle molotov nella scuola per dimostrare che il blitz era sacrosanto. Io dubito che esistano dei giudici sani di mente, che scrivano cose di questo genere. Secondo me è più probabile che nella sentenza troveremo scritta una cosa diversa. Cioè: i mandanti ci sono. Vanno cercati. Forse sono quelli che sono stati indicati dalla procura, che sono stati rinviati a giudizio. Ma le prove a loro carico non bastano a dimostrare che siano loro. Perché un conto è dire che sicuramente ci sono i mandanti per la dinamica dei fatti, non possono non esserci. Un altro conto è invece dire che il mandante è Tizio e non Caio. Per poterlo sostenere devo possedere delle prove schiaccianti che mi convincano al di là di ogni ragionevole dubbio. Ebbene è possibile che i giudici scrivano di non essere convinti, ogni oltre ragionevole dubbi o, che erano proprio Tizio e Caio. Resta probabile che fossero. Ragionando umanamente. A naso. Ma dato che le sentenze non si fanno a naso ma si fanno con le prove, magari i giudici hanno ritenuto che non ci siano le prove sufficienti e quindi abbiano deciso di assolverli. I presunti mandanti. I giudici potrebbero scrivere anche un'altra cosa: che i mandanti non sono stati raggiunti da prove sufficienti perché le indagini sono state fatte male. Lo ha scritto Giovanni Bianconi sul Corriere, cronista rispettabilissimo, di solito molto informato. dice che l'indagine è stata fatta male. Per acchiappare il disegno complessivo si sono persi di vista i tasselli che pazientemente il pubblico ministero dovrebbe mettere insieme. io non ho elementi, non conosco il processo. Può darsi benissimo invece che i magistrati dicano: "le prove che i magistrati potevano trovare le hanno trovate, ma queste bastavano! Ma non bastano per condannarli al carcere". Oppure potrebbero dire che le prove raccolte non sono state sufficienti perché l'indagine è stata depistata, sviata, perché ci sono state delle turbative, inquinamenti delle prove. Degli avvicinamenti di testimoni per fargli cambiare idea o versione. C'è un processo parallelo a capo dell'ex capo della polizia De Gennaro che ipotizza proprio questo. Insomma, per sapere cos'hanno scritto i giudici del processo sul G8, dovremo aspettare tre mesi. Fino ad allora scrivere che non è stato nessuno, o che hanno fatto tutto quei tredici, oppure: "Evviva! La polizia ne esce pulita." oppure: "Evviva il vertice della polizia non c'era. O se c'era dormiva". Sono tutte stupidaggini senza senso. Bisogna aspettare di leggere cosa hanno scritto. E' per questo che si fanno le motivazioni delle sentenze.
E' per questo che si dice che le sentenze vanno rispettate. Rispettare le sentenze non vuol dire non discuterle. Rispettare le sentenze vuol dire leggerle e partire dal presupposto che il giudice possa essere in buona fede. Quando uno, dopo aver letto le sentenze, scopre che il giudice ha detto delle grandi stronzate, e magari le dice per coprire qualche papavero potente scaricando le colpe sui suoi sottoposti, allora uno può persino dire non solo che la sentenza è sbagliata, ma che è pure stata scritta in malafede da parte di un giudice che non ha il coraggio di prendersela coi potenti ma soltanto coi poveracci facendo volare gli stracci. Si può dire tutto delle sentenze a patto si siano lette. Per averle lette bisogna che qualcuno le abbia scritte. Per scriverle bisogna pazientare tre mesi per vedere che cosa diavolo scriveranno questi giudici per giustificare la condanna di quei tredici e l'assoluzione di quegli altri. Poi lo sappiamo che col clima che si è creato in Italia nei processi ai potenti, di solito, le prove che sono sufficienti per condannare un poveraccio non bastano per condannare un potente. Il livello probatorio che si rende necessario per passare i vari gradi di giudizio, quando l'imputato è un potente, è molto più alto rispetto a quello che è necessario per