sabato 2 aprile 2016

Appunti dall'inferno

di Sebastiano Isaia da Ubu Re


Dopo l’ennesima «strage di innocenti» perpetrata a Pasqua dai talebani nel nome del noto Dio Misericordioso, Giuliano Ferrara ha sbottato contro il Santo Padre della cristianità, reo di aver definito «insensata» quella carneficina. L’insensatezza attribuita dal Papa Progressista all’eccidio di Pasqua in Pakistan è la sola cosa che suona insensata alle capaci orecchie del giornalista di sicuro spessore e di eccezionale peso. E non a torto, a mio più che modesto avviso. 

Scrive Ferrara: «Se le dichiarazioni rivolte da Francesco diventano una regola di prudenza legata allo spirito inter-religioso del dialogo allora vuol dire che non si vuole ammettere che la persecuzione dei cristiani nel mondo è opera del risveglio del fondamentalismo» (Il Foglio). 

Diventa così chiaro che è a partire da una ben diversa prospettiva che chi scrive giudica l’attacco terroristico a Lahore perfettamente sensato, ossia inscritto in una logica comprensibile perché organica alla dimensione del Dominio che sperimentiamo a qualsiasi latitudine di questo pessimo (disumano) mondo. Provo a spiegarlo con il breve scritto che segue.


1. «Quel giovane di origine magrebina prima era una persona normale: lavorava, beveva, fumava, aveva una ragazza, insomma conduceva una vita in tutto simile alla nostra. Poi, improvvisamente, si è radicalizzato». Dalla normalità assicurata dal nostro invidiabile stile di vita (che dovremmo difendere a ogni costo per non darla vinta al nemico: prego, si accomodi!), alla malattia chiamata radicalizzazione. «Quel tizio si è radicalizzato in carcere». «Quando e come si è radicalizzato il vostro vicino di casa?».  «Mia figlia si è radicalizzata dopo un viaggio in Siria. Prima era normale».

Insomma, tutto questo parlare di radicalizzazione, di persone che improvvisamente si “radicalizzano”, mi ha  fatto tornare in mente le storie raccontate dai film e dai romanzi rubricati nel genere horror. Intere comunità o singoli individui vengono sconvolti da una misteriosa malattia in grado di trasformare il più buono dei genitori in uno spietato mostro assetato di sangue umano e affamato di carne umana. Lo stesso discorso vale per figli, bambini compresi. Anzi, i bambini precipitati nell’abisso della radicalizzazione sono i mostri peggiori, perché trovano un particolare piacere nel terrorizzare il prossimo. Il giorno prima la normalità (apparente, perché la Cosa già da tempo travagliava subdolamente il corpo del disgraziato), il giorno dopo la caduta nell’orrore della malattia. 

Perché degli onesti cittadini si sono improvvisamente “radicalizzati”? Esiste un vaccino contro la “radicalizzazione”? Alla fine, del tutto casualmente, l’antidoto si trova; ma non tutte le storie finiscono in gloria. Personalmente preferisco l’esito nefasto, forse perché subisco il fascino nichilista della catastrofe. In qualche film horror, particolari occhiali consentono ai superstiti “sani” di vedere il mostro che si cela sotto i vestiti e sotto la pelle di persone apparentemente normali. Se si vendessero oggi, quegli occhiali andrebbero certamente a ruba: «Io non prendo mai la metropolitana senza i miei occhiali!» «Io, invece, li porto sempre quando vado in pizzeria». Ai “buoni” piace vincere facile.

«Degli uomini dissimulati tra la folla, con la punta degli ombrelli appositamente affilata, perforano delle sacche di plastica piene di uno strano liquido» (H. Murakami, Underground, Einaudi, 2011). E purtroppo gli occhiali di cui sopra non sono stati ancora inventati…


2. Soprattutto due concetti ho cercato di mettere al centro della mia riflessione intorno agli eventi bellici in corso su scala planetaria: l’estrema violenza sistemica del vigente regime sociale mondiale e l’estrema impotenza dei dominati. Inutile dire che questi due concetti rimandano a due realtà fra loro intimamente connesse, a due facce di una sola velenosissima medaglia. Due realtà, beninteso, attestate dal pensiero critico ormai da lungo tempo. Non raramente, anzi piuttosto frequentemente, il pensiero comune – dominante – rimane impigliato nel mutevole manifestarsi dell’essenza delle cose, così da non cogliere il momento centrale del loro essere e del loro divenire: il continuum del Dominio.

