sabato 4 luglio 2015

Capricci dell'immaginario: da Che Guevara ai Navy Seals

Un mutamento antropologico o semplicemente un mutamento sociale che pone una revisione simbolica nell’immaginario individuale. 
Non è un’analisi seria, non ho dati, ma solo sensazioni evocate dalla rilettura (molto frettolosa lo ammetto) degli scritti di Comte e di Spengler, sull’evoluzione ciclica delle società umane. È un effetto che io vedo riflesso soprattutto nel cinema e nelle serie televisive. L’eroe coevo è il prototipo del militare che ha vissuto l’esperienza della guerra o il cavaliere solitario ed errante, spia o ex militare delle forze speciali, che riassume la caduta generale di senso della vita nel confronto individuale con le forze oscure del mondo, sue nemiche semplicemente perché intolleranti a qualsiasi anomalia di stampo anarco-individualista, viste come ostacolo al nuovo ordine mondiale. Un nuovo eroe romantico segnato dallo strazio dell’esperienza della guerra e dalla sofferenza rivelatrice del nonsenso della teleologia. Assistiamo all’emergere di un senso che sta tutto nell’identificazione con i simili a te nel caso dei militari – il significato della vita è contenuto unicamente nella condivisione del dolore e delle atrocità della guerra - o in un’etica universale passata al vaglio del disincanto dell’eroe solitario. 
Insomma se fino a un paio di decenni fa l’eroe era colui che anelava alla rivoluzione, guidato dalla forza rivelatrice della dottrina, e da un ideale palingenetico volto alla distruzione di una società decadente e dominata dall’interesse del ricco sul povero, adesso l’eroe è colui che accarezza il disincanto del pubblico, ma allo stesso tempo gli fornisce un substrato di potenza e di ferina volontà di sopravvivenza pur nell’assenza di valori. Siamo passati dal Che Guevara, eroe solare portatore di un ideale di riscatto e speranza, all’oscurità dell’eroe che si dimena nei suoi tormenti, ma che alla fine trova la forza in se stesso o nel motto del suo corpo di appartenenza, senza la necessità di aggrapparsi a un ideale o a un fine ultimo.

Non so se questa mia percezione dell'immaginario collettivo sia il risultato del passaggio da un'era “mitologica”, contrassegnata dalla prevalenza del mito come motore di una società giovane e in evoluzione, oppure se anche questo sia il frutto avvelenato della tanto decantata fine delle ideologie del secolo breve, o se addirittura un mutamento così radicale possa essere il risultato di una strategia premeditata (da chi?) per annientare ogni senso contrario a una società basata sullo sfruttamento e sul profitto, certo è che di giovani come quello che è andato a combattere a fianco dei curdi a Kobane non ne vedo molti (sbaglio?).

Alle volte credo che tutto questo non sia nient'altro che la pausa fra il primo e il secondo tempo.

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