domenica 30 ottobre 2016

Viaggio ad Aleppo - La verità Nascosta dalla Propaganda NATO

Viaggio ad Aleppo – Parte Prima: la Verità Nascosta Dietro la Propaganda NATO

di Vanessa Beeley (da MintPress News)
20 settembre 2016
Traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico

Il popolo siriano soffre a causa dei “ribelli moderati” e delle “forze di opposizione” appoggiate dagli Stati Uniti, dai membri della NATO e dai loro alleati tra gli stati del Golfo, nonché da Israele. Eppure la sua sofferenza viene quasi del tutto ignorata dai mass media, a meno che non favorisca l'agenda imposta dal Dipartimento di Stato.

Attraversando Khanaser, al-Safira, e la città industriale di Sheikh Najjar, lungo il percorso per Aleppo. (Foto di Vanessa Beeley)

Aleppo, Siria – Per quelli la cui percezione delle condizioni di questa nazione dilaniata dalla guerra è incanalata dalla visione dei grandi media, Aleppo è diventata sinonimo di distruzione e di “violenza di stato”.
I mezzi di comunicazione schierati con la NATO mantengono un controllo stretto sull'informazione proveniente da questa città assediata, assicurandosi che qualunque cosa trapeli sia preconfezionata per adattarsi alle esigenze del Dipartimento di Stato e delle richieste di un cambio di regime. La macchina della propaganda sforna storie già sentite di armi chimiche, assedio, gente alla fame e civili obbiettivo di bombardamenti, tutto ciò attribuito al governo siriano e al suo esercito, con scarse variazioni sul tema.
Lo scopo di questo servizio fotografico e del mio viaggio ad Aleppo del 14 agosto era di scoprire in prima persona, da giornalista occidentale, la verità dietro la narrazione dominante di Stati Uniti e NATO riguardo la Siria.

Aleppo Est e Aleppo Ovest

Un soldato siriano sventola la bandiera nazionale dopo la cacciata dei ribelli dei ribelli dall'Accademia Militare di Aleppo, il 5 settembre 2016.

La maggior parte dei media occidentali mancano di sottolineare il “racconto di due città” messo in scena tra la Aleppo occidentale e quella orientale. La parte est è occupata da una serie di formazioni sostenute dagli Stati Uniti, dalla NATO e dai suoi alleati nel Golfo (come l'Arabia Saudita), e da Israele. I civili che vivono nella parte ovest di Aleppo, sotto il controllo del governo, attribuiscono a questi gruppi l'etichetta generale di “terroristi”, spesso senza riferirsi a uno di essi in particolare.
Nell'area occidentale di Aleppo controllata dal governo vivono più di un milione e mezzo di civili, inclusi 600.000 persone che sono fuggite dalla parte est nel 2012. Tra la gente (da 200.000 a 220.000) che vive nelle aree orientali della città occupate dai terroristi, ci sono 50.000 o più membri (familiari compresi) delle cosiddette fazioni “ribelli”, questo secondo la Aleppo Medical Association.
Nella maggior parte dei media occidentali, si accenna a malapena a questa divisione, creata dall'incursione di formazioni armate insurrezionali (o, come i grandi media e il governo statunitense li definiscono, “ribelli moderati”) che ha spinto masse di civili fuori dalle zone orientali della città, verso la sicurezza della parte occidentale sotto il controllo del governo.

Ribelli Moderati
I media occidentali si inebriano nel perpetuare la narrazione delle “coraggiose forze d'opposizione” “bombardate” dagli attacchi aerei siriani e russi. Quello che mancano di citare è che le 22 brigate (finora identificate) che operano ad Aleppo e dintorni sono costituite da combattenti terroristi finanziati dal Dipartimento di Stato USA.
Harakat al-Nour al-Zenki è una di queste brigate. Di recente è venuto alla luce un video in cui i suoi membri maltrattano e decapitano un bambino, Abdullah Issa, proveniente da un campo di rifugiati palestinesi nella parte nord di Aleppo.
Esistono anche diverse filiazioni del Free Syrian Army, gruppo appartenente all'opposizione “moderata”, finanziato e armato dagli Stati Uniti, addestrato dalla CIA, e che ora si affida al Fronte Nusra (Jabhat al-Nusra), braccio armato di al-Qaida in Siria, per consolidare le proprie capacità in armi e logistica.
Al Fronte Nusra appartiene fino all'80% dei terroristi attivi ad Aleppo est. (Questa formazione ha lanciato recentemente una campagna di re-styling, cambiando il proprio nome in Fronte per la Conquista di Sham, o Jabhat Fatah al-Sham, tentando esplicitamente di distanziarsi da al-Qaida. Tuttavia non c'è stato nessun cambiamento, né nella sua gerarchia di comando né nella sua ideologia autoritaria ed estremista, pertanto questo articolo continuerà a riferirsi a questa formazione come Fronte Nusra).

Armi Chimiche
L'uso di armi chimiche contro i civili di Aleppo ovest da parte di gruppi terroristi, in particolare il Fronte Nusra, per i media occidentali è un concetto intollerabile. Al suo posto, i media selezionano reportage fittizi provenienti da gruppi di “attivisti” e “cittadini giornalisti” che sostengono di lavorare dentro Aleppo. Come nel caso di un reportage di Al-Jazeera del 7 settembre sull'esercito siriano che lancia attacchi chimici contro i civili, questo genere di informazione viene diffusa con zelo allarmante da giornalisti che stanno a Washington, Londra o altrove, che hanno limitate possibilità di verificarle o valutare cosa stia realmente accadendo sul campo, prima di pubblicarle. Il fatto che il Fronte Nusra si sia impadronito nel 2012 dell'unica fabbrica chimica di Aleppo viene cacciato sotto il tappeto delle verità sconvenienti. E mentre i grandi media ignorano la notizia, ex ispettori delle Nazioni Unite ed esperti di missilistica del MIT hanno confermato anch'essi che il Fronte Nusra possiedono ingenti risorse nel campo delle armi chimiche.

