venerdì 11 settembre 2015

Crisi, libero scambio e protezionismo

da sinistrainrete.info

A. Lo Fiego intervista Emiliano Brancaccio

Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?
Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile
sostituto della “spugna” americana. La situazione per certi versi somiglia al periodo tra le due guerre mondiali, quando la Gran Bretagna venne spodestata dal ruolo di leader monetario del mondo e gli Stati Uniti erano ancora riluttanti a sostituirla. Oggi come allora l’assenza di una leadership monetaria rappresenta un rebus di difficile soluzione, uno dei tipici problemi di coordinamento di fronte ai quali il meccanismo della riproduzione capitalistica entra in crisi. Ciò significa che probabilmente andiamo incontro a una fase caratterizzata da una domanda globale debole, e quindi da una crescita della produzione troppo bassa per indurre le imprese a riassumere i lavoratori licenziati a seguito della recessione. Inoltre, quando la crescita della domanda e della produzione risulta debole, è facile che si verifichi anche disoccupazione tecnologica: cioè aumenta la probabilità che i lavoratori licenziati a causa di mutamenti tecnici e organizzativi non vengano più riassorbiti dal sistema. Per questi motivi, in media e soprattutto nei paesi occidentali potremmo trovarci di fronte ad un periodo non breve di aumento della disoccupazione.


Quali potrebbero essere gli sbocchi politici immediati dell’attuale recessione?
Non mi sembra realistico scommettere sulla possibilità che le grandi potenze economiche si siedano presto attorno a un tavolo per costruire assieme una nuova “spugna” del mondo, in grado di sostituire quella americana. Ritengo più probabile che per un po’ di tempo ogni paese cercherà una soluzione “interna” al problema della caduta del commercio mondiale. A questo proposito, finora ha prevalso una strategia più o meno surrettizia di “salto al collo del vicino”. Molti paesi cioè hanno praticato politiche di ulteriore contenimento dei salari e di aumento dei sussidi alle imprese, allo scopo di rendere più competitive le produzioni nazionali e magari di conquistare quote di mercato altrui. Questo tipo di comportamento,  coordinato e conflittuale, può anche dare i suoi frutti nel breve periodo, ma a lungo andare non fa altro che aggravare la crisi globale. Alcuni paesi potrebbero allora tentare di sganciarsi da questa spirale recessiva mondiale per puntare su uno sviluppo più autonomo, maggiormente fondato sulla domanda interna, e quindi meno dipendente dalle esportazioni.

I paesi che sceglieranno di puntare sulla domanda interna diventeranno protezionisti?
E’ ovvio che se un paese decide di espandere la domanda interna dovrà poi introdurre degli accorgimenti per far sì che la maggior parte di quella espansione si rivolga alla produzione nazionale, anziché a quella estera. Nel mondo qualche segnale in tal senso già ce l’abbiamo.

Ma noi come dovremmo giudicare questa tendenza? In polemica con te, Marco Revelli ha sostenuto che il protezionismo potrebbe rivelarsi l’anticamera per nuove tentazioni nazionaliste e guerrafondaie…
Non è il solo. Su Liberazione o sul manifesto capita spesso di trovare “protezionismo” e “fascismo” appaiati, quasi che fossero la stessa cosa. Ma queste sono banalizzazioni pericolose. Trovo che a sinistra sia alquanto diffuso un tremendo equivoco attorno al dilemma tra apertura globale e protezionismo. Probabilmente le incomprensioni nascono dal fatto che molti intellettuali commettono l’errore di considerare l’attuale internazionalismo del capitale come una sorta di erede moderno del vecchio internazionalismo del movimento operaio. Ma la realtà è che si tratta di fenomeni in totale contrasto tra loro. L’internazionalismo del capitale sta ad indicare il grande processo di globalizzazione al quale abbiamo assistito nell’ultimo trentennio, che è consistito nella crescente apertura dei mercati ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di lavoratori. L’internazionalismo operaio promuoveva invece la solidarietà e la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi, e quindi si basava principalmente sul ripudio della guerra, economica e soprattutto militare. E’ chiaro che siamo di fronte a concetti antagonistici: l’internazionalismo del capitale infatti inasprisce la competizione tra i lavoratori dei vari paesi, e quindi può facilmente compromettere la solidarietà tra di essi. Lo stesso Marx, che protezionista non era, ironizzò sulle tesi di chi confondeva libero scambio, pace e fraternità sostenendo che «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia». Trovo quindi errato l’atteggiamento di chi a sinistra difende più o meno consciamente questo tipo di internazionalismo, e magari si esprime contro l’eventualità che si vada verso una fase di minore apertura dei mercati.

