domenica 20 marzo 2016

Sapir: 5 tesi sull’euro

Come di consueto, Sapir ha parole sagge sul suo blog in tema di eurocrisi. L’economista francese articola in cinque tesi i modi in cui la moneta unica sta condannando alla miseria un intero continente. Occorre al più presto riconoscere la verità: l’euro è la causa, non la soluzione dei nostri problemi. E l’unico modo di salvare l’Europa è superare questo strumento inadeguato, tornando alle flessibilità valutarie.

di Jacques Sapir da vocidallestero

I problemi posti dall’euro diventano sempre più evidenti con le mobilitazioni e le dimostrazioni di piazza in Francia contro la cosiddetta legge “Labour”. E’ ormai evidente che la basi economiche di questa legge sono imposte dalla nostra partecipazione all’eurozona. Dal momento in cui gli Stati vengono privati della possibilità di regolare la loro situazione economica tramite la svalutazione (o la rivalutazione) del cambio valutario, e in assenza di qualsivoglia sistema di trasferimenti fiscali previsti a priori, gli aggiustamenti possono avvenire solo a spese del fattore lavoro. Questa è l’amara verità, che si evidenzia sempre di più sotto forma della legge “labour”, la cosiddetta legge El Khomri, ossia il nome del Ministro a cui è stato imposto di presentarla, senza avere la possibilità di prendere parte alla sua ideazione. I problemi creati dall’euro possono essere esposti in 5 punti.
  1. L’euro non è una moneta; non corrisponde a un singolo soggetto politico né a una volontà politica basata sulla legittimazione popolare.
L’euro è un sistema che paralizza il commercio tra paesi. E’ un regime di cambi fissi di fatto affine al gold standard. Non ammette alcuna flessibilità. I Paesi non hanno più la possibilità di aggiustare il proprio tasso di cambio, cosa che sarebbe necessaria, considerando le normalissime differenze strutturali tra i paesi interessati, e l’assenza di un budget europeo, ossia di trasferimenti fiscali tra paesi dell’eurozona.
CI sono 2 soluzioni a questo. La prima consiste nell’organizzare massicci trasferimenti fiscali come quelli che esistono all’interno delle economie dei singoli paesi. Per esempio c’è una rilevante eterogeneità tra le diverse regioni francesi, ma esse vengono tenute insieme grazie a trasferimenti fiscali netti di 300 miliardi di euro, mentre i trasferimenti a livello europeo ammontano a meno di 40 miliardi. Dovremmo quindi moltiplicare questi flussi di denaro di 7 o 8 volte, ossia fare un grosso balzo in avanti. Inoltre, questi flussi dovrebbero venire pagati essenzialmente da quei paesi che traggono beneficio dall’euro, proprio come in Francia i flussi di denaro vengono essenzialmente dalla regione di Parigi e della Valle della Senna. Questo non è un problema in Francia, perché siamo tutti Francesi e la redistribuzione tra regioni ci sembra normale, ma quando parliamo di eurozona, significa che tra l’8 e il 10% del PIL tedesco dovrebbe essere prelevato dalla Germania e trasferito a paesi come Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e perfino la Francia. Tuttavia, non possiamo chiedere tanto ai tedeschi. Non è nemmeno questione di sapere se sarebbero d’accordo a farlo. Semplicemente, distruggerebbe la loro economia.
L’altra soluzione consiste nell’organizzare svalutazioni interne competitive. Questà è la via scelta dall’eurozona fin dal 2010. In concreto, significa applicare nel nostro paese la politica suicida che Brüning applicò in Germania tra il 1930 e il 1932. Fu questa politica che pose le basi all’ascesa del Nazismo, non l’iperinflazione. Ed è bene ricordare che essa fu praticata nel nome del salvataggio delle banche tedesche. Queste furono in effetti salvate, ma il prezzo in termini di disoccupazione e miseria sociale fu mostruoso. Queste politiche di svalutazione interna sono esattamente le stesse che vengono ora implementate: un calo nominale dei benefit sociali, sussidi di disoccupazione o pensioni, e un calo nei salari nominali ottenuto attraverso diversi trucchi. Queste politiche mettono i Paesi che le applicano su un sentiero di competizione reciproca profondamente distruttivo per l’economia europea. Per esempio, si sente molto parlare della ripresa spagnola. Non solo ci vorrebbe molta prudenza sull’argomento, ma bisogna anche comprendere che questa ripresa sta avvenendo a spese della Francia e dell’Italia.
Infine, dobbiamo ricordare che la sentenza della Corte di Karlsruhe del 2011, cioè che esistono Popoli europei, ma non esiste alcun “Popolo europeo”, e che è all’interno di un contesto nazionale che si svolgono i processi democratici. In altre parole, la creazione di un sistema federale porrebbe enormi problemi in termini di democrazia.
2. Di conseguenza, l’euro è causa di recessione, sia strutturale sia di breve termine
E’ anche causa di regressione perché, quando si impedisce che gli aggiustamenti avvengano attraverso il tasso di cambio, essi avvengono attraverso la disoccupazione che, deprimendo a sua volta il livello delle attività, produce altra disoccupazione. La votazione del Fiscal Compact da parte del Parlamento francese nell’ottobre 2012 ha congelato questa situazione, privando lo Stato della possibilità di condurre politiche fiscali adeguate. Infatti, come possiamo vedere nelle tabelle suguenti, la crescita dell’eurozona è stata molto minore di quella degli stati dell’UE che non utilizzano l’euro. C’è stato, tra il 2000 e il 2015, un gap di circa l’1% annual, ossia un gap totale del 17% circa sull’intero perodo. Questo è un fatto, e molto significativo.
Tabella 1
Confronto tra la crescita nei paesi dell’eurozona e in 5 altri paesi OCSE

