domenica 24 aprile 2016

Le ragioni nascoste della Guerra all'Iraq

 di Robert Parry (da Consortiumnews)
 
Dieci anni dopo che il presidente George W. Bush ordinò, senza che ci fosse stata alcuna provocazione, l'invasione dell'Iraq, resta ancora il mistero del perché. C'era la spiegazione, rifilata nel 2002-2003 a un popolo americano pieno di paura, di un Saddam Hussein che si preparava a un attacco con armi di distruzione di massa, ma nessuno di quelli in posizioni di potere ci credeva davvero.
C'erano altre spiegazioni plausibili: George Bush il Giovane voleva vendicare un supposto affronto contro George Bush il Vecchio, e al contempo surclassare il padre nella veste di “presidente di guerra”; il vicepresidente Cheney aveva messo gli occhi sulle ricchezze petrolifere dell'Iraq; e, infine, il Partito Repubblicano vedeva l'opportunità di creare una “maggioranza permanente” a seguito di una gloriosa vittoria in Medio Oriente.
Per quanto i sostenitori di George W. Bush negassero energicamente di essere motivati da ragionamenti tanto volgari, simili spiegazioni sembravano quelle più vicine alla verità. Tuttavia, dietro il desiderio di conquistare l'Iraq c'era un'ulteriore forza trainante: la credenza dei neoconservatori che quella conquista sarebbe stata il primo passo verso l'instaurazione di regimi compiacenti (con gli USA) in tutto il Medio Oriente, permettendo a Israele di imporre ai suoi vicini condizioni di pace non negoziabili.
Queste motivazioni sono state spesso imbellettate col concetto di “democratizzazione” del Medio Oriente, ma l'idea assomigliava di più a una forma di “neocolonialismo”, in cui proconsoli americani avrebbero assicurato che leader designati, come Ahmed Chalabi dell'Iraqi National Congress, acquisissero il controllo di quei paesi, allineandoli agli interessi degli Stati Uniti e Israele.
Alcuni analisti fanno risalire quest'idea al Project for the New American Century, documento neocon dei tardi anni 90, che auspicava un “cambio di regime” in Iraq. Ma le sue origini risalgono due eventi determinanti dei primi anni 90.
Il primo di questi momenti cruciali venne nel 1990-91, quando il presidente George H. W. Bush sfoggiò un progresso tecnologico dell'apparato militare statunitense senza precedenti. Quasi dal momento in cui Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, il dittatore iracheno comincio a manifestare la volontà di ritirarsi, avendo dato una lezione di politica di potenza all'arrogante famiglia al-Sabah (regnante in Kuwait).
Ma l'amministrazione di Bush il Vecchio non aveva intenzione di negoziare una soluzione pacifica all'invasione del Kuwait. Invece di permettere a Hussein di ritirarsi con ordine, Bush cominciò a esasperarlo, coprendolo di insulti e bloccando ogni strategia di ritiro che gli permettesse di salvare la faccia.
Gli abboccamenti di pace da parte di Hussein, e più tardi da parte del presidente sovietico Mikhail Gorbachev, furono respinti al mittente, intanto che Bush il Vecchio attendeva l'occasione di dar prova delle sbalorditive capacità militari del suo Nuovo Ordine Mondiale. Perfino il comandante statunitense sul campo, il generale Norman Schwartzkopf, propendeva per il piano di Gorbachev di permettere [senza interventi] il ritiro delle forze irachene, ma Bush era determinato ad avere la sua guerra di terra.
Di conseguenza, il piano di Gorbachev venne scartato, e la guerra di terra ebbe inizio con il massacro delle truppe irachene, in gran parte formate da coscritti, falciate e incenerite mentre fuggivano verso l'Iraq. Dopo cento ore, Bush il Vecchio fermò la carneficina. In seguito egli rivelò una componente decisiva delle proprie motivazioni, dichiarando: “Ci siamo sbarazzati della Sindrome del Vietnam una volta per tutte.” [Per i dettagli, vedi, sempre di Robert Parry, Secrecy & Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq]
 