Basti riflettere sulle tante sciocchezze che si sono dette e scritte a proposito delle cosiddette “Primavere arabe” per comprendere fino a che punto il pensiero che non ha profondità concettuale né radicalità politica corra continuamente il rischio, per non dire la certezza, di smarrire il reale significato degli eventi, nonostante la pletora di informazioni e di opinioni su cui esso può contare per formulare un giudizio praticamente su ogni cosa e su ogni fatto. 

Appare sempre più evidente come la pletora informativa basata sulla “tecnologia intelligente” non sia che l’altra faccia di una sostanziale incoscienza di massa. Più le macchine diventano “intelligenti” e più cresce la nostra stupidità nei confronti di una società che abbiamo imparato a subire come se fosse un ineluttabile destino. Ovviamente il problema non sta nella tecnologia, né in un loro uso «non intelligente»; come sempre il problema è da ricercarsi «a monte», non «a valle», ossia nel regno degli effetti e dei buoi già scappati da tempo immemore dal recinto.


3. Dopo l’ennesimo bagno di sangue ad opera del terrorismo jihadista ci si interroga con maggiore insistenza che nel recente passato se noi europei dobbiamo considerarci in guerra. In caso di risposta positiva si tratterebbe poi di afferrare la natura di questa guerra, così da mettere in campo contro il nemico risposte efficaci. Il Manifesto titolava qualche giorno fa: «Come in guerra». Adriano Sofri sul Foglio evocava addirittura il concetto di «conflitto universale», e sculacciava da par suo la “pacifista” Europa, la quale «ha cercato di rimpannucciare l’ordine sparsissimo in cui ha affrontato la nuova fase del conflitto universale, quella aperta dall’inizio della guerra civile siriana, che ha ormai superato il lustro, chiamando realismo la propria renitenza alla leva»

Il premier francese Manuel Valls non si è certo fatto sfuggire l’occasione per ripetere la sua filastrocca preferita (pare che anche lo spettro di Carl Schmitt non ne possa più): «Viviamo in uno stato di guerra». E, si sa, quando insiste lo stato di eccezione… Anche Massimo Cacciari – e con lui la maggior parte dei politici e degli opinionisti europei – non ha lesinato certezze: «Siamo in guerra? Questo non è nemmeno da discutere. Se ti dichiarano guerra sei in guerra. Il problema è che non abbiamo davanti l’esercito di Hitler che invade la Polonia, né questo è l’Islam della storia alla conquista della Spagna e dei territori bizantini»

Non ci sono più le belle guerre mondiali di una volta, le quali peraltro contribuivano in modo decisivo a rilanciare economie nazionali ridotte allo stremo da anni di depressione. Siamo immersi in una guerra di nuovo conio, osserva il filosofo veneziano, che tuttavia sarebbe sbagliato combattere solo con lo strumento militare: «Cosa facciamo? Sigilliamo con il filo spinato le banlieue di Parigi e Bruxelles?». E perché non sigillare anche i quartieri “bassi” di Napoli, di Palermo e di Catania, tanto per cominciare? È questo pensiero politicamente scorrettissimo che mi viene in testa se penso alla carica di «odio nichilista» che acceca e anima il sottoproletariato meridionale. E se il virus della radicalizzazione si impossessasse dei loro corpi? «Sigilliamo, sigilliamo!». In effetti, la cosa apparirebbe un po’ eccessiva; d’altra parte lo stato di eccezione rende possibile domani ciò che oggi ci appare inimmaginabile. Ricordo, en passant, che negli anni Trenta del secolo scorso la stessa comunità ebraica tedesca cercò un qualche accomodamento con il regime nazista, in attesa di tempi migliori, fino a quando non fu più materialmente possibile scappare dall’inferno.