far condannare dalla Cassazione uno spacciatore di hashish magari extracomunitario. Questo è ovvio. Questo non è giusto. E' profondamente ingiusto ma anche profondamente umano. Nel senso che se un giudice condannava un marocchino che non c'entrava niente nessuno si lamenta, anzi nessuno se ne accorge. Il giudice non ne pagherà alcuna conseguenza. Se un magistrato invece condanna un potente, che poi viene assolto per insufficienza di prove, non perché era innocente, ma per insufficienza di prove nel grado successivo, lo massacrano! Lo maciullano! Lo insultano a reti unificate da destra e da sinistra. Quindi è chiaro che un magistrato ci sta molto attento quando giudica un potente e un po' meno attento quando giudica un poveraccio. Purtroppo sappiamo che si parte da questi blocchi di partenza sfasati, dove in un processo in cui ci sono i poveracci o i potenti. Però prima di stabilire che il giudice ha privilegiato i potenti rispetto ai poveracci, andiamoci cauti: aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza! Dopodiché potremo dire di tutto. Ma potremmo dire anche una cosa diversa: cioè che è abbastanza naturale se in questi processi sia più facile condannare l'esecutore materiale rispetto al mandante. Ma perché? Perché l'esecutore materiale è quello che lascia l'impronta sulla pistola. (nel nostro caso sul manganello.) E' quello che si vede lì a fare irruzione. E' quello che parla, urla, picchia. Il mandante lì non c'è. Il mandante non lascia per iscritto gli ordini. Come nei delitti che si rispettano l'esecutore materiale è più facile da prendere. Non solo perché è l'ultimo anello della catena ma anche perché è stato sulla scena del delitto. Ha lasciato qualche capello, qualche mozzicone di sigaretta, un'impronta, uno sputacchio un segno di dna. Il mandante, se non è un idiota, non mette su atto notarile che ha mandato a uccidere e quindi, non solo, è più impotente e quindi è meno probabile che venga processato, ma è più improbabile che venga condannato per la semplice ragione che le prove che si possono raccogliere su di lui, sono molto più labili e difficili. Le prove sul mandante saranno molte meno rispetto a quelle che si possono raccogliere sul killer. Il che vorrebbe dire che il giudice ha stabilito che non c'è un mandante? No! Il giudice ha stabilito che c'è un mandante ma che le prove a carico del mandante non sono sufficienti. Bisogna indagare ancora. E nel caso della Diaz potrebbe essere la stessa cosa. Si dirà: "Allora facciamo la commissione parlamentare d'inchiesta". Lo ha detto Di Pietro. Secondo me sbaglia. Sbagliava quando diceva: "non la dobbiamo fare a meno che non sia una commissione che indaga anche sulle violenze dei black blok". Figuriamoci se le commissioni parlamentari devono occuparsi dei reati commessi dai cittadini comuni! I reati dei cittadini comuni vengono esaminati dalla magistratura. Le commissioni parlamentari servono per stabilire le deviazioni istituzionali dei vertici della polizia. Ma secondo me, con la motivazione sbagliata, aveva ragione Di Pietro quando diceva che non ci voleva la commissione. E ha torto adesso quando dice che ci vuole, anche se non può essere accusato di incoerenza perché lui aveva detto: "non dobbiamo farla per non intralciare il processo, ora che il processo si è fatto, è evidente che ora la commissione non lo intralcerebbe più". Salvo poi che non ci sia un post scriptum in appello. Perciò secondo me la sua non è una posizione incoerente. Secondo me la sua posizione attuale è sbagliata come tutti quelli che a sinistra vogliono la commissione parlamentare ed'inchiesta, non perché non ci vorrebbe. Questo è proprio il classico caso di scuola, in cui ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta per stabilire le responsabilità politiche, e anche morali di coloro che hanno, o mandato o autorizzato o chiuso gli occhi o depistato.
