lunedì 2 maggio 2016

La mia Europa



di Tonino D’Orazio 

Non esiste maggiore satira di questo titolo. Questa Europa è un disastro totale. Politico, culturale e sociale. Ha perso qualsiasi idealità. Concetto preciso per qualificare governanti e banchieri e partiti che comandano e rappresenterebbero il “meglio” che avanza.
La baracca, costruita sull’egoismo dell’euro si sta sfasciando, pezzo per pezzo. Ci sono paesi che vorrebbero scappare ma non possono, o comunque non possono essere quelli molto asserviti a farlo. Altri lo stanno decidendo a pezzettini, tirando la corda delle regole un po’ di qua, un po’ di là. Non ubbidisce più nessuno alle regole, eccetto quelle pregnanti della Bce, sine qua non. L’immigrazione clandestina o meno ha finito per sgretolare il bunker neoliberista. Come diceva qualcuno: l’Unione imploderà dall’interno, a causa delle sue contraddizioni.
Le barriere, i muri e i fili spinati. Mi ricorda il vituperato muro di Berlino o quello attuale di Gerusalemme, che ridiventano oggi il futuro condiviso. Lo schieramento dell’esercito ad ogni frontiera, gli uni contro gli altri. Le offese che si mandano i leader politici tra di loro e per i loro paesi. (ieri, Il leader nazionalista austriaco Hofer sfida Renzi: “non fa paura, è un incapace, non difende l’Italia”). Chi urla di più sono quelli che spingono sempre più a destra il proprio paese. Una xenofobia dormiente è riesplosa. I vari nazionalisti, sempre a nord, crescono sulle macerie culturali di un rigurgito e una subcultura razzisti mai sopiti. Dovrebbe essere questa la Comunità europea? No, è solo l'Unione.
I paesi dell’est, ex Unione Sovietica, non si “trovano bene” con le regole dettate dalla Germania. Sono stati incamerati di forza. I ricordi popolari stratificati sono duri da morire. Scalpitano più degli altri perché rinati sull’orgoglio nazionale e l’Unione e la Nato sono diventati solamente una opportunità salariale purché rivendicativa verso la Russia. Sono il costoso fronte armato est dell’Unione. Solo per questo avranno sussidi immensi, a perdere. Persino Trump se n’è accorto. Non hanno ancora una struttura imprenditoriale e industriale e sono i nostri, dell’altra Europa, che si vanno a prendere tutti i contributi. Nuove colonie per lo “spazio vitale” non solo della Germania.
Alcuni fanno referendum contro gli altri (Olanda-Ukraina), altri ne fanno per uscire da questa Unione che in effetti non è Comunità, come il prossimo Brexit britannico, che, comunque andrà, rappresenta una grave sconfitta. Il referendum greco non è servito a niente; i greci sono stati ben imbrogliati. Gli Irlandesi sono stati obbligati a ripeterlo per ben tre volte per accettare Maastrict e il trattato di Lisbona (2007), fino ad un “sì” a questo matrimonio che non “s’aveva da fare”. Trattato rifiutato dalla Francia e dalla Olanda con referendum, ma sottilmente messo in opera sin dal 2009, facendolo passare per una Costituzione, a durata illimitata (art.53), per sempre. Non hanno optato per la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione” sia la Gran Bretagna che la Polonia e la Repubblica Ceca.
La Polonia, in mano a una destra che non si sa come definire, ha deciso, malgrado le “minacce” della Commissione (sempre non eletta da nessuno), di non entrare nel giogo dell’euro. Hanno sotto gli occhi i risultati e permane una storica diffidenza verso la Germania, infatti quest’ultima si è subito violentemente ripiccata. Gli accordi della Commissione voluti dagli statunitensi  con i nazi-fascisti dell’Ukraina in testa di ponte, trascina tutta l’Unione ad auto lesive sanzioni, culturali ed economiche, alla Russia, chiudendo l’Unione su se stessa, e spingendo più ad est un grande paese europeo. Unione che, malgrado non minacciata, istituisce un muro di frontiera formato da basi missilistiche atomiche per conto terzi.
Abbiamo davanti a noi gli accordi amorali e illegali, pagati in euro, con un altro nazifascista, il turco Erdogan, dittatore della Turchia, in merito alla situazione dei rifugiati, che aboliscono gli accordi internazionali. Abbiamo la presenza dei vari paesi dell’Unione in tutte le guerre neocoloniali nel Medio Oriente e nel nord Africa. Una Comunità che, uscita dalla guerra disastrosa e micidiale, aveva nei suoi principi fondatori e ideali la pace e lo sviluppo. L’Unione è la più grande fornitrice di armi nel mondo, anche se ogni membro per conto suo, se non contro gli altri.