I neocon fanno festa
 

La Washington che conta prese atto di queste nuove realtà e del rinnovato entusiasmo bellico del pubblico. In un numero uscito dopo la guerra, Newsweek dedicò un'intera pagina alle frecce “su e giù” del suo “Conventional Wisdom Watch” [Osservatorio dell'Opinione Corrente]. Bush ottenne una grossa freccia in su, accompagnata dal commento sbarazzino: “Dominatore dei sondaggi. Ammirate le mie percentuali, o Democratici, e disperate [1].”
Invece, per il suo tentativo dell'ultimo minuto di negoziare il ritiro iracheno, Gorbachev ebbe una freccia in giù: “Restituisci il Nobel, Compagno Traditore. PS I tuoi carri armati fanno schifo.” Perfino il Vietnam si prende una freccia in giù: “Dov'è che sta? Dite che anche lì c'è stata una guerra? E chi se ne importa?”
I commentatori neocon, che già spadroneggiavano nel panorama intellettuale di Washington, potevano a malapena porre un limite al loro gaudio con l'unico disappunto, che Bush il vecchio avesse smesso troppo presto col tiro al piccione iracheno, mentre avrebbe dovuto prolungare il massacro fino a Bagdad.
Anche il popolo americano fece entusiasticamente sua quella vittoria asimmetrica, celebrandola con parate trionfali, stelle filanti e fuochi d'artificio in onore degli eroi conquistatori. Il circo di questi cortei della vittoria si prolungo per mesi interi, con centinaia di migliaia a ingorgare Washington, per quella che venne chiamata “la madre di tutte le parate.”
Gli americani comprarono le magliette di Desert Storm a camionate; i bambini vennero lasciati arrampicarsi su carri armati e altro materiale bellico; la festa si concluse con quella che fu chiamata “la madre di tutti gli spettacoli pirotecnici.” Il giorno seguente, il Washington Post immortalò lo spirito del momento col titolo: “Una storia d'amore al centro commerciale – La gente e le macchine di guerra.”
Il comune sentire patriottico si estese all'esercito mediatico di Washington, lieto di levarsi di dosso la soma dell'obbiettività professionale per potersi unire al tripudio nazionale.
Durante il ricevimento annuale del Gridiron Club, occasione in cui stagionati funzionari governativi e giornalisti di spicco fanno comunella per una serata di puro spasso, gli uomini e le donne dei mezzi di informazione applaudirono freneticamente qualunque cosa assomigliasse a una divisa.
Il momento clou della serata fu uno speciale omaggio alle “truppe”: la lettera a casa di un soldato, recitata con il sottofondo di “Ashokan Farewell” di Jay Ungar. Alla musica vennero aggiunti versi creati appositamente in onore di Desert Storm, e i giornalisti-cantanti del Gridiron intervennero al momento del coro: “Through the fog of distant war / Shines the strenght of their devotion / To honor, to duty, / To sweet liberty.” [2]
Tra i convitati del ricevimento c'era il Segretario alla Difesa Cheney, che prese atto di come il corpo giornalistico di Washington si stesse genuflettendo di fronte a un conflitto così popolare. Riferendosi a quell'omaggio, Cheney osservò, non senza meraviglia, “Di solito dalla stampa non ci si aspetta una partecipazione tanto sfrenata.”
Il mese successivo, alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, quando fu annunciato il generale Schwarzkopf giornalisti e ospiti celebri applaudirono entusiasticamente. “Sembrava una première di Hollywood,” commentò un giornalista, riferendosi ai riflettori che mulinavano intorno al comandante.
L'opinionista neocon Charles Krauthammer fece una ramanzina agli scarsi dissidenti che avevano trovato inquietante vedere la stampa strisciare ai piedi di presidente ed esercito. “Scioglietevi un po', ragazzi,” scrisse “Alzate i calici, lanciate in aria il cappello, agitate un pon pon per gli eroi di Desert Storm. Se così vi sembra di vivere a Sparta, fatevi un altro bicchiere.”
 

