martedì 10 novembre 2015

I numeri falsi del governo



di Tonino D'Orazio 
 
E delle informazioni televisive prezzolate. Una semplice carrellata di dati e concetti da fine maggio 2015 a ieri. Dati vari, crudi e nudi, raccolti sui mass media da istituti vari. Mi perdonerete il collage e i commenti inseriti. Non ho osato protrarre la lunghezza del documento, già lungo di per sé. La lista del disastro sarebbe veramente lunga. Le conclusioni sono vostre.
Abi (Assoc.Bancari Ital) per anno 2013.  Sono state 42.818, tra ottobre 2013 e marzo 2015, le domande di sospensione del pagamento delle rate nei confronti delle imprese per un valore complessivo di debito a 14,6 mld di euro e una maggior liquidità a disposizione delle imprese di 1,8 mld.
L’Istat a marzo registrava un aumento della disoccupazione al 13%, quella giovanile oltre il 43% e un calo degli occupati di oltre 110mila unità. Altro che magnifiche sorti e progressive del Jobs act e le ultraballe del governo. Lo stesso Def prevede una disoccupazione ancora al 12,3% per il 2015 e oltre l’11%, ancora nel 2018. Cioè la luce del tunnel non esiste. Si sono verificate soprattutto trasformazioni da contratti precari in rapporti a tempo indeterminato. Peccato che le tutele crescenti non abbiano più le garanzie dell’articolo 18. Si tratta di contratti stabili solo nel nome, visto che l’imprenditore può sempre mandarti via con un piatto di lenticchie. quando e come vuole. Vedremo alla scadenza triennale del “contratto”, pagato con i soldi dello stato, cioè i nostri.
Nuovi dati allarmanti sull’università italiana resi noti dal ministero dell’Istruzione. Dall’anagrafe degli studenti risulta che rispetto all’anno accademico 2004-2005 i diplomati che nell’anno corrente hanno deciso di proseguire gli studi sono diminuiti del 27,5 per cento su base nazionale. I picchi come era prevedibile sono a Sud, dove la situazione è ancora più critica: -56% Abruzzo, Molise -52,3 %, Sicilia - 50,7% , Basilicata -49,4, Calabria -43,8%. il 40% degli studenti che intraprendono un corso di primo livello non conclude gli studi e dopo il primo anno; circa il 15% abbandona gli studi nella triennale e altrettanti decidono di cambiare corso. (Rassegna.it Cgil). Nel frattempo l’intelligenzia universitaria è rappresentata in gran parte da canuti e spesso sorpassati professori settantenni. Sono talmente abbullonati alle loro poltrone che anche dopo essere andati in pensione riescono ad ottenere ulteriori contratti ad personam, o addirittura rimangono a gratis.
Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu (Unione Universitari): “Il dato sugli iscritti complessivi (-71.784 in un solo anno pari ad un calo del 4,23%) ci dice chiaramente che senza interventi immediati e strutturali l’università italiana rischia di morire”.
Almalaurea. Nel 2013 il 28% dei mana­ger aveva com­ple­tato solo la scuola dell’obbligo. In Ger­ma­nia tale quota è del 5%. La media Eu27 è del 10%. Alle imprese dirette da que­sta illuminata cate­go­ria il governo Renzi ha elar­gito 3,9 miliardi di euro in sgravi fiscali per assu­mere pre­cari «a tutele cre­scenti» in tre anni.
La ricerca per­mette inol­tre di com­pren­dere il com­plesso intrec­cio tra l’arretratezza cul­tu­rale, l’inesistenza delle poli­ti­che indu­striali, bassi salari (i lau­reati gua­da­gnano mille euro in media) e il fal­li­mento delle riforme dell’istruzione, a comin­ciare da quella del loquace Luigi Ber­lin­guer riven­di­cata da Renzi. Un disa­stro atte­stato dal basso tasso dei lau­reati (il 22% con­tro una media Ue al 37%) a cui oggi si aggiunge il crollo delle iscri­zioni all’università: dal 2003 (338 mila) al 2013 (270 mila), meno 20%. Invece di curarlo, que­ste «riforme» hanno peg­gio­rato il basso tasso di sco­la­riz­za­zione tra la popo­la­zione. Nel 2013 gli adulti in pos­sesso della scuola dell’obbligo erano il 64%, più del dop­pio della media euro­pea al 29%, per non par­lare di quella tede­sca al 18%.
