martedì 4 agosto 2015

Il corto respiro dell’Europa in Italia (tra europeismo di regime e ripiegamenti neosovranisti)

Davvero poco convincente. Come al solito la premessa teorica di un'Europa quale terreno progressivo e spazio privilegiato  per un'azione di contrasto alle politiche liberiste, è suggestiva e mi viene voglia di crederci, se non fosse che confligge con dati di fatto, come quelli provenienti dalla Grecia, che ci rimanda in mondovisione le immagini della Troika che strangola un intero popolo per affermare la sua legge perversa e iniqua. 
Il ritorno al "sovranismo" e certo antieuropeismo sono proprio l'effetto di una consapevolezza che ci proviene dalla realtà e non da mode nate sull'onda dell'emotività. Il "fattore esterno" non è un dispositivo mobile, ma è l'essenza e il principio costituente dell'Europa stessa. Rimuoverlo significa l'esodo dall'Europa e il ritorno a una sovranità nazionale in grado sul serio di ridiscutere la gestione dello spazio europeo. Mi spiace dirlo, ma non vedo al momento, nella maggioranza della sinistra,  l'indicazione per una strada percorribile che sappia conciliare euro ed Europa, sebbene per pura fedeltà sia sempre disposto a cambiare idea qualora le argometazioni si rivelassero convincenti. 
Per finire trovo insopportabile discutere di Europa come se fosse un tema di un esame di maturità, ignorando completamente gli aspetti economici quali elementi di analisi fondamentali alla base della comprensione del fallimento dell'Europa e dell'euro. E' troppo spiegarci perché l'euro è irrinunciabile all'interno di una visione europeista, senza liquidare sbrigativamente la questione ricorrendo all'alibi della competizione globale?

È proprio l’“Europa” l’ambito in cui resistere alla pressione neoliberista e invertire la rotta, ampliando i di-ritti di cittadinanza e modificando i Trattati per riconsegnare la sovranità al popolo europeo. La sinistra italiana sembra invece tentata dalla riscoperta dell’antieuropeismo e della dimensione nazionale. Una strada che inevitabilmente impoverirebbe la qualità della nostra democrazia.

di Francesca Lacaita da Micromega



A partire dal referendum del 5 luglio, il governo greco pare aver sconcertato parecchi dei suoi (ex?) sostenitori in questo paese. Innanzitutto quei no-euro di ogni colore che hanno scoperto, alquanto tardivamente, che il referendum non contemplava l’uscita dalla moneta unica. Per continuare con quanti hanno preso le distanze da Tsipras durante e dopo le trattative con i leader dell’Eurozona concluse con un Accordo la notte tra il 12 e il 13 luglio.

Il dissenso italiano è stato in realtà di rado espresso in termini espliciti; perlopiù ha preso la forma di stentoree dichiarazioni sull’irriformabilità della UE, sulla necessità di farla finita con l’euro e con le “illusioni europeiste”, sul valore della dimensione nazionale quale unico locus di legittimazione democratica, sulla rilevanza delle “inclinazioni” e dei “caratteri” nazionali, e tanto altro ancora. Il contrasto non potrebbe essere più netto: in Grecia un governo e un popolo hanno lottato fino in fondo per affermare la propria volontà di rimanere nell’euro e nella UE (smentendo le distorsioni e false rappresentazioni nei media mainstream) e al tempo stesso per cambiare radicalmente le regole del gioco, partendo dalle condizioni e dai bisogni di larghi strati della popolazione, rigettando le politiche di austerità, e sfidando il “senso comune” UE con un referendum che, in ogni caso, ha voluto mostrare che “stare in Europa” non significa affatto rinunciare all’espressione della volontà popolare.

In Italia l’europeismo è chiaramente sulla difensiva, con due partiti euroscettici antieuro e anti-immigrati in ascesa o forti di robuste percentuali di consenso elettorale, con un governo stretto tra adesione conformista alle politiche dominanti e velleità verbali di rivincita, e con una percentuale di italiani che considerano la moneta unica un male persino più alta che nei paesi colpiti dai programmi di austerità delle istituzioni europee, Grecia inclusa.