L'egemonia americana 

Insieme ad altri osservatori, i neocon avevano constatato come la tecnologia avanzata degli USA avesse cambiato la natura del conflitto bellico. Le “bombe intelligenti” annichilivano obbiettivi inermi; il sabotaggio elettronico spezzava la catena di comando nemica; le truppe americane, col loro equipaggiamento sofisticato, sbaragliavano gli iracheni coi loro sbiellati tank di fabbricazione sovietica. L'immagine della guerra si era fatta facile e divertente, con pochissime perdite statunitensi.
In seguito, il collasso dell'Unione Sovietica nel 1991 rimosse l'ultimo ostacolo all'egemonia degli Stati Uniti. L'unico problema che restava, per i neocon, era come ottenere e conservare la presa sulle leve del potere americano. Tuttavia, le suddette leve scapparono loro di mano, quando Bush il Vecchio rivolse i propri favori a consiglieri per la politica estera di atteggiamento “realista”, e quindi con l'elezione di Bill Clinton nel 1992.
Ma nei primi anni 90 i neocon avevano ancora molte carte da giocare, dato il credito guadagnato lavorando nell'amministrazione Reagan e le alleanze stipulate con altri falchi come Cheney. Inoltre i neocon avevano conquistato spazi importanti sulle pagine d'opinione di quotidiani di spicco, come il Washington Post e il Wall Street Journal, e posizioni chiave all'interno dei maggiori think tank di politica estera.
Un altra svolta ebbe luogo nel contesto dell'infatuazione dei neocon per i leader del Likud israeliano. Verso la metà degli anni 90, importanti figure neocon, tra cui Richard Perle e Douglas Feith, lavorarono per la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu, eliminando dal tappeto le vecchie idee di un negoziato di pace coi vicini arabi di Israele.
Piuttosto che affrontare i dispiaceri di un negoziato per una soluzione a due stati del problema palestinese o avere a che fare con la seccatura degli Hezbollah libanesi, i neocon al seguito di Netanyahu decisero che era venuto il momento di un audace cambio di direzione, che delinearono nel 1996 in uno studio strategico dal titolo A Clean Break: A New Stategy for Securing the Realm [Un Taglio Netto: Una Nuova Strategia per la Sicurezza Del Territorio][3].
Il documento sosteneva l'idea che soltanto un “cambiamento di regime” nei paesi musulmani ostili avrebbe potuto ottenere il necessario “taglio netto” allo stallo diplomatico seguito agli inconcludenti colloqui di pace israelo-palestinesi. Operando questo “taglio netto”, Israele non avrebbe più cercato la pace tramite il compromesso, ma piuttosto attraverso lo scontro, includendo anche la rimozione violenta di leader come Saddam Hussein, sostenitori dei nemici ai confini di Israele.
Il piano definiva la cacciata di Hussein “un importante e legittimo obbiettivo strategico di Israele,” che inoltre avrebbe destabilizzato la dinastia Assad in Siria, facendo carambolare le tessere del domino fino in Libano, dove Hezbollah si sarebbe presto ritrovato senza il loro insostituibile alleato siriano. Anche l'Iran si sarebbe potuto trovare nel mirino del “cambio di regime.”