Ma in un parlamento normale. In un parlamento serio. In un parlamento come quello americano dove le commissioni più dure di inchiesta sull'attività dell'amministrazione sono di solito presiedute dai compagni di partito del presidente del presidente e del capo dell'amminstrazione. Noi abbiamo un parlamento in cui non si vuole la verità. Si vogliono fabbricare verità di comodo e di partito, o di corrente, dove si vogliono utilizzare le commissioni parlamentari per buttarcisi gli stracci addosso, per ricattarsi a vicenda e arrivare alla fine con un bel pari e patta, dove la verità non conta nient e. Le commissioni parlamentari d'inchiesta da vent'anni a questa parte, non sempre, sono servite a fabbricare le relazioni di maggioranza e di minoranza. Ciascun partito ha la sua verità e intanto ci si ricatta a vicenda. Per carità non facciamo di nuovo la stessa cosa coi fatti di Genova! Abbiamo almeno tredici condannati, abbiamo almeno una sentenza che sta arrivando e che potrebbe ricostruire i fatti, lasciamo tutto così! Le commissioni di questi anni sono servite per cancellare anche quel pochissimo che la magistratura aveva scoperto. Invece di aprire lo spettro della verità giudiziaria che è strettissima alla verità politica che è larghissima, le commissioni parlamentari si incaricano anche di cancellare la verità processuale, quel poco che hanno scoperto i giudici. Nel processo Andreotti la sentenza ha stabilito che Andreotti era mafioso fino al 1980, reato commesso ma prescritto. La commissione d'inchiesta sulla mafia, invece di aprire il ventaglio, andando a vedere anche là dove non c'è il reato ma c'è una grave responsabilità politica, ha chiuso anche quel piccolo spiraglio che aveva aperto la magistratura. Il presidente della commissione di Forza Italia, ha messo nero su bianco che la sentenza ha sbugiardato il teorema accusatorio di Caselli. Cioè ha sbianchettato anche quel poco che la magistratura era riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio. Speriamo che non si voglia ripetere la stessa esperienza col caso del G8 perché se adesso ci sembrano poche quelle tredici condanne, quando ci sarà passata sopra una commissione parlamentare, le rimpiangeremo. Passate parola."

mercoledì 29 aprile 2009

Aperta la caccia a de Magistris: Facci e Radicali uniti nella lotta

di Franco Cilli
 

Se il Giornale, per bocca di Filippo Facci (scusate la bestemmia), ha cominciato a sparare contro De Magistris, significa che Berlusconi e sodali lo temono. Inutile fare una difesa d'ufficio di De Magistris, chi ha seguito la sua vicenda sa bene come sono andate le cose e sa bene chi è De Magistris. Se pure  l'uomo avesse qualche pecca (non lo credo, ma il fatto di essere umani ha qualche controindicazione), questo non cancellerebbe le colpe di un sistema criminale di stampo mafioso che il Sig. Facci probabilmente attribuisce al fato o a eventi naturali come i temporali, dimenticandosi pure che i voti della mafia li prende il suo padrone.
 Alla compagnia di tiratori scelti per la caccia al magistrato si è subito associato Massimo Bordin, il bronchitico direttore di Radio Radicale: "Beh certo, in effetti, Facci è documentatissimo... insomma in fondo è vero che De Magistris non ha mai emesso una sentenza di condanna in tutta la sua carriera...". Il bronchitico cerca di riprendersi nel finale, affermando che in fondo "...su tutti i politici che ha inquisito, magari ci sarà stato pure qualcuno che se lo meritava..." . Certo ai radicali non interessano né i fatti, né il contesto specifico in cui i fatti si collocano, a loro interessa solo il formalismo giuridico, unico elemento fattuale di democrazia. I crimini sono cose da tribunali e basta, che c'entrano con la politica liberale, liberista e libertaria? Carnevale era buono e De Magistris è cattivo. Fine. Se Dell'Utri si iscrive al Partito Radicale avrà pure il diritto di farlo, no? Se poi lo condannano,  un carcerato avrà pure il diritto di fare politica. Posso essere d'accordo in merito, ma non è questo il punto. Se tutto ciò è molto rassicurante riguardo alla difesa delle garanzie individuali,  dimostra però un'afasia  sconcertante riguardo ai fatti e ai personaggi protagonisti della  storia disgraziata di questo paese. Non mi dice nulla infatti né degli affari di Dell'Utri né della commistione fra mafia e politica.
Ad ogni modo tutta questa veemenza nei confronti di De Magistris mi fa pensare che il buon Camilleri avesse ragione nel cercare di mettere insieme Di Pietro e società civile, probabilmente era un'idea vincente.
Tonino, questa volta, forse ha fatto male i conti.

venerdì 28 novembre 2008

Psicomafia e psichiatri di strada

PSICOMAFIA E PSICHIATRI DI STRADA

Sono uno  psichiatra, anzi per l’esattezza, come mi ha fatto osservare un puntiglioso psicanalista, “faccio” lo psichiatra. Faccio questo mestiere da circa 20 anni. È il numero di anni che in genere, nei polizieschi americani, segna la linea di confine fra le illusioni giovanili dei poliziotti giovani e pieni di entusiasmo e la disillusione del vecchio sbirro, che vede oramai la realtà senza paraventi, con tutto il marciume del mondo, i piccoli e grandi difetti umani, le ipocrisie e gli infingimenti, e si rende conto che non c’è molto da fare, se non recitare la propria parte. Un parallelo un po’ strano, si dirà. Forse. Mi sono reso conto, in realtà, che ogni contesto sociale si assomiglia, e la psichiatria ha in comune con la polizia il contatto con il degrado e con la criminalità. Sì, avete capito bene, con la criminalità.
