lunedì 26 ottobre 2015

Come insegnare a non credere alle bufale

Il trucco è trasmettere lo scetticismo scientifico e i docenti universitari dovrebbero spiegare le pseudoscienze intorno a noi



da Wired

Come insegnare il metodo scientifico e, più in generale, a pensare in modo critico? Oggi che le bufale affollano tanto i vecchi che i nuovi media (ammesso che abbia ancora un barlume di senso la distinzione), forse limitarsi al contenuto degli attuali libri di testo e sciorinare in scuole e università lezioni su Galileo Galilei non è sufficiente. Secondo uno studio del 2012 condotto presso l’università dell’Arizona, gli studenti che negli ultimi vent’anni si sono iscritti a facoltà non scientifiche dimostravano sì una discreta alfabetizzazione scientifica, ma questo non impediva a molti di loro di credere in dischi volanti, astrologia e parapsicologia. Questa forma mentis inoltre cambiava pochissimo col procedere degli studi: in altre parole l’irrazionalità dimostra di resistere benissimo all’educazione formale.
E se i docenti universitari invece cominciassero a sfruttare proprio le bufale, e in particolare le pseudoscienze, per far germinare nei loro studenti lo scetticismo scientifico, impareggiabile strumento per distinguere i fatti dalla fantasia? Ne sono convinti gli psicologi Rodney Schmaltz (MacEwan University, Canada) e Scott O. Lilienfeld (Emory University, Usa) che sulla rivista Frontiers in Psychology argomentano questa tesi e forniscono qualche esempio di applicazione.
L’obiettivo non è dire agli studenti che, ad esempio, una certa affermazione è sicuramente pseudoscientifica, ma fare in modo che lo possano scoprire da soli testandola empiricamente e scovando le falle nel ragionamento che la supporta. Se infatti distinguere formalmente tra scienza e pseudoscienza è pane per i filosofi, i principali tratti diagnostici sono facilmente riconoscibili nella pratica, con un po’ di esercizio.
Favole quantistiche
Prendiamo uno dei molteplici casi dove la meccanica quantistica viene citata, a sproposito, come giustificazione di affermazioni pseudoscientifiche: The Secret. Nel libro di Rhonda Byrne del 2006 tratto dall’omonimo film, si spiega che esistono leggi universali per le quali (riassumendo) se davvero credi fortemente a un obiettivo da raggiungere alla fine lo raggiungerai, basta essere positivi e avere fiducia nelle proprietà del Cosmo. All’interno del volume si possono leggere perle come questa:

“Le nostre emozioni sono un meccanismo di feedback che ci dice se siamo in carreggiata o no, se siamo sulla strada giusta o no. Ricorda che i tuoi pensieri sono la causa prima di ogni cosa. Così, ogni volta che fai un pensiero intenso e prolungato, lo mandi immediatamente nell’Universo. Quel pensiero si unisce magneticamente alla frequenza simile e nel giro di qualche secondo ti restituisce la lettura di quella frequenza attraverso le tue emozioni.”
Queste frasi hanno un senso o siamo di fronte a una insalata di parole che usa a sproposito termini scientifici per far sembrare più profonda e documentata una affermazione per la quale non esistono prove? E di chi sono le tesi illustrate in The Secret? Davvero di rispettabili scienziati o di stelle del marketing con un Ph.D. ottenuto a università on-line? Mostrando in aula questo materiale i professori possono guidare gli studenti indirizzandoli nella strada giusta per trovare da soli la risposta, e magari anche a costruire qualche semplice esperimento che metta alla prova le cosiddette leggi.
Medium & Co
Anche con la parapsicologia si può insegnare il pensiero critico agli universitari. Con un po’ di preparazione, il docente può mostrare un gioco di prestigio come piegare un cucchiaio sfiorandolo (uno dei trucchi è piegarlo ripetutamente avanti e indietro prima dello show) e sfidare gli studenti a trovare ipotesi alternative a quella soprannaturale. Oppure si può chiedere loro di indagare sui sedicenti medium: internet non dimentica e quasi ogni apparizione televisiva dei più famosi contattisti e/o veggenti è disponibile su Youtube. Davvero le previsioni di Sylvia Browne erano così precise? E allora come mai, pur avendo pubblicamente accettato la sfida, non ha mai partecipato alla One Million Dollar Paranormal Challenge del Re degli scettici James Randi?

Ufi
L’ultimo esempio che approfondiscono Schmaltz  e Lilienfeld riguarda gli onnipresenti alieni. Una sera del 1955 i coniugi Taylor erano ospiti della famiglia Sutton nella loro fattoria a Kelly, Kentucky. Le due famiglie, 11 persone in tutto, hanno riferito quella notte alle autorità di essere stati attaccati da terrificanti alieni: alti circa un metro, di colore argentato, dotati di artigli e grandi occhi gialli, sembravano librarsi nell’aria e voler assediare i malcapitati. Prima di gridare all’incontro ravvicinato bisogna però chiedersi se ci sono davvero delle prove della natura extra-terrestre dei visitatori notturni. Non c’è infatti nulla di meno attendibile di un testimone oculare (potete rendervene conto da soli guardando questo video) e bisogna considerare che nei giorni precedenti avevano fatto notizia avvistamenti di dischi volanti che altro non erano che meteore. Ma cosa potrebbero aver visto allora i Sutton e i Taylor? Secondo una indagine del CSI (Committee for Skeptical Inquiry, una associazione analoga al nostro CICAP) le descrizioni degli alieni sono quasi identiche a quella di altri avvistamenti di strane creature (ad esempio il celebre Uomo Falena) che si sono rivelati semplici gufi. In ogni caso, come nelle altre migliaia di avvistamenti di dischi volanti o dei loro presunti occupanti, le prove fisiche scarseggiano: come tendiamo a non credere sulla parola a qualcuno che dice di aver visto uno gnomo armato di ascia  un unicorno, dovremmo mantenere lo stesso scetticismo anche quando si parla di alieni.

Insomma, se adeguatamente custodite le bufale all’interno delle università potrebbero diventare un potente strumento per colmare alcune pericolose lacune di senso critico.
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