Attivisti e Cittadini Giornalisti
Gli opinionisti lontani dalla Siria si affidano a “gruppi di attivisti” e “cittadini giornalisti” che sono invariabilmente insediati nelle aree occupate da gruppi quali il Fronte Nusra, Ashrar al-Sham, brigate assortite del Free Syrian Army, e perfino il Daesh (un acronimo arabo che denomina la formazione terrorista conosciuta in Occidente come ISIS o ISIL). Sia che si tratti di singoli attivisti, sia si tratti di gruppi come i White Helmets o l'Aleppo Media Center, è arduo definirli indipendenti od obbiettivi, dato che sono noti i finanziamenti che ricevono dagli Stati Uniti, dai membri della NATO e da istituzioni statali come l'USAID – tutte entità che hanno il loro interesse nel progetto di “cambio di regime” in Siria. Le “prove” che queste fonti divulgano si discostano raramente dalla versione ufficiale statunitense e avvalorano la propaganda che fa da motrice al treno delle menzogne interventiste.
Un'indagine tutt'altro che complicata sulle origini dell'Aleppo Media Center mostra che esso è finanziato dal Ministero degli Esteri francese, lo stesso che acclama come rivoluzionari i mercenari armati dalla NATO e dai sauditi. L'Aleppo Media Center fa parte della Syrian Expatriate Organization, e riceve inoltre “sostegno” dal Syrian Media Incubator, una creazione di Canal France International, “l'agenzia mediatica di cooperazione del Ministero degli Esteri francese,” come ha detto il Ministro degli Esteri francese nel gennaio del 2014:
Nell'aprile del 2014, CFI aprirà un media center [un'agenzia multimediale], il Syrian Media Incubator, nella città turca di Gaziantep, a 60 chilometri dal confine siriano, a nord di Aleppo. Questo spazio di lavoro collettivo mira a provvedere di sostegno e strumenti moderni di telecomunicazione i giornalisti siriani che siano decisi a continuare a diffondere notizie dal loro paese, qualsiasi sia il costo.”

È difficile considerare la Francia un attore imparziale in questa partita neocoloniale. Nel giugno del 2015 il Ministro degli Esteri di questo paese, Laurent Fabius, è stato portato in tribunale da un gruppo di querelanti siriani che lo hanno accusato di aver attizzato il conflitto siriano nel 2012.
La querela citava svariati eventi in cui era percepibile, da parte di Fabius, un atteggiamento laudatorio nei confronti del Fronte Nusra, ad esempio quando disse a Le Monde che quel gruppo “stava facendo un buon lavoro”. Le famiglie in lutto sottolineavano il suo rifiuto di catalogare il Fronte Nusra come organizzazione terroristica nel 2012, e consideravano le sue iniziativa volte a condonare le azioni di quel gruppo come uno dei contributi più importanti al prolungamento della guerra contro la Siria e la sua popolazione.
È dovere di ogni giornalista mettere in dubbio l'imparzialità dei reportage provenienti da organizzazioni che dichiarano di essere indipendenti. I reporter occidentali sono piuttosto rapidi nello scartare come “pro-Assad” qualsiasi notizia che vada contro il loro canovaccio prestabilito.
Dopo che il 17 agosto l'Aleppo Media Center ha pubblicato il video di Omran Daqneesh, l'immagine del ragazzo siriano coperto di sangue e polvere è stata diffusa globalmente senza che nessuno si ponesse interrogativi su alcune lampanti anomalie riguardo all'evento. Il Guardian, Al-Jazeera, l'Associated Press e i suoi numerosissimi abbonati, il Los Angeles Times, il Telegraph, la CNN e Time sono solo alcuni dei grandi media che hanno ripreso e diffuso il video senza il minimo ripensamento.
Una ricerca su Google per “Fox News e Aleppo Media Center” porta a un numero stupefacente di risultati. In breve, Fox News si affida un'organizzazione finanziata dal Ministero degli Esteri francese che produce propaganda utilizzando “attivisti” pro-NATO istallati ad Aleppo. Un giornalismo davvero “equo ed equilibrato”!

L'Assedio e la Catastrofe Umanitaria
Informando il mondo occidentale che il responsabile dell'assedio di Aleppo sia il governo siriano del Presidente Bashar Assad, i media occidentali vendono al loro pubblico la guerra umanitaria. “I ribelli siriani si uniscono per spezzare l'assedio di Assad contro Aleppo,” così titola il Guardian del 6 agosto.
Quest'articolo in particolare elogia l'utilizzo di attentatori suicidi nella cattura da parte dei “ribelli” dell'accademia militare siriana ad Aleppo sud. L'area viene descritta come “il cuore di Aleppo,” ma si tratta diu una definizione parecchio ingannevole, che suggerisce che che i “ribelli” siano penetrati in profondità in un'Aleppo occidentale in mano al governo. Si tratta di una falsità che si trasforma in verità nella mente di un pubblico che si affida a media “rispettabili” per ottenere informazioni sul conflitto siriano.
Questi articoli spesso non fanno cenno dei corridoi umanitari istituiti dallo stato siriano e dalla Russia, o le offerte di amnistia fatte alla “opposizione armata” che combatte ad Aleppo. Quando ne parlano, tuttavia, è solo di passaggio, o con una prospettiva negativa che finiscono per minare i tentativi concreti di riconciliazione messi in atto dallo stato siriano. Il ministero di riconciliazione nazionale è diretto dal dott. Ali Haider, che fa parte della autentica, non violenta opposizione siriana, Il Partito Socialista della Nazione Siriana [SSNP].
Il 27 luglio la Syrian Arab News Agency riferiva:
Il Comando Generale dell'Esercito e delle Forze Armate ha continuato a inviare messaggi di testo per esortare i militanti nella parte orientale di Aleppo a deporre le armi per trovare un accordo riguardo il loro status legale, e sollecitare i cittadini a partecipare alla riconciliazione nazionale e ed espellere i militanti stranieri dal loro territorio.”

