giovedì 6 agosto 2015

Il piano B di Varoufakis

di Gabriele Pastrello da listatsipras


Nella sua chiacchierata a Chatham House, invitato da Norman Lamont, già Cancelliere dello Scacchiere (il nostro Ministro del Tesoro) nel governo conservatore di John Major - primi anni Novanta -, Yanis Varoufakis ha suscitato un vespaio. Durante la conversazione lo stesso Lamont l’aveva messo in guardia: ‘il nemico ci ascolta’; ma sia che Varoufakis credesse alle regole di segretezza di Chatham House, sia che non ci credesse, ha continuato raccontando per filo e per segno le tappe di studio e di preparazione di un eventuale Piano B da attuare in caso la Bce, su indicazione europea, avesse bloccato il sistema bancario greco. Quindi un piano per consentire il funzionamento dell’economia continuando a usare l’euro come unità di conto. Piano quindi solo ‘preliminare’ ad una successiva ed eventuale uscita dall’euro, il Grexit.
Poi, come ci dice Varoufakis, Tsipras non gli diede il disco verde per passare a una successiva fase di preparazione per l’attuazione (quindi, comunque non ancora per l’attuazione), e quindi l’elaborazione del piano si fermò lì.
Come vedremo il piano prevedeva la presa di controllo della rete nazionale telematica dei contribuenti. Apriti cielo! Incriminazione! Per aver messo in atto misure non previste nel programma elettorale di Syriza. Stupidaggini, che danno però la misura della durezza dello scontro politico. Da quando in qua una Corte Suprema ha diritto di esaminare se un Governo abbia o meno seguito fedelmente un programma? Assurdo. Roosevelt avrebbe dovuto essere messo sotto impeachement. Aveva promesso nella campagna elettorale del 1932 di tagliare il deficit del bilancio dello Stato e invece l’aumentò. Grazie a quello gli Usa uscirono in quattro anni da una depressione gravissima (-50% di produzione industriale, -25% di Pil, 25% di disoccupazione). Il popolo americano lo punì rieleggendolo altre tre volte.
I problemi sollevati dal piano non sono certo quelli di un ipotetico ‘eccesso’ del piano rispetto al mandato elettorale. Bensì stanno nel divario, che divise Varoufakis da Tsipras, nella valutazione sull’opportunità di svilupparlo per l’attuazione oppure no. Differenza che non coincide affatto con quella tra uscita o meno dall’euro. Ma piuttosto tra il giudizio che prima si esce meglio è, o invece che si esce solo se non sia più possibile restare. Differenza che rinvia alle condizioni politiche di successo del piano, non alla sua attuabilità tecnica. E che cioè rinvia alle condizioni di accettazione da parte della popolazione, in generale, più ancora che dai propri elettori, di questo ‘eccesso’ rispetto alle dichiarazioni pre-elettorali.
Ma anche il piano nel suo disegno va menzionato. Perché indubbiamente è molto audace e fa un passo deciso oltre la discussione che vi è già stata sulle monete ‘parallele’ o sull’emissione di CCF, certificati fiscali, come proposto in Italia da più autori. Quindi innanzitutto delineerò le caratteristiche del Piano B di Varoufakis. Passando poi alla valutazione delle condizioni politiche della sua attuabilità alla base del dissenso tra Varoufakis e Tsipras, concludendo con alcune osservazioni sulle prospettive che si aprono nella situazione che si può dire non è stata chiusa, bensì aperta dal diktat europeo alla Grecia.
Il piano B: un nuovo sistema di pagamenti.
Il piano che, come ha detto lui stesso, Varoufakis ha elaborato con un ristretto gruppo di collaboratori va molto più in là della discussione sull’emissione di una moneta ‘parallela’ in sostituzione degli strumenti ordinari di pagamento, in caso di blocco della normale attività bancaria.
