lunedì 31 agosto 2015

Sinistra, la lezione di Sanders e Corbyn

di Carlo Formenti da Micromega 

È possibile che la lotta di classe, espulsa dal linguaggio e dalla prassi di partiti e sindacati (ex)socialdemocratici europei, riacquisti diritto di cittadinanza proprio in quell’area angloamericana da cui le controrivoluzioni di Reagan e Tatcher – e dei loro epigoni di destra e di “sinistra”- sembravano averla definitivamente bandita? Non vorrei sembrare troppo ottimista, ma mi pare che dalla scena politico-sindacale di Stati Uniti e Inghilterra arrivino segnali incoraggianti in tal senso.
Partiamo dagli Stati Uniti. Dopo che le leggi punitive nei confronti del diritto di organizzazione e di sciopero e le pratiche antisindacali delle imprese avevano ridotto quasi a zero il tasso di sindacalizzazione dei dipendenti privati e pubblici, da qualche anno stiamo assistendo a una vivace ripresa di lotte per ottenere aumenti salariali, ritmi di lavoro meno stressanti e un parziale recupero dei diritti sociali massacrati dalle politiche anti welfare.
I protagonisti di questa ondata non sono né quel che resta della classe operaia industriale, falcidiata dalle delocalizzazioni, né quei “lavoratori della conoscenza” che i teorici postoperaisti insistono a considerare come l’avanguardia del proletariato globale. A smuovere le acque di una società ingessata dalla disuguaglianza fra super ricchi e working poor (la massa di coloro che non guadagnano a sufficienza per vivere dignitosamente) sono soprattutto gli addetti ai servizi: catene commerciali, logistica, ristorazione, servizi di cura, ecc.
Molti sono giovani, afroamericani o immigrati (moltissimi i latinos) che hanno imparato a creare nuove, combattive organizzazioni sindacali, mentre i loro interessi appaiono spesso in conflitto con quelli della middle class (vedi le proteste dei conduttori degli autobus che portano al lavoro i nerd della Silicon Valley, o quelle degli abitanti di quartieri colonizzati e “gentrizzati” dai quadri della New Economy). E cominciano a ottenere risultati significativi: dall’aumento del salario minimo in alcuni importanti Stati e città, alla recente sentenza del National Labor Relations Board che stabilisce un principio importantissimo: quando negoziano con imprese che svolgono attività di subappalto, i sindacati possono coinvolgere nella trattativa le società appaltatrici. In settori dove il franchising è la regola, la decisione è destinata ad avere notevole impatto  (non a caso è ferocemente contestata da lobby, associazioni imprenditoriali e politici di destra).
Gli effetti del cambiamento di clima sindacale sono venuti a sommarsi a quelli delle mobilitazioni del movimento Occupy Wall Street , il quale – finché è durato – aveva tentato di saldare le lotte di questi strati sociali con quelle di una massa studentesca indebitata e senza prospettive di mobilità sociale, contribuendo al successo della campagna elettorale di Bernie Sanders, che potrebbe diventare il primo candidato socialista a sfiorare la nomination Democratica.
All’ascesa di Sanders fa riscontro quella di Jeremy Corbyn, l’anziano esponente della sinistra laburista che potrebbe fra poco diventare il nuovo segretario del partito. Corbyn non si afferma grazie a una nuova ondata di lotte, ma è a sua volta espressione di crescenti tensioni sociali che potrebbero invertire la dinamica che ha trasformato i laburisti in neoliberisti di centro. La base sindacale e la struttura territoriale dei militanti, esasperati da decenni di politiche filo padronali, privatizzazioni, tagli al welfare, ecc. condotte con la complicità o con l’avvallo esplicito del loro stesso partito, hanno trovato in Corbyn il campione di una rivoluzione “restauratrice” (come la definiscono i media mainstream). Se il colpo riuscisse, interromperebbe quella logica del “pendolo”, in base alla quale, dopo la sconfitta elettorale di un leader “di sinistra” come Miliband, s’imporrebbe un ritorno alle posizioni della destra blairiana.
Se Corbyn la spuntasse regalerebbe nuove vittorie ai Conservatori, ammoniscono i media inglesi, ai quali fa eco Paolo Mieli in un recente editoriale sul “Corriere”,  in cui fustiga il “masochismo” delle sinistre radicali (i fuorusciti di Syriza, la Linke tedesca, gli oppositori di Renzi e lo stesso Corbyn) che “fanno il gioco” delle destre, impedendo l’affermazione di una sinistra “moderna” (leggi liberista!). Ma l’inedita lezione che oggi ci viene da Occidente è che la sinistra non rinasce puntando a governare (né Sanders né Corbyn realisticamente ci arriveranno) bensì ricostruendo la rappresentanza degli interessi di classe.
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