venerdì 4 settembre 2015

Manifesto per una Confederazione degli Stati europei e per l'emissione di Monete Fiscali nazionali

Io non so se questa idea può funzionare o meno, ma sarebbe già qualcosa per una sinistra totalmente a corto di idee e digiuna di economia
 

di Enrico Grazzini da Micromega
 

Occorre recuperare forme sostanziali di sovranità nazionale per restituire benessere e democrazia all'Europa nella prospettiva di costruire una Confederazione di Stati sovrani europei. Al contrario gli Stati Uniti d'Europa sono una chimera irrealizzabile; e anche un'ulteriore integrazione europea sotto l'egemonia tedesca è dannosa sia per l'economia che per la democrazia.
Nella prospettiva di una Confederazione Europea di stati sovrani, l'emissione di monete fiscali nazionali complementari all'euro costituisce la soluzione meno traumatica e più praticabile per risolvere il dramma dell'euro: ovvero il dramma di una moneta unica che, in nome degli Stati Uniti d'Europa, con la sua rigidità deflattiva, ha in effetti reso l'Europa il malato del mondo.

E' necessario avviare una fase radicalmente nuova per uscire dalla crisi e rilanciare la società e l'economia europea evitando di scatenare nuove crisi economiche e politiche.

Bisogna innanzitutto partire dal riconoscere la drammaticità della situazione europea e il cul de sac in cui l'Europa si è cacciata.

Il progetto della moneta unica presupponeva che si sarebbero costruiti gli Stati Uniti d'Europa, ovvero uno stato federale centralizzato. Per questo motivo è stata costituita un'unica banca centrale che ha il monopolio della moneta unica e che è responsabile della politica monetaria per 19 paesi europei, ma, nelle aspettative iniziali, per tutti i paesi membri della UE.

Tuttavia la prospettiva degli Stati Uniti d'Europa e di uno Stato federale europeo non esiste più. Non esiste più né nei documenti ufficiali né nella retorica della Commissione Europea; e non esiste soprattutto nella volontà politica delle principali nazioni europee, come la Germania innanzitutto, e la Francia, non parlare naturalmente della Gran Bretagna.

In effetti gli Stati Uniti d'Europa sono morti ancora prima di nascere. L'utopia federativa europea è definitivamente svanita con la riunificazione della Germania, con l'allargamento della UE a est, con il rifiuto della Costituzione Europea.

La Germania, la nazione leader in Europa, persegue i suoi interessi nazionali; e non esiste alcuna prospettiva di realizzare un consistente fondo federale europeo – pagato con le tasse dei cittadini europei - per l'aggiustamento automatico delle economie nazionali e regionali. Senza fondo federale non solo non è concepibile uno Stato federale europeo ma non è neppure possibile attuare una vera solidarietà tra i popoli europei.

Inoltre non esiste alcuna volontà di condividere le risorse e i debiti tra le nazioni europee, decidendo a maggioranza la quota di eventuali sacrifici che le singole nazioni devono sopportare. Al contrario questa Europa a guida tedesca impone che tutti facciano “i loro compiti a casa”, ovvero si uniformino alle politiche di rigore (suicide in tempo di crisi) imposte dalla nazione leader, la Germania.

Sul piano politico occorre prendere atto che le principali nazioni europee, la Germania e la Francia, per non parlare della Gran Bretagna, non sottometteranno mai la loro politica economica e fiscale, la loro politica estera e di sicurezza, a un voto preso dalla maggioranza dei Paesi Europei.

In questo contesto continuare a perseguire l'integrazione e l'unità europea nel nome degli Stati Uniti d'Europa significherebbe in realtà accettare la leadership tragicamente miope dell'ideologia ordoliberalista tedesca che sta devastando l'economia europea esclusivamente a favore dell'economia dominante, quella tedesca e dei suoi satelliti.

Senza la prospettiva di costruire gli Stati Uniti d'Europa, anche l'euro non ha però più alcun senso strategico, è una moneta appesa al nulla e senza futuro.