Da aggiungere che in 7 anni circa un milione di cittadini italiani sono espatriati, tra questi più di 750.000 giovani tra laureati e diplomati. (Caritas. 2015). Oltre che economica anche la povertà intellettuale del paese avanza. Ha fatto bene Stefano Benni a rifiutare il premio De Sica agli scrittori elargito dal Ministro della Cultura Franceschini, visto che “per il governo la cultura è una risorsa non necessaria”.

Dipartimento Min Finanze per 2014: L'82,6% dei circa 41 milioni di contribuenti Irpef detiene prevalentemente reddito da lavoro dipendente o pensione (e quindi pagano obbligatoriamente le tasse perché trattenute alla fonte) e solo il 5,9% del totale ha un reddito prevalente derivante dall'esercizio di attività d'impresa o di lavoro autonomo, in linea con l'anno precedente. La percentuale di coloro che detengono in prevalenza reddito da fabbricati è pari al 3,8, in aumento rispetto al 2,5% del 2012, per effetto delle novità Irpef sui redditi immobiliari. Lo rileva l'analisi del Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni fiscali presentate nel 2014 relative all'anno d'imposta 2013.
Tra evasione, elusione, ed altre pratiche illecite, nel 2013, il fisco italiano ha perso per strada circa un terzo del potenziale gettito Iva. Mancano nelle casse dello Stato 47,5 miliardi di euro, pari al 33,6%, del gettito previsto. Secondo i dati dell’ultimo rapporto della Commissione Europea, nel 2013 il gap italiano sull’Iva è aumentato di oltre un punto, passando dal 32% al 33,6%. Stabile il dato relativo all’Unione Europea che non ha registrato sostanziali miglioramenti rispetto al 2012: il totale dell’imposta sul valore aggiunto persa fra tutti i Paesi è di circa 168 miliardi di euro, circa 15,2% del gettito calcolato.  Tra i 26 Paesi analizzati, 15 hanno segnato dei miglioramenti, fra cui la Lettonia, Malta e la Slovacchia, mentre 11 presentano un’involuzione. A guidare la classifica dei peggiori ci sono Estonia e Italia.  (Reuters. Sett.2015).
Forse portando il tasso dell’Iva al 12/15% si eviterebbe la perdita del gettito e lo stato incasserebbe di più. (Teoria della legge di Laffer). E’ un consiglio spassionato dell’amico Netanyahu a Renzi !
Il presidente dell'Inps, il chiacchierone Boeri (tutte le sue proposte sono già state bocciate dalla Corte Costituzionale e sono uno specchietto per le allodole, anche perché se almeno le dicesse il ministro del lavoro…), ha reso noto che tra 2003 e 2014 oltre 36mila persone hanno deciso di passare la vecchiaia all'estero. I loro assegni “costano” (sic!) alle casse dell'istituto oltre 1 miliardo ogni anno. (La somma si riferisce però anche a 500.000 assegni sociali erogati a cittadini italiani già all’estero) A riequilibrare i conti sono i contributi previdenziali dei quasi 200mila immigrati che hanno lavorato nel nostro Paese ma non ricevono, né riceveranno mai, la pensione. Che si fa di questi evasori in libera tournée per il mondo e che non vogliono morire servi e in miseria a casa loro?? Tripla tassa sulla casa lasciata? Trattenute direttamente da Boeri?
Nei primi quattro mesi del 2015 le vittime sul lavoro sono state 305, con un incremento di oltre il 13 per cento sul 2014. Incidenza altissima del fenomeno tra gli over 65. Si muore di più di venerdì, dopo una settimana di lavoro. Se non si tiene conto degli infortuni mortali cosiddetti “in itinere” (avvenuti nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa): in questo caso si passa dai 196 morti del primo quadrimestre 2014 ai 223 del 2015 (+13,8%). Il rischio di infortuni gravi, o peggio mortali, cresca a dismisura con l’innalzamento dell’età anagrafica dei lavoratori, (over 65 anni), conseguenza a sua volte delle riforme pensionistiche varate negli ultimi anni. Non si va facilmente in pensione a 70 anni e per alcune pesanti professioni si rischia di morire prima. (Rapporto Vega Engineering).