I media mancano anche di riferire che gli Stati Uniti e l'Unione Europea stanno imponendo alla Siria devastanti sanzioni economiche, nel mentre che distribuiscono migliaia di armi e milioni di dollari ai 360.000 mercenari stranieri che violano i diritti umani per tutta la Siria.
Aleppo è sotto assedio, è vero, ma si tratta di un assedio imposto dai gruppi della “opposizione moderata” ai danni dei civili di Aleppo ovest e di quelli che vivono sotto un'occupazione terroristica nell'est della città. I convogli umanitari diretti ad Aleppo ovest sono costretti sono costretti a passare attraverso zone ad alto rischio occupate dal Fronte Nusra e da altri innumerevoli gruppi terroristici operanti in zona.
Nell'agosto del 2015 ho condiviso sul mio blog un resoconto di un abitante di Aleppo. Eccone un cenno:
Non provo altro che rabbia, a vedere questi teppisti, questi criminali dall'altra parte della città che versano migliaia di litri di acqua fresca e pulita dentro un fiume infetto e contaminato, sotto il naso dei siriani assetati che loro dichiarano di voler liberare. Sono loro i terroristi, sono loro i mostri di questa storia e sono loro che commettono ogni giorno crimini in massa contro i cittadini di Aleppo, ma di questo i media occidentali non ne parlano mai. Forse che non siamo siriani? Forse che la nostra sofferenza non significa nulla, forse che la nostra storia non conta nulla? Questa è Aleppo, la vera Aleppo, non la favola dei media occidentali, ma l'incubo perenne, diurno e notturno, di una vita sotto un'occupazione terrorista.”

Come dice il dott. Bashar Al-Jaafari, rappresentante permanente della Siria presso le Nazioni Unite, rivolto al Concilio di Sicurezza in gennaio: “Il vero assedio è quello ai danni di 23 milioni di siriani, inflitto loro dalle sanzioni di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea.”
Insieme ai bombardamenti effettuati dalla coalizione a guida statunitense, che hanno colpito centrali elettriche e altre infrastrutture essenziali, queste sanzioni hanno massacrato il settore sanitario e quello educativo. Se i siriani sono alla fame o non possono ricevere un trattamento per traumi gravi o malattie croniche, è perché la NATO fa loro la guerra, facilitando l'ingresso di mercenari che vengono pagati per assassinare e far scappare i siriani dalle loro case, e impedendo a forniture ed equipaggiamenti di arrivare a scuole e ospedali.
Ovviamente ci vorrebbe un articolo a sé per ognuno di questi argomenti. Il mio viaggio ad Aleppo dovette essere leggermente abbreviato per via dell'incremento degli scontri tra l'esercito siriano e i vari gruppi di “ribelli moderati” e di mercenari capitanati dal Fronte Nusra. Sono stata comunque in grado di spigolare alcune preziose notizie e dichiarazioni che hanno dato un bel contributo allo sbugiardamento della narrazione dei media allineati con la NATO.
Un abitante di Aleppo mi ha detto:
Quasi tutto quello che hanno addossato al governo o all'esercito negli ultimi cinque anni è stato commesso dai terroristi e dalla NATO. Sono loro che bersagliano le infrastrutture, gli ospedali, i bambini e le donne. Sono loro che stuprano le donne. Sono loro che usano le armi chimiche, il cloro, il gas mostarda.”

Ometto il suo nome per la sua sicurezza – un problema comune in una città che è stata sotto l'assedio in continua evoluzione di media e terroristi sin da quando l'intervento NATO ha preso piede in Siria quasi sei anni fa.
L'assedio dell'informazione è stato imposto ad Aleppo dai maggiori media americani ed europei, insieme ad altri finanziati dagli stati del Golfo o dalla Turchia che si affidano largamente ad al-Qaida come fonte di notizie. Tutto ciò ha assicurato che pochissime notizie veritiere riuscissero a filtrare dalla cappa di propaganda imposta a una città che sin dall'inizio della sporca guerra in Siria ha resistito a tutti i tentativi di coinvolgerla nell'insurrezione armata.
E questa è una guerra sporca che ha avuto una lunga incubazione, prima che si scatenasse nel dicembre del 2011, come provano i messaggi del Dipartimento di Stato diffusi da WikiLeaks, che mostrano come i piani per destabilizzare la Siria e rovesciarne il governo erano in elaborazione sin dal 2006.
Ciò di cui spesso non si scrive è la punizione inflitta alla popolazione civile di Aleppo dalle numerose formazioni terroristiche armate, finanziate e perfino addestrate dagli Stati Uniti, dai membri della NATO e dai loro alleati tra gli stati del Golfo, nonché da Israele. I media più importanti, invece, si arrampicano sugli specchi per diffamare una volta di più l'esercito siriano e il governo Assad, utilizzando ogni mezzo a loro disposizione, compresa la diffusione di reportage in seguito confutati e screditati.

Andando da Homs ad Aleppo

La strada da Damasco a Sheikh Maqsoud, la zona di Aleppo controllata dai curdi. (Immagine fornita da Vanessa Beeley)