Il fatto è che in psichiatria i criminali non sono fuorilegge, ma persone rispettate. Nel caso della pubblica sicurezza , invece, i criminali alle volte vanno in galera. In comune abbiamo anche la disillusione: i poliziotti, quelli onesti, capiscono che tanto alla fine il marciume non lo sradicherai mai, e che a una certa età, finiti i bollori giovanili, è meglio un lavoro dietro una scrivania e aspettare la pensione. Quelli disonesti nel marciume ci sguazzano.
In psichiatria, chi non è troppo occupato a fare soldi si rende conto che quello che può fare è ben poco rispetto a quello che aveva immaginato di fare prima di prendere la specializzazione, e che alla fine, quando sei stanco cerchi solo di tirare a "passare a nuttata”.
Parlavo di criminalità. Non credo di dire nulla di originale nell’affermare che l’Italia è un paese mafioso. Intendo dire che aldilà dell’indubbio potere delle cosche, che controlla quasi ¾ del territorio italiano, l’Italia è un paese mafioso perché qualsiasi settore della vita pubblica e privata è permeato da metodi e sistemi di tipo mafioso. Prendiamo ad esempio il mondo della Medicina, considerando sia il sistema ospedaliero che l’università. Qualsiasi nomina universitaria, qualsiasi, avviene nel chiuso di quattro mura, magari dell’albergo a cinque stelle dove si svolge l’ennesimo inutile congresso profumatamente pagato dalle case farmaceutiche, ad opera dei soliti noti, che in barba a concorsi e selezioni decidono chi deve diventare professore associato oppure ordinario in base ad una logica puramente spartitoria. Al diavolo il merito, quello è roba per stranieri, noi le cose ce le gestiamo a modo nostro.
Esiste anche un spartizione territoriale: c’è il capo bastone che gestisce nomine e affari del nord, quello del centro e quello del sud e delle isole. Così ci sarà, che so, un capo bastone della Psichiatria, un capo bastone dell’Anestesia, uno della Chirurgia, uno della Ginecologia e così via, ognuno reggente di una fetta di territorio. Tutti uomini onorati che si gestiranno a modo loro la fetta di paese assegnatagli, in pieno accordo con gli altri affiliati, e tutti quanti si impegnano a non pisciare fuori del proprio seminato.
Per non parlare degli inciuci con le case farmaceutiche.
Tempo fa la mia ex primaria mi convocò nel suo studio per comunicazioni urgenti. Quando entrai nella sua stanza, davanti a lei sedeva un giovane informatore farmaceutico. “…Naturalmente l’onere della prescrizione me lo prendo io…” disse al giovane alla fine di un discorso in cui si scusava con lui di non poter andare a quel tale congresso per impegni precedentemente presi, e pregandolo di accettare me al suo posto. L’onere della prescrizione. Lo disse con una tale naturalezza da farla sembrare la cosa più normale di questo mondo. È facile capire che se ti pagano un Hotel a 5 stelle per tre notti, con tanto di pranzi di gala e cene fuoriporta, magari in qualche splendida località sciistica o a Sharm El Sheik, tu possa avvertire un certo formicolio molesto sul capocollo che, con una traslazione simbolica, diventa “l’onere della prescrizione”. Alla faccia della Evidence Based Medicine.
Ammetto che anch’io con la scusa dell’aggiornamento e perché non c’era alternativa se vuoi andare a qualche congresso, ho approfittato spesso, almeno gli inizi carriera, della benevolenza delle case farmaceutiche. Un bel giorno però, stanco e nauseato di questo squallido mercimonio travestito da “informazione scientifica”, ho deciso, unico medico al mondo, di non avvalermi più della “collaborazione” degli “informatori scientifici”. Per carità sono ragazzi che lavorano ed anche sodo, sebbene molti di questi, purtroppo, siano talmente indottrinati da credere davvero che il loro farmaco sia migliore degli altri e che costituisca un reale progresso della scienza medica (il che avviene molto raramente). Oltre gli illusi ci sono gli scaltri e i figli di buona donna, i quali hanno fatto propria la mission dell’azienda, che in soldoni significa fare quattrini a più non posso, anche a costo di fare allungare qualche "regalo" di troppo ai sigg. medici.
