giovedì 30 aprile 2015

Ritorno dal Cuore della Terra


da ubu re

Seconda e penultima incursione nel libro di Piero Paglini "Al Cuore della Terra e Ritorno".

Qui la prima parte del libro: Al Cuore della Terra 1

qui la seconda: Al Cuore della Terra 2

 
Il vecchio “secolo americano”
 

1. Bush padre e Bill Clinton avevano pensato di ristabilire un ordine mondiale di tipo
pseudo-rooseveltiano, rivitalizzando e ridefinendo, ad usum delphini, gli organismi di governo internazionali (tanto è vero che la teoria di Paul Wolfowitz sulla guerra preventiva benché già allora apprezzata non era stata accolta per motivi politici).
Contando sulla scomparsa dell’Unione Sovietica, con una Russia caratterizzata dallo sbrago cleptocratico e compradore imposto da Boris Yeltsin e, in definitiva, facendo leva su credenziali economiche e politiche prive di rivali, Bush Sr. nel 1991 riuscì senza molti sforzi a far pagare la Guerra del Golfo ai suoi alleati: 54,1 miliardi di dollari (otto volte la cifra sborsata dagli Usa) e Clinton, otto anni più tardi, riuscì a scagliare la Nato contro la Serbia. Tuttavia, la guerra del Kosovo aveva dimostrato che la comunità internazionale iniziava a nutrire perplessità e ad opporre resistenza rispetto al progetto di egemonia planetaria statunitense, che metteva in discussione l’ordine vestfaliano che nel bene e nel male era il quadro della legalità internazionale condiviso fino ad allora e mai messo in discussione formalmente. I Russi, ovviamente, erano molto preoccupati e i Cinesi irritati. Ma anche i più forti stati europei iniziavano a mostrare un entusiasmo che decresceva di pari passo coi progressi del progetto di moneta unica,come d’altronde era stato “previsto”, con stizza e minacce, da Martin Feldstein,poi consigliere di Bush Jr (cfr. “Il Sole 24 Ore”, 6-11-1997).

La benedizione Onu alla guerra del Kosovo fu così negata.
Certo, la fedeltà atlantica e il desiderio di non inimicarsi gli Usa erano e sono ancora fattori importanti, ma probabilmente nell’adesione dei Paesi della Nato alle guerre dei Balcani oltre alla fedeltà atlantica pesavano ormai altri interessi sottaciuti e da non
sbandierare con leggerezza. Un ruolo importante era giocato ad esempio dalla riesumazione di vecchie e mai abbandonate direttrici geopolitiche, come nel caso della Germania da sempre interessata ai Balcani. Nel caso dell’Italia invece si poteva intravedere una ratatuie di puro servilismo verso la superpotenza, di atavica piaggeria verso il Vaticano (da ricordarsi le sue ingerenze in Croazia), di opportunismo politico e forse di qualche dose di volontà egemonica nei confronti dell’Albania. Ad ogni modo, si navigava ancora sull’onda della belle époque finanziaria clintoniana, che allora andava sotto il nome di “web economy” (per i fraintendimenti che questa belle époque ha generato. Ma le cose erano in corso di veloce cambiamento.