Viaggiando in compagnia di un'altra giornalista indipendente, Eva Bartlett, un traduttore e un tassista, sono arrivata ad Aleppo il 14 agosto, seguendo la Castello Road, che alcuni grandi media hanno preso a chiamare “Strada della Morte.” Per arrivare fin lì ci è stato fornito un nulla osta di sicurezza che ci permetteva di percorrere strade che, dalla città occidentale di Homs in là, serpeggiano attraverso zone mai abbastanza lontane dalla traiettoria di vari gruppi terroristici, incluso il Daesh, e dove bisogna mettere in conto il rischio di venire sequestrati. Una volta ad Aleppo, l'ingresso in zone militari potrebbe non essere approvato senza la protezione e la scorta dell'esercito siriano.
A Homs sono stata testimone di una scena ormai familiare in tutta la Siria: edifici deturpati e devastati da anni di attacchi terroristici. Mi è stato detto che la strada che stavamo percorrendo era nota una volta come 60a Strada, ma ormai aveva preso un nuovo nome, Strada della Morte (Shara al-Moot), visto che era stata sottoposta ad attacchi terroristici da nord, sud, est e ovest. Sono stati attacchi portati per mezzo di cecchini, mortai e attacchi suicidi, non sembra ci fossero limiti ai modi di ammazzare i siriani di Homs.
Andando a nord sulla strada da Homs a Hama, siamo arrivati a un grosso posto di controllo dell'esercito siriano, un incrocio di strade brulicante di gente. In attesa dell'inevitabile controllo di sicurezza, ho avuto l'opportunità di sporgermi dal finestrino e osservare. Fare foto, comunque, ai posti di controllo è vietato.
Questi posti di blocco dell'esercito siriano sono diffusi in tutto il paese. La loro funzione principale e quella di controllare i mezzi di trasporto alla ricerca di armi o di militanti estremisti del tipo Daesh o Fronte Nusra, che potrebbero tentare di passare da un governatorato all'altro senza farsi scoprire. Auto e altri tipi di veicoli sono stati utilizzati per attentati suicidi in molte zone, in particolare nel quartiere al-Zahra'a di Homs, che è stato colpito molte volte, provocando morti e feriti.
Un flusso continuo di pullman e camion carichi di bestiame arrivava a questo posto di controllo dalla direzione di Hama e Homs. Molti dei pullman portavano famiglie aggrappate ai loro ultimi averi, probabilmente rifugiati, e i furgoni erano sormontati da scatoloni e bagagli di ogni genere.
Ricevemmo un cenno di saluto da alcuni soldati di passaggio, soldati che nonostante la durezza degli scontri ad Aleppo e dintorni non hanno mai mostrato se non cortesia e rispetto – una cosa che ho verificato durante tutto il mio viaggio di quattro settimane in Siria. Uno di questi soldati stava seduto a gambe incrociate in cima a un tank posizionato su un portacarri parcheggiato al crocevia, e sorrideva nel calore già soffocante del mattino, quasi invitasse i suoi compagni a unirsi a lui.
L'equipaggiamento dell'esercito siriano era palesemente usurato dal combattimento. Le armi recavano i segni della guerra e non venivano sostituite da tempo. Mentre le immagini pubbliche dei combattenti del Daesh di solito li mostrano con armi ed equipaggiamenti che sembrano appena spacchettati, molti soldati dell'esercito siriano indossavano stivali e uniformi consunti e pieni di strappi.

Un frame tratto da un video diffuso dall'ISIS, che mostra l'esecuzione del pilota giordano Moaz-al-Kasasbeh, avvenuta nel 2015. Dietro di lui sono visibili militanti dell'ISIS bene equipaggiati.

L'esercito siriano [SAA] risente degli effetti delle sanzioni messe in atto dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, ma non ne risentono le varie formazioni terroristiche sostenute da Stati Uniti, NATO, i loro alkleati tra gli stati del Golfo e Israele. La linea di rifornimenti per queste ultime rimane salda e intatta, grazie ai servizi di trasporto offerti dalla Turchia attraverso il confine-colabrodo con la Siria.
Le sanzioni statunitensi ed europee sono efficaci nell'impedire l'arrivo di rifornimenti in Siria attraverso vie legali, e noi siamo stati testimoni molte volte degli effetti negativi di tutto questo su infrastrutture civili essenziali, così come sull'equipaggiamento e personale militare.
In ogni caso, le vie di rifornimento illegali rimangono intatte, e rendono permanente il conflitto, armando ed equipaggiando le svariate formazioni di “ribelli moderati” e “forze di opposizione.” Che siano l'Arabia Saudita, la Giordania, la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti a sostenere il Daesh con armi che passano per i Balcani, oppure gli Stati Uniti che attraverso la Turchia riforniscono di armi il mutevole cast dei “ribelli moderati”, il rubinetto che rifornisce di logistica e armamenti la “opposizione armata” non si chiude mai.
In aprile, ad esempio, IHS Jane [rivista specializzata in analisi su questioni militari, di sicurezza e di intelligence] ha pubblicato un articolo contenente la lista di carico di una spedizione di armi effettuata nel dicembre 2015 da parte degli Stati Uniti per i “ribelli siriani” attraverso il confine Siria-Turchia. L'articolo riporta:
Il carico descritto nel documento includeva fucili Ak-47, mitragliatrici ad uso generalizzato PKM [1], mitragliatrici pesanti DshK, lanciarazzi RPG-7 e sistemi anti-tank filoguidato 9K11M Faktoria [in realtà 9M111M Faktoriyandt]. Il Faktoria è una versione migliorata del 9K111 Fagot [probabilmente il 9M111 Fagot – ndt], da cui si differenzia principalmente per la presenza di una doppia testata che permette di penetrare le corazze reattive dei carri armati.”

Bisogna sottolineare che questo particolare carico di armi per i “ribelli moderati” è stato consegnato durante un accordo di cessate il fuoco operante in molti governatorati siriani.
Questo servizio video della Deutsche Welle del 2014 spiega come funziona il traffico di armi dalla Turchia alla Siria, un meccanismo operante tutt'oggi. Come viene illustrato nell'introduzione del servizio:
Ogni giorno, camion carichi di cibo, vestiario e altri rifornimenti attraversa il confine tra Turchia e Siria. Non è chiaro chi siano i destinatari. I trasportatori ritengono che il grosso del carico vada alla milizia dello “Stato Islamico” [cioè l'ISIS – ndt]. Attraverso il confine passano di contrabbando anche petrolio, armi e personale militare, e volontari curdi hanno cominciato a pattugliare la zona, nel tentativo di ostacolare questi rifornimenti.”