Come ho già avuto modo di dire, ho lavorato per anni in Veneto, malgrado tutto un contesto un po’ più civile di quello meridionale. Quando sono tornato in patria, sono rimasto allibito. Laddove lavoravo con lo sprone a fare sempre più e meglio, qui mi sono ritrovato con un responsabile che quasi girava travestito per non farsi riconoscere. Il suo motto era “meno ci facciamo notare meno ci inguaieranno”. Ogni volta che venivamo chiamati in causa per qualche paziente, si affannava a ripetere che non era competenza della psichiatria o faceva finta di niente. Manteneva un profilo talmente basso che quando volevamo parlarci dovevamo inginocchiarci sotto il tavolo. In fondo, a pensarci non è così strano. Chi vive in un ambiente mafioso e demotivante o si adegua o si nasconde.
Apro una parentesi. Occorre sapere che la strutturazione di ruoli e funzione dell’area medica in Italia fa letteralmente schifo. In Inghilterra, diversamente che da noi, ad esempio, esiste una progressione di ruolo fra i medici basata sull’esperienza e sulla capacità professionale, per cui l’House Officer, che è l’ultima ruota del carro diviene gradualmente Senior House Officer poi Specialist Registrar ed infine Consultant, un livello questo che gli consente piena autonomia operativa ed organizzativa, con un proprio team, composto da tutti i gradi intermedi della gerarchia medica. Naturalmente la progressione non è automatica: sei costantemente soggetto a verifiche che devono attestare il tuo grado di preparazione.
In questo modo le cose funzionano certo meglio, anche perché chi fa parte dell’ultimo anello della catena sa che può aspirare a salire di grado ed è incentivato a migliorarsi. La trasmissione della conoscenza è garantita da un sistema di regole e di ruoli, che allo stesso tempo fornisce al medico la motivazione per il proprio lavoro.
In Italia le cose funzionano diversamente. Se hai la fortuna di entrare in una scuola di specialità sei alle dirette dipendenze dell’università e nella fattispecie del barone di turno che ti spremerà fino alla fine, dandoti delle mansioni che magari non ti competono e caricandoti di turni di guardia e festività, prima di consegnarti il diploma. Tutto questo sarebbe anche accettabile se almeno ti insegnassero il mestiere. Di fatto molti medici si specializzano in Chirurgia e sanno a malapena mettere due punti.
Oggigiorno le cose vanno anche meglio di una volta, perché lo specializzando intasca qualche soldo ed è soggetto a normative migliori di qualche decennio fa, quando lavoravi gratis anche 15 ore al giorno e magari ti toccava anche portare a spasso il cane del “Professore”, dopo aver accompagnato la moglie a fare la spesa.
Non è finita: una volta conseguito il pezzo di carta, se proprio sei miracolato riesci a fari assumere da una ASL e con la tua bella specialità, che di fatto ti equipara ai tuoi colleghi più anziani, finisci per fare comunque l’ultima ruota del carro, perché gli anziani fanno valere su di te il diritto di anzianità e non gli si può dar torto.
Ecco, in questo bel sistema di cose progredisce solo chi ha la raccomandazione del capo o del politico di turno o meglio di entrambi. Già, perché un incarico di responsabile di “struttura semplice” o “complessa”, che ti eleva al di sopra dei semplici “Dirigenti Medici” senza incarichi di struttura, è una nomina, fatte le dovute eccezioni, squisitamente politica, che misura la tua adattabilità alle regole non scritte del sistema e la tua conformità alle logiche di potere. Si capisce perché i medici italiani di certe realtà, soprattutto periferiche, siano del tutto demotivati e frustrati e perché fra non molto questo bubbone scoppierà causando disastri incalcolabili.
Tornando alla psichiatria, ci sono molte situazioni dalle quali sarebbe ora di togliere il velo. Prendiamo i CSM (Centri di Salute Mentale), luoghi deputati ad un servizio territoriale che dovrebbe recepire le richieste di assistenza e di cura dei malati psichiatrici, fare prevenzione, informazione, cura e riabilitazione. Quello che avviene dietro il sipario di uno spettacolo tra la farsa e la tragedia che va in scena tutti i giorni, è un po’ diverso dalla rappresentazione che se ne fa in pubblico o nei congressi. Ovviamente mi baso su esperienze personali e non dubito che ci siano CSM che fanno un lavoro egregio, ma la mia percezione dell’ambiente va aldilà delle mura del mio Servizio: il mondo della psichiatria è abbastanza ristretto e si sa quasi tutto di tutti.