2. Negli anni immediatamente seguenti si poteva assistere a una serie di eventi realmente da “fine millennio”: lo sgonfiamento della bolla finanziaria clintoniana (il famoso piano di “atterraggio morbido” del Governatore della Fed, Greenspan), l’introduzione dell’Euro come moneta scritturale (gennaio 1999), la scalata al potere di Vladimir Putin (che diverrà presidente della Federazione Russa nel maggio del 2000), e uno spostamento sempre più marcato dell’economia mondiale verso l’Asia, continente ormai centrato sulla Cina.
A quel punto gli Stati Uniti decisero di cambiare marcia. Con la presa del potere di Bush Jr e dei suoi consiglieri neocons, si ritornò a una riedizione in grande della strategia attuata dal presidente Truman all’indomani della II Guerra Mondiale.
Così, come il New Deal universale e visionario di Franklin D. Roosevelt era stato ridimensionato da Truman in un più realistico progetto di sistema gerarchico di stati attuato su una parte ridotta del pianeta, il cosiddetto “mondo libero”, allo stesso modo ora i propositi blandamente neo-rooseveltiani di Bill Clinton dovevano cedere il passo al progetto di un sistema gerarchico di stati di ampiezza planetaria, ciò che nella letteratura prese per l’appunto il nome di “Impero statunitense”.
Nel cosiddetto “movimento dei movimenti”, si poteva invece assistere a una spensierata confusione tra il significato di “impero” dato ad esempio da Arundhati Roy o da Chalmers Johnson (impero formale a guida statunitense) e il significato designato dal libro di Hardt e Negri, che era cosa ben differente e, soprattutto, di là da venire. Ma tant’è: l’importante era prendersela con un “impero”. Che poi quello statunitense non avesse di fronte moltitudini desideranti bensì persone in carne ed ossa che venivano massacrate a centinaia di migliaia, la cosa era evidentemente considerata grave ma secondaria da un punto di vista politico e analitico. Di fronte a questa inanità, non è sorprendente che il New York Times abbia eccitato
i narcisismi mediatici in un tripudio gioioso e strepitoso proclamando che il “movimento dei movimenti” era la “seconda potenza mondiale”; perché sapeva che lo era sì, ma a Paperopoli.  

Il progetto imperiale di Bush Jr era perseguito con le stesse tinte nazionalistiche della politica statunitense del secondo dopoguerra e con lo stesso sfruttamento di un supposto temibile nemico esterno: il comunismo nel 1946, il terrorismo internazionale nel 2001. Condoleezza Rice aveva dunque ragione quando paragonava il dopo 9/11 al biennio 1946-1947: come Truman, Bush Jr si era assunto il compito di condurre un mondo in preda a forze centrifughe in una struttura gerarchica di stati a guida Usa. Ma il suo parallelo andava ben più in là di quanto ella volesse far intendere. Infatti, se negli
anni Cinquanta il Sottosegretario di Stato, Dean Acheson, aveva salutato la crisi di Corea come una salvezza per il progetto dell’amministrazione Truman, l’Amministrazione Bush aveva tutte le ragioni per salutare come una salvezza l’attacco alle Torri Gemelle. E come abbiamo visto, i cinici cervelloni del Pnac
lo avevano invocato un anno esatto prima. Tuttavia proprio gli amplissimi spazi di manovra aperti dal collasso dello storicocontendente degli Stati Uniti, hanno in poco tempo trasformato il neo-unilateralismo statunitense in un limite fondamentale all’esercizio del suo potere.
Se infatti la strategia da Truman a Reagan si basava sulla possibilità di ritagliarsi una fetta di mondo su cui poter esercitare prima il proprio dominio e, in seguito, la propria egemonia, ora l’espansione globale di quella fetta rischia di portare a ciò che è stato
definito “sovradimensionamento strategico”, proprio nel momento in cuisi ritorna dall’egemonia al dominio.

3. La vulgata ha visto nella guerra in Iraq oltre alla rapina delle risorse petrolifere di quel Paese anche lo scenario per la realizzazione di profitti grandiosi da parte dei sodali di George Dubya Bush e dei loro fidi. Era un continuo di denuncie di come un gruppo privilegiato di aziende, in massima parte statunitensi e legate agli uomini
dell’Amministrazione Usa di allora, si stavano spartendo le enormi torte dell’invasione e della “ricostruzione”. Ed era vero; ma se questo aggiunge, se ancora possibile, ulteriore discredito morale sulla cricca di Bush, tuttavia si tratta per molti aspetti di “business as usual”. Concentrarsi su questi aspetti, indubbiamente spregevoli, può però
nascondere che le guerre di Bush, per quanto necessarie come vedremo nella Sezione VIII, non si stavano rivelando un buon affare per gli Usa. Ed è per questo che c’era bisogno del “nuovo corso” di Obama. Mantenere una posizione imperiale ha dei costi enormi. Ma come è ovvio il problema non è “quanto costa”, bensì “chi paga”;
e ciò dipende da chi ha il potere di far pagare. Chi sta allora pagando
il progetto neo-imperiale statunitense?