È difficile fare distinzioni tra le varie fazioni delle milizia armate. Ho chiesto varie volte chiarimenti su quale gruppo armato avesse compiuto uno specifico attacco, ma mi è stato risposto che per la maggior parte dei siriani la differenza non esiste. Dal punto di vista dei civili, queste formazioni sono composte da criminali, mercenari e terroristi, e le sigle non contano.
Gli Stati Uniti hanno volto tutto questo a loro vantaggio, utilizzando la “mescolanza” dei gruppi “ribelli” come scusa per ostacolare gli sforzi di Russia e Siria di colpire formazioni ufficialmente definite terroristiche, quali il Daesh e il Fronte Nusra, per l'eventualità che operativi statunitensi ci si trovino in mezzo. Messa così, gli operativi statunitensi all'interno delle formazioni da loro appoggiate diventano a tutti gli effetti “scudi umani” dei gruppi terroristici, tipo il Daesh, contro cui apparentemente gli USA sarebbero in guerra.
In una conferenza stampa del 28 aprile, John Kirby, uno dei portavoce deel Dipartimento di Stato, riferiva:
Siamo consapevoli che si tratta di una situazione molto fluida e dinamica, che ci sono – che c'è una mescolanza tra le formazioni. Un po' la cosa è voluta, perché vogliono stare vicini gli uni agli altri, un po' è casuale. Ed è per questo che gli attacchi diretti ad Aleppo e dintorni diventano una questione più problematica, perché è molto difficile distinguere geograficamente questi gruppi l'uno dall'altro, in modo da – e poi essere abbastanza precisi da colpire solo il gruppo che si ha nel mirino.”

Nel nostro tragitto verso Aleppo, abbiamo visto soldati siriani a bordo di ogni sorta di veicolo – sgangherati carri bestiame col retro spalancato, vecchi autobus, rimorchi multicolori – ma il grado di rispetto e ammirazione con cui erano guardati dai civili era palpabile.

Soldati siriani che vanno in guerra sulla strada per Aleppo. (Foto di Vanessa Beeley

Dopo il posto di controllo tra Homs e Hama c'è un tratto di strada famigerato per i bandirti che spingono fuori strada auto e pullman, sequestrandone i passeggeri. A dispetto della sua pericolosità, quel tratto è pittoresco, fiancheggiato da campi di mais, filari di ulivi e girasoli. I primi animali domestici che vedevamo – polli, pecore e mucche – punteggiavano il panorama verdeggiante.
Mentre stavamo passando per la città di al-Salamiyah, ci venne detto che quelli del Daesh erano accampati a circa dieci chilometri a est della strada. Scrutando il deserto, che pareva stendersi senza limite fino all'orizzonte, sembrava difficile che questi gruppi di terroristi potessero vederci.
Continuando sulla strada per Aleppo siamo arrivati in un'area dove il Daesh si era fatto più vicino, e ci hanno detto che era solo a due chilometri di distanza. Ci sorpassavano camion che andavano da Homs ad Aleppo coi rifornimenti per i soldati dell'SAA, e ho pensato che fossero un rincalzo per la campagna contro l'insediamento terrorista di al-Ramouseh, un sobborgo sudorientale di Aleppo.
Sullo sfondo del deserto spiccavano macabri memento della guerra scatenata contro la Siria, camion carbonizzati e auto capovolte che si disfacevano lentamente nella calura feroce. Visione apocalittica di un paese lacerato da un altro intervento NATO, una guerra sporca inflitta a una nazione sovrana, con l'obbiettivo del “cambio di regime” senza badare al costo devastante accollato al popolo siriano.

Un veicolo capovolto, investito dal cocente sole del deserto, sulla strada per Aleppo. (Foto di Vanessa Beeley)

Arrivati più vicini alla periferia di Aleppo, è apparso chiaro che l'esercito siriano, per motivi di sicurezza, aveva chiuso il normale tragitto a ovest. Dovemmo deviare verso l'est della città attraverso Khanaser, una cittadina del distretto di al-Safira, e infine per il centro industriale di Sheikh Najjar, finché il tragitto non ci ha riportato verso l'ingresso settentrionale di Aleppo ovest, passando per il quartiere Sheikh Maqsoud, controllato dai curdi.
Abbiamo aggirato qualcuna delle zone di Aleppo a più alta densità terroristica, fosse questa dovuta, tra molti altri, al Daesh, il Fronte Nusra, Ahrar al-Sham o Harakat al-Nour al-Zenki. Questa mappa mostra in modo chiaro le aree controllate dalle varie formazioni di insorti. Il nero rappresenta le zone controllate dal Daesh; il verde quelle dei “ribelli moderati”; il giallo quelle controllate dai curdi; il rosso, le zone sotto il controllo dell'SAA; il verde oliva, le aree contese. È una mappa in continuo cambiamento, dato l'avanzamento dell'esercito siriano, particolarmente ad al-Ramouseh.
A questo punto diventa più evidente la presenza degli “argini anti-cecchino”, cumuli di sabbia e macerie posti sui due lati della strada, a volte sormontati da pezzi d'automobile e rottami vari, o bidoni, a fare da schermo per proteggere i viaggiatori dal fuoco dei cecchini.
Prima di raggiungere Castello Road siamo arrivati a un incrocio a T, e l'autista del taxi, dopo un attimo di confusione, voltò esitante a destra.
Dopo qualche secondo, un altro veicolo ci sgommò appresso, con i soldati dell'SSA che ci gridavano di girare a sinistra. Andare a destra ci avrebbe portato direttamente nella zona controllata dal Daesh, ci avvertirono.
Poco prima di fare il nostro ingresso ad Aleppo, non lontano dalla zona industriale nordoccidentale di al-Layramoun, abbiamo passato un posto di controllo dove i soldati insistettero perché mantenessimo una distanza di sicurezza dagli altri veicoli. Il pericolo di colpi di mortaio da parte dei terroristi era alto, ci hanno spiegato, e una certa distanza tra i veicoli avrebbe ridotto il numero di vittime, nel caso uno di essi venisse colpito.