Prendiamo la riabilitazione. Molti giovani psichiatri, quando mettono piedi in un Servizio di Salute Mentale credono di poter applicare alla lettera le tecniche di Ciompi o di Spivak, ad esempio, non tenendo conto che quelle tecniche vengono applicate in contesti ben precisi, quali grosse strutture riabilitative, situate in paesi per certi versi civili (come la Svizzera), specificamente addetti alla riabilitazione e con un impiego di risorse umane e materiali notevole. Nei nostri CSM ci si arrabatta alla meglio, con la scarsa materia prima che ci forniscono. Rispetto agli obiettivi è un po' come voler costruire una macchina da corsa con qualche bullone e un po’ di lamiere arrugginite. Con poco personale, perlopiù demotivato e frustrato si fa di tutto e di più.
Si va dal teatro, al torneo di scacchi, al calcetto, al corso di cucina, a quello di informatica, di tombolo, alla scuola di ceramica, fino alle decorazioni natalizie da esibire nello stand offerto dal comune. Il tutto in un insieme disarticolato di interventi che mimano un’intenzione seria, ma che hanno solo la funzione di dare lustro al servizio, facendo “ammuina”, senza un coerente progetto individualizzato di riabilitazione. Per carità, per i pazienti, piuttosto che stare chiusi fra le quattro mura domestiche in compagnia dei loro deliri o ad affumicarsi anche l’anima con i loro quattro pacchetti al giorno di sigarette, è meglio andare al Centro a distrarsi. In fondo anche i loro disorientati genitori la pensano allo steso modo, e sono contenti di sapere che qualcuno si prende cura dei loro disgraziati figli. Di sicuro però i pazienti non vanno al Centro per ”riabilitarsi”, che significherebbe recuperare una funzionalità sociale “adeguata” e magari trovarsi un lavoro.
L’impressione, forte, che io ho spesso avuto è che per la verità siano i pazienti a lavorare per noi, poiché in realtà prima si fanno i progetti, come una rappresentazione teatrale con tanto di regista professionista ad esempio, e poi si cercano i pazienti, molto spesso svogliati e recalcitranti, per realizzarlo.
Alla fine si fa la manifestazione in piazza, con tanto di discorso zeppo di retorica da libro cuore della Primaria, davanti alle autorità cittadine e tutti si commuovono nel vedere queste bestie rare che sanno comportarsi da umani quando li tratti bene e gli dai fiducia.
Vogliamo parlare della psicoterapia? Per fortuna è finita l’era delle guerre sante fa le diverse scuole di psicoterapia. Sebbene a livello accademico rimangano le polemiche, nei CSM adesso ogni arnese è ritenuto buono se serve a qualcosa indipendentemente dal fatto che si chiami psicoanalisi, terapia cognitivo-comportamentale, terapia relazionale, interpersonale, transazionale ecc. Il fatto è che se tu vuoi fare un intervento, ad esempio sui social skill training e ti trovi nel servizio un solo psicologo, magari lacaniano che non ne sa nulla di tali pratiche ”disumanizzanti”, e infermieri che ti guardano come un marziano perché magari fino all’anno prima lavoravano in geriatria e non sanno di cosa stai parlando (te li mandano in psichiatria perché tanto in psichiatria si fanno solo chiacchiere e quindi va bene chiunque), alla fine o ti arrangi o desisti.
Non va meglio se qualche collega o psicologo è di formazione “relazionale”, quelli che in pratica è tutta la famiglia ad essere malata e quindi bisogna curare l’intero nucleo familiare. Qualsiasi cosa dica o faccia il paziente tutto rientra sempre nel complicato risiko delle relazioni familiari, ma la spiegazione dei vari movimenti, assestamenti, tattiche e strategie messi in atto dai componenti del nucleo familiare, è molto semplice: la legge dell’omeostasi familiare. Tutto accade in funzione della conservazione di un determinato equilibrio (malato), anche a costo che qualcuno diventi schizofrenico (la vittima designata). Per tenere uniti gli altri membri della famiglia qualcuno deve sacrificarsi. Sciocchezze. Con queste assurdità per un certo periodo di tempo i teorici della famiglia hanno creduto di guarire gli schizofrenici, magari sciogliendo il “doppio legame”*, o le anoressiche.
