sabato 19 novembre 2016

Recuperare il concetto di popolo a sinistra

Matteo Giordano da Pandora


Nell’ Atene democratica del V sec. A. C. , le varie scuole filosofiche di matrice sofistica operarono una vera e propria rivoluzione del pensiero, indirizzando la propria indagine verso questioni di carattere antropologico, legate cioè ai temi della vita morale, politica e sociale del cittadino all’interno della pòlis greca. La speculazione filosofica si spostò dalla ricerca dell’arkè, cioè della forza primigenia che aveva generato il mondo, ad un’indagine sull’Uomo inteso come individuo posto all’interno di una comunità. L’antropocentrismo sofistico coincise anche con la nascita dello scetticismo filosofico e del criticismo, ovvero di una forma del pensare che rifiuta il senso comune consolidato e le idee dominanti e si propone di mettere continuamente in discussione ogni cosa. Come “un filo che lega, un punto che tiene, un ripetere che salta, un rompere che ricollega”.
Il cittadino, che in passato era stato schiavo di un potere trascendentale, cominciò a godere di autonomia e libertà: si appropriò di un senso umanistico della propria esistenza, di una normativa a misura d’uomo. Ora gli individui imparavano a spezzare la rigida trascendenza della parola: essa non era più strumento di rivelazione del divino agli esseri umani, ma diveniva espressione mutevole e contingente del pensiero soggettivo, forza persuasiva del singolo di fronte alle masse e potente strumento politico. Fu il trionfo del lògos, della parola che conferisce maggiore vigore e profondità al pensiero. Della Ragione sul Mito. Questa rivoluzione concettuale, questa opera di rischiaramento dell’oscurantismo prodotto dal Mito e dalla tradizione, è riassunto da Gorgia da Lentini, uno dei padri della Sofistica, quando afferma nell’Encomio di Elena che “La parola è un gran signore, che con piccolissimo corpo e del tutto invisibile, divinissime cose sa compiere”. Attraverso la parola, ormai non più rivelata, ma a misura d’uomo, le scuole sofistiche misero in discussione l’ordine sociale e politico su cui si reggeva il sistema della pòlis, la gestione del potere e l’impianto culturale volto a giustificarne la legittimità e l’autorità.
La parole è dunque una forma di lotta. Un’arma. Serve per dire pensiero, per mettere in discussione ciò che è e ciò che è stato, per costruire ciò che potrebbe essere. “Zur Kritik”, Per la critica. Una Critica radicale a tutto campo all’idolatria del presente, in nessun momento esaurita, mai superata. La parola è una spada con cui fendere il senso comune intellettuale di massa, l’integrazione omologata dell’opinione, che mira a presentare lo stato di cose presente come necessario, inevitabile, inattaccabile ed insostituibile. Per una Sinistra moderna che miri a riacquistare una propria autonomia di pensiero, si rende quindi necessaria un’azione di rischiaramento dalla dittatura ottenebrante del presente teorico e una liberazione dai dogmi del pensiero unico della classe dominate che parta innanzitutto dal linguaggio. Dalle parole. Riappropriarsi di un linguaggio alternativo significa riconquistare un pensiero autonomo, critico, soggettivante e diverso. Significa uscire dallo stato di minorità concettuale in cui ci ha gettato il relativismo esasperato e disgregante del postmoderno. Il nostro “Sapere aude!” si dovrebbe sostanziare prima di tutto nel tornare ad usare le parole, nel coltivare un linguaggio sottile, analitico, penetrante, che arrivi all’essenza delle cose. Così ci possiamo rimpadronire di un punto di vista da cui guardare il mondo, di una parte in cui riconoscerci. Di un’autonomia teoretica da cui partire per tornare a pensare il mondo nuovo e una futura umanità.
Se il linguaggio è il modo in cui si articola il pensiero, per provocare una rottura di pensiero, bisogna innanzitutto diversificare il nostro linguaggio. Popolo, classe, conflitto, partito, autonomia, egemonia. Dimostrare di avere una sensibilità alternativa. Un modo di guardare alle cose del mondo che non sia lo stesso della classe egemone. Per fare questo, gli epigoni del movimento operaio “devono impadronirsi dell’alta cultura, dei classici del pensiero e della tradizione, come arma contro i padroni del mondo”. Riaffermare la propria aspirazione ad avere una soggettività autonoma e forte, un punto di vista critico, significa scatenare un conflitto, provocare uno scontro, una rottura.