Il punto in cui abbiamo svoltato a destra invece che a sinistra, prima che l'esercito ci facesse tornare verso un'area più sicura. (Foto di Vanessa Beeley)

A seguito di scontri accaniti, in luglio le forze dell'esercito siriano avevano riconquistato al-Layramoun al Fronte Nusra e alla 16a divisione del Free Syrian Army. Si tratta di un'area di importanza strategica, dato che confina con la Castello Road, che è stata l'arteria principale, direttamente dalla Turchia, per rifornimenti e armi destinati ai terroristi. Di conseguenza, quando l'SSA ha ripreso il controllo di quella zona, ha tagliato fuori i gruppi terroristici dalla linea di rifornimenti turca.
Negli spazi che fiancheggiavano il nostro percorso c'erano dozzine di bombole di gas inesplose, i proiettili sparati dai cosiddetti “cannoni infernali”, riempiti di esplosivo, frammenti di vetro e metallo, chiodi e perfino sostanze chimiche. Quelli che non hanno colpito il bersaglio sono sparsi per tutta la campagna. Si tratta dei missili artigianali che piovono ogni giorno sulle aree dell'Aleppo occidentale controllate dal governo siriano, provenienti dai vari gruppi di insorti che occupano la parte est.
Le ultime cifre fornite dalla Aleppo Medical Association stimano in un milione e mezzo il numero di civili presenti nella parte ovest di Aleppo sotto il controllo del governo. Tra 200.000 e 220.000 – un quarto delle quali è costituito dai terroristi e dalle loro famiglie – sono le persone che vivono nella parte orientale della città controllata dalle svariate fazioni di insorti fiancheggiate dagli Stati Uniti, la NATO e i loro alleati, Arabia Saudita e Israele compresi.
In ogni caso, secondo On the Ground News, un canale mediatico noto per nutrire simpatie per le forze “ribelli”, non ci sarebbero più civili ad Aleppo est.

Sparsi ai margini della strada, dozzine di bombole di gas inesplose, bombe artigianali in genere riempite di esplosivo, pezzi di vetro, di metallo, chiodi, e perfino sostanze chimiche. (Foto di Vanessa Beeley)

L'Ex Prigione Centrale di Aleppo
Siamo passati per l'ex Prigione Centrale di Aleppo, dove la coalizione Ahrar al-Sham, il Daesh e altri loro affiliati sostennero un assedio prolungato, tenendo intrappolati all'interno i soldati dell'SSA dall'aprile del 2013 al maggio del 2014. Secondo un articolo rivelatore di Al-Akhbar, scritto dopo la liberazione della prigione da parte di forze SSA che attaccavano dall'esterno, per l'assedio c'erano due motivazioni portanti:
I militanti volevano conseguire due obbiettivi secondari: reclutare alcuni prigionieri dopo averli 'liberati', e avvantaggiarsi della posizione strategica del complesso. Questo in aggiunta all'obbiettivo principale, quello di liberare dozzine di detenuti islamisti, la maggioranza dei quali (per la precisione 61) appartengono a Jund al-Sham.”

Questo è un altro fatto mai menzionato dai media, impegnati a pestare i tamburi di guerra allineati e coperti col Dipartimento di Stato per perpetuare l'agenda dei vari “Assad se ne deve andare,” “No fly zone” e “Intervento di terra.” Per tutta la Siria i cosiddetti “ribelli moderati” hanno liberato dei carcerati – stupratori condannati, assassini e altri criminali incalliti – allo scopo di rimpolpare i ranghi della loro armata di terroristi.

La prima immagine di al-Ramouseh, un sobborgo di Aleppo sud-est. Il fumo proviene da un pozzo di bitume in fiamme dopo un bombardamento terroristico di tre o quattro giorni prima. (Foto di Vanessa Beeley)

L'Arrivo ad Aleppo
Siamo entrati ad Aleppo attraverso lo Sheikh Maqsoud, un quartiere controllato dai curdi che ha subito duri attacchi da parte delle bande di terroristi che lo circondano, inclusi il Free Syrian Army e il Fronte Nusra. La devastazione del quartiere era sconvolgente, come lo è stata in ogni cittadina, città o villaggio che sia stata colpita dai “cannoni infernali” dei terroristi sostenuti dalla NATO, e da tutta una varietà di razzi, proiettili esplosivi e missili lanciati da dispositivi in parte rudimentali, in parte più sofisticati, forniti dagli Stati Uniti.
Eppure queste armi da lancio, bombole di gas, scaldabagni e qualsiasi altro contenitore disponibile che venga stipato di esplosivi e materiali mirati allo smembramento di corpi umani, raramente meritano attenzione o addirittura cenno da parte dei maggiori mezzi di informazione. L'anonimo siriano, il cui racconto ho pubblicato sul mio blog, riferisco anche questo:
I terroristi usano mortai, proiettili esplosivi, bombe fatte con bombole di gas da cucina e scaldabagni, riempiti di esplosivo e chiodi e pezzi di metallo, per quelli che chiamano “cannoni infernali”. (Fate una ricerca su Google o su YouTube. Una bombola di gas, fatta di acciaio, che pesa circa 25 chili. Immaginatela lanciata da un cannone contro dei civili, immaginatela piena di esplosivo!”

Il dott. Mohammed Jassim, medico volontario, ha detto di recente all'agenzia RT:
Il febbraio e l'aprile del 2016 sono stati i periodi peggiori per Sheikh Maqsoud, ci sono stati migliaia di attacchi, con tantissimi tipi di munizioni, e secondo i miei calcoli abbiamo avuto circa 800 tra morti e feriti tra i civili, e il quartiere è stato semidistrutto.”

