mercoledì 9 settembre 2015

Una strategia che non c'è più. Il Prc davanti alla resa di Tsipras

da contropiano


La vicenda greca ha segnato un punto di non ritorno nelle diverse esperienze della sinistra radicale europea, dalle sue componenti più "istituzionali" a quelle formalmente più "antagoniste". Fino alla vittoria di Syriza, nel gennaio di quest'anno, si poteva in buona fede credere che un vasto e articolato movimento politico, espressione diretta di un altrettanto articolato fronte sociale aggregatosi in un lungo processo di lotte e mobilitazioni, potesse arrivare al governo di un paese dell'Unione Europea e in questo modo mettere fine alle politiche di austerità, pur all'interno di un orizzonte "europeista" che non metteva in discussione la permanenza del paese all'interno dell'Unione Europea.
Oggi questa "innocenza" è impossibile. La "capriola" operata da Alexis Tsipras sotto la pressione della Troika ha reso evidente che la Ue non è riformabile, perché il sistema dei trattati che la tiene insieme è costituente e dunque sottratto alla possibilità di revisioni su input di uno o più paesi.
Di più. L'Unione Europea in questi mesi si è mostrata pubblicamente come una macchina statuale a-democratica concepita per ridisegnare il "modello sociale europeo" - sostanzialmente keynesiano - e fare del Vecchio Continente un competitor globale.
Di fatto, oggi, continuare a raccontare e raccontarsi che sarebbe possibile dire "basta all'austerità" senza rompere - in qualsiasi modo - l'Unione Europea e il suo sistema di vincoli è un atteggiamento suicida o consapevolmente complice. In ogni caso, la credibilità sociale di questa opzione è nulla. Quindi qualsiasi formazione non abbandoni questa illusione si autocondanna alla definitiva irrilevanza politica.
Discutere di "contenitori" più o meno "unitari" - con un occhio alle elezioni o ai conflitti sociali, non c'è differenza - facendo finta che l'atteggiamento verso l'Unione Europea (e la moneta unica) non sia del tutto equivalente a quello relativo alla votazione dei "crediti di guerra", esattamente un secolo fa, è una perdita di tempo. E per nulla innocente.
Per fortuna, anche se con esasperante lentezza, la consapevolezza dolorosa di questa realtà comincia a farsi strada un po' in tutti i settori della "sinistra extraparlamentare". Ne è una dimostrazione l'intervento di Dino Greco, lo scorso sabato, alla Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, che segue la presa di posizione assunta "a caldo", nel mese di luglio. Intervento che dunque volentieri pubblichiamo come contributo a una più generale presa di coscienza della reale condizione in cui ci troviamo. Sia come comunisti che come movimento di classe.