Fisco, più di dieci milioni di italiani versano solo 55 euro all’anno. Le due facce del Paese: il 4,01% dei contribuenti paga il 32,6% dell’Irpef, mentre oltre 10 milioni di italiani versano in media 55 euro l’anno. I contribuenti effettivi (che pagano almeno un euro di tasse) sono circa 31 milioni. In altre parole, quasi la metà degli italiani non ha redditi e quindi vive a carico di qualcuno. Per valutare poi l’Irpef media versata, occorre fare il rapporto tra il numero dei dichiaranti e il numero di abitanti: a ogni dichiarante corrispondono 1,48 abitanti.
Analizzando in dettaglio le dichiarazioni, si arriva alle seguenti considerazioni:
1) Tra i contribuenti i primi 799.815 dichiarano redditi nulli o negativi.
2) Il totale di coloro che dichiarano redditi (compresi quelli con reddito nullo o negativo) fino a 7.500 euro annui sono 10.338.712 contribuenti, cioè il 25,23% del totale, e corrispondono a 15.331.084 abitanti. L’Irpef media dichiarata pro capite è pari a 55 euro l’anno. Per queste persone, oltre agli altri servizi, lo Stato deve provvedere a pagare circa 1.790 euro a testa per la sanità (109 miliardi il totale 2013). Per cui occorre reperire dagli altri contribuenti, per il solo servizio sanitario, circa 27 miliardi.
 3) Tra i 7.500 e i 15.000 euro di reddito annuo contiamo 8.740.989 contribuenti (circa 13 milioni di abitanti) che pagano una Irpef media di 649 euro. Anche qui per la sola sanità dobbiamo reperire altri 15 miliardi circa. In totale, con i 27 miliardi di prima, sono 42 miliardi in totale.
 4) Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito dichiarato troviamo 6,2 milioni di contribuenti (9,31 milioni di abitanti) che pagano un’imposta media di 1.765 euro, quasi sufficiente per pagarsi la sanità.
Ricapitolando, i primi 19.079.701 di contribuenti (pari al 46,56% del totale), di cui 7.187.273 pensionati, dichiarano redditi da zero a 15.000 euro e quindi vivono con un reddito medio mensile inferiore ai 600 euro: meno di quello dei circa 6 milioni di pensionati che, come dice in modo errato l’Istat, hanno pensioni inferiori a mille euro al mese (per la metà sono superstiti). Questi primi 19.079.701 contribuenti a cui corrispondono 28,3 milioni di abitanti, anche per via delle detrazioni, pagano in media circa 300 euro l’anno e si suppone pochissimi contributi sociali, con gravissime ripercussioni sia sull’attuale sistema pensionistico sia sulla futura coesione sociale.
Gian Paolo Patta, già segre­ta­rio nazio­nale della Cgil, sot­to­se­gre­ta­rio alla sanità con il secondo governo Prodi, padre del testo unico su salute e sicu­rezza nei luo­ghi di lavoro e rap­pre­sen­tante della Cgil nel Con­si­glio di Indi­rizzo e Vigi­lanza dell’Inps, indaga, nel volume Primo rifor­mare le pen­sioni (Ediesse), il sistema pre­vi­den­ziale, sotto­li­neando come gli inter­venti adot­tati dal governo Monti e dall’allora lacrimosa Mini­stra For­nero hanno tra­sfor­mato la pre­vi­denza nel ban­co­mat di quasi tutti i governi venuti dopo. Le iper­bo­li­che denunce di spesa pre­vi­den­ziale fuori con­trollo, ormai sal­da­mente al di sopra del 16% del Pil, nascon­dono qual­cosa che in troppi si osti­nano a non vedere. Se depu­riamo la pre­vi­denza dall’imposta Ire e dal Tfr, (quest’ultimo isti­tuto non fa parte dello stato sociale, è denaro dei lavo­ra­tori), il rap­porto previdenza/Pil scende al di sotto del 13%. In altri ter­mini, l’Inps (ban­co­mat) tra­sfe­ri­sce ogni anno allo stato qual­cosa come 50 mld di euro. E non viceversa.