C’è stata fin da subito una grande riluttanza da parte degli alleati degli Stati Uniti a sostenere finanziariamente la guerra in Iraq. In compenso la guerra costa agli Usa uno sproposito. Nel loro libro “The Three Trillion Dollar War”, l’ex Senior Vice President e Chief
Economist della Banca Mondiale, oltre che premio Nobel per l’Economia, Joseph E. Stiglitz e Linda Bilmes dell’Università di Harvard, avevano previsto che alla data del 30 settembre 2008 – ovvero quando si sarebbe chiuso l’anno fiscale – in base alle richieste
complessive avanzate al Congresso degli Stati Uniti dall’Amministrazione Bush, il conflitto afgano e quello iracheno avrebbero inciso complessivamente sul bilancio federale per un ammontare pari a 845 miliardi di dollari (al valore del 2007). Una cifra notevolissima, se si pensa che secondo il servizio statistico del Congresso i 12 anni di guerra nel Vietnam sono costati 670 miliardi di dollari (sempre al valore del 2007). Ma è una cifra che impallidisce di fronte alle previsioni tra oggi e il 2017 (comprendenti
anche i costi nascosti come le spese assistenziali, sanitarie o psicologiche, per i reduci): fra le 1,7 (nelle “condizioni più favorevoli”) alle 2,7 migliaia di miliardi di dollari (secondo uno scenario “realistico-moderato”). E come se non bastasse il calcolo aggiornato ha portando il range delle stime a ben 4-6 sei trilioni di dollari.
A dispetto di queste cifre da capogiro, anche i più fedeli alleati degli Usa, ad eccezione del vassallo più sicuro, gli UK, fecero orecchie da mercante già durante la ridicola “conferenza dei donatori” dell’ottobre 2003 quando pure si pensava che la guerra costasse ordini di grandezza inferiori. Infatti, l’allora segretario di stato Colin
Powell aveva posto come obiettivo 36 miliardi di dollari ma si ritrovò con un pugno di mosche: gli ex grandi donatori della Guerra del Golfo, Germania e Arabia Saudita in testa, si comportarono da veri spilorci. Il Giappone fu il più munifico: 1,5 miliardi di dollari, un niente se confrontato ai 13 miliardi di dollari di 12 anni prima
e una miseria se si deflaziona la cifra.
4. Si stava dunque delineando una crisi di capacità egemonica di misura epocale messa in risalto proprio dal fatto che gli Stati Uniti avevano da poco convinto l’Onu a riconoscere una certa legittimazione alla presenza della coalizione in Iraq e quindi
formalmente il quadro giuridico non era più quello di un’arrogante unilateralità. Una legittimazione formale ampliava una delegittimazione di fatto. Anche la “coalizione dei volenterosi” si era dimostrata risibile sul campo: dei 28 paesi alleati nei primi due anni,
solo otto avevano inviato più di 500 soldati. A questa crisi di capacità egemonica non corrispondeva però una volontà politica di opposizione all’egemonismo statunitense. Il disallineamento tra riluttanza economica e appeasement politico era dovuto proprio all’espansionismo Usa. 
Secondo un’espressione molto esplicativa e pittoresca di Giovanni Arrighi, la azioni statunitensi erano ormai viste come causa di disordine internazionale e gli Stati Uniti stessi come un boss di quartiere che offre protezione contro il disordine da lui stesso provocato o minacciato.
Oltre che al lato politico-militare della faccenda questo sospetto si applica benissimo ancheal lato politico-finanziario. Se questo è vero, non penso che si spinga il ragionamento troppo oltre la realtà, se si ipotizza che per quanto riguarda Cina e Russia, il caos iracheno fosse visto come fonte di un doppio vantaggio.
In primo luogo un’America impantanata negli isolati Iraq e Afghanistan era uno spettacolo ancora più desolante di un’America impantanata nel Vietnam. In secondo luogo, iniziare le guerre in Afghanistan e Iraq in una posizione debitoria internazionale
senza precedenti sulla carta era una mossa azzardata da parte degli strateghi neocons.
Usiamo una formula dubitativa, perché l’azzardo deriva da un intreccio di circostanze, non da un presunto rapporto diretto che sussisterebbe in ogni contesto tra la situazione economica-finanziaria di uno Stato e la sua potenza.
Abbiamo accennato alla capacità degli Usa di uscire in vantaggio (grazie a una guerra mondiale) dalla crisi del ’29, e possiamo anche ricordare che durante le guerre francesi tra il XVIII e il XIX secolo la posizione di comando sulla finanza europea che la Gran Bretagna
aveva strappato all’Olanda con duri conflitti, unitamente alle innovazioni di prodotto e alla diffusione della meccanizzazione, riuscì a garantire all’Inghilterra il flusso dei crediti e a convertire il suo indebitamento in un fattore di possente crescita, di sovranità e infine di vantaggio che sarebbe sfociato nell’egemonia mondiale britannica per circa un secolo (nel 1793 gli interessi sul debito impegnavano almeno il 75% del bilancio della Gran Bretagna,
eppure la sua spesa pubblica tra il 1792 e il 1815 poté aumentare di circa sei volte, grazie al credito di cui godeva). Inoltre, erano quarant’anni che gli Usa traevano benefici dalla loro posizione debitoria grazie al predominio politico- militare.