PIL 2015, indicizzato 100= 1999 Crescita media nel periodo 1999-2015 Crescita media nel periodo 1999-2007 Crescita media nel perido 2008-2015 PIL per abitante nel 2015, indicizzato 100=1999 Crescita media del PIL per abitante 2015
Belgio 125,6% 1,43% 2,23% 0,6% 114,1% 0,8%
Finlandia 128,2% 1,56% 3,73% -0,6% 118,0% 1,0%
Francia 122,2% 1,26% 2,11% 0,4% 111,3% 0,7%
Germania 121,5% 1,23% 1,64% 0,8% 122,7% 1,3%
Grecia 104,7% 0,29% 4,07% -3,4% 103,6% 0,2%
Italia 102,9% 0,18% 1,48% -1,1% 97,2% -0,2%
Olanda 121,6% 1,23% 2,28% 0,2% 113,6% 0,8%
Portogallo 106,2% 0,38% 1,52% -0,8% 104,3% 0,3%
Spagna 130,6% 1,68% 3,74% -0,3% 112,4% 0,7%
Totale 9 paesi dell’eurozona 119,1% 1,10% 2,18% 0,0%  
Totala senza la Germania 118,1% 1,05% 2,40% -0,3%  
Canada 142,3% 2,23% 2,80% 1,7% 120,5% 1,2%
Svezia 140,2% 2,14% 3,24% 1,0% 126,4% 1,2%
Regno Unito 134,9% 1,89% 3,00% 0,8% 122,0% 1,1%
USA 137,5% 2,01% 2,65% 1,4% 119,5% 1,2%
Fonte : data base FMI
A questo punto, dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la verità: i Grandi Progetti Europei sono stati il frutto della cooperazione tra paesi, ma non dell’Unione Europea stessa. L’Airbus non è stato creato dall’Europa. E’ un consorzio nato da una cooperazione franco-tedesca, a cui si sono aggiunti spagnoli e inglesi. Il razzo Arianna non è un progetto europeo, ancora una volta è un progetto nato dalla cooperazione tra Francia, Germania e Regno Unito, che la Francia riuscì ad imporre con una forzatura, nel 1971, la necessità di una mente-guida, per porre fine ai ripetuti fallimenti del razzo Europa. Tutti questi progetti si sono rivelati dei successi perché portati avanti dalla volontà politica di un paese, non dalla somma delle volontà burocratiche di Bruxelles. Allo stesso modo, il CERN esiste da molto prima dell’Unione Europea. E’ quindi perfettamente possibile coordinare, o anche meglio, cooperare nell’ambito di grandi progetti industriali, senza le istituzioni europee e a maggior ragione senza l’euro. D’altra parte, possiamo notare un calo negli investimenti a partire dall’implementazione dell’euro.
Tablella 2
Calo degli investimenti produttivi