Se si vuole veramente riformare il sistema pensionistico, la prima e non banale pro­po­sta è di sepa­rare assi­stenza, pre­vi­denza e mer­cato del lavoro. Ma la chiarezza non serve al potere politico, meglio il polverone e la comoda frattura generazionale.
Chi avrà i soldi per pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti privi di contribuzione? Il 61,88% dei contribuenti, pari a 37.613.497 abitanti, non supera i 20.000 euro di reddito lordo dichiarato l’anno (cioè poco più di 1.100 euro netti al mese). Oltre i 55.000 euro di reddito lordo troviamo solo 1,64 milioni di contribuenti (il 4,01%); tra i 100.000 e i 200.000 euro, 339.217 (lo 0,83%), e sopra i 200.000 euro lordi sono 106.356. Siamo proprio un Paese povero! Alcuni stati in via di sviluppo o emergenti hanno percentuali ben più alte.
Rovesciando la descrizione possiamo riassumerla anche così: Lo 0,19% dei cittadini paga il 6,9% dell’Irpef, il che ovviamente è clamoroso. L’1,02% dei contribuenti paga il 16,3% dell’Irpef, oppure il 4,01% paga il 32,6%, oppure ancora il 10,91% paga il 51,2% di tutta l’Irpef (il 38,1% paga quasi l’86% di tutta l’Irpef).
Impressionante la progressione delle imposte medie pagata. Tra i 20 ai 35.000 euro: 3.400 euro; tra i 35 e i 55 mila euro: 7.393 euro; tra i 55 e i 100 mila euro: 15.079 euro; tra i 100 e i 200 mila euro: 31.537 euro; sopra i 200.000 euro: 102.463 euro; oltre i 300.000 euro, la media della sola Irpef ed addizionali regionali e comunali è 163.021 euro, cioè oltre il 50% del reddito lordo a cui si sommano le altre imposte, tasse e accise; in pratica si lavora per i 2/3 per lo Stato e solo per 1/3 per la propria famiglia; si capisce il perché ogni anno questo numero di «vacche da mungere» diminuisce sempre più, anche perché a costoro sono precluse quasi tutte le agevolazioni tariffarie e sanitarie. Nell’immaginario collettivo sono quelli da spremere con patrimoniali e, se pensionati, con blocchi delle indicizzazioni, prelievi forzosi e, secondo alcuni movimenti, da espropriare oltre un certo livello di pensione.
La chiamano ripresa. Dal 2008 al 2014, si è cumulata una caduta del Pil di ben 9 punti. Altro che rallentamento. Altro che ripresa. Nello stesso periodo, l’economia mondiale è cresciuta del 20,5%, quella americana del 7,9%, mentre l’Eurozona ha registrato una flessione dello 0,8% (comunque 11 volte meno intensa di quella italiana), in cui agli estremi si trovano la Germania (+ 5,2%) e la Grecia (- 28,8%). Quelli della “ripresa” (nel senso di riprendersi tutto) è attualmente la parola giusta, mentono spudoratamente.
Investimenti e produzioni industriale si sono ridotti del 25% dal 2008 a oggi. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,3% dell’ultimo trimestre 2007 (pre-crisi) al 13% del primo trimestre 2015, contando circa un milione di occupati in meno e gonfiando la platea dei disoccupati oltre la soglia dei 3 milioni di persone, a cui vanno aggiunti altri 700 mila disoccupati “potenziali” (scoraggiati, Neet, nuovi inattivi, sottoccupati ecc.). Più 1.000.000 di espatriati, non considerati o scomparsi dalla statistica. La negazione incredibile del fallimento del pensiero economico liberista ha addirittura indotto le istituzioni europee a moltiplicare la crisi attraverso le politiche dell’austerità, ovvero rigore fiscale e svalutazione del lavoro. Serve a poco l’allentamento monetario della Bce. La politica monetaria, per quanto non convenzionale, non risolve. La finanza non è la produzione, è solo carta.
