lunedì 15 giugno 2015

«Perché la Grecia non ha niente da perdere se dice no ai creditori»

di Wolfgang Munchau da ilsole24ore

Alla fine ci siamo arrivati: Alexis Tsipras deve prendere o lasciare. Che cosa dovrebbe fare il leader di Syriza? Le prossime elezioni in Grecia non sono previste prima del gennaio 2019, e qualsiasi linea d'azione deciderà di assumere dovrebbe portare frutti nell'arco di tre anni, o anche meno. Prima di tutto mettiamo a confronto i due scenari estremi: accettare l'offerta finale dei creditori o abbandonare l'Eurozona. Accettando l'offerta dei creditori, Atene acconsentirebbe a un aggiustamento di bilancio dell'1,7 per cento del prodotto interno lordo nell'arco di sei mesi.
Il mio collega Martin Sandbu ha calcolato l'effetto che avrebbe un aggiustamento di queste proporzioni sul tasso di crescita del Paese. Io ho allargato quei calcoli includendo l'intero programma di aggiustamento richiesto dai creditori nell'arco di quattro anni. Basandomi sulle stesse ipotesi che fa Sandbu sull'interazione tra politica di bilancio e Pil, un processo bidirezionale, arrivo a una botta complessiva sul Pil del 12,6 per cento in quattro anni. Il rapporto debito/Pil della Grecia comincerebbe ad avvicinarsi al 200 per cento. La mia conclusione è che accettare il programma della trojka rappresenterebbe un doppio suicidio: per l'economia greca e per la carriera politica di Tsipras.
L'estremo opposto, la cosiddetta Grexit, garantirebbe un risultato migliore? Ci potete scommettere, e per tre ragioni. La prima, e più importante, sarebbe che la Grecia si libererebbe finalmente di questi deliranti aggiustamenti di bilancio. Dovrebbe comunque puntare a un piccolo avanzo primario, che potrebbe rendere necessario un aggiustamento una tantum, ma solo questo.
La Grecia dichiarerebbe lo stato di insolvenza nei confronti di tutti i creditori ufficiali – il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea e il Meccanismo europeo di stabilità – e sui prestiti bilaterali ricevuti dai suoi creditori europei. Ma continuerebbe a rifondere tutti i prestiti privati, con l'obbiettivo strategico di riguadagnare accesso ai mercati nel giro di qualche anno.
La seconda ragione è la riduzione del rischio. Dopo un'uscita dall'euro, il rischio di ridenominazione valutaria non rappresenterebbe più un deterrente. E le possibilità di un default totale sarebbero molto ridotte, perché la Grecia avrebbe già dichiarato lo stato di insolvenza nei confronti dei suoi creditori ufficiali, e dunque sarebbe smaniosa di riconquistarsi la fiducia degli investitori privati.
La terza ragione è l'impatto sulla posizione esterna dell'economia. A differenza delle piccole economie del Nordeuropa, quella greca è un'economia relativamente chiusa. Circa i tre quarti del suo Pil sono interni; di quel quarto che non lo è il turismo costituisce la fetta maggiore, e il turismo beneficerebbe della svalutazione. L'effetto complessivo della svalutazione non sarebbe certo importante come per un'economia aperta quale l'Irlanda, ma in ogni caso sarebbe positivo. Dei tre effetti che ho elencato, il primo è il più importante sul breve termine, mentre il secondo e il terzo diventeranno preponderanti nel lungo periodo.
 
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3 commenti:

  1. analisi condivisibile in una situazione 'normale'.... ho però il timore che la Germania ed i paesi forti dell'area euro, fmi & bce farebbero di tutto per strangolare la Grecia (pressioni indebite e ricatti inclusi) per scoraggiare altri paesi ansiosi di uscire dalla moneta unica

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  2. Certo, ma restare nell'euro è fare la fine dei topi nella stiva della nave che affonda. Se poi si vuole essere ottimisti: l'uscita della Grecia potrebbe innescare un meccanismo di "liberazione" che coinvolga gli altri paesi, tra cui noi, che stanno agonizzando. L'idea che uscire sia possibile è già di per se sconvolgente. Lo scenario è tutt'altro che chiaro. Io purtroppo non sono ottimista, temo che l'uscita della Grecia possa causare un intervento sconsiderato degli USA in Europa. Ma... io non ci azzecco mai!

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