Come ne veniamo fuori? «La risalita dal pozzo di barbarie in cui siamo precipitati», scrive Cacciari, «sarà lunga e faticosa. Non ci sono ricette miracolose». Segue il solito elenco di azioni politicamente corrette che, sempre secondo il simpatico intellettuale, i governi europei si rifiutano di implementare per ignavia, per egoismo, per miopia politica, e via di questo passo. È questa inadeguatezza politica e culturale che non consente di dare un senso forte e un fine chiaro alla guerra contro il terrorismo che alligna nelle periferie-ghetto delle nostre città.
Com’è noto il punto di vista di Cacciari è quello di un europeista convinto, il quale invita il popolo europeo ad approfittare della sfida che il «radicalismo islamico» ha lanciato alla «civiltà occidentale» dall’11 Settembre in poi per accelerare e rendere effettivo il processo di formazione degli Stati Uniti d’Europa, la sola prospettiva che, sempre a detta del cultore dell’«utopia europeista», può evitarci un grigio impaludamento nell’irrilevanza politica, economica, culturale. Un esito che certo non toglie il sonno a chi, come chi scrive, si considera ormai da diversi lustri in stato di guerra permanente con la Patria capitalistica comunque declinata: sovranista, europeista, mondialista, decrescista, liberista, statalista.


4. Secondo lo scrittore algerino Boualem Sansal «Dovevamo affrontare il problema del fondamentalismo islamico dieci o vent’anni fa. Ecco quello che accade quando non c’è integrazione: nell’apartheid sociale la criminalità, l’estremismo e l’odio religioso mettono radici. Gli immigrati di seconda e terza generazione sono adulti fragili, prede perfette per i reclutatori, che al contrario sono abili e preparati, sanno individuare il vuoto e sanno come riempirlo. I reclutatori li persuadono che combattere contro l’Occidente dia un senso alla loro vita e anche alla loro morte. Ormai siamo in guerra, e alla guerra è legittimo rispondere con la guerra. La risposta deve essere militare e giudiziaria, anche se certo non bisogna infrangere i limiti morali e legali della democrazia» (La Repubblica). Si tratta di capire dove bisogna fissare «i limiti morali e legali della democrazia» in tempo di «guerra al terrorismo internazionale»: chiediamo lumi agli Stati Uniti d’America?

In miei diversi post ho sostenuto l’idea secondo cui l’intera umanità è ostaggio e vittima del sistema mondiale del terrore, ossia, detto in termini più “tradizionali”, della società capitalistica mondiale. È vero: siamo in guerra. È una guerra per il profitto, per le materie prime, per il Potere comunque concettualizzato (economico, scientifico, tecnologico, ideologico, geopolitico, militare, in una sola parola: sociale), per la sopravvivenza – ad esempio, di vecchi equilibri sociali e geopolitici: è soprattutto il caso del Medio Oriente “allargato” e dell’Africa.
In questa guerra sistemica ognuno combatte con le armi (comprese quelle ideologiche: dai “sacri e inalienabili” diritti dell’uomo agli imperativi categorici a suo tempo stabiliti dal Misericordioso Profeta arabo) e con gli eserciti (compresi diseredati e frustrati d’ogni tipo) di cui può disporre. Il fatto che una persona possa usare il proprio corpo come un vettore per esplosivo non è certo una novità introdotta dai terroristi di “matrice islamica”: il kamikaze non è precisamente un’invenzione degli adoratori di Allah.

In ogni caso c’è chi, come Massimo Fini, non nasconde una certa ammirazione per il kamikaze di stampo Jihadista: «Laggiù in Oriente ci sono uomini che combattono con grande valore contro delle macchine, perché noi usiamo droni e bombardieri. Invece loro quando vengono a fare questi attentati mettono in gioco la loro vita. Il kamikaze ha una sua nobiltà» (Radio 24).

Ma «noi» chi? Noi occidentali, si capisce! «Noi siamo peggio, siamo sotto i terroristi. Noi siamo all’attacco del mondo musulmano, dall’Afghanistan in avanti. Siamo peggio dei terroristi perché siamo molto più ipocriti. Facciamo guerre solo per soldi, per business, una forma di colonialismo occidentale. Solo negli ultimi 15 anni, abbiamo fatto centinaia di migliaia di vittime,  in Iraq da 650 mila a 750 mila. Non posso mettermi a piangere perché qui in Europa questi rispondono e ne fanno 15 o 30, di morti. I morti in Belgio non mi toccano. Quando c’è stata la prima guerra del Golfo coi missili intelligenti e le bombe chirurgiche, i morti civili sono stati 169 mila, di cui 32.190 mila bambini, che non sono meno bambini dei nostri. Anche noi facciamo terrorismo, ma siccome lo facciamo con le macchine, non ci fa impressione. Quando un drone colpisce un obiettivo e fa 150 morti civili che cos’è?».