Lì una sinistra che pur nella sconfitta sa indicare obiettivi significativi per l’Europa intera, o indicare puntualmente lo scarto fra la UE “reale” e l’Europa federale, negando alla prima ogni pretesa normativa proprio nel richiamo alla seconda. Qui una sinistra che si crogiola nella riscoperta dell’antieuropeismo e della dimensione nazionale, poco preoccupata di prendere iniziative o formulare propositi di portata europea, poco preoccupata persino di differenziarsi discorsivamente dal populismo antieuropeo dominante. Fino a giungere al colmo di un Fassina che dà ragione a Schäuble: la soluzione era appunto una “Grexit controllata”. “Il governo greco doveva prenderla”, ammonisce Fassina. Ma come, direbbe qualcuno, la Grexit non è proprio ciò che governo e popolo greco non vogliono e contro cui si sono battuti? Pazienza: quando si mettono al centro della politica i fondamenti del discorso nazionalista, cioè “i caratteri profondi, morali e culturali, dei popoli, e gli interessi nazionali degli Stati” (ancora Fassina), l’autodeterminazione dei popoli, specie degli altri popoli, specie dei piccoli popoli, va notoriamente a farsi friggere. Il contrasto fra sinistra greca e sinistra italiana non potrebbe essere più impietoso.

E pensare che fino a pochi anni fa il richiamo all’“Europa” faceva parte del comune sentire di questo paese, al di là delle differenze ideologiche, politiche, culturali. Ricordate come durante il primo governo Prodi gli italiani accettarono di buon grado il “Contributo straordinario per l’Europa”, che doveva consentire ai conti pubblici italiani di rientrare nei parametri di Maastricht, e quindi l’ingresso dell’Italia nella moneta unica? Da allora sono cambiate molte cose, ma si può individuare qualche elemento che dia conto di questo passaggio apparentemente così drastico, in particolare in Italia, dal consenso europeista al ripiegamento nazionale, nonché delle continuità esistenti – ed inquietanti – tra una fase e l’altra?

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Il federalismo europeo contemporaneo ha origine com’è noto nella lotta antifascista e nella Resistenza, e per alcuni aspetti, ancor prima, nell’opposizione alla Grande Guerra e agli assetti infra e interstatali da essa prodotti. Politicamente faceva riferimento a uno spettro più limitato rispetto all’europeismo del periodo tra le due guerre (non è presente ad esempio quell’europeismo reazionario che sarebbe intellettualmente sopravvissuto ancora qualche decennio, specie nella Spagna franchista), ma che, andando dai liberali alla sinistra non comunista attraverso il cattolicesimo democratico, era ben rappresentativo del mainstream del secondo dopoguerra. Certamente il contesto della Guerra Fredda fece perdere la tensione rivoluzionaria che si riscontra nel Manifesto di Ventotene o nel Programma di Hertenstein.

Tuttavia i primi passi dell’integrazione europea costituirono nelle intenzioni dei suoi promotori una “rivoluzione” nelle relazioni internazionali, anche se le realizzazioni concrete furono sempre condizionate o volute in primo luogo dagli stati nazionali (ad esempio l’adozione di un approccio funzionalista in luogo della costituzione federalista auspicata da Altiero Spinelli). L’integrazione non andava comunque solo nella direzione del mercato unico, ma comportava anche le prime forme embrionali di cittadinanza europea, promosse in particolare dai politici italiani e rese possibili proprio da una visione europeista di ampio respiro e slancio progettuale[i]. In ogni caso, nel “Trentennio Glorioso” l’“Europa” non venne percepita come un ostacolo alle politiche keynesiane e redistributive dello stato sociale. Di fatto, secondo Cantaro e Losurdo, ciò non era casuale:

È noto che i Trattati istitutivi fossero sostanzialmente poveri di riferimenti sociali. Ma proprio questa scelta formalmente “astensionistica” era materialmente funzionale alla difesa dei welfare nazionali e, quindi, al perpetuarsi dell’eccezionalismo europeo.

L’idea dei padri fondatori della Comunità era, infatti, che le nuove istituzioni sovranazionali avrebbero dovuto preservare intatte le dinamiche di funzionamento dei sistemi sociali nazionali. Che andasse, insomma, mantenuta in capo alle istituzioni democratiche degli Stati membri una piena sovranità sociale.

“Smith all’estero, Keynes in patria” […]. La costituzione europea come costituzione duale. La costituzione sociale sotto il dominio della discrezionalità dei legislatori degli Stati membri. La costituzione economica sotto il dominio della normativa e della giurisprudenza sovranazionale. La prima, quella interna, una costituzione politica. La seconda, quella comunitaria, una costituzione apolitica.