La drammatica vicenda greca ha mostrato in maniera evidente l'insufficienza della governance della moneta comune e del sistema monetario europeo. Un paese che vale il 2% del PIL europeo e che ha un debito pubblico pari al 3% del debito europeo ha messo in crisi l'intero sistema dell'eurozona.

La moneta unica creata sul modello del marco tedesco ha tre difetti strutturali non emendabili: 1) impedisce le svalutazioni, ovvero il riallineamento dei prezzi da parte delle nazioni meno competitive: così aumenta le divergenze tra paesi di serie A e di serie B; 2) i vincoli sul debito e sul deficit impediscono politiche di sviluppo e di crescita, che sono indispensabili soprattutto in tempi di recessione e di trappola della liquidità, come l'attuale; 3) la moneta unica impone una politica monetaria identica per 19 paesi europei a livello di tasso di cambio, di regolazione della massa monetaria e di credito bancario. Ma ogni paese ha differenti caratteristiche che evolvono nel tempo e che richiedono diversi approcci. La moneta unica è per natura rigida e va superata.

Attualmente c'è chi (come Wolfgang Schaeuble, il ministro tedesco delle Finanze) vorrebbe imporre una riforma autoritaria del sistema per andare verso una maggiore centralizzazione europea, verso l'integrazione fiscale oltre che monetaria, garantendo così la primazia delle nazioni “più virtuose” e la subordinazione di quelle meno competitive: tuttavia l'integrazione fiscale presupporrebbe l'integrazione politica, per la quale però, come si è detto, non c'è alcuna volontà né possibilità. Il sistema è in una impasse.

Occorre quindi svoltare e realizzare un sistema monetario che vada in un'altra direzione strategica, più realistica, ma non meno ambiziosa e proficua: quella di una Confederazione di Stati sovrani che vogliano coordinarsi tra loro in modo da progredire in uno sviluppo dmocratico, equo e sostenibile, e crescere in un ambiente di stabilità monetaria e finanziaria.

In una Confederazione Europea gli stati manterrebbero la loro autonomia, anche in campo monetario, ma imparerebbero a confrontarsi e coordinarsi tra loro per trovare le migliori soluzioni convergenti sul terreno economico, della politica ambientale, della sicurezza, della politica estera.

Come è noto, la natura del rapporto tra gli stati che costituiscono una confederazione varia notevolmente. I patti che legano gli Stati tra di loro e la ripartizione delle competenze tra gli Stati membri e il governo centrale sono molto variabili. Alcuni confederazioni condividono poche regole vincolanti e sono simili a organizzazioni intergovernative; in alcuni casi le confederazioni possono anche autorizzare la secessione dalla confederazione.

Altre confederazioni hanno regole più strette, possono darsi una Costituzione e assomigliano a delle federazioni, fino a diventare anche delle federazioni vere e proprie.

La caratteristica centrale di una Confederazione è però che, a differenza di uno Stato Federale, gli stati partecipanti mantengono in pieno la loro autonomia e sovranità.

Questa sembra essere la migliore soluzione nella situazione attuale dell'Europa, in cui domina la volontà politica di un solo Stato, la Germania, e una sola ideologia, quella ordoliberista, anche a scapito del benessere e delle volontà delle altre nazioni.

La conservazione della sovranità degli stati è necessaria non solo per lo sviluppo economico e per uscire dalla trappola dell'euro ma anche e soprattutto per la democrazia e l'equità sociale.

Gli stati nazionali europei sono infatti storicamente i luoghi della democrazia, e anche del welfare, cioè della forma di democrazia sociale caratteristica dell'Europa. Al contrario le istituzioni europee – nate e sviluppate grazie ad accordi intergovernativi - sono solo il simulacro della volontà popolare e perseguono politiche liberiste in antitesi anche esplicita con lo sviluppo del welfare e dei diritti sociali dei cittadini europei.