Tuttavia si poteva sperare che la debolezza economica spingesse gli Usa verso un ripiegamento, per lo meno temporaneo. Negli stessi Usa si temeva che la dipendenza economica corresse il rischio di trasformarsi in vincolo politico sulla loro capacità di manovra. Un rischio che possiamo comprendere meglio se consideriamo quanto era successo storicamente durante i lunghi anni di crisi sistemica dell’egemonia britannica.
Anche la declinante Gran Bretagna, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, aveva reagito con vari conflitti al declino della sua egemonia. Innanzitutto con nuove conquiste coloniali e, infine, con l’aperto confronto con lo sfidante europeo: la Germania. Ma persino i limitati conflitti coloniali erano stati affrontati dall’Inghilterra
partendo da una situazione di bilanci in attivo, da un’Europa e un’America in larga misura ancora dipendenti da lei e quindi da una situazione politico-economica ideale.
Questa posizione vantaggiosa le era garantita dalla spoliazione diretta dell’India e delle altre colonie e indirettamente di altri ricchi paesi, come la Cina. Generalmente si pensa che in quei due colossi asiatici la Gran Bretagna operasse prevalentemente un saccheggio di materie prime, iniquo quanto si vuole, ma tutto sommato d’importanza
non direttamente strategica, che inoltre comportava uno sforzo del Paese conquistatore per la costruzione di infrastrutture e per l’amministrazione del Paese colonizzato. Le cose invece stavano diversamente.

Alla vigilia della conquista del Bengala, l’India incideva per il 22,6% sul Pil mondiale e per il 32% sul prodotto manifatturiero mondiale, mentre la Cina incideva rispettivamente per il 23,1% e il 32,8%. L’India fu conquistata direttamente e la Cina indirettamente da una nazione, l’Inghilterra, che in quel momento poteva vantare una
misera quota di Pil mondiale pari all’1,9% ma poteva contare su una straordinaria capacità in un altro settore, cioè nell’arte criminale, l’arte di fare la guerra. Bastano questi dati per ridicolizzare ogni discorso economicistico nell’analisi delle dinamiche capitalistiche.
A quei tempi India e Cina erano le maggiori potenze economiche mondiali ma non erano avvezze a guerre continue come invece lo eravamo noi nella Vecchia Europa.
Così dopo la conquista dell’India e dopo i trattati iniqui con la Cina che seguirono le Guerre dell’Oppio, da queste impressionanti potenze economiche iniziò un ingente travaso di risorse finanziarie. Dall’India questo travaso avveniva direttamente sottoforma di “debito”: 51 milioni di sterline nel 1857, 97 milioni nel 1862, 224 milioni nel 1900, 274 milioni nel 1913, 884 milioni nel 1939 (e solo una parte molto modesta di questo debito veniva spesa per l’India: ferrovie, irrigazione, .... Altro che “fardello”!).
Questo è il primo aspetto della rapina. Il secondo è invece quello degli input per l’industria del centro alimentata dalla finanza, ovvero del rifornimento di capitale circolante (prodotti alimentari e materie prime).
5. Se quindi non si considera il ruolo dell’Impero nella capacità britannica di giocare la funzione di potenza capitalistica economica, politica e militare egemonica,non si può pensare di capire cosa succede adesso.