In Italia i movimenti eurofederalisti ebbero un ruolo fondamentale nella formazione di un orientamento europeo nell’opinione pubblica, specie nelle giovani generazioni e sapevano suscitare entusiasmi. La mobilitazione popolare doveva premere per un’evoluzione istituzionale dell’integrazione europea, contando su una sostanziale convergenza delle forze politiche favorevoli a una progressiva integrazione.

Invero nella visione europeista mainstream l’evoluzione verso la federazione (democratica per definizione) prescinde dalla dimensione destra-sinistra e va perseguita da una parte influenzando i decisori e dall’altra cogliendo tutte le opportunità che via via si presentano, soprattutto nella misura in cui vengono limitate le sovranità nazionali e rafforzati gli organismi comunitari; il compimento della federazione porterà con sé la democrazia a livello sovrannazionale. Tale approccio sarebbe stato tuttavia oggettivamente spiazzato dal corso che prese il processo di integrazione europea tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.

L’Atto Unico Europeo del 1986, il Trattato di Maastricht del 1992, così come gli indirizzi politici generali da quegli anni a questa parte e la stessa giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea vi imprimono una torsione strutturalmente neoliberista, in quanto pongono in primo piano una “concorrenza libera e non falsata” ormai fine a se stessa, che non riguarda più soltanto le imprese (in uno spazio europeo ben definito), ma anche stati, società, sistemi sociali e fiscali[ii]; impongono l’austerità di default con il Patto di Stabilità e di Crescita e la perpetuano nonostante gli evidenti fallimenti; “radicalizzano gli obiettivi economici” e le pressioni “di mercato” nel processo d’integrazione; interferiscono nelle politiche sociali interne degli stati fino a una “radicale ‘funzionalizzazione’ delle costituzioni sociali nazionali alla costituzione economica sovranazionale”[iii]; bloccano finanche quelle misure di “neowelfarismo liberale” con cui il centrosinistra europeo intende correggere le storture della fase ascendente del neoliberismo[iv].

Del resto, possono affermarsi politiche diverse da quelle neoliberiste o ordoliberali, in un contesto come quello della UE in cui le relazioni tra gli stati restano improntate al peso specifico di ciascuno e ai rapporti di forza intercorrenti fra loro? Negli ultimi vent’anni si è accentuata la dimensione intergovernativa sia nei Trattati sia nella governance della UE in generale[v], fino a giungere all’accordo intergovernativo chiamato Fiscal Compact, avvenuto al di fuori delle istituzioni europee (in quanto il Parlamento Europeo non ha voce in capitolo), o alla gestione della crisi in Grecia, in cui il bandolo è stato quasi interamente nelle mani dei leader dell’Eurozona, e in particolare della Germania quale stato più forte (proprio le dinamiche delle trattative con l’Eurogruppo culminate nella riunione del 12 luglio mostrano in modo lampante l’assurdità di chi dice che “la UE ha rivelato il suo vero volto, basta con l’unità europea” – quel che si è visto è stato in realtà un piccolo, insipido assaggio di quel che sarebbero i rapporti tra creditori e debitori in un sistema di stati nazionali in competizione tra loro senza nemmeno la parvenza di un’“unione” o di una “comunità”, come ai tempi del Congresso di Vienna o della Conferenza di Versailles).

Gli europeisti hanno tutti avuto difficoltà a individuare tali sviluppi sin dall’inizio. I Trattati sembravano ogni volta contenere aspetti di genuino progresso che sollecitavano il sostegno: l’abbandono di una prospettiva puramente economica dell’integrazione, il protocollo sulla politica sociale, la cittadinanza europea, la Carta dei Diritti Fondamentali, nonché il continuo rafforzamento dei poteri del Parlamento Europeo. Non mancavano inoltre tentativi di ampliare la visione politica europea o introdurre correttivi all’approccio neoliberista dominante (tra gli esempi più noti, il Libro Bianco di Jacques Delors). Di fatto, al più tardi con la crisi iniziata nel 2008, tutti questi elementi sono stati lasciati cadere, o posti in secondo piano, o sminuiti nella prassi politica, o ridotti a mera retorica, o fatti oggetto di una più o meno velata insofferenza (si pensi alla limitazione e alla messa in discussione dei diritti di cittadinanza europea per i migranti provenienti dai paesi più poveri della UE).