Solo all'interno degli stati sovrani i cittadini e l'opinione pubblica hanno potere di controllo sulle politiche economiche nazionali. A livello europeo le decisioni politiche non sono invece sottoposte ad alcun controllo democratico ma sono subordinate a opache logiche governative, oligarchiche e di lobby.

Amartya Sen ci ha insegnato che senza democrazia non c'è sviluppo. Purtroppo il caso europeo conferma drammaticamente le sue parole.

Occorre fare un passo indietro per fare due passi avanti. Se si vuole conservare e fare evolvere la democrazia e il benessere in Europa, occorre restituire agli stati democratici, cioè alle democrazie e alle istituzioni rappresentative elette dai cittadini, il potere sovrano. Solo così si potrà rifondare l'Europa dei popoli.

Sovranità nazionale significa però anche ovviamente sovranità monetaria.

Nella prospettiva di una Confederazione europea, in teoria bisognerebbe che gli stati europei concordassero il ritorno alle monete nazionali mantenendo possibilmente l'euro come valuta comune (non più unica) di fronte alle altre valute internazionali, cioè nei confronti del dollaro, della sterlina, dello yen e dello yuan.

Tuttavia nell'immediato il ritorno alle monete nazionali appare politicamente e tecnicamente molto complesso. E' difficile, se non impossibile, sciogliere questo euro in maniera ordinata e ritornare alle monete nazionali salvaguardando una moneta comune (non più unica) europea.

Anche se ci fosse la volontà politica di concordare lo scioglimento ordinato della moneta unica da parte della nazione leader, la Germania - che è l'unica vera grande beneficiaria della moneta unica, e che quindi si oppone al suo scioglimento -, il ritorno alle monete nazionali innescherebbe fenomeni speculativi e avrebbe risultati imprevedibili.

La moneta fiscale decisa autonomamente e democraticamente dai parlamenti e dai governi dei singoli Stati rappresenterebbe invece il passaggio più semplice e meno problematico, per rendere flessibile l'attuale sistema monetario europeo e per superarne i limiti intrinseci, pur nel quadro dei trattati vigenti. La moneta fiscale non prevede infatti la rottura dell'euro e dell'Unione Europea. Si tratta invece di affiancare all'euro delle pseudo-monete nazionali complementari e aggiuntive alla moneta unica. Dentro l'euro ma anche oltre l'euro. La nuova quasi-moneta consentirebbe di attuare politiche espansive, di creare nuova domanda, di recuperare il gap produttivo creatosi a causa della crisi e delle suicide politiche di austerità, e indirizzerebbe l'economia verso la piena occupazione in un quadro di stabilità finanziaria[1].

In realtà la moneta fiscale che proponiamo non è una vera e propria moneta: è un titolo di credito fiscale negoziabile e convertibile immediatamente in euro, come qualsiasi altro titolo di stato. Proponiamo infatti che gli stati dell'eurozona in rapporto alle loro necessità emettano e distribuiscano gratuitamente, a favore delle famiglie, dei lavoratori dipendenti e autonomi, e delle imprese, dei titoli di stato sotto forma di Certificati di Credito Fiscale ad utilizzo differito (due anni).

L'emissione di questi titoli di stato convertibili in euro dovrebbe essere massiccia anche se graduale. Per uscire dalla trappola della liquidità occorre emettere CCF anche fino al 10% del PIL nazionale in modo da segnare una svolta e un'espansione decisa nell'economia.

I CCF che proponiamo sono validi per pagare qualsiasi tipo di impegno finanziario verso la pubblica amministrazione (tasse statali e locali, contributi, multe, etc.) a partire da due anni dall’emissione, ma, come abbiamo detto, sono anche immediatamente convertibili in euro da parte degli assegnatari.

Aziende e lavoratori riceverebbero gratuitamente un considerevole importo di CCF. Le famiglie riceverebbero i CCF in proporzione inversa al reddito – in modo da stimolare i consumi, e per motivi di equità sociale -. Le aziende riceverebbero i CCF in proporzione al numero dei dipendenti in modo da ridurre il costo del lavoro e aumentare la loro competitività. La Pubblica Amministrazione centrale e locale potrebbe utilizzare i CCF come mezzo di pagamento per le opere di pubblica utilità e ampliare il welfare.