Gli Inglesi erano perfettamente consapevoli che senza la ricchezza rapinata sottoforma di “debito indiano” e di uomini sequestrati come manodopera militare, cioè come soldati arruolati e mantenuti dall’India stessa, non avevano chance, mentre con l’India a disposizione potevano sia porsi al centro dei meccanismi mondiali di
accumulazione sia affrontare ogni tipo di conflitto armato. Ne erano talmente consapevoli da esserne ossessionati. Solo così si spiega l’inflessibilità meccanica (e disumana) della riscossione delle tasse indiane, persino in periodi di drammatica carestia.

Era così importante l’approvvigionamento di risorse dall’Asia per mantenere l’egemonia economica, militare e politica della Gran Bretagna, che il Maresciallo Montgomery, nelle sue memorie sulla II Guerra Mondiale, afferma che se la Germania avesse occupato l’Inghilterra sarebbe stato un duro colpo, ma non mortale: c’era già il
piano per trasferire il governo nel Canada da dove proseguire la lotta. Ma se la Germania avesse tagliato in due l’Impero, isolando la parte occidentale dall’India, la Gran Bretagna avrebbe dovuto firmare la resa il giorno dopo. Per fortuna Hitler seguiva pedissequamente gli insegnamenti di von Clausewitz che prescrivevano di concentrare lo sforzo bellico nel teatro principale del conflitto. Dato che il Führer era convinto che il teatro principale fosse l’Europa, gettò le sue armate nella trappola russa e fu così che tra il 1942 e il 1943 la Wehrmacht fu battuta dall’Armata Rossa senza più possibilità di riprendersi e l’Impero britannico rimase integro.
Ciononostante l’Inghilterra fece male i conti: i prestiti elargiti allo Zar durante la I Guerra Mondiale non vennero riconosciuti dal governo sovietico, le due guerre mondiali costarono molto di più di quanto previsto e così il credito nei confronti dell’India finì inesorabilmente per trasformarsi in debito e l’Inghilterra fu costretta a indebitarsi finanziariamente e politicamente anche con gli Usa. Tuttavia, per lungo tempo il possesso dell’India aveva permesso all’Inghilterra di essere il centro economico, finanziario, politico e militare del mondo e di proseguire con le sue guerre di espansione coloniale. Al contrario dell’Inghilterra, gli Usa non hanno mai posseduto
un impero coloniale, ma solo il proprio impero continentale, cioè gli Usa stessi.

Dovettero perciò agire in altro modo.
Come vedremo più in dettaglio, a partire dalla fine dell’amministrazione Carter per  supplire alla crisi, innanzitutto di potenza e poi economica, gli Stati Uniti divennero i maggiori
rastrellatori di risorse finanziarie del pianeta, prima attorno allo strabiliante rilancio della spesa militare durante la cosiddetta Seconda Guerra Fredda voluta da Reagan, poi con le politiche di liberalizzazione globale promosse da Reagan e Bush padre; infine
grazie alla “New economy” (alias “espansione borsistica”) clintoniana e alla successiva “bolla dei prestiti privati” di Bush Jr.