Stai dicendo che l’eventuale avvio di una fase protezionista potrebbe rappresentare una occasione politica per il movimento dei lavoratori?
Non voglio dire che i lavoratori dovrebbero considerare il protezionismo come una infallibile soluzione per i loro mali. Alla luce della esperienza novecentesca sappiamo che una relativa chiusura del mercato interno può esser declinata in vari modi, non tutti necessariamente auspicabili: in alcuni casi può rientrare tra le strategie di aggressione intercapitalistiche che sono tipiche dei tempi di crisi, e può quindi essere accompagnata da una ulteriore azione repressiva sul lavoro; in altri casi può invece ridurre il peso del cosiddetto “vincolo esterno”, e può dunque favorire lo sviluppo delle rivendicazioni sociali. In effetti abbiamo evidenze storiche dell’uno e dell’altro segno. E’ chiaro però che se a sinistra persiste una lettura ingenua della questione dell’apertura o meno dei mercati, difficilmente una eventuale fase di “de-globalizzazione” potrà essere sfruttata a vantaggio degli interessi del lavoro. Sotto questo aspetto l’analisi di Revelli, e di molti altri, mi sembra idealistica, e quindi non in grado di riconoscere i diversi possibili esiti della torsione storica in atto.

In Italia un vero dibattito su questi temi, e più in generale sull’indirizzo di politica economica del paese, stenta ad affiorare. L’attenzione sembra più che altro rivolta ai costumi sessuali del premier, e magari lo si lascia indisturbato a smantellare il settore pubblico e a smontare pezzo per pezzo la Costituzione. Quanto è concreto secondo te in questo momento, in Italia, il pericolo di una deriva “post”- democratica?
Con il prolungarsi della crisi e con l’aumento conseguente delle tensioni sociali, è possibile che questo governo sia tentato da soluzioni drastiche sul piano istituzionale ed economico, e da un impiego non estemporaneo ma strategico degli strumenti di repressione di cui dispone. Ma la forza di Berlusconi e della sua alleanza non deriva dal suo potenziale anti-democratico (o post-democratico, che dir si voglia). A mio avviso l’attuale destra di governo trae linfa e consensi dalla sua eccezionale capacità di alimentare una continua guerra tra le diverse  ategorie di lavoratori: privati contro pubblici, precari contro stabili, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, settentrionali contro meridionali, nativi contro immigrati. E’ contro questa tendenza a dividere i lavoratori che bisognerebbe concentrare gli sforzi dell’opposizione. Non mi persuade invece l’idea di contrastare l’esecutivo definendolo semplicemente “nemico” della Costituzione e della democrazia. Dovremmo infatti ricordare che l’attacco alla Costituzione e il restringimento degli spazi di esercizio democratico non nascono certo in questa legislatura. La nostra Carta costituzionale è materialmente incompatibile con gli indirizzi di politica economica e istituzionale di tutti i governi che si sono succeduti da almeno un quindicennio a questa parte. La piena apertura dei mercati e la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il Trattato di Maastricht, lo smantellamento progressivo dei diritti del lavoro, sono tutti provvedimenti che hanno agito in simbiosi con le controriforme elettorali e con il depotenziamento delle aule parlamentari, e hanno quindi allargato lo squarcio tra la Costituzione formale e la sua attuazione materiale. Pertanto, a chi nell’opposizione sembra propenso a invocare genericamente la difesa della Costituzione repubblicana e ad agitare l’ennesima, consunta bandiera dell’anti berlusconismo, dovremmo chiedere se piuttosto sia disponibile a costruire una opposizione fondata su concrete proposte di riunificazione del lavoro. Perché è sul bivio tra divisione e coesione dei lavoratori che oggi più che mai si gioca la costruzione di un blocco sociale vincente.

