martedì 8 settembre 2015

Cosa abbiamo davvero capito della guerra in Siria

di Francesca Donato da scenarieconomici
 

Cosa abbiamo capito davvero della guerra in Siria, del dilagare dell’Isis, delle cause dell’ondata migratoria e dell’improvviso cambio di politica tedesca sull’accoglienza?
A mio avviso, poco, ed è assolutamente comprensibile vista la contraddittorietà, fumosità ed incompletezza dell’informazione massmediatica sui suddetti temi.
Tenterò di fare un po’ di ordine, o quantomeno di condividere con voi quello che io personalmente ho capito fino ad adesso.
  1. SIRIA ED ISIS. La guerra in Siria ha avuto origine dalle cosiddette “primavere arabe“, cioè il periodo di “risveglio” delle coscienze democratiche nei Paesi musulmani governati da dittatori, che ha condotto in Libia, Tunisia ed Egitto a rovesciare i governi decennali in carica e a indire nuove elezioni per consentire un ricambio politico corrispondente alle esigenze dei popoli interessati.
Anche qui, l’iniziale rivendicazione di riforme nel senso di maggiore libertà e democrazia ma anche di recupero dei valori tradizionali del mondo arabo, ha presto lasciato il posto a spinte di reintroduzione della legge islamica, che hanno consentito a gruppi estremisti di prevalere nelle formazioni dei ribelli e ad ingrossare le proprie file grazie al proselitismo religioso ed al reclutamento di “foreign fighters”.
Inizialmente, il governo del presidente Assad ha tenuto, anche grazie al supporto di Russia e Iran ed anche della Corea del Nord, ma poi l’intervento del fronte occidentale composto da USA, UK ed alleati Sauditi ha dato forza al fronte rivoluzionario, nel quale però ha trovato terreno fertile l’ISIS, che ha finito per prevaricare tutte le altre forze ribelli (che dallo stesso hanno preso le distanze), acquistando forza militare sempre maggiore ed arrivando a conquistare più di metà del territorio siriano.
(Nell’immagine della Siria sopra riportata, la zona in grigio rappresenta i territori conquistati dall’Isis, in giallo quella controllata dai Curdi, in rosso i territori ancora sotto il dominio di Assad ed in verde quelli sotto le altre forze ribelli.)
Per arrestare il dilagare dell’Isis, che come tutti sappiamo minaccia di estendersi anche ai danni di altri Paesi arabi, secondo vari commentatori sarebbe sufficiente interrompere i rifornimenti che quotidianamente arrivano alle sue file dal fronte turco, oltre a dare manforte ai Curdi che nella parte nord del territorio siriano costituiscono il fronte di reisistenza più efficace all’Isis stesso.
Ma nulla di tutto questo viene fatto, anzi dalla Turchia i bombardamenti colpiscono molto più spesso le forze ribelli curde che le milizie dell’Isis. Non si tratta ovviamente di errori, ma di repressione voluta nei confronti della minoranza curda che da sempre rivendica l’indipendenza in Turchia (ed in Siria) e da sempre viene repressa nel sangue. Il tutto nel silenzio dei media occidentali.
Molti corrispondenti, inoltre, riportano che gli stessi USA ed Arabia Saudita, mentre dicono di voler combattere l’Isis, in realtà forniscono allo stesso regolarmente armi e munizioni .
Incredibile, pare, no?
Niente affatto, se si guarda agli interessi in gioco. Gli USA mirano evidentemente a rovesciare il regime di Assad, per varie ragioni geopolitiche, fra le quali la pesante influenza che lo stesso aveva assunto nella zona medioorientale, grazie all’alleanza con l’Iran (che disturba moltissimo l’alleato di ferro degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita)ed altresì per l’insinuarsi sempre più consistente e strategico della Russia in tale asse, con evidente rafforzarsi della potenza russa, che già costituisce una minaccia sempre maggiore all’egemonia mondiale degli USA.
Pertanto, risulta evidente come, allo stato attuale, l’Isis serva agli USA ed ai Sauditi per rovesciare il tenace regime di Assad, visto che senza i tagliagole le altre forze ribelli soccomberebbero subito. Quindi USA e Sauditi di fatto finanziano e sostengono l’Isis, aspettando che Assad cada e che la Siria sia conquistata per intero.
A quel punto, avranno gioco facile nel far passare come “necessario” e salvifico il loro intervento militare in Siria, per “liberarla” dall’Isis, tramite bombardamenti a tappeto che raderanno al suolo ciò che resta ancora in piedi e mieteranno ancora infinite vittime innocenti, sulle quali si chiuderanno gli occhi in quanto considerate “danni collaterali” inevitabili per ripristinare “la pace e la democrazia” nei territori dilaniati dalla guerra in corso.
Infine, come nel copione già visto in Afghanistan, posizioneranno un proprio uomo di fiducia al governo, tramite il quale spianeranno il terreno per gli interventi di “ricostruzione” (ovviamente di imprese occidentali)e sfruttamento delle risorse energetiche e naturali presenti sul territorio. Al contempo sottrarranno a Putin un’importantissima area di influenza nel mondo arabo, riducendone l’espansione politica ad est.
