lunedì 24 agosto 2015

Con questi non vinceremo mai. Vi spiego (ancora) cosa non va nella sinistra

Lo diceva Nanni Moretti, ma si riferiva alla leadership dell'ex partito comunista, ai vari D'Alema, Veltroni e compagnia. Per certi versi si sbagliava, poiché disgraziatamente il frutto della miopia politica e della corruzione intellettuale e morale di quel partito ha generato un vincitore: Renzi, ibrido scolorito ma efficiente, frutto di una trasmutazione dei valori completata con successo.

Eppure sarebbe bastato che quel partito avesse preso una piega diversa e si fosse tramutato in un partito socialdemocratico, quando ancora la socialdemocrazia conservava un briciolo di autonomia intellettuale dal capitalismo finanziario e liberista e quando per nascondere il fatto che nei paesi socialdemocratici si stava meglio, la destra parlava di “crisi della socialdemocrazia”. A posteriori diciamo che quella scelta forse è stata resa impossibile dal persistere di un moto inerziale di (pseudo)contrapposizione al capitale dentro gli schemi di un mondo bipolare.

Una volta rotti gli argini, gli opposti si fondono, e dalla difesa del comunismo si passa all'introiezione del liberismo, vincitore non perché più forte, ma perché dalla fine del comunismo e della sua cosmogonia, l'universo sociale è stato percepito come teatro di scontro fra élite e il liberismo ha segnato il perimetro del campo di battaglia. Da qui la vocazione maggioritaria, possibile solo assecondando la vulgata liberista, che intanto aveva colonizzato tutti i centri di potere e di diffusione della “scienza economica”, divenuta ormai scienza unica.

Lo stato dell'arte oggi è desolante. Accanto ad un destra generatasi dalla tradizione comunista e socialdemocratica, abbiamo una sinistra frastagliata con infinite anime, tante quante sono le possibilità di tradurre la soggettività in antagonismi diffusi, una volta libera da vincoli dogmatici. Ma il guaio maggiore non è quello, sotto il cielo delle diecimila sinistre, si può ancora trovare un'unità di intenti, e anzi la diversità può essere addirittura vista come ricchezza. Il guaio più grosso nasce dall'abbandono di una tradizione “positiva” e fondamentalmente scientifica del marxismo per cedere alle sirene del post-modernismo, che considera la narrazione, cioè la creazione del pensiero, con il solo vincolo apparente di una coerenza interna, sullo stesso piano della scienza.

Mi duole dirlo, ma i guai cominciano già alla metà degli anni 60 con Operai e Capitale di Tronti, che rappresenta un inno alla soggettività operaia. Qui l'autonomia del politico viene concepita come libertà di produrre il contro-potere operaio in maniera autonoma dalla struttura economica della società, insomma la rivoluzione contrapposta alla scienza economica. Alla lotta per la giustizia e l'eguaglianza sostenuta con l'aiuto della cassetta per gli attrezzi del marxismo, si è gradualmente sostituito una sorta di vitalismo letterario sull'onda di un irrazionalismo antiscientista. Un Deleuze può tranquillamente rivendicare l'appropriazione di Nietzsche e la rielaborazione del suo pensiero in funzione di una concezione inedita di “volontà di potenza”, infischiandosene dei suoi attacchi velenosi alla democrazia, all'eguaglianza e al socialismo e di un imbarazzante apologia delle aristocrazie (quelle vere) e della schiavitù. Via il marxismo e la sua essenza totalizzante e spazio all'antidialettica nietzschiana e alla sua “ volontà di potenza”, energia vitale dell'individuo e antidoto contro ogni forma di dialettica e di oppressione istituzionale.