Attualmente la sovranità popolare è stata pesantemente limitata o intaccata a livello nazionale senza trovare compensazione a livello europeo; le questioni importanti sono trattate da diciannove o ventotto politici nazionali incaricati dai propri elettorati nazionali di tutelare i rispettivi interessi nazionali, con l’ovvia egemonia dei paesi economicamente e politicamente più forti e la riproposizione di logiche geopolitiche all’interno della costruzione europea (quando il loro superamento era proprio uno degli obiettivi dei progetti di Europa unita). Non si tratta semplicemente del “deficit democratico” o “deficit di legittimazione” su cui si dibatte da anni, ma anche di asimmetrie strutturali all’interno della UE e dell’Eurozona: ad alcuni paesi è consentito mantenere in maggiore misura le proprie prestazioni sociali, la forza contrattuale del lavoro, l’espressione senza interferenze della volontà popolare rispetto ad altri; alcuni stati contano più di altri; alcuni sottopongono altri al controllo sanzionatorio dei bilanci e della vita economica in generale (lo si è visto chiaramente a proposito della crisi dell’Eurozona e degli ultimi avvenimenti in Grecia, anche per il rifiuto del governo e del popolo greco di riconoscere tali asimmetrie, ma lo si sarebbe potuto vedere a proposito dei paesi ex comunisti entrati nella UE, solo che allora non lo si volle vedere o far vedere).

Il contesto europeo sembra essere rappresentato da società nazionali in concorrenza tra loro, in cui si riduce quel “valore aggiunto” dello stare insieme che per decenni è stato la molla del processo d’integrazione (e al quale il TTIP in discussione darà il definitivo colpo di grazia, annullando l’idea stessa di uno spazio europeo in cui costruire una comunità solidale di popoli diversi che condividono un destino comune). Al tempo stesso hanno ancora poca rilevanza nella sfera pubblica i rapporti sociali e i legami politici transnazionali fra europei, che pure esistono, o l’espressione di bisogni e istanze al di fuori dello stampino dello stato nazionale. Si direbbe che al di fuori della passività o dell’acquiescenza agli europei non resti in pratica molto altro che il populismo nazionalista, e che siano gli assetti stessi della UE a riprodurre strutturalmente euroscetticismo e populismo.

Se questa rappresentazione della situazione non è errata, non è allora più possibile, dopo oltre sessant’anni di integrazione europea, pensare all’“Europa” solo come un ideale che appartiene a noi, prescindendo dai progetti e dagli interessi nazionali, geopolitici, economici, ideologici, ecc. di chi partecipa concretamente alla sua costruzione. L’“Europa” “reale” è il luogo in cui s’incontrano, si combattono, convergono e divergono numerosi e diversi soggetti politici e sociali, il suo assetto e la sua evoluzione vengono determinati dall’interazione di tali soggetti, in parte dal tipo di egemonia che riesce di volta in volta ad affermarsi. Non può invero esistere un progetto europeo senza tensione utopica e dimensione del desiderio; tuttavia, proprio le vicende della Grecia insegnano che la propria visione, il proprio progetto, vanno poi confrontati e misurati con le altre forze “reali” in campo. In ogni caso, è il proprio progetto la parola chiave.

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Quanto detto sopra si riferisce ovviamente all’ambito europeo in generale. Esistono comunque determinati aspetti del discorso sull’Europa quale è stato articolato in Italia principalmente dai media e dalla classe dirigente, con ampia e positiva risonanza nell’opinione pubblica. Sono essi ad aver prodotto l’“europeismo di regime” del titolo: un europeismo essenzialmente top-down, retorico e vago nei contenuti, ma indiscusso e indiscutibile, intento in primo luogo a sollecitare consenso verso i gruppi dirigenti medesimi e le loro politiche, e che, proprio per la sua egemonia, sta ora provocando reazioni contro la stessa idea di Europa e di unità europea.