Investimenti globali Investimenti per abitante

Livello 2015 in percentuale sul 1999 Tasso di crescita annuale Livello 2015 in percentuale sul 1999 Tasso di crescita annuale
Belgio 120,8% 1,2% 109,8% 0,6%
Finlandia 114,9% 0,9% 107,9% 0,5%
Francia 122,9% 1,3% 111,9% 0,7%
Germania 96,2% -0,2% 97,1% -0,2%
Grecia 47,2% -4,6% 46,7% -4,7%
Italia 77,2% -1,6% 73,0% -2,0%
Olanda 97,0% -0,2% 90,6% -0,6%
Portogallo 53,6% -3,8% 52,6% -3,9%
Spagna 100,5% 0,0% 86,5% -0,9%
9 paesi dell’eurozona 98,3% -0,1% 92,5% -0,5%
Canada 163,2% 3,1% 138,2% 2,0%
Svezia 157,8% 2,9% 142,2% 2,2%
Regno Unito 123,8% 1,3% 111,9% 0,7%
USA 120,2% 1,2% 104,4% 0,3%
Fonte : database FMI

Che l’euro fosse una causa di recessione strutturale è un fatto noto già da prima della crisi finanziaria del 2007. In un lavoro pubblicato nel 2007, e scritto poco prima, molti economisti mostrarono che l’euro è una causa di mancata crescita a livello mondiale[1]. Infatti, l’euro è causa di recessione in molti paesi e, per di più, indebolisce complessivamente la domanda nell’intera eurozona, pesando così sensibilmente sulla situazione economica mondiale. Possiamo notare che, fin dai primi anni 2000, la crescita aggregata dei paesi dell’eurozona è stata significativamente inferiore a quella USA, a quella del Regno Unito e a quella degli altri paesi OCSE che non hanno l’euro. Si può quindi attribuire all’euro parte degli squilibri che sono emersi fin dal 2007.
Ma l’euro è anche causa di recessione a breve termine. “Dobbiamo salvare l’euro”: è a causa di questo slogan che le politiche di austerità sono state imposte su tutto una serie di Paesi, aggravandone direttamente la crisi, come è capitato in Spagna, Grecia, Portogallo e Italia. Riguardo l’Italia, per esempio, dobbiamo essere consapevoli che la recente crisi bancaria italiana ha origine essenzialmente nell’accumulazione di crediti inesigibili, che non sono legati al mercato immobiliare, ma nel 90% dei casi ai debiti delle imprese, piccole aziende che sono state destabilizzate delle politiche recessive messe in atto negli scorsi anni. Il governo Renzi sta disperatamente provando a far ripartire il motore economico, ma al momento è costretto ad affrontare i problemi ereditati dal passato, come i malandati bilanci di 4 o 5 banche (si parla di più di 400 miliardi di crediti deteriorati), che ha causato un pesante crollo nella borsa di Milano. L’euro aggiunge crisi a crisi. Certo, tra il 2000-2001 e il 2006-2007, la Francia ha vissuto un periodo di crescita superiore a parecchi paesi dell’eurozona, in particolare rispetto alla Germania, ma perché?
  • La forte svalutazione dell’euro in quegli anni ha avvantaggiato la Francia.
  • L’ampiezza delle esenzioni dei contributi previdenziali. Questo sistema non è equo, dato che favorisce le grandi aziende e crea tutta una serie di problemi, ma è quello che abbiamo. E se la Francia ha avuto una crescita superiore alla Germania, è solo attraverso un costante rafforzamento di questo sistema di esenzioni, in altre parole, attraverso la restituzione alle società con una mano di quello che le si era tolto con l’altra, in modo da compensare gli effetti dell’euro.
  • Una politica di bilancio piuttosto espansiva durante questo periodo, la quale ha avuto effetti positivi, ma ha anche peggiorato considerevolmente il nostro debito pubblico (e soprattutto la bilancia commerciale con l’estero… MdVdE).
  1. L’euro è causa di finanziarizzazione dell’economia
L’euro ha permesso alla Germania e alla Francia di ottenere l’attuale finanziarizzazione. Ma allo stesso tempo, paradossalmente, l’euro non è stato capace di resistere a una crisi finanziaria. Possiamo vedere molto chiaramente che le regole operative della BCE, e le regole che sono state adottate dai vari paesi, mirano a rendere le attività finanziarie il vero perno dell’attività economica. Ciò è profondamente sbagliato. Sto seguendo per conto della Russia una possibile ristrutturazione del loro sistema finanziario e, per quanto mi riguarda, sono un sostenitore di un ritorno a forme di intervento per controllare la finanza. Qualcuno la chiama “repressione finanziaria”, ma è una definizione senza senso. Possiamo parlare di “reprimere” persone, o popolazioni. Ma quando parliamo di finanza, si tratta semplicemente di regole. Tuttavia, mettere in atto una regolamentazione della finanza, cosa che dovrebbe essere fatta non solo in Francia, ma in tutta l’Europa, non è possibile all’interno della struttura dell’euro. Cercare di governare la finanza è impossibile all’interno delle regole operative dell’euro.