Se usciamo dalla logica storicamente infondata e politicamente infantile del «noi occidentali e loro musulmani», e ragioniamo dal punto di vista radicalmente anticapitalista, ricaviamo dalle tesi del “bizzarro” intellettuale questa verità: tutti gli attori della guerra sistemica mondiale in corso fanno del terrorismo, sono attori di una stessa rappresentazione. E non c’è dubbio alcuno che la feroce contabilità dei morti depone contro il civilissimo “Occidente”, ossia contro il Capitalismo avanzatissimo che prospera alle nostre latitudini. Ovviamente ciò non induce l’anticapitalista conseguente a nutrire, neanche lontanamente, un solo atomo di simpatia per chi si fa usare dal Potere (comunque declinato e a qualsiasi latitudine) come un ottuso strumento di morte.

I morti in Belgio non toccano i sentimenti di chi ha tolto sostanza umana al Nemico, considerato, come nel caso di Massimo Fini, anche nella sua odiosa veste di singolo cittadino occidentale che in qualche modo si è fatto complice di chi sfrutta e bombarda mezzo mondo senza alcun riguardo per la popolazione civile inerme. Di qui l’insulsa logica del «noi occidentali/crociati e loro arabi/islamici», una logica che non considera nemmeno come ipotesi l’esistenza delle classi sociali, del Capitalismo, dell’Imperialismo – che, non dimentichiamolo, fa capo a Potenze grandi e piccole, “occidentali” e “orientali”. Per me i caduti di Bruxelles sono vittime del Sistema mondiale del terrore, della guerra sistemica planetaria che il Potere sociale ha dichiarato a tutta l’umanità; per Fini invece essi sono vittime di un astratto Occidente, e in parte anche vittime della loro stessa complicità con il «colonialismo occidentale». Mi rendo conto che la coppia amico/nemico declinata nei termici storico-sociali da me proposti possa suonare troppo obsoleta alle orecchie di un «conservatore rivoluzionario» come forse crede di essere il nostro fustigatore della presunzione occidentale.

Nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche (leggi: Stati, Potenze, nazioni, interessi economici, ecc.) non solo appaiono, ma sono nere. Nere come il petrolio, certo, ma non solo.

Per chi si trova da questa parte del fronte, dalla parte nord-occidentale intendo, questo approccio può forse suonare decisamente apologetico nei confronti del «nostro nemico», ma il lettore deve prendere atto  di un fatto che può risultargli sgradevole e incomprensibile: il nemico di chi scrive non è solo il terrorismo di “matrice islamista”, ma, appunto, il Sistema mondiale del terrore globalmente inteso, il quale crea sempre di nuovo fatti e processi che generano violenza, rabbia, odio, competizione, frustrazione, invidia sociale, solitudine, atomizzazione, massificazione, nichilismo e quant’altro.
Una società di tal fatta cosa deve prevedere di raccogliere, tempesta o opere di bene? Purtroppo oggi la tempesta non ha il volto della rivoluzione sociale, e questa è una vera tragedia, è anzi la peculiare tragedia dei nostri tempi, tempi che tuttavia trasudano da tutti i pori la possibilità dell’emancipazione universale degli individui. Lungi dal creare rincuoranti, quanto impotenti, speranze circa il futuro questa possibilità deve aiutarci a comprendere l’enormità della tragedia che ci sequestra nella dimensione del Dominio, deve consentirci di misurare con precisione l’abisso che ci ha inghiottito.