Il piano consisteva, infatti, in caso di blocco delle transazioni monetaria da parte della Bce, nel passaggio ad un’altra rete di controllo dei soggetti economici del paese. Basandosi sui codici identificativi dei contribuenti - utilizzando la rete telematica che comprende tutti i contribuenti (quindi anche se non tutta la popolazione attiva, la gran parte) -, si sarebbero aperti dei conti intestati a questi soggetti, accreditando su questi conti le somme a loro dovute. Sia come pagamento di obbligazioni pregresse, o di liquidazione di stipendi, pensioni o altri trasferimenti. Accendendo così un ‘credito’ verso il Tesoro, con la clausola di trasferibilità da parte di ogni percettore ad altro soggetto, purché abilitato dai codici fiscali a ricevere pagamenti di transazioni intercorrenti tra soggetti. Inoltre questi crediti fiscali sarebbero ovviamente stati utilizzabili per il pagamento delle imposte. Questi accrediti, in prima istanza, sembrerebbero essere solo crediti verso lo Stato accreditati su conti ‘fiscali’, gestiti direttamente dal Tesoro, e non dal sistema bancario.
Ma la loro circolazione li avrebbe trasformati immediatamente in ‘moneta’. Noi usiamo abitualmente la parola ‘moneta’ in due significati che spesso non sono chiaramente distinti. Diciamo: la moneta è l’euro, per indicare l’unità di conto, cioè il fatto che redditi, prezzi e somme sono tutti espressi in euro. Ma diciamo ‘ti pago in euro’ per indicare che cedo ‘mezzi di pagamento’ (il cui ammontare è espresso in euro), cioè o banconote, che passano materialmente di mano in mano, o crediti verso le banche (i nostri c/c) che cediamo in pagamento ad esempio a mezzo di assegni, o nei negozi usando il Bancomat.
In realtà, nei sistemi moderni, l’uso di banconote (la cui natura sostanzialmente è quella di ‘cambiali’ firmate dalla Banca centrale; come una volta era scritto sulle banconote italiane. Quindi anche le banconote sono ‘crediti’) è minimo. Di regola, noi ci paghiamo cedendo, come ’mezzi di pagamento’, ‘crediti’ verso un ‘debitore privilegiato’ (quindi non ‘crediti’ verso uno di noi) che può essere la Banca centrale (banconote) o le banche ordinarie (i nostri c/c).
(Peraltro, storicamente anche la natura di ‘mezzo di pagamento’ dei crediti verso la Banca centrale - e di conseguenza, verso le banche ordinarie -, nasce dal fatto che è un’istituzione dello Stato. Cosa che si esprime dicendo che un paese ha ‘sovranità monetaria’, emette moneta. Una delle critiche che è stata, infatti, rivolta al sistema dell’euro è che al centro c’è una Banca centrale che non ha dietro la sovranità di uno Stato).
Nel caso del Piano B i ‘crediti’ ceduti sarebbero quelli verso il Tesoro (cioè verso lo Stato), la cui cedibilità li farebbe diventare nuovi ‘mezzi di pagamento’; anche loro denominati in euro, però ‘esterni’ al sistema bancario (centrato sulla Bce). Basti pensare che le spese dello Stato ammontano in genere a percentuali dal 40 al 50% del Pil in tutti gli stati economicamente sviluppati, per capire l’audacia del piano. Considerato che, grazie alla trasferibilità, le somme immesse circolerebbero, queste somme permetterebbero, quantomeno temporaneamente, ma neppure per un tempo troppo limitato, di far fronte alle necessità transattive quotidiane di un intero sistema economico.
Dipendenti pubblici e pensionati potrebbero far fronte alle necessità correnti, e quei mezzi di pagamento, rifluendo alle imprese, potrebbero permettere anche il pagamento dei salari di dipendenti privati. Ovviamente, questi mezzi di pagamento renderebbero possibili le transazioni legate all’utilizzo del reddito, meno quelle eccedenti quelle dimensioni (anche se il loro riflusso verso le imprese potrebbe creare effettivamente disponibilità di dimensioni consistenti). Questa è la ragione per cui comunque non può che trattarsi di una misura ‘temporanea’. Ma che permetterebbe un elevato grado di ‘normalità’ quotidiana in una situazione eccezionale come il blocco del sistema bancario. Come è evidente, ho estremizzato l’esempio, ipotizzando che quasi tutta la massa dei pagamenti da e verso lo Stato possa essere regolata in questo modo. Ma immagino che, in caso di una sua attuazione, sarebbe stata prevista una certa gradualità nell’attivazione di quella rete di pagamenti.