Sotto quali condizioni a tuo avviso si potrebbe tornare a scommettere su una rinnovata coesione tra i lavoratori?
Il problema è che in questi anni - anche a causa di scelte nefande da parte delle sinistre al governo - i divari tra le diverse categorie di lavoratori sono effettivamente cresciuti, sia sul versante dei redditi che su quello più generale delle condizioni di lavoro e di vita. Oggi più che in passato sussistono grandi differenze tra i livelli di vita di un dipendente pubblico stabilizzato, di un precario del settore privato e di un immigrato clandestino che lavori sotto la minaccia dell’espulsione. Parlare quindi frettolosamente di “classe”, come se fosse un mantra, una parola taumaturgica, rischia di produrre un effetto di ripulsa, opposto a quello desiderato. Il paradigma marxiano delle “classi sociali” resta a mio avviso analiticamente superiore al paradigma dell’individualismo metodologico, e quindi può tuttora considerarsi fecondo anche sul piano politico. Ma sarebbe sbagliato adoperare la parola “classe” per fini agitatori senza una profonda spiegazione preliminare del suo significato. Per esempio, all’universo frammentato dei lavoratori bisognerebbe in primo luogo comunicare che le sperequazioni tra di essi sono risultate funzionali all’accrescimento di un’altra sperequazione, molto più grande e decisiva: quella tra i lavoratori presi nel loro complesso e i percettori diretti o indiretti di profitti e rendite. Basti pensare agli aumenti di produttività del lavoro: nell’ultimo trentennio, in quasi tutto il mondo, gli incrementi del potenziale produttivo dei lavoratori non sono andati a vantaggio dei dipendenti pubblici, né dei precari, e nemmeno ovviamente degli immigrati. Praticamente tutta la ricchezza aggiuntiva creata dall’aumento di produttività del lavoro è stata assorbita dai redditi da capitale…

…ciò nonostante i lavoratori seguitano in molti casi a farsi la guerra tra loro. Quali sono le parole d’ordine attorno alle quali si potrebbe cercare di riunificarli?
Comincerei col dire che ad ogni slogan che punti a dividere i lavoratori, se ne dovrebbe contrapporre un altro che miri a compattarli. Prendiamo ad esempio gli slogan della Lega. Sappiamo che questo partito invoca le “gabbie salariali” allo scopo di differenziare maggiormente le retribuzioni tra Nord e Sud, e di rimediare così al fatto che i prezzi al Nord sono un po’ più alti che nel Mezzogiorno. I leghisti sostengono quindi che le “gabbie” servono a eliminare una discriminazione che danneggia i lavoratori settentrionali. Ora, io non sto qui a  offermarmi sulle varie incoerenze della proposta leghista. Mi limito solo a far presente che i divari di prezzo tra una metropoli e una località di provincia possono risultare anche più ampi di quelli tra Nord e Sud, per cui volendo applicare la logica leghista fino in fondo dovremmo immaginare contrattazioni differenziate pure tra città e paesini, tra zone ben collegate e zone isolate, e così via, senza più riuscire a mettere un punto fermo. Ma il punto chiave è che se di discriminazione vogliamo davvero parlare, allora forse dovremmo partire da fenomeni ben più macroscopici, come ad esempio quelli creati dalle leggi di deregolamentazione e di precarizzazione del lavoro che la Lega in questi anni ha sempre sostenuto e promosso. A causa di questo smantellamento del diritto del lavoro, oggi possiamo trovarci in una situazione in cui, per esempio, due lavoratori del Nord lavorano nella stessa azienda, con le stesse identiche qualifiche e le stesse mansioni, e ciò nonostante vengono sottoposti a norme diverse, a contratti diversi, a salari totalmente diversi e persino a padroni diversi. Altro che introduzione delle “gabbie salariali”, dunque. Qui c’è piuttosto da abbattere la gabbia della precarizzazione, che scientificamente divide al suo interno la classe lavoratrice, al Nord come al Sud, e che la Lega ha contribuito in modo decisivo a edificare.