Ricordo ancora quando un professore molto disinvolto, di estrazione psicoanalitica ma di temperamento eclettico, volle cimentarsi con la terapia familiare della famiglia di uno schizofrenico cronico, un paziente in cui prevale, per capirci, una sintomatologia caratterizzata prevalentemente da apatia ed anedonia affettiva. Ricordo i lunghi silenzi del paziente che sillabava qualche frase sbrigativa con faccia indifferente e la famiglia tutta intorno che si accapigliava rimbalzandosi le responsabilità della malattia del proprio congiunto. Non so descrivere l’imbarazzo di noi studenti di fronte a tanta assurda pretestuosità. In seguito ho visto lavorare anche persone quotate in materia, ma la pappa era sempre la stessa: il paziente sta male per salvaguardare l’equilibrio familiare.
Si può comprendere come sia difficile lavorare in un contesto così disomogeneo, specie se sei un totale disilluso come me. Infatti, non riuscendo a risolvere tutte queste contraddizioni me ne sono andato, e non venitemi a dire che questa è vigliaccheria. La realtà è che per anni ho fatto lo psichiatra di strada, uno di quelli che va cercarsi il disagio degli altri calandosi nelle situazioni di conflitto per lenire un qualche inspiegabile senso di colpa (no, grazie, non mi serve lo psicoanalista), e l’ho fatto armato di una sorta di umanesimo del riscatto degli ultimi, senza illudermi di guarire nessuno, ma solo per tendere la mano ai più digraziati  e far sentire loro la mia vicinanza. Ero un ateo devoto?
Quando però mi sono accorto che le mia volontà e le mie energie scemavano in un rapporto inversamente proporzionale alle mie prescrizioni farmacologiche e ai miei TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori), ho capito che era tempo di smettere.
Ma non parlatemi di Antipsichiatria, è un concetto che detesto e che mi fa venire l’orticaria al pari di quello di Medicina Alternativa. Sono visioni del mondo intrise del falso mito della natura buona, e prefigurano una cosmogonia dove le favole e la magia dovrebbero salvarci dalla malvagità umana.
Adesso vorrei occuparmi di ricerca scientifica, senza avere a che fare con i problemi concreti delle persone, ma considerando le stesse come oggetti di studio. La reificazione degli esseri umani è sempre meglio che cozzare la testa contro i muri, in fondo se esistiamo come esseri umani appunto, è perché succedono delle cose dentro di noi e viviamo in virtù di quelle cose, non certo in virtù dello spirito santo.
In realtà, rovesciando i termini dell’equazione credo che se se non esistessero gli psichiatri e i Centri di Salute Mentale cesserebbero di esistere anche i malati ed è a questo che dovremmo tendere. Solo che non si può fare ciò semplicemente cancellando la psichiatria. Occorre separare la malattia dall’individuo e per farlo bisogna avere un’idea chiara sia della malattia che dell’individuo. Per quanto mi riguarda non faccio fatica, ad esempio, a separare la Schizofrenia o il Disturbo Bipolare dall’individuo. Separate l’essere dalla sua malattia e non succederà nulla di grave, l’essere si sentirà meglio senza per questo sentirsi snaturato e se per far ciò occorresse anche una manipolazione genetica o qualche innesto cerebrale non avrei problemi, basta discuterne. Mi riesce un po’ più difficile separare l’individuo dalle sue cosiddette nevrosi, che consistono in comportamenti ed umori i quali non rappresentano un frattura così netta con il continuum personologico, ma anche di questo si può parlare.
Certo è che dobbiamo andare avanti e uscire da questa coazione a ripetere. Non è possibile recitare all’infinito lo stesso copione dove matti e psichiatri si suggeriscono la battuta a vicenda, consapevoli di essere l’uno complementare all’altro, con la sola differenza che il matto soffre molto di più e non prende lo stipendio.
Franco Cilli

*Il doppio legame indica una situazione in cui, tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, la comunicazione dell'uno verso l'altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (quel che vien detto) e un ulteriore livello metacomunicativo (come possono essere i gesti, gli atteggiamenti, il tono di voce), e la situazione sia tale per cui il ricevente il messaggio non abbia la possibilità di decidere quale dei due livelli, che si contraddicono, accettare come valido, e nemmeno di far notare a livello esplicito.