E anche il rientro nel sistema euro, cioè nel sistema di pagamenti gestito dal sistema bancario dipendente dalla Bce, in caso di successivo accordo con l’Ue, sarebbe meno difficile di quanto possa sembrare a prima vista. Le somme immesse in circolazione, supposto che il sistema bancario sia stato ‘congelato’, e quindi nessun movimento di fondi sia possibile, né all’interno del paese, né da e verso l’estero (condizione necessaria per la riuscita del piano), sarebbero semplicemente aumenti di disponibilità ‘monetarie’ delle singole famiglie e imprese, al netto dei loro utilizzi per pagamenti. Quindi, in caso di rientro nel sistema bancario - al di là di problemi squisitamente tecnici - queste somme andrebbero semplicemente sommate a quelle esistenti a loro disposizione prima del blocco.
In alternativa al rientro, questo ‘sistema di pagamenti’ parallelo potrebbe essere in un fiat essere ridenominato in dracme, e costituire un sistema-ponte per il ritorno alla moneta nazionale, che potrebbe funzionare in via sussidiaria fino a che non si fosse ristabilito il controllo sul sistema bancario nazionale (compresa la Banca centrale) e approntati tutte le procedure e i controlli necessari per un passaggio ordinato alla moneta nazionale.
Bisogna però deludere immediatamente tutti i sostenitori dell’eurexit qui e adesso. L’attuazione di questo piano gode, infatti, di un ‘vantaggio’, discutibile, di cui altre proposte di uscita non potrebbero godere: il blocco del sistema bancario da parte della Bce. Infatti, il blocco del sistema se non elimina, quantomeno minimizza i danni che prima del passaggio alla moneta nazionale possono essere provocati dalle attese di questo passaggio, danni limitati nel tempo perché al massimo si verificheranno nel lasso di tempo tra l’escalation della trattativa e la decisione di ‘blocco’ da parte della Bce. Nei paesi in cui invece si dovesse arrivare a questa scelta ‘normalmente’, cioè attraverso una discussione pubblica, questi danni si svilupperebbero con tutta la loro forza. Ovviamente i problemi del passaggio alla valuta nazionale e le conseguenze del passaggio non potrebbero essere evitati (tutti elementi, questi, della diversa valutazione da parte di Tsipras e della maggioranza di Syriza).
Questi ‘crediti’ verso il Tesoro avrebbero la stessa natura dei CCF, certificati di credito fiscale, di cui si è parlato in Italia. Ma qui la novità non sta tanto nell’immissione nella circolazione di questi ‘crediti’, quanto nella stessa ‘rete’ di immissione. E’ la Rete Fiscale la novità, che costituirebbe un vero e proprio ‘sistema di pagamenti’ parallelo. E anche la dimensione. Poiché, in linea di principio, l’emissione dei CCF finirebbe con l’essere solo una ‘monetizzazione’ del deficit del bilancio. Qui invece, potenzialmente la Rete potrebbe far circolare tutto l’insieme non solo delle entrate e spese governative ma di tutte le transazioni tra privati che fossero regolate per mezzo di quei ‘crediti’.
La vera novità ‘teorica’ introdotta da Varoufakis è che: la moneta è la Rete (il ‘sistema di pagamento’; cioè i ‘mezzi di pagamento’ sono utilizzabili come tali solo in quanto veicolati da una ‘rete’). Questa è la conseguenza ultima del passaggio a ‘mezzi di pagamento’ che consistono in di crediti verso un ‘debitore privilegiato (Stato, banche centrali e ordinarie) che ci trasferiamo reciprocamente. Se questo trasferimento è realizzato, come oggi, da una rete integrata, telematica, che ‘copre’ un paese, un ‘cambio’ di Rete - ‘sistema di pagamenti’ - con contemporaneo blocco del prece­dente - diventa lo strumento più efficiente per un cambio di ‘mezzi di pagamento’ (nel caso specifico da ‘crediti verso le banche’ a ‘crediti verso il Tesoro’) ma anche di ‘unità di conto’ (moneta); da euro a dracme.