  1. MIGRANTI e distinzione fra “PROFUGHI” e “migranti ECONOMICI” o “CLANDESTINI”.
Nel linguaggio mediatico, a partire da Salvini fino alla stessa Merkel, si è affermata la distinzione fra due categorie di migranti, considerate come compartimenti stagni: i migranti provenienti da Paesi di guerra, cui può essere riconosciuto il diritto di asilo – ai sensi delle normative nazionali dei Paesi UE – detti “profughi”, ed i “migranti economici”, ai quali nessun diritto viene riconosciuto e pertanto vengono inquadrati come “clandestini”.
In base a tale distinzione, si individua il differente trattamento da riservare ai migranti stessi: accoglienza a braccia aperte per i profughi di guerra; rimpatrio senza esitazioni per i migranti economici.
Ciò consente di allontanare dai soggetti politici in esame le accuse di xenofobia e mancanza di solidarietà, e nello stesso tempo di mostrare inflessibilità ed “amor patrio”, nel senso di voler tutelare “prima gli Italiani” sotto il profilo economico e dei diritti, visto che da noi “non c’è posto per tutti” e che le risorse scarseggiano già per i cittadini.
Larga parte dell’opinione pubblica italiana e straniera condivide acriticamente tale impostazione, non scorgendone le falle logiche e pratiche (tralasciando le implicazioni etiche che pare interessino davvero a pochi, per ciò solo etichettati come “buonisti”).
Si dimentica poi di precisare che questo modello è precisamente quello in vigore da anni nel nostro Paese. Ed a mio avviso, come i fatti dimostrano, esso non produce affatto i risultati sperati, non reggerà a ancora a lungo ed aumenterà l’entità dei flussi migratori in arrivo.
Ecco le ragioni di tali mie convinzioni:
1) In primo luogo, va ricordato che i presupposti per il riconoscimento del diritto di asilo variano da Paese a Paese, e di conseguenza il concetto di “profugo” non può essere univoco sul territorio UE. Ma probabilmente questo problema verrà superato tramite l’adozione del criterio tedesco, che gli altri Stati UE assumeranno come “il migliore”, come al solito.
Ma tale riconoscimento, mentre per i migranti in arrivo via terra dalla Siria attraverso i Paesi dell’Est Europa è semplice, non lo è affatto per quelli che si imbarcano in Libia e giungono in Italia via mare. Come ormai tutti dovremmo sapere, gli scafisti sottraggono a tutti i passeggeri i documenti rendendo impossibile, al loro arrivo in Italia, l’identificazione certa della loro nazionalità. E poiché, conoscendo il diverso trattamento che spetta alle due categorie, allo sbarco tutti i migranti dichiarano di arrivare da Paesi in guerra, si pone d’obbligo l’incombenza della loro identificazione, per procedere alla quale tutti quanti vengono “parcheggiati” nei Centri di Identificazione ed Espulsione (i c.d. CIE), i quali ormai sono del tutto insufficienti, per numero e dimensioni , a contenerli tutti.
Cosa accade allora? Quello che vediamo e per cui ci lamentiamo ogni giorno: i CIE scoppiano e da essi i migranti scappano senza difficoltà riversandosi sul territorio disordinatamente tentando di raggiungere in qualche modo le loro vere mete (Germania, Francia, Svezia) o andando ad alimentare le fila del lavoro nero e sottopagato o della criminalità.
Una parte di essi, non bastando i CIE, viene collocato a spese dello Stato e della UE in altre strutture di accoglienza, come alberghi in disuso, tendopoli, ecc., suscitando vive proteste da parte dei cittadini. I tempi per l’identificazione, come ha dichiarato ieri l’ex Ministro Maroni, durano in media 2 anni, che si traducono evidentemente in costi e disagi per il nostro Paese.
Quando infine si giunge all’identificazione certa dei “clandestini”, il rimpatrio non è di certo una passeggiata e ovviamente non è gratis. Ed immaginiamoci un po’ cosa faranno i rimpatriati nei Paesi da cui sono partiti perché vittima di persecuzioni, carestia, malattie epidemiche e via dicendo? Alcuni moriranno (l’età media in Nigeria, ad esempio, è di 51 anni), altri sopravviveranno per un po’ in condizioni miserevoli, altri scapperanno di nuovo. L’esodo da quei Paesi, stiamone certi, non finirà.
Oltre a ciò, se passiamo ad esaminare invece la categoria dei “profughi”, va detto che l’entità degli stessi non accenna a diminuire, anzi. Il dilagare dell’Isis verosimilmente ne produrrà di nuovi e anche nei Paesi dell’area sub-sahariana l’instabilità latente potrebbe sfociare a breve in vere e proprie guerre civili, con conseguente aumento dei flussi di profughi con diritto di asilo verso l’Europa.