Occorre qui ricordare che la finanziarizzazione tende a focalizzare gli attori finanziari sul breve o brevissimo termine. C’è stato un dibattito molto importante a riguardo tra Von Mises [2] e Neurath negli anni ’20. Da questo dibattito è nato il tema della “pianificazione Neurath” di tendenza socializzante, riguardo alla decisione di produrre elettricità da fonti idroelettriche piuttosto che fossili. Von Mises, che difendeva la posizione liberista, sosteneva che è sufficiente guardare al costo marginale del capitale, e la soluzione si sarebbe trovata da sola. Secondo Otto Neurath[3] invece, esistono costi nascosti che non sono subito evidenti, ma si manifesteranno tra 20 o 30 anni. Per esempio, il costo della Silicosi sui minori, il costo dell’inquinamento prodotto dalla combustione del carbone, e così via. E’ quindi necessaria una decisione politica, in questo caso tra carbone e idroelettrico, perché tale decisione creerà le sue stesse condizioni di validazione economica. Per questa ragione Neurath era a favore della pianificazione economica. E questo è uno dei più grandi problemi che dobbiamo affrontare, ma che saremo in grado di risolvere solo se ci tireremo fuori dalla globalizzazione finanziaria. Per inciso e paradossalmente, Hayek, nel suo libro del ’45 sulla conoscenza[4], era d’accordo con Neurath e contro Von Mises, come mostra J. O’Neill[5].
Il più grande problema posto dalla finanziarizzazione è quello della perdita della conoscenza tacita o implicita[6], che gioca un ruolo importante nella relazione tra colui che presta e colui che contrae il prestito, dal momento che il prestatore è impegnato in un progetto imprenditoriale. Qualsiasi registro, per esempio quello che è in fase di implementazione tra banche dell’eurozona, per quanto perfetto possa essere, non è in grado di fornire tutte le informazioni necessarie a un creditore perché possa impegnarsi con un debitore. Per questa ragione, un contatto diretto o indiretto tra creditore e debitore rimane essenziale. Perché credete che i jet privati si siano sviluppati così tanto negli ultimi 40 anni, se non per creare questo contatto diretto e personale tra grandi creditori e grandi debitori? Si crea un problema, se si cerca di unificare i mercati di capitali. Ciò è cruciale anche per i grandi paesi, ed è per questa ragione in particolare che essi hanno banche locali e regionali. Si possono allora unire queste banche in una rete, subordinarle a un organismo centrale, come successo con il vecchio Crédit Agricole. Ma, in particolare per le piccole e medie imprese, è importante che i contatti rimangano, in una particolare forma di conoscenza che nessun registro potrà mai contenere. Ciò significa che se si ritiene importante, a livello macroeconomico, avere almeno una parziale unificazione dei mercati di capitali, allora questa parziale unificazione deve prendere la forma di banche nazionali di investimento, tenute insieme, se necessario, da un organismo a livello europeo che offra loro le migliori condizioni di rifinanziamento. Questa è una delle ragioni per le quali è indispensabile l’esistenza di un sistema di regole bancarie e finanziarie. Tuttavia, questo sistema è oggi in contraddizione con l’esistenza dell’euro. Se si vuole uscire dalla finanziarizzazione, si deve essere determinati nel superamento dell’euro.
  1. L’euro è una macchina da Guerra che favorisce la Germania