Il tasso dei suicidi in Italia è, fortunatamente, basso, per quanto sapere che circa 4.000 persone all’anno si tolgono la vita nel Bel Paese è comunque triste. Recentemente i giornali hanno dato molto spazio a suicidi e tentati suicidi collegati alla crisi economica, con un tasso in aumento, addirittura raddoppiato, negli ultimi 3 anni.  Togliersi la vita non interessa mai solo la sfera personale del singolo, ma anche quella sociale e di rapporti personali. Questo vale anche per i suicidi tra i componenti delle forze dell’ordine/militari, che coinvolgono, certo a vari livelli, tutto il gruppo (Polizia, Carabinieri, Polizia Locale etc.), nei suoi rapporti umani e nelle dinamiche lavorative. Esercito e Carabinieri hanno delle statistiche Ufficiali (dal 2003 al 2013 ci sono stati 241 suicidi complessivi nell’Esercito, di cui 149 Carabinieri), mentre per la Polizia di Stato, per la Finanza e quella Penitenziaria non abbiamo dati ufficiali. Ma tra i Carabinieri, per i quali come dicevo possediamo dati certi, il tasso di suicidi è di circa 4 volte più alto rispetto la media italiana! Tutto nella norma se non fosse che la percentuale dei divorzi per questa categoria lavorativa è drasticamente più alta rispetto la media italiana. E se non fossero spesso protagonisti negli omicidi familiari, perché armati, insieme alle guardie private.
In que­sto lasso di tempo, dicono i rela­tori, la dimen­sione della povertà ali­men­tare in Ita­lia è rad­dop­piata: sono 5 milioni e mezzo le per­sone, di cui ben 1,3 sono mino­renni, che non hanno la pos­si­bilità di assi­cu­rarsi un’alimentazione equilibrata. Signi­fica che 14 fami­glie su 100 non hanno soldi a suf­fi­cienza per garan­tirsi cibo pro­teico ogni due giorni (il dato è più che rad­dop­piato dal 2007, quando erano 6 su 100). Il con­fronto con altri paesi è disar­mante: in Fran­cia sono 7,3 e in Spa­gna 3,5 le fami­glie altret­tanto povere. Alla luce delle sta­ti­sti­che però non si tro­vano tracce di bat­ta­glia ideo­lo­gica tra que­gli adulti ita­liani — per­sone disoc­cu­pate, inde­bi­tate o sepa­rate — che chie­dono di rice­vere un pacco ali­men­tare (la prin­ci­pale causa di povertà nel 2014 è stata nell’80% dei casi la per­dita del lavoro). Inol­tre, sot­to­li­neano i ricer­ca­tori, “è pro­prio tra chi ha meno di 18 anni che si nasconde il vero dramma della povertà in Ita­lia”. Quasi 14 bam­bini su 100 tra i 6 e i 14 anni “spe­ri­men­tano pro­blemi” di man­canza di cibo. Nel sud le cifre sono ancora più “impres­sio­nanti”: 19,3 bam­bini della fascia 6–14 anni su 100 sono poveri “anche dal punto di vista ali­men­tare”; e sono aumen­tati in modo “ver­ti­gi­noso”, erano 3 ogni 100 prima della crisi. E’ un virus pericoloso per un nuovo razzismo verso i migranti, che non può che aumentare la guerra tra poveri e aiutare i seguaci del neofascista Salvini. Ironia, sarcasmo? Tutte le reti televisive, a qualsiasi ora, hanno aumentato le trasmissioni di "cucina".
Sole 24ore: “quattro milioni e centoduemila connazionali si trovano in condizioni di povertà assoluta, il cuneo fiscale per il lavoratore dipendente single ha raggiunto il 48,2% nel 2014, mezzo punto in più rispetto al 2013 e dodici punti in più della media Oecd”.
Al massimo si giunge a dire che la disuguaglianza di reddito è “la grande questione morale del nostro tempo”, come sta facendo Bernie Sanders, l’avversario “socialista” della guerrafondaia Clinton. O papa Bergoglio che presto avrà tutta la struttura destroide della Chiesa contro se continua a scegliere come referenti “i poveri”, a puntare l’indice contro un capitalismo barbaro, disumano e contro la cultura cristiana fondamentalista.
Questione morale? Chissà perché quando si tratta dei soldi dei ricchi la questione è “morale”, ma quando si tratta del sudore e del sangue degli sfruttati la faccenda diventa maledettamente di “sostenibilità economica”.
Per il resto “Tout va bien, madame la marquise”. Ci avviamo ad una mirabolante ripresa dello zero virgola qualcosa, spesso smentito anche dagli organismi internazionali.

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