venerdì 29 gennaio 2016

Deleuze, Foucault, Lacan e i guasti del cambio fisso (parte II)

La cosa importante è che i francesi e altri con loro non sapevano concepire un'ontologia al di fuori delle rivoluzione. Questo mi pare di aver capito nella mia ignoranza. La rivoluzione è una scelta che ti impegna a vita, faticosa e secondo un calcolo delle probabilità, scarsamente remunerativa. Va dato atto a certi filosofi, Negri compreso, che non si sono limitati a fotografare la dialettica e a descriverla, ma di averla combattuta nel momento in cui segnavano ogni dimensione ontologica con una prassi rivoluzionaria. Epperò a me sembra che nel fare questo abbiano perso per strada la chiarezza espositiva, considerata  come appendice di un pensiero vuoto e miserabile, quale quello della scuola di Vienna,  perché asservito a un'idea statica di società, speculare all'immagine che si ha del pensiero. 
"Metafisica" avrebbe urlato Carnap se avesse sentito i discorsi di un Deleuze o di un Foucault. 
Qualcosa non quadra, qualcosa stona, si sente puzza di tradizione antica e stantia in gente come Deleuze e Foucault. Una tradizione al tempo stesso smentita e sbugiardata con il vitalismo e l'innovazione nicciana della volontà di potenza, ma sempre intrisa di quell'odore denso e acre di aule universitarie ottocentesche. Certo in tutto questo c'entra l'epoca che attraversi, la tua biografia e l'antitesi con l'era che precede. Fatto sta che le categorie impazzano e la scienza deperisce e nel momento in cui pretendi di fare scienza o ricerca, ti limiti ad analizzare i fatti con il monocolo dell'idealista ottocentesco. Niente statistica, la scienza triste, niente analisi dei dati, niente anove, niente grafici, strumenti rozzi ed efficaci della scienza di oggi. Le categorie colmano i buchi determinati dalla carenza di analisi ed è così che in ossequio al materialismo storico, si ripropone la categoria Europa come surrogato dell'internazionalismo, noncuranti  proprio di quei processi materiali che ne sono alla base. Così si dimentica non solo Marx, ma anche le lezioni di Keynes  sul cambio e sulla moneta (se mai se ne  è saputo qualcosa), e si accetta il cambio fisso come indispensabile corollario dell'internazionalismo proletario. 
Così non va. Forse occorre un incontro, una fusione, una lite proficua fra analitici e continentali. Così non si va avanti. Non solo non c'è stata la rivoluzione, ma è aumentata la confusione per far fronte alla quale ci si aggrappa alle muffe francesi. 
Date retta a un ignorante, bisogna combattere l’euro, l'Europa e i residui di idealismo che abbiamo in corpo.

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