Il 20 aprile, il Colonnello statunitense Steve Warren, portavoce della Operation Inherente Resolve, la campagna degli USA contro il Daesh in Iraq e Siria, ha aggiornato i giornalisti presenti al Pentagono in videoconferenza da Bagdad. Ha ammesso che, in quel momento, “Aleppo è principalmente in mano ad al-Nusra.”
Quando siamo entrati a Sheikh Maqsoud c'era tensione nell'aria. L'area è controllata dai curdi, ma ci è stato detto di non fare fotografie in vicinanza dei posti di controllo gestiti da loro.

L'estensione della distruzione inflitta, da parte dei “ribelli moderati” sostenuti dagli Stati Uniti, allo Sheikh Maqsoud controllato dai curdi, e le tracce della battaglia per la sua liberazione sono evidenziate dallo stato delle infrastrutture. (Foto di Vanessa Beeley)

I Bambini Come Armi da Guerra
Tra gli attacchi dei terroristi e i quotidiani massacri di civili siriani da parte dei “ribelli moderati” sostenuti dall'Occidente, i bambini feriti e mutilati che ne risultano sono quasi del tutto invisibili agli occhi dei principali media. Questi media, tuttavia, rilanciano storie come quella di Omran Daqneesh – storie che servono a sostenere e diffondere il punto di vista della NATO, a dispetto dalle fonti sospette da cui provengono.
Se i media occidentali sono davvero preoccupati per i bambini vittime della guerra, dov'era la loro indignazione a luglio, quando Harakat al-Nour al-Zenki, un gruppo terrorista sostenuto dagli Stati Uniti, ha decapitato un palestinese di dodici anni, di nome Abdullah Issa [2]?
Come mai il Dipartimento di Stato ha avuto tanta difficoltà a condannare senza se e senza ma questo orrendo crimine ai danni di una bambino, mentre un altro evento del genere è stato immediatamente descritto dal medesimo Dipartimento di Stato come “il vero volto di ciò che sta accadendo in Siria”?
Il Guardian cita John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato:
Quel ragazzino non ha mai vissuto un momento nella vita che non fosse guerra, distruzione, povertà nel suo stesso paese.”
Secondo il Guardian, Kirby continua suggerendo che “il caso di Omran dovrebbe essere di sprone ai tentativi per una larga cessazione delle ostilità.” Non si avverte alcun bisogno di fare un'indagine prima di lanciare quest'immagine nel meccanismo propagandistico designato per far risuonare le corde del cuore.
La brutale decapitazione di Abdullah non ha suscitato richiami alla cessazione delle ostilità da parte dell'Harakat al-Nour al-Zenki o un impegno da parte del Dipartimento di Stato a smettere di armare e fiancheggiare i suoi assassini “moderati.”
Il video della brutale decapitazione di Abdullah ha portato gli Stati Uniti a meditare “una pausa nell'assistenza” ai suoi assassini; il video di Omran, coperto di polvere e sangue, ha suscitato una schiera di chiamate alle armi, inclusa una “no-fly zone”, interventi militari, maggiori restrizioni agli aiuti umanitari e ancora più sanzioni.
È importante sapere da dove nasce la storia di Omran Daqneesh. È stata lanciata dal succitato Aleppo Media Center e dal “fotogiornalista” Mahmoud Raslan (il nome talvolta viene scritto Rslan), che è stato identificato come il militante presente nella foto qui di seguito, presa tra i membri dell'Harakat al-Nour al-Zenki che hanno decapitato Abdullah Issa.

Immagine a sinistra: Mahmoud Raslan (in blu, in basso a sinistra) che si fa un selfie insieme a due degli uomini (immagine a destra – Foto da The Canary) che hanno torturato Abdullah Issa. (Foto di Mahmoud Raslan)

La storia di Omran Daqneesh proviene da due fonti fortemente discutibili – e nel caso di Raslan, possibilmente criminali – eppure è stata ritenuta credibile e degna di una diffusione di massa dai media occidentali.
In un commento per teleSUR del 31 agosto, Tim Anderson, docente e scrittore australiano, sottolineava le differenze nel trattamento riservato dai media a Omran e Abdullah:
Le immagini del piccolo Omran, diffuse da gruppi che sostengono i jihadisti, ha ottenuto vastissima attenzione da parte dei media occidentali, che hanno fiancheggiato le bande fondamentaliste per più di cinque anni di feroce guerra terroristica. Dall'altro lato, il video dell'omicidio del piccolo Abdallah è stato per lo più ignorato, o respinto dichiarando che il ragazzo in realtà aveva 18 anni, oppure era una spia per la milizia palestinese pro-siriana Liwa al-Quds.”

Quel che è più inquietante nel paragone tra queste due storie, è il cinico abuso e l'uso dei bambini come armi che viene praticato dalla macchina mediatica allineata alla NATO. Si tratta dell'uso premeditato di un bambino come strumento psicologico per promuovere e legittimare la guerra, mentre la tortura e l'esecuzione a sangue freddo di un altro bambino viene minimizzata per proteggere gli agenti degli Stati Uniti che perpetuano quella medesima guerra.

Aleppo
Inoltratici nei sobborghi di Aleppo, i danni sembravano meno gravi. Una patina di normalità attenuava il terrore che questa città affronta ogni giorno quando viene attaccata dai gruppi di insorti accampati ai suoi confini, i confini di un rifugio dall'estremismo salafita e dalla minaccia della pulizia etnica, particolarmente temuta dalle minoranze religiose presenti nella Aleppo occidentale sotto controllo governativo.

Un mercato in piena attività ad Aleppo ovest. (Foto di Vanessa Beeley)

Il dott. Nabil Antaki è uno dei 4.160 medici che operano ad Aleppo ovest, quasi del tutto ignorati dai media allineati con la NATO. Egli afferma che le minoranze, come quelle dei musulmani sciti e dei cristiani, inorridivano all'idea che l'SSA venisse scacciato dai vari gruppi terroristici di cui sopra, perché questo avrebbe portato a una situazione simile a quella di Mosul in Iraq, dove queste comunità rischiano il massacro.
Queste minoranze, secondo il dott. Antaki, hanno approntato piani di emergenza per abbandonare la città, nel tentativo di proteggersi dalle orde terroristiche, nel caso che queste riescano a sfondare le difese dell'esercito siriano.