La prima parola da riscoprire è antica, carica di storia, oggi fraintesa e stravolta: popolo. Quello di popolo è un concetto che ha sempre prodotto una contrapposizione dai termini dello scontro chiari: tra chi stava dalla parte del popolo e chi stava contro di esso. Tra chi voleva che la plebe si facesse popolo e chi pensava che il popolo non fosse altro che plebe. Tra chi, come il persiano Megabazio -racconta lo storico Erodoto – delineava la figura di un popolo tracotante, sfrenato, ignorante, e chi, come i seguaci di Muntzer nella Germania del Cinquecento o i levellers ed i diggers nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, rivendicava la dignità del popolo in quanto popolo di Dio. Tra chi, come Hippolyte Taine, in “Le origini della Francia contemporanea”, descriveva la plebaglia come composta da malfattori, vagabondi, nemici della legge e selvaggi e chi, come Jules Michelet in “Le peuple”, celebra il popolo come generoso, straripante di umanità, solidale, pronto al sacrificio. Gustave Le Bon in “La Psicologia delle folle” descrive la folla come irruenta, priva di discernimento, ignorante e suggestionabile: è la nascita della società di massa, dominata dalle grandi aggregazioni e dai grandi numeri.
Da quel momento, fino al secondo dopo guerra, la categoria di popolo ha mantenuto un’ importanza centrale nel dibattito politico. Marco D’Eramo sostiene che la sua progressiva scomparsa sia dovuta alla logica da guerra fredda e al sorgere di un nuovo paradigma del benpensantismo politico in cui il termine populismo, assieme a totalitarismo, diventa fondamento di un paradigma che si baserà sulla teoria degli opposti estremismi. Mentre l’Occidente si appropriò dell’idea di libertà, il blocco sovietico fece sua quella di popolo. Così “popolo” e “popolare” divennero lemmi sempre più rari nel dibattito politico ad Ovest, fino a scomparire completamente. L’uso sistematico del termine populismo cresce in modo proporzionale al disuso del termine popolo: più la parola popolo è periferica nel discorso politico, più populismo acquisisce centralità. Prevale in questo modo una visione distorta dell’idea di popolo. Un modo di pensare antipopolare. Populismo è un termine dalla marcata connotazione dispregiativa: nessuno si auto dichiara populista, ma viene così definito dai propri avversari politici. Il termine quindi definisce molto di più chi lo proferisce rispetto a chi ne viene bollato. Se populista viene identificato con popolare, ne deriva che chi prende le parti del popolo, una forza che intenda rivendicare la dignità di politiche filo popolari- e quindi una forza di sinistra- venga tacciata di demagogia e rilegata ai margini dello scontro politico. Infatti, “l’opinione positiva del popolo è condizione necessaria per ingaggiare una battaglia per il popolo, ma quest’opinione positiva deve essere a sua volta conquistata con una lotta. Il giudizio sul popolo diventa quindi sia uno strumento della lotta politica, sia la sua posta in gioco”. Vince chi impone la sua narrazione.