Le condizioni politiche del Piano B
Se da un lato va riconosciuto che il piano di costruire un ‘sistema di pagamenti’ parallelo a quello bancario è decisamente brillante (al di là di alcuni problemi di ‘legalità’ cui accenna Varoufakis nella conversazione), e comunque va tenuto in considerazione per eventuali contingenze future, il discorso cambia radicalmente per quello che riguarda le condizioni politiche di attuabilità del piano, che riguardano sia il consenso del popolo greco all’uscita dall’euro, sia la consapevolezza delle conseguenze e loro accettazione.
Il discorso deve cominciare dal Programma di Salonicco in cui l’uscita dall’euro era assente. Nei primissimi anni di esistenza Syriza aveva ventilato la necessità di uscita. Ma poi aveva modificato la posizione. Fino a che, in occasione delle elezioni europee del 2014, col lancio della candidatura Tsipras a Presidente della Commissione, il tema dell’uscita era stato abbandonato, lanciando il tema di una trattativa che sollevasse il tema del cambiamento delle politiche di austerità (toccato durante la campagna anche dal socialdemocratico Schulz, ma evidentemente da lui dimenticato in occasione della trattativa con la Grecia).
Tenuto conto che, nelle elezioni del 2015, la percentuale dei voti dei partiti più disponibili, diciamo, all’obbedienza nei confronti della politica europea di austerità (Nea Demokratia, Pasok, To-Potami) arrivava vicina al 40%, mentre la percentuale dei due partiti di maggioranza (Syriza e Anel) lo superava di poco, si ottiene un quadro di paese non solo sostanzialmente diviso riguardo al rapporto con l’Europa, ma soprattutto un paese cui un’eventuale scelta di uscita dall’euro, decisione molto grave, non era stata presentata in modo apertamente programmatico.
Dalle elezioni molto è cambiato. La gestione della trattativa da parte di Tsipras, con ma anche senza l’apporto di Varoufakis, mai remissiva, ma che mostrava la determinazione a raggiungere un accordo aveva fatto emergere la malafede, il pregiudizio europeo e la volontà di schiacciare non solo il governo Syriza ma la Grecia, ha di conseguenza spostato l’opinione pubblica, come il risultato del referendum e i sondaggi elettorali mostrano;  anche dopo l’accettazione del diktat.
Ma anche nel caso del referendum, la domanda non riguardava l’uscita, che veniva agitato solo come spauracchio dalle opposizioni al governo. La risposta ‘no’, al massimo può essere interpretata come una perdita di potere terroristico dell’«uscita». Forzare l’interpretazione come adesione all’«uscita» e quindi passare a un’accelera­zione ‘leninista’ verso l’uscita mettendo in opera il Piano B avrebbe potuto avere contraccolpi.
Mi pare evidente che Tsipras, come anche Varoufakis riconosce, giudicasse questa mossa una forzatura. Il rischio (e qui non parlo delle conseguenze, ma proprio solo degli effetti politici) avrebbe potuto essere di una frammentazione dell’area di consenso del ‘no’, con un pericolo isolamento di Syriza. La scelta non poteva, nonostante la maturazione dell’opinione pubblica in seguito alla trattativa, che essere ‘prematura’ rispetto a quella maturazione. Con un’aggravante politica, che una decisione già di per se non ancora compresa e maturata dall’opinione pubblica greca, sarebbe per forza di cose stata gestita come una vittoria della sinistra di Syriza, accentuando così i rischi di una polarizzazione interna al paese. Obiettivo accanitamente perseguito non solo da forze interne greche, ma chiaramente accarezzato e desiderato, come risultava dalla stampa europea, dalle formazioni che sostenevano la linea dell’Eurogruppo verso la Grecia, fossero di centrodestra o di centrosinistra.
Ben altra sarà la situazione che si potrà venire a creare in seguito a nuove elezioni in autunno. In una prossima campagna qualcuno agiterà l’uscita come obiettivo e qualcun altro come spauracchio. Dubito che questo possa essere il tema della campagna di Syriza; che dovrà piuttosto dire come intende gestire questo terribile accordo e come procedere nella successiva trattativa. Il problema non è se accettare ulteriori restrizioni, il punto è convincere che al governo ci sarà qualcuno che continuerà a battersi per minimizzarle, per distribuirle in modo socialmente accettabile, che non lascerà intentato nulla per aprire qualche spazio di recupero. Cosa possibile con ‘questo’ governo, ‘impossibile’ con altri.