I massacri in Siria e in Africa; gli attentati in Turchia e in Europa; la criminale deportazione di migliaia di profughi in fuga da ogni genere di sventura e trattati cinicamente come informe massa di manovra funzionale alle politiche dei singoli Paesi della civilissima Europa: tutto questo è solo l’aspetto più appariscente di un regime sociale che non può vivere senza creare contraddizioni e problemi d’ogni tipo e natura.
Come ho scritto altre volte, in questo capitalistico mondo si soffre per “troppo” Capitalismo (è il caso del fronte nord-occidentale della guerra) ma anche perché di Capitalismo ce n’è ancora “troppo poco” (è il caso di molti Paesi africani e del Medio Oriente). In ogni caso, c’è molta sofferenza e molta disperazione in giro per il mondo, e nessuno (nemmeno i servizi segreti più esperti!) può sapere in anticipo sui tempi quale strada imboccherà il “disagio sociale”, che tipo di «reclutatori» esso incrocerà. Io, nel mio infinitamente piccolo, mi candido, si capisce; ma la vedo difficile…


6. In Underground Haruki Murakami si sforza di capire, intervistando vittime e carnefici, il significato che per le prime e per i secondi ha avuto l’attentato al sarin verificatosi il 20 marzo 1995, «un lunedì», nella metropolitana di Tokio. Lo scrittore giapponese racconta di essere rimasto particolarmente impressionato dalla lettera di una signora il cui marito aveva perso il lavoro a causa dell’attentato, certo, ma non solo. «L’uomo si stava recando in ufficio, quando per sfortunata coincidenza era rimasto intossicato dal gas. Trasportato privo di sensi all’ospedale, era stato dimesso dopo alcuni giorni, ma per colmo di sventura l’intossicazione gli aveva lasciato dei postumi che non gli permettevano di svolgere il suo lavoro come prima. All’inizio tutti avevano chiuso un occhio, ma col passare del tempo superiori e colleghi avevano incominciato a mostrare irritazione e insofferenza. Incapace di sopportare oltre l’ostilità dell’ambiente, il marito della lettrice aveva finito col dare le dimissioni. […] 
Ecco quanto sono venuto a pensare riguardo alla doppia violenza inferta a quel giovane sfortunato impiegato: suppongo che la distinzione tra ciò che appartiene al mondo della normalità e ciò che non vi appartiene, non significhi più nulla per lui. Probabilmente non riesce a distinguere i due generi di violenza e a considerarli in termini di “estraneità” e di “appartenenza”. Anzi, più ci pensa, più si convince che i due episodi differiscono nella forma esteriore, ma sono in realtà della stessa natura, nascono entrambi da radici sotterranee». Si tratta allora di comprendere la natura di queste maligne radici, per capire se esse possono venir recise.

La violenza dell’inaspettato (?) evento che tanto profondamente colpì la sensibilità di Murakami aveva messo in corto circuito due mondi (quello dalla “normalità” e quello dell’”eccezionalità”) solo apparentemente incomunicabili l’uno con l’atro, ma in realtà intimamente collegati fra loro da mille «radici sotterranee». È il concetto che cerco di esprimere quando spesso scrivo che l’eccezione tradisce la vera natura della “normalità”. Il carattere radicalmente disumano della nostra società unisce in un solo mostruoso abbraccio vittime e carnefici, due aspetti di una sola cattiva realtà. È da questa – impegnativa, lo riconosco – prospettiva che invito il lettore a guardare i casi eccezionali che la cronaca (da quella politica a quella propriamente criminale) non manca mai di regalarci, forse per ricordarci il carattere sempre più precario della nostra esistenza, sempre minacciata da insondabili eventi che sfuggono al nostro controllo: «Nessuno poteva impedire che questo accadesse?» (Murakami).
Controlliamo sofisticatissime macchine spaziali e, a quanto pare, siamo a un passo dal comprendere sul piano “schiettamente scientifico” il mistero della resurrezione di Gesù, ma non riusciamo a controllare le fonti essenziali della nostra vita e non padroneggiamo il significato della nostra esistenza in quanto creature sociali, come esseri che possono vivere solo in una società. Anziché cercare di dare scacco matto a Dio, non faremmo meglio a sbarazzarci del Dominio?

Nel 1956 Guenther Ander sentenziò: L’uomo è antiquato. «Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre più in là, si allontana sempre più da se stesso; si “trascende” sempre di più – e anche se non s’invola in una regione sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale, nel regno dell’ibrido e dell’artificiale». Di qui il concetto di post-umano o trans-umano. Per come la vedo io, l’uomo è ancora una conquista che ci sorride da molto lontano e che rischia di sfuggirci dalle mani definitivamente. Ecco perché quel sorriso di speranza a volte mi appare come un cinico e beffardo ghigno. Anche questo ci dicono le giornate di terrore.