Quindi, anche il proposito di accogliere tutti i profughi sul presupposto che il numero degli stessi sia facilmente gestibile ed assorbibile, si rivelerà ben presto errato. Mi astengo, infine, dal commentare il non proprio amorevole sentimento dilagante fra gli Italiani (ed altri europei) verso gli immigrati, profughi inclusi, quando se li trovano piazzati nei propri Comuni.
Che fare, dunque? Per quello che può servire, io ho provato a dare un mio contributo per trovare delle risposte concrete al problema circa un anno fa, con un post dedicato.
Alcune delle indicazioni in esso contenute sono divenute oggi realtà, come la ripartizione per quote di migranti fra i Paesi UE, a dimostrazione che le stesse non erano “impossibili” come sostenuto da qualcuno.
Allo stato odierno, parte di quella proposta ritengo possa ancora valere (in particolare quella riguardante la gestione dei migranti in arrivo), ma è necessaria una fondamentale integrazione.
In un’ottica di più ampio raggio, considerato il contesto internazionale ed in particolare medio-orientale ed africano, è imprescindibile valutare un’azione di intervento nelle aree interessate dalle migrazioni, sia quelle di guerra che quelle comunque critiche, in assenza della quale le ondate migratorie non cesseranno da sole sino all’esaurirsi delle cause che le determinano, ad opera di agenti del tutto imponderabili.
Una linea di tal sorta, molto vicina a ciò che avevo in mente, è stata illustrata e argomentata in maniera abbastanza puntuale dal Presidente Putin, in un intervento a Vladivostock di pochi giorni fa, al quale vi rimando.
Lo riassumo per comodità: Putin propone di intervenire con un’azione congiunta da parte di Russia, USA, Turchia, Arabia Saudita (ed, aggiungo io, Iran ed altri Paesi del Golfo arabo)per sconfiggere l’Isis in medio oriente (ma suggerirei anche per togliere di mezzo altri gruppi terroristici come Boko Haram in Nigeria)e far cessare così i conflitti che stanno alla base delle migrazioni dei profughi.
Aggiungo a quanto sopra anche la necessità di intervenire per favorire lo sviluppo economico dei Paesi Africani da cui provengono i migranti economici, creando infrastrutture fondamentali come acquedotti, vie e mezzi di comunicazione oltre ad ospedali, scuole ed alloggi.
Le grandi multinazionali occidentali presenti in Nigeria, Somalia, Eritrea, e via dicendo, finora dedite al solo sfruttamento delle risorse di quei territori a danno delle popolazioni locali, dovrebbero d’ora innanzi essere coattivamente coinvolte in tale opera di ripristino delle condizioni di vivibilità di quei Paesi, nonché di sviluppo economico tramite il sostegno all’agricoltura ed artigianato locale con il microcredito, sino alla creazione anche di un’industria che consenta di impiegare manodopera autoctona.
Soltanto in tale modo si può pensare di creare le condizioni per il progressivo ridursi , sino a cessare dei flussi migratori, con la possibilità di favorire anche il rientro spontaneo nei loro Paesi d’origine, una volta “sanati”, da parte degli immigrati già presenti in Europa.
Un piano di lungo periodo, necessariamente congiunto fra le grandi potenze mondiali ed i principali Stati arabi, è l’unica possibilità per indirizzare il futuro dell’Europa e del Medio oriente in senso di crescita e stabilità, mentre il procedere con misure “di emergenza” senza coordinamento né prospettive condurrà ad un caos debordante, la cui gestione sfuggirà di mano anche agli attuali autori degli equilibri (e squilibli) mondiali.
Quale il ruolo dell’Unione Europea in questo quadro? Come sempre, un ruolo marginale, di mera esecuzione delle direttive assegnate dagli USA, quindi – a seconda delle esigenze – di astensione dall’intervento oppure di impegno diretto.
C’è dunque da sperare che l’intervento di Putin, che – non dimentichiamolo – agisce da tempo efficacemente anche e soprattutto con un’azione diplomatica sul governo di Assad, trovi terreno fertile anche in considerazione degli interessi statunitensi ed arabi.
Se così non sarà, c’è davvero poco da essere ottimisti, e credo che molto presto anche Frau Merkel se ne renderà conto. Per ora, ha capito che l’arrivo dei profughi siriani nel territorio tedesco può risolvere il problema demografico in atto in Germania, oltre da dare una lucidatina all’immagine della stessa, recentemente divenuta mefitica ed invisa all’opinione pubblica dopo l’imposizione del memorandum “lacrime e sangue” alla Grecia. Ma dopo il primo annuncio ad effetto “accoglieremo tutti i profughi”, i margini di apertura si sono ridimensionati, pur mantenendosi superiori alle iniziali quote ristrette.
Chissà che la cancelliera di ferro non riesca, tramite i suoi legami sia con l’amministrazione Obama che con quella russa, a premere in favore dell’intervento proposto da Putin, facendo capire che uno scenario libico in Europa potrebbe essere una bruttissima prospettiva anche per ciò che più sta a cuore a USA e UK, oltre che alla Germania: “i mercati".
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