L’uscita entrerà nel dibattito; ma sarebbe meglio fosse non come scelta del governo. Che entri come una possibilità, che potrebbe essere determinata da circostanze esterne, non dalla scelta interna. Questo sarebbe un grande passo avanti rispetto all’ac­cettazione presentata come inevitabile delle condizioni europee e della permanenza nell’euro come un destino ineluttabile. Ancora oggi, si potrà dire, la prima scelta è restare; ma bisogna essere pronti a pensare che potrebbe succedere quello fino a ieri impensabile. Riducendo così drasticamente, com’è già avvenuto col referendum l’egemonia delle forze politiche e sociali che in quell’imposizione fiorivano. Isolando quei settori della società greca che avevano contribuito potentemente produrre il disastro che aveva portato all’arrivo della Trojka, e poi non avevano certo portato il peso del crollo del Pil e dell’occupazione greca.
Se i sondaggi dovessero essere confermati, la prossima volta di Syriza potrebbe essere quella di una maggioranza parlamentare solida. E molto probabilmente, neppure l’uscita di un’area di sinistra, per quanto politicamente comunque negativa, dovrebbe cambiare il risultato. Questo darebbe al prossimo governo una forza che l’attuale non aveva in partenza. Un risultato di questo tipo suonerebbe a sconfitta bruciante di uno degli obiettivi principali della destra europea, e greca: l’abbattimento di questo governo. L’abbattimento dell’anomalia greca.
Questo governo ‘inesperto’ doveva conquistarsi non diciamo il ‘consenso’, parola abusata e ormai vuota, bensì la stima, la fiducia del paese. Le ha conquistate nella prova durissima della trattativa. E mi pare che il risultato del referendum insieme con quello dei sondaggi possano far ritenere che sì, questo risultato, importante per poter governare, più ancora che per restare al governo, sia stato raggiunto.
Un quadro internazionale diverso per il Grexit.
Il quadro internazionale della trattativa Ue-Grecia è decisamente cambiato da come era, o quantomeno da come sembrava essere, quando la trattativa iniziò, e di conseguenza è cambiato anche il senso del Grexit.
Molti commentatori erano convinti, ed io con loro, che la soluzione alla fine, dopo molte convulsioni, sarebbe venuta da un intervento conclusivo di un’asse Obama-Merkel, in analogia con altri interventi degli ultimi anni, in particolare quello che permise lo sblocco del whatever it takes di Mario Draghi nel 2012.
Ma stavolta qualcosa di importante e di nuovo è accaduto. Che è emerso solo durante la trattativa e alla sua conclusione. Stavolta è stato Schäuble a menare la danza; e non si è ritirato in buon ordine colle buone o le cattive giunti alla fase conclusiva.
L’idea che alla fine l’asse Obama-Merkel avrebbe prevalso era legato a due fattori, ambedue evaporati nella trattativa. Il primo fattore era che il Grexit fosse una minaccia per l’Europa. Le affermazioni in contrario, sentite in questi mesi, che oggi l’Europa sarebbe in grado di affrontare le conseguenze economiche di un Grexit grazie alle politiche di Draghi, erano più che altro propagandistiche. Le conseguenze sui mercati mondiali non si sarebbero misurate sulla dimensione dell’economia greca rispetto a quella europea, bensì sul fatto che questo evento avrebbe potuto significare la crisi dell’«irreversibilità dell’euro» promessa da Draghi.
Ma c’era in realtà un ben altro fattore potente, e politico, a disinnescare il Grexit come minaccia per l’Europa. Ed era che il Grexit, da ipotesi balzana di economisti consiglieri ufficiosi del governo tedesco, diventava per Schäuble l’obbiettivo primario da raggiungere nella trattativa. Obiettivo che, per quanto non fosse quello ufficiale della Germania, era di fatto l’unico sul tavolo. Portato avanti nella totale noncuranza di qualsiasi effetto potesse derivarne. Di conseguenza la maggioranza solidissima nell’Eurogruppo non poteva non riflettersi nel Board della Bce, riducendo tutti gli spazi di manovra per non acuire la crisi greca; e quindi favorendo la marcia verso un eventuale Grexit. Si è visto bene la posizione defilata di Draghi durante i mesi della trattativa. Anche Varoufakis gli ha riconosciuto di aver fatto il possibile per smarcarsi dalla posizione della maggioranza europea. Ma ovviamente concludendo che, volente o nolente, ne è stato l’agente.