L'assistenza americana
 

Ma per il “taglio netto” era necessaria la potenza militare degli Stati Uniti, perché obbiettivi come l'Iraq erano troppo distanti o troppo forti per essere sconfitti dal pur efficientissimo esercito israeliano. Un passo così arrischiato avrebbe avuto per Israele un prezzo spropositato, in costi economici e di vite umane.
Nel 1998 il pensatoio neocon fece fare al piano del “taglio netto” un ulteriore passo avanti, creando il Project for the New American Century, che cominciò a premere su Clinton perché si impegnasse nella defenestrazione di Saddam Hussein.
Tuttavia, Clinton si spinse solo fino a un certo punto, mantenendo un embargo durissimo contro l'Iraq e una “no-fly zone” che comportava periodici bombardamenti da parte dell'aviazione statunitense. Al momento, quindi, sia con Clinton sia col suo supposto successore, AL Gore, un'invasione in piena regola dell'Iraq sembrava fuori questione.
Il primo maggiore ostacolo politico venne rimosso quando i neocon, nelle elezioni del 2000, contribuirono ad architettare l'ascesa di George W. Bush alla presidenza. Tuttavia, la strada non si sgombrò del tutto finché i terroristi di al-Qaeda non attaccarono New York e Washington l'11 settembre 2001, lasciandosi dietro, in tutta America, un clima favorevole a guerra e vendetta.
Naturalmente, Bush il Giovane doveva attaccare per primo l'Afghanista, dove al-Qaeda aveva la sua base principale, ma subito dopo si rivolse verso il bersaglio bramato dai neocon, l'Iraq. Oltre a essere la patria del già demonizzato Saddam Hussein, l'Iraq offriva altri vantaggi strategici. Non era densamente popolato come altri suoi vicini, ed era posizionato grosso modo tra Iran e Siria, altri obbiettivi di punta.
In quegli esaltanti giorni del 2002-2003, una battuta spiritosa dei neocon poneva il quesito di cosa fare dopo aver cacciato Saddam Hussein dall'Iraq, se andare a est, verso l'Iran, o a ovest, verso la Siria. La battuta finiva così: “I veri uomini vanno a Teheran.”
Ma prima bisognava sconfiggere l'Iraq, mentre il piano di ristrutturazione del Medio Oriente per renderlo prono agli interessi di Stati Uniti e Israele doveva tenere un profilo basso, in parte per l'eventuale scetticismo dell'americano medio, e in parte perché gli esperti avrebbero potuto mettere in guardia sui pericoli di una strategia imperiale che gli USA non avrebbero potuto permettersi.
Così Bush il Giovane, il vice presidente Cheney e i loro consiglieri neocon picchiarono sul tasto dolente nell'animo degli americani, ancora terrorizzati dall'orrore dell'11 settembre. Ci si inventò che Saddam Hussein era in possesso di riserve di armi di distruzione di massa che era pronto a fornire ad al-Qaeda, permettendo ai terroristi di recare danni ancora maggiori agli Stati Uniti.
 