Aleppo ovest al crepuscolo. (Foto di Vanessa Beeley)

Lasciamo Sheikh Maqsoud per i sobborghi di Aleppo ovest. (Foto di Vanessa Beeley)

Una Visita a Bani Zaid

I resti di una barricata per cecchini dei “ribelli moderati” a Bani Zaid. (Foto di Vanessa Beeley)

Bani Zaid, una cittadina nella parte settentrionale della provincia di Aleppo, è stata liberata dall'SSA a luglio, appena qualche settimana prima del nostro arrivo ad Aleppo. Prima della liberazione, l'abitato veniva usato come base di lancio per i letali missili dei “cannoni infernali” verso le aree residenziali di Aleppo ovest, per cui si è trattato di un evento abbondantemente celebrato dal popolo siriano.
Le informazioni sulla liberazione erano incomplete, ma ci dissero che una volta che l'SSA aveva preso d'assedio la zona le salve d'artiglieria e i bombardamenti aerei sono durati per una settimana.
Ci hanno anche riferito che a Bani Zaid erano dislocati molti combattenti del Fronte Nusra e della 16a divisione del Free Syrian Army. L'SSA ha scavato gallerie che giungevano fino a pochi metri dalle posizioni dei combattenti, ingaggiando poi un violento combattimento ravvicinato coi terroristi, durato cinque giorni, fino al completamento della liberazione, con conseguente resa o fuga dei militanti.
Al nostro passaggio, le operazioni di sminamento a Bani Zaid erano ancora in corso, perciò non siamo stati in grado di allontanarci delle vie principali o entrare negli edifici o nelle postazioni di cecchini, fatte di fusti di metallo, che appaiono a intervalli lungo le strade. La maggior parte dei “cannoni infernali” dei terroristi è stata distrutta dall'SSA e dai suoi alleati, una volta liberata l'area.

Un riparo antiaereo, oppure nido di cecchini, creato dai terroristi a Bani Zaid. (Foto di Vanessa Beeley)

Lungo le strade principali di Bani Zaid. (Foto di Vanessa Beeley)

Abbiamo incontrato qualche soldato dell'SSA e qualche volontario civile che preferivano accamparsi all'interno della città liberata per tenere d'occhio le case e le strade spopolate.

Ihab ha tre figli, che combattono tutti nell'esercito siriano. (Foto di Vanessa Beeley)

Ihab, membro di un gruppo di volontari siriani chiamati National Defense Forces, ha tre figli, che combattono tutti nell'SAA. Uno dei suoi fratelli è già stato ucciso mentre combatteva l'invasione (su mandato NATO) della Siria.
Uno dei suoi tre figli stava combattendo dall'interno dell'accademia militare dell'SSA vicino a al-Ramouseh, mentre un altro faceva lo stesso all'esterno.
Al-Ramouseh è una delle zone di Aleppo contese più aspramente. La liberazione di quest'area da parte dell'SSA comporterebbe l'apertura di un altro corridoio verso Damasco dall'Aleppo meridionale, per qualche tempo sotto il controllo di diverse fazioni di “ribelli moderati”.
Ahmed, un altro volontario civile, ha scelto di insediarsi in una casa bombardata da dove può proteggere Bani Zaid dalle incursioni terroristiche. È vissuto in queste condizioni sin dalla liberazione perché, ci dice, “è mio dovere proteggere il mio paese.”
Ha reso l'ambiente il più confortevole possibile e ottiene un minimo di sostentamento vendendo sigarette ai soldati.
Nel corso di questo breve giro per Bani Zaid abbiamo anche visto i resti dell'edificio che veniva utilizzato dalla 16a divisione del Free Syrian Army, sostenuto ed equipaggiato dagli Stati Uniti. La formazione era comandata dai fratelli Yousef e Khaled Hayani. Khaled è stato ucciso dagli attacchi aerei; Yousef è sopravvissuto.

Ahmed vive in una casa bombardata, per proteggere Bani Zaid dalle incursioni dei terroristi. (Foto di Vanessa Beeley)

La 16a divisione è stata responsabile di parecchi degli attacchi missilistici verso le aree residenziali di Aleppo controllate dal governo siriano e verso lo Sheikh Maqsoud controllato dai curdi. Questi massacri e attacchi brutali vengono di regola ignorati dai media schierati con la NATO, e anche dalla rete di ONG finanziate dall'Occidente, che dominano la pubblica opinione con reportage falsificati e resoconti infondati sempre in sincronia cogli obbiettivi dei membri della NATO in Siria, incluso il “cambio di regime.”

I resti del quartier generale della 16a divisione del Free Syrian Army. Ci è stato detto di muoverci con cautela, essendoci il rischio di imbattersi in ordigni esplosivi che i terroristi lasciano dietro di sé quando abbandonano una zona occupata per lungo tempo. (Foto di Vanessa Beeley)

Fine Prima Parte

Nella seconda parte del reportage, Vanessa Beeley racconta dei singoli individui e gruppi che lavorano davvero per il bene dei cittadini siriani e del loro paese.


note del traduttore
[1] La mitragliatrice PKM è un'arma di produzione russa, ma probabilmente qui viene usata una descrizione generica, dato che varianti di questo modello vengono prodotte (tra gli altri) da Polonia, Romania e Ungheria. Del resto, anche la prima voce della lista (Ak-47) può riferirsi a una delle innumerevoli varianti di un modello ormai fuori produzione da decenni (per quel che riguarda la fabbrica di Kalashnikov): potrebbe essere cinese quanto albanese, ma le varianti statunitensi sono anch'esse parecchie. Analogo discorso per la Dshk. i lanciarazzi ecc.

[2] La differenza sarebbe che il giovane palestinese era un combattente, e quindi non vale come “vittima”. Vedi più oltre il commento di Tim Anderson.
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