Il secondo fattore, che si è dimostrato meno rilevante di quanto si potesse pensare all’inizio, è stato il peso del ruolo degli Usa. Agli inizi della crisi Putin si era fatto avanti con un’offerta di prestito alla Grecia, e dando segni d’interesse per il governo Syriza. Uno sviluppo dei rapporti in quella direzione avrebbe potuto implicare, con un Grexit, un allentamento dei rapporti nato della Grecia. Fatto, ovviamente, abbastanza sconvolgente nel quadro Sud-est della Nato, sia per i rapporti con la Turchia, ma ancor più per le conseguenze sul quadro ucraino all’epoca in tensione crescente. Basandosi quindi sul giudizio che gli Usa non avrebbero permesso una crisi in quel settore, ci si aspettava un intervento, diciamo, risolutore degli Usa.
E interventi ci sono stati, infatti. Ma inutilmente. Ci sono state ripetute telefonate di Obama. A un certo punto, quando la trattativa è entrata in una fase molto tesa, fu pubblicata una lettera del Congresso degli Usa che criticava la Presidente del Fmi, Christine Lagarde, per aver preso posizioni troppo accondiscendenti con la rigidità europea. Il Segretario al Tesoro Usa, Jacob Lew criticò apertamente le posizioni assunte dall’Eurogruppo sulla crisi greca come geo-strategicamente sbagliate. Poi lui stesso venne in Europa negli ultimi giorni della trattativa. Ma senza ottenere nessun risultato. Contrariamente ai desideri Usa che l’accordo fosse ragionevolmente accettabile dalla Grecia, cioè non la mettesse in una posizione in cui la scelta del default divenisse preferibile; alla fine fu imposto un diktat.
Peraltro, era cambiata anche la posizione russa nei confronti della crisi greca. Come sappiamo dalle dichiarazioni di Tsipras, evidentemente in contraddizione con le prime posizioni, un’uscita della Grecia dall’euro non aveva trovato in paesi come Russia e Cina sponde interessate. Novità probabilmente dovuta al cambiamento di rapporti tra Usa e Russia come sono maturati in seguito all’accordo con l’Iran. Quindi, né l’intervento Usa ha ammorbidito la posizione europea né la Russia sembrava più molto interessata a sostenere un’uscita della Grecia dall’euro. Il che cambiava totalmente la situazione con cui si era entrati nella trattativa.
Schäuble è stato apparentemente il trionfatore della partita. Ha ignorato i desideri statunitensi, ha allineato quasi tutti i paesi dell’Eurogruppo; solo Francia e Italia hanno espresso molto timide riserve; ha allineato l’Spd, che all’inizio della trattativa aveva espresso qualche riserva su una linea dura e le dichiarazioni dei cui dirigenti alla fine sono apparse completamente convergenti nel rifiuto di qualsiasi intervento di ristrutturazione del debito. Ha ridimensionato anche la posizione di Draghi.
Ma, cosa più rilevante, ha aperto la campagna per la candidatura al Cancellierato. Durante tutto il periodo della trattativa solo lui ha esternato, portandosi dietro la grandissima maggioranza dell’opinione pubblica tedesca; la Merkel è stata silenziosa, e la crisi in modo del tutto evidente è stata gestita da Schäuble, mentre la Merkel ha solo seguito. E non si scatena una tale baraonda per ritirarsi a fare il mastino cha abbaia agli ordini della padrona. La guerriglia è già cominciata: ha parlato di dimissioni, ha attaccato Juncker, e ne vedremo molte altre. La Merkel ha cercato di giocare d’anti­cipo facendo filtrare, via Spiegel, la sua candidatura anticipata al Cancellierato per le elezioni del 2017. Ma dubito che basterà; non credo che Schäuble abbia mai digerito che Kohl glie l'avesse preferita negli anni Novanta.