Far imbizzarrire l'America

I neocon, alcuni dei quali cresciuti in in famiglie di sinistrorsi trotskisti, si vedevano come una sorta di “avanguardia” politica che usasse tecniche “agit-prop” per manipolare il “proletariato” americano. Lo spauracchio delle armi di distruzione di massa venne visto come il sistema migliore per scatenare il panico nel gregge americano. A cose fatte, così ragionavano i neocon, la vittoria militare in Iraq avrebbe consolidato il sostegno popolare per la guerra e avrebbe permesso l'attuazione delle fasi successive, i “cambi di regime” in Iran e Siria.
All'inizio il piano sembrò funzionare, visto che l'esercito degli Stati Uniti incalzò e sopraffece l'esercito iracheno e conquistò Bagdad in tre settimane. Bush il Giovane festeggiò presentandosi sulla USS Abraham Lincoln con tanto di giubbotto da pilota, declamando il suo discorso sotto uno striscione che dichiarava “Missione Compiuta.”
E tuttavia, nel piano qualcosa cominciò ad andar storto quando il proconsole neocon Paul Bremer, perseguendo un modello di regime neocon, si sbarazzò di tutte le infrastrutture di governo irachene, smantellò quasi del tutto lo stato sociale e sciolse l'esercito. In più, il leader favorito dai neocon, l'esule Ahmed Chalabi, si rivelò privo di qualsiasi sostegno da parte del popolo iracheno.
Fece la sua apparizione una resistenza armata, che utilizzava armi a bassa tecnologia come gli “improvised explosive devices” [ordigni esploisivi improvvisati]. Ben presto, non solo c'erano migliaia di morti tra i soldati americani, ma l'Iraq veniva lacerato dalle antiche rivalità settarie tra scitti e sunniti. Ne derivarono orribili scene di caos e violenza.
Invece di acquistare popolarità tra gli americani, la guerra cominciò a perdere consensi, recando vantaggi elettorali ai Democratici nel 2006. I neocon si barcamenarono per mantenere la loro influenza promuovendo, nel 2007, un fittizio ma vittorioso “surge” [balzo], apparentemente efficace nel trasformare in trionfo un'imminente sconfitta. Ma la verità era che il “surge” aveva solo rimandato l'inevitabile fallimento dell'impresa statunitense.
Con l'allontanamento di George W. Bush nel 2009, e l'arrivo di Barack Obama, anche i neocon arretrarono. All'interno dell'esecutivo la loro influenza declinò, anche se continuavano a mantenere forti posizioni nei think tank di Washington e sulle pagine di opinione di media nazionali importanti come il Washington Post.
I recenti sviluppi nella regione mediorientale hanno creato nei neocon nuove speranze per i loro vecchi progetti. La Primavera Araba del 2011 ha portato a sommovimenti sociali in Siria, dove la dinastia di Assad, sostenuta da non-sunniti, ha conosciuto l'assalto da un insurrezione a guida sunnita, che annoverava tra le sue file qualche riformatore democratico ma anche jihadisti radicali.
Intanto l'Iran subiva dure sanzioni economiche, per via dell'opposizione internazionale al suo programma nucleare. Sebbene il presidente Obama vedesse le sanzioni come un mezzo per costringere l'Iran ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, alcuni neocon fantasticavano su come strumentalizzare le sanzioni in vista di un “cambio di regime.”
Ad ogni modo, la sconfitta nel novembre 2012 di Mitt Romney, favorito dei neocon, da parte di Obama, e lìallontanamento dai vertici della CIA del loro alleato David Petraeus, sono stati un brutto colpo per le aspirazioni neocon alla guida della politica estera statunitense. Oggi sono costretti a cercare il modo di sfruttare la loro tuttora ampia influenza nei circoli politici di Washington, sperando in eventi favorevoli all'estero che spingano Obama ad atteggiamenti più aggressivi nei confronti di Iran e Siria.
Per i neocon resta inoltre cruciale che l'americano medio non rifletta troppo sui retroscena della disastrosa guerra in Iraq, il cui decimo anniversario, per quanto li riguarda, non passerà mai abbastanza presto.
 

note del traduttore
 

[1] La seconda frase è una parafrasi di un verso di Shelley, dal sonetto Ozymandias. Dato il contenuto della poesia, la pesante ironia che ne deriva sarà stata sicuramente involontaria.
[2] Ashokan Farewell è una ballata in stile scozzese, dal carattere melanconico, composta dal musicista statunitense Jay Ungar nel 1982. Negli USA è diventata celebre come parte della colonna sonora di un serial televisivo dedicato alla Guerra Civile, tanto che in molti credono si tratti di un brano tradizionale risalente a quel periodo. Nel serial è anche presente una scena, commentata dalla canzone, in cui un ufficiale scrive una lettera alla moglie, prima della battaglia in cui cadrà sotto il fuoco nemico (si tratta di un personaggio storico, e la sua missiva è un testo famoso)! I versi citati grosso modo significano “Attraverso la nebbia di una lontana guerra / Risplende la luce della loro devozione / verso l'onore, il dovere, / verso la dolce libertà”. Tutto ciò ricorda sinistramente Gli Ultimi Giorni dell'Umanità.
[3] Disponibile in traduzione italiana qui. In questo contesto “realm” non vuol dire “regno”, ma paese, entità territoriale.

[articolo del 20 marzo 2013]
traduzione per Doppiocieco
di Domenico D'Amico

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