In questa compagine discorsiva l’“Europa” è presentata come un concetto indifferenziato, in termini di istituzioni o di organizzazioni (quante volte, ad esempio, si è visto il Consiglio d’Europa assimilato a “Bruxelles”?) e del tutto avulso dagli attori che vi operano o che vi partecipano a vario titolo. In particolare, del tutto avulso dalla politica e invero al di sopra di essa. L’“Europa” è il luogo delle decisioni “tecniche” e, se non “neutre”, in qualche modo “obbligate”. Oppure è il luogo dove albergano i più alti standard etico-morali o civili. In ogni caso, il luogo della normatività apolitica per definizione. La sottrazione dell’“Europa” alla politica la si riscontra anche presso gli euroscettici, per esempio nella stanca ripetizione di frasi fatte come “l’Europa dei burocrati e dei banchieri”, dove, coscientemente o no, vengono cancellati gli interessi politici, spesso nazionali, che sono in gioco.

Naturalmente, essendo compito della Commissione Europea quello di rappresentare e tutelare l’interesse generale dell’Unione, è sempre stato sottolineato il suo carattere super partes, “apolitico”, specie in tempi in cui il suo profilo era senz’altro più alto rispetto a oggi. Ma non sempre tale carattere è stato visto in opposizione, di per sé, alla politica. Lo è, invero, soprattutto dai primi anni Novanta, quando in concomitanza con la crisi finanziaria del 1992, la gestazione del Trattato di Maastricht, e, per l’Italia, una grave crisi del sistema politico, fu ripresa con gran squilli di tromba dalle élites italiane l’invocazione del “vincolo esterno[vi] fatta com’è noto da Guido Carli, ex governatore della Banca d’Italia, ex presidente di Confindustria e Ministro del Tesoro nel sesto e settimo Governo Andreotti (1989-1992), che in tale veste negoziò e firmò il Trattato di Maastricht. Il tema del “vincolo esterno” imposto dall’“Europa” o dal contesto internazionale, che provvidenzialmente salva gli italiani da se stessi, e impone alla politica “scelte” che di per sé, vuoi per suoi vizi, vuoi per la dipendenza dal consenso elettorale, non saprebbe intraprendere, sarebbe stato alla base del discorso italiano sull’Europa – anche in quanto entrava in piena sintonia con l’antico mito, così diffuso tra le élites italiane, di un buongoverno illuminato che è buono e illuminato proprio proviene dalle élites stesse, è poco o (quasi) per nulla dipendente dalle variabili del consenso elettorale ed è quindi in grado di disciplinare un popolo di volta in volta inerte o riottoso.

In questa prospettiva non ha ovviamente importanza, anzi è auspicabile, la distanza dei decisori dalle fonti di legittimazione popolare, o la svalutazione discorsiva del concetto stesso di sovranità, o la subalternità dell’ambito nazionale all’“Europa”. (Per chiarire: il federalismo è un sistema di dispersione e condivisione della sovranità, concepito proprio per contrastare l’accentramento assolutistico del potere statuale. In un sistema federale le entità che lo compongono cedono parte della loro sovranità alla federazione, ma rimangono sovrane negli ambiti di loro competenza – il che distingue la federazione dal decentramento o anche dalla devoluzione. Né la sovranità che cedono viene buttata via, ovvero rimessa a un’entità superiore che ne fa quello che vuole, bensì viene condivisa con altre entità: il livello federale risponde ai cittadini della federazione, e non agli stati, come invece è nelle confederazioni. La cessione della sovranità altro non è che un mezzo di limitazione e “civilizzazione” del potere attraverso la condivisione con altri. Il potere cioè di fare la guerra, di mandare la gente a morire, di imprigionare o uccidere gli oppositori, di rinchiudere esseri umani nei campi, di affamare il proprio e gli altri popoli, di impedire agli altri di professare la propria religione o di parlare la propria lingua, tutto quanto avveniva in Europa nella prima metà del XX secolo, ossia il potere sulla vita, sui corpi, sulle risorse degli individui della propria nazione e altrui. Non è un caso che nel Manifesto di Ventotene, a proposito della critica alla sovranità nazionale, il sostantivo “sovranità” sia in pratica sempre accompagnato dall’aggettivo “assoluta” – ossia una sovranità in grado di compiere le cose di cui sopra. Che poi attualmente la limitazione della sovranità riguardi la contrattazione collettiva o l’apertura domenicale dei negozi, mentre esseri umani vengono ancora messi in pericolo di vita, privati dei loro diritti e rinchiusi in campi a causa della loro nazionalità è una delle tante perversioni del tempo presente contro cui siamo chiamati a lottare).