Ma il diktat ha aperto troppi fronti. Uno si è già aperto. Il Fmi si è sfilato dalla trattativa per il nuovo bailout. Questo crea un intoppo non da poco. Tutta la procedura di transizione, la richiesta ultimativa di riforme per incominciare le trattative, aveva come base l’accordo sul nuovo prestito di circa ottanta miliardi di euro. Ma se il Fmi si sfila, come sostituirlo? Dopo aver eccitato l’opinione pubblica sul fatto che il contribuente tedesco non deve assolutamente rischiare un euro, chi glie lo va a dire che bisognerà aumentare l’esborso dei paesi europei?
Inoltre ad accordo appena firmato il Fmi ha fatto sapere ufficialmente che ritiene assolutamente indispensabile una ristrutturazione con ‘taglio’ del debito: Anche questa un’eventualità cui l’opinione pubblica tedesca è assolutamente contraria. Chissà? Forse uno Schäuble Cancelliere potrebbe farglielo accettare. Difficilmente lo potrebbe una Merkel con Schäuble contrario. Ma la Merkel si è già ricandidata. Peraltro, è ragionevole pensare che l’irrigidimento del Fmi su questi punti - sempre sostenuti - abbia qualcosa a che vedere con la frizione con gli Usa sulla chiusura della trattativa con la Grecia.
La trattativa prossima ventura si sta aprendo sotto il segno dell’incertezza.
Conclusioni.
C’è un’ulteriore fattore, emerso dalle dichiarazioni di Varoufakis, che complica ulteriormente il quadro. Abbiamo visto come la minaccia di default fosse inefficace dal momento che il Grexit non era un’eventualità da evitare per la parte europea ma un obbiettivo da raggiungere, quantomeno per la Germania, che egemonizzava lo schieramento. Ma il default conservava la sua qualità di ‘minaccia’ nei confronti della Grecia. Se la trattativa si fosse interrotta, una delle conseguenze avrebbe potuto essere la sospensione dell’intervento della Bce nei confronti del sistema bancario greco (cosa già richiesta in questi mesi; ma che non poteva essere accolta fino a che la Grecia non avesse rotto le trattative). E la sospensione avrebbe avuto, come di regola in casi simili, conseguenze catastrofiche: disorganizzazione di tutte le transazioni, impossibilità di provvedere alle necessità quotidiane, il caos economico in pochissimo tempo, tumulti e probabilmente la caduta del governo; o altro.
Ma se si potesse attuare il Piano B, cosa non impossibile a giudicare dalle dichiarazioni, ciò consentirebbe di guadagnare il tempo necessario per effetture anche un cambio di moneta, evitando il caos. Parrebbe, infatti, che il secondo nullaosta negato da Tsipras riguardasse gli aspetti organizzativi; mettendoli in atto, il piano sembrerebbe attuabile. Il che non eliminerebbe molte altre conseguenze negative dell’uscita; ma almeno evitando il caos, permetterebbe di affrontarle.
Secondo Varoufakis il Grexit è solo rinviato. Forse. Quello che si può dire di sicuro che l’accettazione del diktat, per quanto difficile e doloroso, da parte del governo greco ha tenuto aperte le contraddizioni che nascevano da quella conclusione. E le contraddizioni che sono aperte potrebbero portare anche a conseguenze oggi poco prevedibili. Non tanto e non solo l’uscita quanto l’emergere delle forze centrifughe che la chiusura di forza della trattativa ha messo in moto. Cosa succederà della e nella trattativa. Come andrà avanti? E se si bloccasse? E ancora, nel frattempo, cosa succederà in Spagna? Ma anche cosa potrebbe succedere in Francia, e a non lungo termine? E anche, cosa succederà in Germania? E tra Europa e Usa e Russia?
La gestione della trattativa da parte di Tsipras, e perfino l’accettazione del diktat,ha portato a due chiarimenti politici non irrilevanti. Importanti di fronte all’opinione pubblica greca. Da un lato, è emerso in tutta chiarezza l’atteggiamento prevaricatorio della controparte europea, la sua feroce volontà che non fosse messa in discussione la sua linea dell’austerità contro l’evidenza schiacciante contraria alle previsioni, e il suo unico obiettivo di ottenere l’umiliazione della Grecia e l’abbattimento del suo scandaloso governo di sinistra. Oggi, e non ieri, questo è ormai chiaro a una parte rilevante dell’opinione pubblica greca.