La caratteristica principale dei CCF è che possano garantire immediatamente ai cittadini e alle imprese un forte potere d’acquisto aggiuntivo. I CCF sono titoli che, in quanto validi per pagare il fisco e gli impegni verso la PA, sarebbero universalmente accettati a livello nazionale. Gran parte dei CCF verranno rapidamente convertiti in euro e spesi sul mercato: infatti la funzione primaria di questi titoli statali consiste proprio nello scongelare la liquidità in euro - attualmente intrappolata nei circuiti bancari e finanziari - e rimettere in circolazione la moneta unica sul mercato dei beni e servizi[2].

Si creerebbe immediatamente un mercato dei CCF. I venditori di CCF saranno tutti quei soggetti – famiglie e aziende (soprattutto medio-piccole) – che hanno necessità immediata di liquidità per le loro spese e per ripagare i debiti pregressi. Considerando le attuali forti esigenze di liquidità (dovute alla drammatica crisi in corso) da parte delle famiglie e delle aziende, è presumibile e auspicabile che ci sarà un significativo incentivo a convertire i CCF in euro. In questo modo sarà possibile aumentare il reddito e quindi la spesa delle famiglie e delle aziende, e uscire dalla trappola della liquidità. Anche la pubblica amministrazione cederà i CCF per remunerare i lavori pubblici appaltati ad aziende private.

Gli acquirenti dei CCF saranno tutti quei soggetti che hanno liquidità e che intendono cedere euro per ottenere a scadenza sconti fiscali: aziende ben patrimonializzate, istituzioni finanziarie, investitori e privati benestanti e facoltosi.

Le banche opererebbero primariamente come intermediari di mercato.

Per effetto del moltiplicatore del reddito, il calo potenziale delle entrate pubbliche legato allo sconto fiscale differito dei CCF verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL. È infatti ovvio che, nella situazione attuale di grave compressione delle risorse produttive, il moltiplicatore sarebbe senz’altro maggiore di uno. Il PIL e l’occupazione crescerebbero quindi velocemente. L’aumento dell’occupazione avrebbe un valore enorme sia sul piano sociale che su quello economico, perché un’economia sana è un’economia di piena occupazione.

In questa maniera si ovvierebbe a livello nazionale ai tre problemi generati dalla moneta unica: 1) gli stati nazionali potrebbero decidere autonomamente in maniera flessibile la loro politica economica; 2) si potrebbe attuare una politica espansiva senza peraltro produrre debiti, grazie al moltiplicatore keynesiano 3) le aziende, grazie ai CCF distribuiti in proporzione al numero dei dipendenti, vedrebbero ridurre il cuneo fiscale e aumenterebbero la loro competitività, in modo da recuperare il gap con la nazione guida, la Germania. In pratica in questo modo si otterrebbero effetti analoghi a quello di una svalutazione monetaria.

La soluzione dei CCF è giuridicamente ineccepibile e difficilmente contestabile in sede UE e da parte dell’autorità monetaria europea: infatti, se è vero che solo la Banca Centrale Europea è l’emittente esclusiva della moneta corrente dell’Eurozona, ogni stato sovrano ha il diritto di offrire legittimamente sconti e titoli fiscali, e quindi anche i CCF. Lo stato è sovrano in campo fiscale.

Inoltre, la BCE ha il monopolio sulla emissione della moneta unica, cioè l’euro, ma non ha il monopolio sulla creazione di strumenti di “quasi moneta”, cioè, per esempio, i depositi bancari, i titoli di stato, etc. Essendo appunto i CCF nuovi strumenti finanziari con natura di “quasi moneta” – ovvero rappresentando titoli (non di debito) che possono essere trasformati in moneta – essi non possono essere soggetti al monopolio della BCE[3].