Per quanto riguarda lo sviluppo, possiamo dire che fino all’introduzione dell’euro la Comunità si manteneva, pur con difficoltà varie, costante ed equilibrata. La Comunità Europea era ancora modello di cooperazione e stato sociale unico. Il meccanismo bancario dell’euro ha creato, prima di definirne i disastri sociali ed economici, l’introduzione di una vera “guerra economica”, di volgare competizione tra gli stati che la compongono, e un vero massacro della classe lavoratrice. Tutti sono contro tutti, fino ad innalzare nuovamente pericolose e reticolate frontiere nazionali contro gli esseri umani, anche dell’Unione, ma non per le merci che godono di requisiti privilegiati. Abolendo di fatto il Titolo IV del Trattato, a convenienza.
I disoccupati nell'Unione europea, ufficialmente dati Eurostat, sono ormai più di 26 milioni, di cui 19 milioni nella sola zona euro. I tassi di disoccupazione più bassi (2015) sono stati registrati in Austria (4,8%), Germania (5,4%), Lussemburgo (5,5%) e Paesi Bassi (6, 2%). I più alti in Grecia (26,4%), Spagna (26,3%) e Portogallo (17,5%). La Francia raggiunge il suo massimo storico, 10,8%, mentre l'Italia si attesta ufficialmente al 11,6%. Vi sono poi In totale altri 18 milioni di "sottoccupati", cioè 8,8 milioni che non cercano più lavoro e altri 9,2 milioni di occupati in “opportunità di vita” di part-time. La disoccupazione giovanile ha raggiunto il 23,1% a fine 2014 e continua a crescere. Il dato più elevato è quello spagnolo (51,4%), poco sopra quello greco (50,6%). Valori superiori al 40% si registrano anche in Portogallo, Croazia e Italia. Persino Eurostat preferisce ormai fare statistiche sugli “occupati” e non sui “disoccupati”. Fa più bon ton e le differenze potete farle da soli.
In realtà la situazione è diventata  una guerra sociale contro i lavoratori dei paesi del sud Europa (e dell’est), dimostrata dall’abolizione, già in atto in alcuni paesi del nord, in deroga al Trattato, della tutela dei diritti sociali non prima di 5 anni di permanenza lavorativa. In pratica si paga tutto e non si ottiene niente per 5 anni. Un lavoro al nero con lo stato come committente, perché oggi la ricerca di un lavoro nell’ambito dell’Unione e della sua libera circolazione può anche essere definito “turismo sociale” per i propri cittadini. In un silenzio assordante della Confederazione Europea dei Sindacati (CES). In questa Unione probabilmente non bastano più i comunicati.
Una Unione in cui manca, dopo tutte le peggiori deforme dei mercati del lavoro capeggiate tra l’altro anche dai cosiddetti partiti socialisti europei, solo l’abolizione del diritto di sciopero, il risarcimento in tal caso delle perdite finanziarie delle aziende, e magari l’abolizione dei referendum popolari. A che serve tutta questa democrazia!
Eurostat ha pubblicato i dati su povertà ed esclusione sociale in Europa nel 2013, secondo cui le persone coinvolte i processi di esclusione e impoverimento sono state circa 122,6 milioni, pari al 24,5% della popolazione dell’Unione Europea. Nel 2010, erano 79 milioni gli europei sotto la soglia di povertà. In Europa ci sono 342 miliardari, con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro, e 123 milioni di persone , quasi un quarto della popolazione, in povertà e esclusione sociale. È quanto emerge dal nuovo rapporto 2015 sulla disuguaglianza, lanciato da Oxfam. Abbiamo partecipato stupidamente a credere e a creare tutto questo.
Questa è l’Europa alla quale mi si chiede insistentemente di aderire con il cuore e non con il cervello, e a volte spero proprio che qualcuno rompi questo giocattolo disastroso, al fine di riprendere un cammino più convenevole e meno disumano, magari con il concetto fondatore di “benessere” e uguaglianza per tutti. Sarà sempre più difficile far credere che viviamo nel “migliore mondo” possibile.
Non è la sconfitta de “la mia Africa” è solo questo disastro: “la mia Europa”.

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