7. Scriveva l’antropologo Alain Bertho riflettendo sugli attentati di Parigi del 2015: «Penso che sia necessario capire che non abbiamo a che fare con un fenomeno settario isolato, e soprattutto che non abbiamo a che fare con una “radicalizzazione dell’islam”, ma piuttosto con un’islamizzazione della rivolta radicale» (Alfa Domenica, 7 giugno 2015 ).
Condivido questa tesi (si tratta poi di chiarire i termini di quella «rivolta»), la quale colpisce al cuore tanto i teorici dello scontro fra le civiltà (Occidente cristiano versus Oriente islamico) quanto gli “illuministi” che auspicano, «quantomeno», la riscoperta «dell’autentico spirito religioso» da parte di tanti giovani di origine araba oggi attratti da una «falsa versione» dell’Islam. Questi tardi “illuministi” non capiscono che di un «autentico Islam» quei giovani “radicalizzati” non sanno proprio che farsene, e che anzi lo rifuggono, come fa il diavolo con l’acqua santa, nella misura in cui esso non entra in sintonia con il loro impellente bisogno di “passare all’atto” nei confronti di un mondo che non comprendono e che odiano profondamente.

Qui è il concetto di miseria sociale che, come si dice, fa premio. Un concetto, si badi bene, da declinarsi “a 360 gradi”, in modo da ricomprendere l’intera esistenza di molti giovani, e non solo la loro immediata condizione economica – cosa che peraltro spiega la “radicalizzazione” dei giovani benestanti di origine araba e non solo: morto il “marxismo” anche il “radicalizzato” occidentale potrebbe vedere nell’Islam preparato in alcune cucine arabe una valida alternativa al vuoto cosmico che lo divora.

«Charlie», continua Bertho, «ha iscritto la sua irriverenza nei confronti dell’islam nella sua postura d’opposizione alle chiese e ai dogmi che impediscono la liberazione della società. Non ha calcolato che in Francia nel ventunesimo secolo, prendersela con l’Islam, significa soprattutto ferire le persone dominate per le quali la religione è un punto d’appoggio per far fronte alla sofferenza sociale». Certo, c’è anche questo aspetto che occorre considerare quando prendiamo in esame il completo fallimento dei cosiddetti valori occidentali di cui i tardo illuministi (la prima volta come tragedia, la seconda…) rappresentano la più evidente manifestazione.
«Quando abbiamo questo in testa, capiamo meglio la potenza soggettiva dei propositi jihadisti. Il solo avvenire proposto è la morte: quella “dei miscredenti, degli ebrei e dei crociati”, come quella dei martiri. […] Il crollo della categoria di futuro di cui abbiamo parlato, e che l’antropologo Arjun Appadurai ha messo al centro de suo ultimo libro The Future as Cultural Fact, è senza dubbio una delle dimensioni dell’ondata di scontri che hanno toccato il mondo intero dall’inizio di questo secolo. […]  Questi scontri possono sfociare su due divenire possibili: la costruzione di una figura durevole della rivolta e della speranza che s’incarna nei movimenti politici organizzati e nelle prospettive istituzionali, o la deriva verso lo sconforto e la violenza minoritaria».
Come si vede, Bertho non prende nemmeno in considerazione la terza possibilità: il farsi soggetto di storia delle classi subalterne e di tutti gli individui che si sentono in guerra contro il nichilismo sociale, ossia contro i rapporti sociali capitalistici. D’altra parte per lui, come per la stragrande maggioranza dei cittadini di questo pianeta, la rivoluzione sociale non ha dato dei frutti particolarmente apprezzabili: vedi la Russia di Stalin e la Cina di Mao. (Su questo punto rimando ai miei scritti dedicati al falso «socialismo reale» stalinista e maoista). E qui giungiamo, per concludere, al punto di partenza di questa breve e disordinatissima riflessione: l’estrema violenza sistemica del vigente regime sociale mondiale e l’estrema impotenza dei dominati.



Foto da "Il Servo" di Joseph Losey
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