L’emissione massiccia di CCF genererebbe nuova domanda in grado di colmare rapidamente l’output gap che si è venuto a creare a causa della crisi e delle politiche suicide di austerità. La forte crescita della domanda renderebbe possibile recuperare le risorse produttive (lavoro e capitale) attualmente drammaticamente sottoutilizzate e, grazie a questo recupero, l’inflazione non aumenterebbe a livelli eccessivi – anzi, impedirebbe la caduta dell’economia italiana in una situazione di deflazione cronica –[4].

L’Italia e gli altri Paesi cosiddetti periferici dell'eurozona potrebbero uscire dal tunnel della recessione e del debito autonomamente e con le loro sole forze, senza richiedere ai paesi più competitivi, come la Germania, di rivalutare prezzi e salari interni, di peggiorare i loro saldi commerciali o di trasferire risorse finanziarie verso i paesi in difficoltà.

Questa proposta rappresenta la possibilità concreta di uscire dalla drammatica situazione attuale tentando di evitare soluzioni e condizioni traumatiche che potrebbero infliggere gravi perdite ai risparmiatori, al lavoro, alle imprese e, per molti aspetti, alle stesse istituzioni finanziarie.

Questa può essere la strada per creare le migliori condizioni affinché l’Europa riesca a uscire dall’attuale gravissima crisi e a gettare le basi di un diverso sistema monetario di tipo confederale che sia finalmente stabile, sostenibile e foriero di sviluppo e di piena occupazione.

Enrico Grazzini [1] Vedi l'eBook edito da MicroMega e scaicabile gratis dal sito web: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

[2] I CCF diventerebbero un nuovo prodotto finanziario che lo stato si impegnerebbe a emettere in maniera permanente – anche se in diverse quantità, secondo la congiuntura economica – in modo da creare un clima di fiducia tale da spingere gli operatori economici a spendere la parte preponderante del maggior reddito legato ai CCF in acquisti e consumi, limitando la quota di risparmio e di tesaurizzazione. Così sarà possibile avviare un circolo virtuoso con effetti moltiplicativi positivi: domanda che espande la produzione, quindi l’occupazione, quindi ulteriormente i redditi e la domanda, etc.

[3] I CCF, essendo un titolo denominato in euro e non una moneta parallela sostitutiva dell'euro, non subiranno svalutazioni o rivalutazioni rispetto all'euro, ma in quanto strumento finanziario saranno ovviamente soggetti a un tasso di attualizzazione. Per maggiore chiarezza: gli stipendi continuerebbero a essere pagati in euro, così come le tasse, le merci e i servizi. L'euro rimarrebbe l'unica moneta in cui sarebbe tenuta la contabilità delle aziende, e la moneta di denominazione di prezzi, stipendi, pensioni, titoli e conti bancari. La riforma non creerebbe quindi nel pubblico i timori che si accompagnerebbero inevitabilmente a una svalutazione di stipendi, pensioni, risparmi. Anzi: l'assegnazione di titoli gratuiti sarebbe prevedibilmente assai ben accolta perché aumenterebbe notevolmente il potere d'acquisto senza alcuna contropartita negativa.

[4] La monetizzazione dei CCF – che, come abbiamo detto, sono a tutti gli effetti una categoria di titoli di Stato - sarà possibile in quanto si svilupperà un attivo mercato finanziario. Il titolo CCF può essere considerato come un titolo zero coupon con scadenza biennale a circolazione prevalentemente interna. Infatti 100 euro di CCF equivalgono a una banconota da 100 euro che il possessore non può utilizzare se non tra due anni. La monetizzazione anticipata comporterà ovviamente uno sconto finanziario. Il tasso di sconto sarà presumibilmente assai contenuto, essendo il CCF un titolo a breve completamente garantito per il pagamento fiscale. Il CCF sarà quindi uno strumento appetibile e competitivo rispetto agli altri titoli sul mercato monetario.
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