Tutto questo apparato discorsivo mirava ovviamente anche a stabilizzare determinati assetti politici interni. Grazie ad esso e alla sua scuola di acquiescenza, comunque, l’“Europa” è diventata in Italia una sorta di totem. L’“Europa” si può magari rifiutare; mai però discutere. Al di fuori della produzione scientifico-accademica, i contributi italiani al dibattito in materia sono stati ben pochi in confronto alla rilevanza che il tema aveva nella politica interna, e soprattutto quasi nulli quelli provenienti dal mondo della politica (una parziale eccezione è costituita non a caso da quanto si può ricondurre all’“altereuropeismo”). Non esistendo opzioni nell’affrontare le questioni europee, in Italia la frase “ce lo chiede l’Europa” è stata usata come formula magica per chiudere qualsiasi discussione. Scompaiono dalla scena considerazioni riguardanti bisogni, motivazioni, condizioni concrete dei cittadini – quei cittadini che le foto di altre epoche ci rappresentano attivi e decisi nel volere l’“Europa”. Sembra quasi impossibile ora per gli italiani concepire modi diversi di “stare in Europa”, come invece fanno i greci, che rifiutano ottuse e fallimentari politiche di austerità e avvilenti asimmetrie, ma vogliono restare nella UE e nell’euro, o come gli indipendentisti scozzesi, che ponendo il resto della UE davanti al problema di un “allargamento interno” sollevano questioni fondamentali su cittadinanza europea ed ethos europeo. In Italia crescono invece, trasversalmente agli schieramenti politici, euroscetticismo e sovranismo.

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Il montante euroscetticismo può essere considerato, specie a sinistra, una reazione all’“europeismo di regime” discusso sopra? In parte sì, specie a voler vedere nel “neosovranismo”[vii] una rivendicazione – di per sé legittima – dell’autonomia della politica mortificata da anni di retorica del “vincolo esterno” e del “lo vuole l’Europa”. Tale rivendicazione tuttavia si articola in termini di ripiegamento e di regressione, in cui spiccano inquietanti analogie con lo stesso discorso europeista che si vuole contestare. Come quest’ultimo agitava un’“Europa” astratta, lontana e indiscussa, così si agita ora una “nazione” altrettanto astratta (raramente si parla di “Italia”), prescindendo da tutti quei contrasti territoriali, di classe o ideologici che hanno fatto in concreto la storia d’Italia e che hanno spinto storicamente la sinistra a guardare al di fuori dei confini nazionali proprio per venirne a capo. L’uno considerava l’“Europa” un totem, l’altro si bea nella sua dissacrazione in un deserto di proposte e prospettive (quanto all’uscita dall’euro, è sconcertante la superficialità con cui a sinistra si parla di “svalutazioni competitive”, soprattutto se confrontata con la gravità che assume il tema in Grecia).

Come l’europeismo di regime ignorava la realtà concreta, ad esempio, delle “riforme strutturali” imposte “in nome dell’Europa”, così i neosovranisti ignorano la realtà concreta di società sempre più transnazionali, plurali e interconnesse, in cui tuttavia i diritti, l’accesso alle risorse, le modalità di partecipazione alla vita sociale e politica rimangono differenziati in maniera iniqua. Ha invero riflessi non solo inquietanti, ma anche decisamente sinistri il fatto che tra gli strepiti di questi giorni contro l’“Europa” nessuno dei sovranisti abbia trovato il modo di dire alcunché sul trattamento disumano riservato a migranti, rifugiati e richiedenti asilo – si direbbe che nell’ambito “nazionale” che si vuole privilegiare tale trattamento sia una condizione scontata e naturale.

Come l’europeismo di regime muoveva da settori delle élites italiane che, riallacciandosi all’“Europa”, miravano a dare un determinato assetto alla società e alla politica italiana corrispondente alla loro visione e ai loro interessi, così il neosovranismo è mosso da scampoli di una classe politica e intellettuale che intendono costruirsi constituencies il più possibile a propria somiglianza, escludendo o limitando la rilevanza di “altri” o di diversi. Infine, come nel discorso dell’europeismo di regime la sinistra era culturalmente e politicamente subordinata al moderatismo neoliberalista, così la sinistra neosovranista appare culturalmente e politicamente attigua, quando non subordinata, al populismo di destra. Nei temi, nei linguaggi, nonché nella proposta di Fassina di costruire “un’ampia alleanza di fronti di liberazione nazionale […] composti da forze progressiste aperte alla cooperazione di partiti sovranisti democratici di destra”. Soprattutto, nell’assunto che l’“Europa” sia irriformabile e che quindi non si possa che chiudere con essa.