Ma ha posto anche alcune componenti di sinistra di fronte a una vera prova del fuoco. Se assumersi la responsabilità di governare il paese, certo mantenendo una funzione essenziale di stimolo e di movimento, ma senza fughe in avanti, oppure no. Ma soprattutto senza illudersi che forzature leniniste - un’uscita dall’euro come scelta pregiudiziale - potessero innescare la ‘rivoluzione in Europa’. Gli assetti neo-liberisti in Europa non sono frutto di una congiura, o di un impazzimento. Sono il risultato di una sconfitta storica, le cadute prima del compromesso politico keynesiano e poi dell’Urss, e di una reale egemonia politica della destra europea. Spostare questi equilibri è lavoro di lunga lena. A mio parere, la gestione della crisi da parte di Tsipras ha avuto l’effetto di mettere in movimento il quadro europeo; nonostante la durezza della conclusione e l’amarezza dell’accettazione.
Se fosse stata presa la decisione di uscire, a parte le considerazioni già fatte sul fatto che la scelta avrebbe potuto essere politicamente prematura, l’obbiezione ancora più forte è che avrebbe chiuso la partita. Una Grecia uscita sarebbe stata lasciata alle cure del Fmi, ma sarebbe uscita dalle preoccupazioni europee. Si sarebbe dovuto solo gestire il distacco. Dopo di che i problemi sarebbero stati solo greci. L’Europa, acconsentendo all’intenzione tedesca, si sarebbe liberata del problema; che sarebbe restato a monito di altre capitali, come dice Varoufakis o, piuttosto, come penso io, avrebbe costituito il precedente per la definitiva ridefinizione dello spazio dell’euro, con una possibile uscita di Italia e Spagna. Così, invece, tutto è rinviato.
Di fatto, fin dall’inizio è stato abbastanza evidente che la strategia di trattativa di Tsipras mirasse a guadagnare tempo. Fondamentalmente per cercare di rompere l’isola­mento, il colpevole, per ignavia altrui, isolamento della Grecia. A questo chiaramente mirava il rovesciamento, contenuto nell’accordo del 23/2 dell’onere della decisione della rottura della trattativa e del default sull’Eurogruppo. Ma questo guadagno di tempo, di fronte alla durissima controffensiva tedesca, non ha raggiunto gli obbiettivi di aprire crepe nella compattezza europea; quantomeno non apertamente. Solo alla fine, una frattura si è aperta tra Fmi (e dietro gli Usa) e le autorità europee.
Ma anche l’accettazione del diktat ha questo senso. Restare in posizione di governo, e rafforzarla, nell’attesa che le contraddizioni aperte maturino e portino ad una, quantomeno, riduzione dell’isolamento della Grecia, a cui non bastano i nostri evviva, e che avrebbe, piuttosto, bisogno di campagne  di massa e attività parlamentare che incalzino il governo e agitino nell’opinione pubblica la questione greca. Che è la nostra. Tutti coloro che andati a festeggiare il ‘no’ in piazza Sintagma, per poi attaccare duramente una settimana dopo Tsipras per il suo ‘cedimento’, per l’accettazione del diktat,mostrano incomprensione di questa strategia.
Almeno questo tempo guadagnato potrà servire a consolidare nel paese l’azione del governo con nuove elezioni. Ci sono molte probabilità che si ripresenti una situazione di crisi in cui l’ipotesi di un’uscita della Gecia dall’euro ritorni sul tavolo. Tsipras e Syriza, stavolta, potrebbero affrontare l’emergenza con una situazione molto più solida nel paese e con contraddizioni aperte intorno, e con il Piano B come uscita di sicurezza. Tsipras e il suo governo avrebbero ancora una volta acquistato tempo.
Nell’estrema difficoltà, e nell’estrema sofferenza del popolo greco, purtroppo inevitabile con qualsiasi scelta, comunque una situazione politicamente migliore.
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