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Il peggio che si può fare nei momenti cruciali (e questo lo è di certo) è essere reticenti, con se stessi e fra di noi, compiendo - per un malintesa interpretazione del senso di responsabilità - omissioni ed autocensure che, alla fine, si traducono in atti di autolesionismo politico.
Invece è indispensabile venire in chiaro, assumendosi fino in fondo la responsabilità di gesti ed opinioni.
Mi riferisco, ovviamente, agli sviluppi politici della vicenda greca che stanno producendo una catena di eventi negativi nella sinistra, dentro e fuori da quel paese.
Il momento di svolta nello scontro del governo Tsipras con la troika è avvenuto con la decisione del gruppo dirigente di Syriza di ricorrere al referendum sul diktat dell’Eurogruppo: una decisione molto forte, accompagnata dalla dichiarazione che il nuovo governo di Atene si sarebbe attenuto al responso popolare, qualunque esso fosse stato.
Le agenzie che monitoravano le intenzioni di voto, manovrate dalla destra, davano il risultato in forse, col ‘Sì’ in progresso come conseguenza delle pratiche terroristiche messe in atto dalla Bce (la chiusura degli sportelli bancari) al fine di generare un clima di paura tale da stroncare la resistenza dei greci.
Ma questo non accade.
Il ‘No’ non solo vince, ma registra un successo di proporzioni stupefacenti.
Syriza incassa un consenso enormemente superiore a quello che le aveva consentito di andare al governo, eppure Tsipras decide di non capitalizzarlo.
Mentre in piazza Sintagma si festeggia, la segreteria del partito decide (a maggioranza) che al tavolo del negoziato non si rilancerà.
Ora, vorrei che nessuno considerasse ozioso interrogarsi sul perché Tsipras abbia indetto il referendum per poi – a vittoria conseguita – dichiarare la resa senza condizioni su quel medesimo testo che egli aveva definito “umiliazione e disastro”.
Invece, pudicamente, si sorvola su questo passaggio a vuoto.
Di fronte all’evidente incongruenza di quel comportamento meglio non porsi troppe domande, meglio immaginare che forse non è dato sapere tutto, ma una ragione ci sarà pur stata… (sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati).
In effetti c’è sempre una spiegazione razionale: cercarla, però, non costituisce un ingeneroso processo alle intenzioni, serve semmai a capire di più, ad avvicinarsi alla verità delle cose, per spiacevoli che possano rivelarsi.
Provo a spiegarmi con un aneddoto.
Capita, talvolta, nella gestione di una vertenza difficile, caratterizzata da lotte e scioperi duri e prolungati, che il sindacalista che la guida si convinca (o tema) di non farcela, di non avere più frecce al proprio arco e avverta come insuperabile la forza del padrone che mette in atto rappresaglie, minacciando di chiudere la fabbrica.
Come uscirne, considerato che la parte più combattiva dei lavoratori non demorde?
La soluzione è quella di rimettere loro il giudizio, attraverso un pronunciamento che serva a decidere se continuare la lotta o a chiudere purchessia lo scontro ingaggiato.
Il sindacalista sa che in questi frangenti, sotto la sferza del il ricatto padronale, alla parte dei lavoratori che sta sempre col padrone si aggiunge quella meno combattiva e che anche nel proprio fronte, fiaccato dalla durezza del conflitto, si possono determinare degli smottamenti.
Il sindacalista pensa, in definitiva, che perderà il referendum e che dovrà capitolare, ma che così salverà la coscienza perché saranno stati i lavoratori a deciderlo.
Tuttavia, quando questo accade, dentro quel sindacalista, qualcosa si rompe, irrimediabilmente.
Ecco, io credo che in Grecia sia successo qualcosa del genere, con l’aggravante che l’Oki aveva stravinto e che l’abbandono della posizione è stata perciò vissuta come un evento incomprensibile, oltre che catastrofico.
E’ nota la spiegazione adottata: il referendum – si è detto - era contro l’austerità, ma non contro l’euro. Tenere ferma la posizione avrebbe comportato l’aborrita ‘grexit’, come minacciato dall’ineffabile signor Shauble.
Qui però sta il punto.
Se le due opzioni - fine dell’austerità e permanenza nell’area della moneta unica – sono in aperto conflitto, quale delle due prevale sull’altra?
Se la scelta è per la moneta, la lotta all’austerità passa inevitabilmente in secondo piano e il memorandum che ne è la quintessenza diventa l’orizzonte in cui da quel momento ti muovi.
In altri termini, il ‘No’ all’austerità vale solo fintanto che non sia in discussione la permanenza nell’euro. Fuori da quella cornice non c’è che la resa.