Nel frattempo l’economia statunitense per quanto riguarda i settori a bassa o media tecnologia e a medio-alta intensità di lavoro diventava sempre meno competitiva, così che il mercato americano veniva sempre più invaso dai prodotti esteri, innanzitutto cinesi, mentre le aziende multinazionali statunitensi decentravano intere linee all’estero, col risultato che il deficit commerciale Usa nei confronti di ogni altra nazione di peso della Terra iniziò ad aumentare progressivamente dalla metà degli anni Novanta. Una situazione che gli Stati Uniti dovevano però rovesciare a proprio vantaggio.
Attualmente gli Stati Uniti hanno bisogno di essere foraggiati dall’estero nella misura di due miliardi di dollari al giorno e si trovano a dover affrontare un deficit di competitività anche nei settori ad alta tecnologia. In compenso al gennaio 2012, 5048
miliardi di dollari pari a più del 36% del debito pubblico americano è posseduto da governi stranieri. Di questa cifra quasi il 23% è in mano alla Cina e il 21,7% al Giappone. Bisogna far notare che la quota cinese è superiore a quella complessiva di Inghilterra, Germania, Russia e Svizzera con l’aggiunta di tutti i Paesi produttori di petrolio.

Gli Stati Uniti riescono a mantenere una posizione di leadership grazie al fatto che nessun creditore ha interesse a far fuori il suo più grande debitore e, ben più importante, perché non c’è ancora nessuno che gli contesti apertamente l’egemonia mondiale politica, diplomatica, militare e finanziaria. Ciò ovviamente ha anche un
risvolto economico; un risvolto che tuttavia è comunemente interpretato come la radice del problema.

6. Se la strategia imperiale dei neocons statunitensi si è concretizzata in una tragedia per gli Afgani e gli Iracheni, vittime di sofferenze vergognose che generalmente vengono sottaciute o negate dalla stampa e dai politici occidentali, bisogna anche sottolineare
che i suoi ritorni sembrano aver disatteso le aspettative. Ad esempio, il controllo dell’Iraq non pare abbia finora liberato capacità aggiuntiva di produzionedi petrolio o fornito molti vantaggi strategici.

Al contrario, ha indotto nuovi problemi al sistema di dominio statunitense, come il progetto di pipeline Iran-Pakistan-India con possibile diramazione verso la Cina - un incubo per gli Usa, che per ora lo hanno fermato con gli accordi di collaborazione per
il nucleare civile con l’India - e un’accentuata dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.
Se si tiene conto di questi elementi e del fatto che la Russia è riuscita a ristabilire la sua storica egemonia sulle repubbliche centroasiatiche (persino sull’Uzbekistan, che appariva ormai perso), repubbliche incastonate come gioielli geopolitici tra Medio Oriente, Russia e
Cina e a poca distanza dall’India, allora non è difficile capire come mai queste siano oggetto delle attenzioni dei mestatori che fanno capo ai servizi di intelligence statunitensi, spesso travestiti da non-violenti e da Ong per i diritti umani, dediti alle “rivoluzioni colorate”.
Dato che i combustibili fossili giocano in mille ragionamenti, da quelli geopolitici a quelli ecologici, è necessario aprire una finestra su questo punto specifico.
Iniziamo facendo notare che storicamente ogni sconvolgimento in Medio Oriente ha generato una spinta verso l’alto del prezzo del petrolio.
E’ evidente che dopo il “mission accomplished” di Bush, il prezzo del greggio è iniziato inesorabilmente a salire sino a livelli impensabili, per poi discendere non semplicemente per via della crisi, come di solito si pensa, ma perché gli Usa hanno capito che questo aumento fantascientifico era un’arma geopolitica a doppio taglio.
La recente impennata del prezzo del greggio è stata generalmente attribuita alla richiesta cinese e degli altri Paesi emergenti, in special luogo l’India, che però sembra aver concorso in modo relativo all’aumento del costo del petrolio. Esistono infatti altre
dinamiche che devono essere valutate. Probabilmente c’è stata la tentazione di condurre una fase della partita giocando sul prezzo del petrolio ma ci si è in poco tempo accorti che stava diventando in un gioco rischioso. L’economia della Cina e quella degli Usa erano troppo strettamente intrecciate e, in compenso, l’aumento del
greggio favoriva enormemente la Russia, competitor meno integrato, con grande autonomia energetica e quindi più preoccupante. Tuttavia l’arma dell’aumento del prezzo del petrolio era stata usata nel 1973 da Nixon e si poteva basare su un meccanismo collaudato che esamineremo più avanti. 

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