È difficile immaginare la piccolezza del calibro di quel che potrebbe fare una forza di sinistra in un contesto di rapporti sempre improntati alla globalizzazione neoliberista e di rinnovata competizione in nuovi ambiti con paesi fino a oggi parte di una stessa unione – per non dire del peggioramento delle condizioni non solo di chi sta in patria, ma anche e soprattutto si trova a vivere in un altro stato ora UE. È difficile anche pensare a una sconfitta più radicale e annunciata di questo ripiegamento in piccoli ambiti, su piccoli cabotaggi, su piccole constituencies.

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In questa crisi europea non crescono tuttavia solo populismo, nazionalismo ed euroscetticismo, ma anche, in certi quartieri, la consapevolezza che è proprio l’“Europa” l’ambito in cui resistere alla pressione neoliberista, e magari invertire la rotta (qualcuno in effetti lo aveva già pensato più di novant’anni fa), non senza valorizzare quanto di positivo si è già fatto e che sarebbe difficile realizzare da soli in un solo paese. È importante potenziare le reti e il coordinamento tra gruppi, partiti e movimenti che vogliono cambiare l’UE in senso democratico, sociale, solidale e federale, includendo il mondo della migrazione, “comunitaria” e non (si pensi al profilo che ha acquisito tra gli europeisti britannici il gruppo New Europeans che è impegnato a lottare contro le discriminazioni e in difesa dei diritti di cittadinanza europea). La difesa e l’ampliamento dei diritti di cittadinanza europea devono diventare un obiettivo prioritario (includendo la solidarietà ai profughi e richiedenti asilo, la modifica del Regolamento di Dublino e la cittadinanza europea di residenza, facendo leva sull’ingiustizia della differenziazione dei diritti). Occorre premere per un aumento del bilancio europeo (che i governi europei hanno colpevolmente diminuito nel 2013), per poter realizzare un vero New Deal europeo (non il miserando Piano Juncker) che aiuti la UE a uscire dalla crisi. Soprattutto è giunto il momento di chiedere un cambiamento dei Trattati che riconsegni la sovranità al popolo europeo, con la trasformazione della Commissione in un governo europeo che risponda a un parlamento europeo dotato di iniziativa e di pieni poteri legislativi – e al tempo stesso, combattere proposte di riforma che perpetuano l’esclusione dei cittadini o asimmetrie gerarchiche all’interno dell’Unione.

Come in altri momenti della nostra storia, la partita si gioca in Europa. Non ritraiamoci in una dimensione che inevitabilmente impoverirebbe la qualità della nostra vita e della nostra democrazia.
NOTE [i] Willem Maas, Creating European Citizens, Lanham MD, Rowman & Littlefield, 2007. [ii] Édouard Gaudot e Benjamin Joyeux, L’Europe, c’est nous!, Paris, Les Petits Matins, 2014, pp. 56 e 64. [iii] Antonio Cantaro e Federico Losurdo, Il «nuovo» modello sociale europeo: fine dell’eccezionalismo?, «La rivista delle politiche sociali», n. 3-4 (luglio 2013), disponibile qui. [iv] Maurizio Ferrera, Neowelfarismo liberale: nuove prospettive per lo stato sociale in Europa, «Stato e mercato», n. 97 (aprile 2013), pp. 3-36 (p. 31), disponibile qui. [v] Vedi anche Andrew Duff, Pandora, Penelope, Polity: How to Change the European Union, London, John Harper Publishing, 2015. [vi] Vedi anche Giuseppe Berta, Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi, Bologna, Il Mulino, 2014, specialmente l’ultimo capitolo La deriva europea verso una tecnocrazia oligarchica. [vii] Con il termine “neosovranismo” intendo in particolare la posizione di quelli che hanno abbracciato di recente posizioni sovraniste provenendo da un europeismo generalmente mainstream. Per molti aspetti non si possono assimilare agli euroscettici o ai nazionalisti di vecchia data.

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