In questo calderone quasi misterico, intruglio malsano di oscurità di linguaggio e di rimandi a significati che sfuggono volutamente a un senso piano delle cose, seguendo i sentieri di un'antiarchitettura rizomatica del pensiero, prolifera un movimento che vive e si moltiplica grazie alla trasmissione delle narrazioni, ma che anche grazie a queste vede sfuggire la possibilità di una ricerca vera, basata su criteri seri di analisi della realtà e dei rapporti di potere in grado di costituire le fondamenta di un nuovo ordine mondiale. 
Alla teoria del valore marxiana, concetto che spiega in maniera deterministica il rapporto fra lavoro e creazione del valore si sostituiscono concetti vaghi come quello di bioproduzione elaborato da Antonio Negri e Michael Hardt, secondo cui, grazie ai processi di digitalizzazione e finanziarizzazione, "il capitalismo è oggi in grado di mettere al lavoro la vita stessa, di appropriarsi dell’intero universo delle relazioni sociali e di tutto il tempo vita, che divengono materia prima dei nuovi processi di valorizzazione". In questo quadro è d'obbligo inventarsi nuovi soggetti politici, come in ogni trama che si rispetti. Una reductio ad unum obligata, che pieghi la realtà con la forza del soggetto dei soggetti benedetto dalla storia. Nasce quindi l'operaio sociale, il cognitariato, e infine vedono la luce le spinoziane moltitudini. L'effetto è buono, il pathos è assicurato, ma si resta con una cassetta degli attrezzi virtuale e inservibile a maneggiare processi materiali.

Torniamo all'oggi. Le narrazioni imperversano ancora, solo rese meno suggestive da un razionalismo apparente, figlio di un illuminismo da rivista letteraria e di un sociologismo cattedratico. In realtà non c'è stato nessun ritorno alla scienza, sebbene alcuni settori (illuminati) di certa borghesia “radicale” come quella che fa capo a Flores D'Arcais con Micromega, abbiano finalmente ripreso un filone analitico e positivista, tentando con alcuni che sanno davvero di scienza, come Telmo Pievani e Edoardo Boncinelli, di riportare la politica dentro un contesto di riferimento scientifico e razionalista. 
Si continua imperterriti ad evocare il nuovo soggetto politico, la nuova sinistra nata dalle macerie del fu PCI e dai movimenti, senza un briciolo di competenza nell'economia, nella scienza del potere e nella geopolitica, e senza neanche il puro buonsenso, incapaci di considerazioni e azioni conseguenti rispetto ai disastri visibili della politica monetaria.

Cerchi di riportare la sinistra in una dimensione terrena e meno rarefatta, ma parlare di crisi e delle sue determinanti economiche e finanziarie per lor signori è superfluo e francamente molti ignorano di cosa si parli: cambi, valute, partite correnti, svalutazione, avanzi primari, deflazione, inflazione, stagnazione, sono concetti sfiorati e prontamente rovesciati solo per dimostrare che non si può uscire dall'euro, punto. Non c'è confronto che possa mettere in discussione la premessa dogmatica dell'Europa e del suo euro. Se non è ideologia questa. Si arriva al delirio con affermazioni del tipo: “La fuga dall’euro mi sembra come un riconoscimento della sconfitta. Io voglio vincere la guerra insieme con i popoli europei e non tornare alle logiche della supposta sovranità nazionale, dove, attraverso i disastri nazionali, allora i soli ad egemonizzare la situazione saranno di nuovo i banchieri, i speculatori e il loro personale politico. Il livello nazionale non rappresenta il luogo in cui puoi affrontare il conflitto dei nostri tempi”. Di fronte al fallimento annunciato dell'euro, strumento evidente del massacro sociale, si risponde con simmetrie maldestre. Non ci siamo, arrampicarsi sugli specchi è chiaramente un esercizio che cerca di nascondere una sconfitta troppo palese per essere ignorata. Un esercizio controproducente, perché la natura umana recepisce meglio il contrasto netto che non la dissolvenza, un oggetto che si annuncia e svanisce allo stesso tempo. Occorre sì radicalismo, ma anche chiarezza.

Forse sbaglio nell'insistere a volermi confrontare con i compagni di strada di una vita e a continuare a pensare alla sinistra come soggetto di riferimento obbligato, una sinistra che assomiglia sempre di più ad una piccola aristocrazia intellettuale, piuttosto che a una avanguardia, con le sue gerarchie e i suoi istinti di autoconservazione. 
Forse dovrei cambiare strada, ma il problema è che sulle strade che vorrei percorrere vedo troppe poche persone e neanche tanto interessanti.


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