Non esiste una definizione metodologica unitaria di popolo. Il concetto moderno è più vicino all’idea biblica antico testamentaria di popolo, piuttosto che alla concezione greca di dèmos, o a quella romana di populus. Popolo è un concetto teologico secolarizzato: Marsilio parlava di “universitas civium seu populus” e Bartolo di “populus unius civitatis”. Sono la Rivoluzione Francese prima e l’idealismo romantico poi, con il concetto di Volkgeist, a far esplodere l’idea di popolo sulla scena politica moderna. Concetto che sarà portato alla sua massima teorizzazione da Marx con la figura del soggetto politico operaio. Della classe dei lavoratori. E’ il concetto di classe che fa del popolo una categoria della politica. Con l’idea di classe il popolo diventa soggetto politico attivo. Senza classe non esiste politicamente popolo, ma solo socialmente o nazionalmente. E’ il punto di vista di classe che mette per la prima volta il popolo in grado di iniziare una lotta di emancipazione contro le classi dominanti. Il servo può ora affrancarsi dal padrone e trasformare il mondo. Il populismo non è una causa, ma un effetto. E’ la forma in cui si ripropone il problema del rapporto tra governati e governanti. E’ il riflusso della scomparsa del popolo dalla scena politica dell’età postmoderna. La critica al populismo non può e non deve essere fine a sé stessa, ma congiunta al recupero dell’idea di popolo. E se il concetto di popolo si fonda su quello di classe, al recupero dell’idea e della pratica di classe. Non più classe operaia, non più proletariato, ma qualcosa di nuovo: le componenti sociali più deboli, meno tutelate, le forze del lavoro. Popolo significa infatti classi inferiori. La Sinistra di oggi ha perso completamente ogni interesse per le gli ultimi. Non è più una Sinistra di popolo. Non esprime più una proposta dal popolo, del popolo, per il popolo. Intercetta flussi elettorali trasversali e pesca da un bacino principalmente riconducibile ai dipendenti statali, ai colletti bianchi e alla media e piccola borghesia cittadina.
La crisi della Sinistra deriva principalmente da qui: dall’aver cessato di dare rappresentanza e voce ai ceti popolari . Questo vuoto è stato riempito dal populismo e dal suo adattamento aggressivo alla scomposizione di ogni legame sociale. E’ però in atto una proletarizzazione postmoderna dei ceti medi, una polarizzazione verso l’alto della ricchezza, un aumento della disparità e dell’ingiustizia sociale, che non potrà che riproporre in termini ancora più drammatici che in passato la “questione” sociale e la necessità di una grande forza organizzata di Sinistra che dia rappresentanza al popolo e al mondo del lavoro. Dare un segno a questa realtà di popolo è l’unico modo per sconfiggere il populismo. Ma questo da solo non basta: non è sufficiente elaborare una proposta di governo da sinistra, ma bisogna accompagnarla sempre dalla riproposizione del tema del potere e della lotta per l’egemonia. Questo significa recuperare il conflitto e provocare una rottura.
Ma come si fa popolo, oggi, nell’epoca del postmoderno, senza la centralità di classe? Come si fa società nel tempo della società liquida, della disgregazione dei legami umani, politici e sociali , dell’isolamento degli individui, della dittatura del mercato e del consumismo materialista? Il concetto politico di popolo si può sostanziare con il concetto sociale di lavoro. Non più una classe operaia, un proletariato urbano, ma un popolo di lavoratori. Dove il lavoro riacquisti la sua centralità e restituisca dignità alla persona umana. “Fondare una classe generale, quella del popolo lavoratore: questo significa riafferrare il filo lì dove si è spezzato, riannodarlo e proseguire”. Questa classe generale di popolo lavoratore, per tornare a pensare in modo autonomo e critico, per riacquistare una soggettività alternativa, di lotta ed aprire un conflitto contro i padroni del mondo, che riproponga il tema del potere, ha bisogno di un nuovo mito mobilitante di massa. Di un mito che faccia popolo, che dia speranza. Che faccia senso. Che restituisca un senso all’esistenza umana. Per il socialismo storico, questo mito è stato quello della rivoluzione, di una futura umanità, ma la classe operaia è stata un soggetto rivoluzionario sconfitto. Una nuova Sinistra moderna deve elaborare una nuova narrazione mitica dell’oltre, dell’avvenire. Deve sfaldare la dittatura del presente e tornare a pensare a lungo termine. Non solo concepire una radicale critica del presente, ma anche un racconto epico del futuro. Presentare la propria proposta politica come una prospettiva escatologica, come uno slancio ideale che contrasti la mercificazione delle relazioni umane, che restituisca dignità alla persona, che ridia valore alla solidarietà tra gli uomini e che permetta di riacquistare una dimensione più umana dell’esistere. Deve riuscire a restituire un senso compiuto alla dimensione esistenziale che il postmoderno ci offre, in cui l’individuo fa fatica a pensare sé stesso in relazione ad un tutto compiuto, solido e definito, avvertendo invece in modo drammatico la propria precarietà e indefinitezza identitaria: deve concepire una sorta di nuovo Umanesimo laico, che ridia un senso umanistico all’esistenza delle persone.
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