Questa è una verità che può essere spiacevole ma che dobbiamo affrontare. Dirlo non significa essere germanofobici, ma riconoscere realisticamente un progetto portato avanti dalle élite politiche ed economiche tedesche. E’ l’euro che ha permesso alla Germania di trarre vantaggio fin dal 1999 di una moneta ampiamente svalutata rispetto a quanto avrebbe dovuto essere il valore del Marco tedesco. Gli studi svolti a riguardo non lasciano dubbi: se non ci fosse stato l’euro, il Marco varrebbe ora tra gli 1,35 e 1,50 dollari mentre l’euro è tra 1,08 e 1,09 dollari. Ancor più importante, l’euro garantisce alla Germania che i Paesi dell’eurozona con i quali commercia non potranno compensare le loro differenze strutturali attraverso le svalutazioni. Ma le svalutazioni sono un meccanismo economico essenziale: i Paesi hanno logiche differenti nella composizione dei costi, ed è necessari che in certi momenti queste differenze vengano ribilanciate attraverso il cambio valutario. Le politiche di svalutazione interna portano a politiche di svalutazioni competitive che hanno in realtà effetti peggiori delle precedenti, perché combinano effetti distruttivi notevoli sulle economie nazionali. Ma si potrebbe arrivare a forme di coordinamento se si tornasse alla flessibilità dello strumento valutario. Si potrebbe concordare di calcolare di quanto alcuni paesi debbano svalutare o rivalutare le loro valute, ossia, si potrebbe coordinarsi.
Ma comunque, è vero che la Germania ha notevoli esigenze di strutture comunitarie. Non solo per quel che riguarda i migranti. Parte del sistema ferroviario e dei ponti, cade a pezzi. Ma allo stesso tempo, l’arrivo di più di un milione di persone farà abbassare i salari. Certo, ci sarà un salario minimo, ma possiamo comunque essere sicuri che nei prossimi 5 anni la proporzione di persone che recepirà il salario minimo aumenterà velocemente. Mentre il salario minimo era concepito inizialmente come un livello-base che doveva interessare soltanto un 10% dei salariati, la proporzione diventerà il 25-30%, cosa che continuerà a far calare il costo del lavoro, così come la domanda interna.
  1. L’euro è oggi causa di grandi conflitti in Europa.
L’euro è la causa principale dell’aumento del conflitto tra popoli europei. Basta andare ad Atene, a Roma o perfino in Spagna per farsi un’idea di come il clima che c’è tra popoli si sia profondamente deteriorato negli ultimi 3 o 4 anni. Oggi si possono sentire in Grecia e in Italia discorsi sui tedeschi che corrispondono pressappoco a quanto si diceva di loro negli anni ’50. Al di là delle questioni economiche, ora si pone un problema politico: come far sopravvivere l’Europa. Ma la sopravvivenza dell’Europa (che dobbiamo in questo caso separare dall’Unione Europea) può avvenire solo attraverso la dissoluzione dell’euro. Forse è ormai troppo tardi oggi per “salvare” l’UE, come possiamo constatare con la disintegrazione degli accordi di Schengen. Ed è anche vero che ormai l’UE si porta dietro il marchio indelebile di politiche antidemocratiche in molti paesi. Ma lo spirito europeo, la riconciliazione tra popoli, che non nega il fatto che gli Stati così come i popoli possano avere interessi divergenti, deve essere preservato. Tuttavia, tutto questo non sarà possibile se ci terremo l’euro.

Note
[1] Bibow, Jörg et Terzi, Andrea (dir.), Euroland and the World Economy, Londres, Palgrave MacMillan, 2007.
[2] Von Mises L. (1921), “Economic calculation in the Socialist commonwealth”, pubblicato inizialmente in Germania in Archiv für Sozialwissenschaften und Sozialpolitik , vol. 47, aprile 1921, riprodotto in F.A. Hayek, Collectivist Economic Planning , Routledge, Londres, 1935
[3] Neurath O., Empiricism and Sociology, Cluwer Publishers, Dordrecht, 1973
[4] Hayek F.A., « The Use of Knowledge in Society », in American Economic Review, , vol. 35, n°4/1945, (September), pp. 519-530
[5] O’Neill J. (1996), « Who won the socialist calculation debate », in History of Political Thought, vol. XVII, n°3, fall 1996, pp. 431-442
[6] Polanyi M., The Tacit Dimension, Univ. of Chicago Press, 1966.
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