Oltre alle gabbie salariali la Lega agita pure la bandiera del blocco dell’immigrazione….
Certo, e in questo caso lo scopo è di trarre alimento dalle divisioni tra lavoratori nativi e migranti. La Lega trae enormi consensi da questa strategia. Alcuni ritengono che ciò dipenda da un moto irrazionale identitario dei nativi contro i migranti, i quali verrebbero concepiti come un tipico “caprio espiatorio”, un nemico esterno da annientare. Ciò è senz’altro possibile, ma i dati rivelano che la xenofobia dei lavoratori nativi scaturisce anche dal pericolo concreto, materiale, che gli immigrati alimentino una concorrenza ancor più sfrenata sui salari, sui posti di lavoro, sul welfare e sugli spazi metropolitani. Per motivi dunque non solo identitari ma anche strettamente materiali la linea della Lega è finora risultata vincente, e qualcuno a sinistra sembra essersi rassegnato a subirne la forza dirompente. Al contrario, io credo che la bandiera del blocco dell’immigrazione possa e debba essere efficacemente contrastata issando una bandiera alternativa: quella del blocco dei movimenti di capitale. Bisognerebbe cioè comunicare ai lavoratori nativi che, invece di far la guerra agli immigrati, dovrebbero unirsi con essi attorno all’obiettivo di impedire al capitale di scorazzare liberamente da un capo all’altro del mondo, a caccia della tassazione più favorevole, dei minimi vincoli ambientali, dei salari più bassi e delle massime opportunità di sfruttamento del lavoro. Talvolta cerco di sintetizzare questo ragionamento affermando che se vogliamo liberare i migranti, allora dobbiamo arrestare i capitali. Adopero volentieri queste parole d’ordine poiché le considero non solo efficaci nella lotta politica, ma anche istruttive per la sinistra. Dobbiamo infatti capire che se vogliamo davvero riunificare i lavoratori, se per esempio vogliamo costruire un legame sociale tra lavoratori nativi e immigrati, non possiamo più appellarci al buon cuore della gente. Dovremmo invece avanzare proposte precise e credibili, nelle quali gli uni e gli altri possano riconoscersi. Questo è un punto molto importante, poiché vedo che a sinistra troppe volte si pretende di affrontare questi problemi sulla base di un umanesimo ingenuo, secondo cui basterebbe dichiarare che l’altro sono io per stemperare ogni conflitto. Questo “buonismo” è totalmente inadeguato ai tempi di ferro che stiamo attraversando, ed è pure sintomo a mio avviso di una diffusa pigrizia intellettuale e politica.

Mettiamo allora da parte ogni “buonismo”, e interroghiamoci sulla possibilità concreta di riunificare i lavoratori attorno alla parola d’ordine del blocco dei capitali. A questo proposito, non c’è comunque il rischio che il blocco dei movimenti di capitale danneggi i lavoratori dei paesi meno sviluppati, che necessitano di risorse finanziarie esterne per uscire dalla povertà?
No. E’ vero piuttosto il contrario. La libera circolazione internazionale dei capitali ha scatenato una competizione senza freni, che aumentando i rischi di attacco speculativo sulle valute ha drasticamente ridimensionato la sovranità politica dei singoli paesi - specie se meno sviluppati - e che ha dato avvio a una lunga e profondissima deflazione salariale mondiale. Da questo vortice recessivo sono riusciti almeno in parte a sottrarsi solo quei paesi che hanno mantenuto qualche forma di relativa chiusura dei loro mercati ai movimenti internazionali di capitale. La Cina è un esempio emblematico, in questo senso.

A seguito della grande recessione in corso si è tornati a parlare, anche nei nostri ambienti, di “crisi finale del capitalismo”. Che ne pensi?
L’idea di una “crisi finale del capitale” viene solitamente portata avanti dagli eredi più o meno consapevoli delle correnti bordighiste del marxismo, e in genere si basa sulla “legge” di caduta tendenziale del saggio di profitto. La versione marxiana tradizionale di quella legge non funziona, ma credo sia possibile individuare nuove modalità di riscontro della medesima. Da un punto di vista politico, tuttavia, il tema della “crisi finale” è delicato. Quando tra i militanti si discute della legge di caduta del profitto, noto che si cade facilmente in un clima “destinale”, che spesso li spinge verso analisi superficiali e fuorvianti. Ai militanti sedotti da questo tipo di discussioni uso dire che il Capitale di Marx non è il Vangelo secondo Giovanni, e che le complicate riflessioni sulla “crisi finale” del capitale sono una cosa un po’ diversa dalle premonizioni sull’Apocalisse. Credo allora che i militanti farebbero meglio a porsi interrogativi più immediati, e in un certo senso più smaliziati. Per esempio, sarebbe ora di analizzare in profondità il rapporto tra i meccanismi di auto-riproduzione del capitalismo e degli apparati ideologici che lo sorreggono da un lato, e i meccanismi di auto-riproduzione dei partiti che si dichiarano anti-capitalisti dall’altro. Se la sopravvivenza delle strutture di questi partiti finisce per dipendere in misura decisiva dalla partecipazione agli organi di governo o di sotto-governo, la definizione stessa di “anti-capitalisti” rischia di diventare un ossimoro, una vera e propria contraddizione in termini. E’ chiaro infatti che sotto condizioni di inesorabile dipendenza “riproduttiva”, la crisi non può mai logicamente assumere il carattere di “occasione storica”.  uesta è una questione importante, sulla quale bisognerebbe indagare senza semplificazioni né inutili moralismi, ma anche senza reticenze.
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