Tutto ciò che è seguito è la conseguenza del vicolo cieco in cui l’assenza di alternative (pensate, parzialmente, dal solo Varoufakis, ma subito rigettate dalla maggioranza della segreteria di Syriza) ha cacciato il confronto, mai in realtà esistito, perché in esso la Commissione europea, la Germania, la Bce e il Fmi si sono comportati esattamente come il gatto col topo, come lo strozzino con la sua vittima.
Sento sproloquiare sul presunto “leninismo” che avrebbe ispirato la mossa di Tsipras.
Si cita il Lenin di Brest Litovsk, quando nel 1918 i bolscevichi fecero durissime concessioni territoriali agli imperi centrali. Piccolo particolare: con quel trattato Lenin ritirò la Russia divenuta sovietica dalla guerra e difese la rivoluzione, il potere rivoluzionarIl dibattito nel Prcio e le sue conquiste.
In Grecia la resa non ha lasciato in piedi nulla. E temo che il peggio debba ancora venire.
L’illusione che ora sia possibile una gestione “da sinistra” del memorandum è il frutto più avvelenato della capitolazione: che sia oggi Tsipras a spiegare che quelle misure iugulatorie possono rimettere in corsa la Grecia quando rappresentano la più drammatica continuità con le vecchie politiche contro le quali Syriza è nata e ha vinto, mette grande tristezza.
Fra gli (inevitabili) effetti collaterali della sottoscrizione del diktat c’è la drammatica spaccatura di Syriza e – ciò che è peggio – c’è il vulnus democratico inflitto al partito il cui comitato centrale aveva respinto a maggioranza l’accordo, cosa che ha provocato le dimissioni del segretario, Tasos Koronakis, e quelle dell’ultimo segretario del Synaspismos, dal quale Syriza stessa è nata. Anche Theodoros Kollias (ghost writer di tanti interventi di Tsipras) ha abbandonato il partito, mentre l’organizzazione giovanile si sta sfaldando.
Ma c’è di più. Ora si va alle elezioni. E verosimilmente Tsipras non avrà la maggioranza assallaoluta.
Se la conquistasse dovrebbe comunque applicare diligentemente le misure sottoscritte con la troika.
Se non l’avrà dovrà farlo alleandosi con il Pasok e con To Potami, se non addirittura con la destra di Nuova democrazia in una grande coalizione, condividendo il potere (si fa per dire) con le forze contro cui Syriza aveva combattuto sino a due mesi fa.
Ora, vedo con estrema preoccupazione che nel gruppo dirigente del partito e in quello de L’Altra Europa si sta affermando un orientamento che suona come un’adesione incondizionata alla figura carismatica di Tsipras sino al punto di spendersi nel sostegno alla sua campagna elettorale.
L’A.E. parla addirittura di un proprio “legame indissolubile” col nome di Tsipras che “campeggia nel logo stesso dell’A.E”.
Insomma, noi dovremmo essere con Tsipras…a prescindere. Punto e basta.
Se è così, ci sono tutte le premesse per una profonda involuzione culturale, oltre che politica, della nostra strategia.
Se l’attuale linea di Tsipras diventa anche la nostra nuova bandiera, che ne è della nostra alternatività al Pse, al Pd (non solo nella versione di Renzi), alle politiche di austerità, al liberismo?
Quale torsione politica subirebbe la stessa ricerca, data più volte per raggiunta, di una “Costituente di sinistra”?
Quale profilo politico e programmatico assumerebbe, nell’insieme e nelle parti, un soggetto già così precario nelle sue figure più rappresentative?
Si vede già come alcuni dei partecipanti all’allegra Brigata Calimera abbiano prontamente fatto – a loro modo – i conti con la sconfitta di Tsipras per affogare nella culla (Sel) i propri neonati pIl dibattito nel Prcropositi di alternatività dichiarando che alle prossime elezioni amministrative andranno col Pd ovunque possibile.
La battaglia iniziata da Syriza, così carica di suggestioni e di potenzialità eversive dell’ordine capitalistico europeo, rischia, nel suo crepuscolo, di venire riassorbita (e noi con essa) dentro uno schema culturale subalterno che, in quanto tale, non sa più individuare le potenziali rotture di faglia per adattarsi al modello incarnatosi nella formazione economico-sociale europea.
La sconfitta serve se non la neghi, se la sai chiamare con il suo nome e se ne individui lucidamente le ragioni; e se sai spingere l’esame critico sino alla radice del tuo gap teorico e politico, come seppe fare Antonio Gramsci dopo la sconfitta operaia nel biennio rosso e dopo l’avvento del fascismo.
Altrimenti sulla nostra impotenza si consumerà una nuova pesante sconfitta di tutta la sinistra europea, non nella forma di una rivoluzione passiva, ma in quella di una vera e propria svolta che muterà (e già sta mutando) in forme reazionarie inedite il carattere dell’Europa.

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