lunedì 13 aprile 2015

Il futuro lavoro che non c’è

di Tonino D’Orazio

La tecnologia avanza così rapidamente da lasciare fortemente indietro la domanda di lavoro. E’ la terza rivoluzione industriale in atto, quella delle nuove tecnologie di produzione, sempre più quella del “non luogo”, dell’informale, della non necessaria sede fisica umana.

Abbiamo davanti, tutti giorni, l’evidenza di come la robotica e l’automazione stiano spostando i lavoratori fuori dai posti di lavoro, dappertutto. Dalle fabbriche automatizzate ai robottini che puliscono pavimenti e prati. Alla robotica casalinga, a quella industriale, anche pesante. Fino a modificare l’architettura industriale o casalinga.

In realtà la base produttiva delle economie emergenti dell’Asia ha usufruito, negli ultimi decenni, dello spostamento di quella delle vecchie potenze industriali dell’Europa occidentale e del Nord America, sfruttando il costo ridicolo, per i nostri parametri, della loro manodopera.

Allora il dibattito non può più essere sul costo del lavoro, ma forse tutto sulla ridistribuzione della ricchezza prodotta e sui tempi e qualità di vita.

Tra l’altro non vi è neppure nessuna garanzia, per esempio, che il settore dei servizi, (a forte valenza umana), anche commerciali, possa continuare a compensare le perdite di posti di lavoro conseguenti nell’industria. Anche migliaia di posti di lavoro poveri come nei call center, oltre a quelli in vari “non luoghi” mondiali, iniziano ad essere rimpiazzati con sofisticati software di “riconoscimento vocale” e di “traduzione simultanea”. Alla fine, non lontana come si crede, la tecnologia sostituirà lavori di produzione e di servizi anche nei mercati emergenti.

Allo stesso modo, nel prossimo decennio, Foxconn, che produce iPhone e altri prodotti elettronici di consumo, prevede di sostituire gran parte della sua forza lavoro cinese con oltre 1 milioni di robot, che a questo punto possono essere ubicati ovunque sul pianeta, senza rischi di contestazioni. Con molta probabilità ri-centralizzandoli nel proprio paese per la non più necessaria delocalizzazione attuale per il costo del lavoro, cioè della vita umana.

La necessità della “mano” umana sta sparendo sia dalla cultura del lavoro che dalla produzione. Infatti, la fabbrica del futuro potrebbe essere di 1.000 robot e un lavoratore, meglio, un tecnico. La robotica è più veloce, più produttiva, lavora 24 ore al giorno, senza diritti e senza alcune défaillances umane.
I robot riparano sé stessi. I nostri stessi PC sono capaci di riparare sé stessi, in parte, altrimenti Bill Gates sarebbe povero. Tutti sanno che possono anche essere riparati a distanza salvo i pezzi fusi o danneggiati fisicamente. Il vostro meccanico non ascolta più il motore della vostra macchina, lo osculta tramite un computer che gli racconta in dettaglio tutti gli eventuali danni.

Le innovazioni tecnologiche interesseranno l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il governo, e anche il trasporto. Pensate alle metropolitane di oggi già senza conducenti. Ad esempio, avremo ancora bisogno di tanti insegnanti nei decenni a venire, se la professione attuale è in grado di produrre sempre più sofisticati e freddi corsi online che milioni di studenti possono utilizzare, già oggi? La Pubblica Amministrazione si sta trasformando per il modo in cui molti servizi vengono forniti al pubblico telematicamente e si avvia di fatto ad una perdita costante di posti di lavoro. Avanza il “fai da te”, “lavora per me”. Nuovo esempio ne sono i punti “paga da te” nei supermercati, cioè lavora per pagare. Oppure le banche on line, rendendo di fatto obsoleta, oltre che la moneta, anche la vita privata.
Nei prossimi anni, i progressi tecnologici in robotica e automazione aumenteranno la produttività e l’efficienza, il che implica notevoli vantaggi economici, per le aziende. Salvo una stupida, dannosa e non necessaria superproduzione. E i lavoratori? E le generazioni di giovani già nel gap di questa fase ?
Bisogna ricordare bene la nostra storia, quella del lavoro e quella dei lavoratori. Quella delle soluzioni trovate allora, agli inizi del ‘900 e immaginare possibili traslazioni. Ma bisogna fare presto, noi siamo molto in ritardo mentre loro, i capitalisti, avanzano velocemente stabilendo e fissando già tutti i loro interessi, da oggi al futuro prossimo e tutti gli strumenti non democratici da realizzare (in atto) per non essere contrastati.

Certamente mai la parola capitalista è stata più appropriata perché vi sono alcune condizioni per lo sviluppo delle tecnologie future. Esse tendono ad essere ad alta intensità di capitale, favorendo cioè coloro che già dispongono di ampie risorse finanziarie. Sono a professionalità alta e favoriscono coloro che già hanno un elevato livello di competenza tecnica. Richiedono un sempre più basso numero di lavoratori riducendo così il numero totale di posti di lavoro non qualificati e semi-qualificati nell’economia. Pochi ben qualificati saranno dentro la “produzione”, gli altri fuori. Vi sarà sicuramente un grande futuro per le professioni psicologiche per il recupero dalla dipendenza o dalla esclusione dalle macchine. Nulla di diverso dalla Seconda industrializzazione, quella dell’inizio del XX° secolo, nella costanza dei principi capitalistici. Solo che allora i lavoratori avevano inventato la vera globalizzazione solidale del loro mondo tramite varie Internazionali. Oggi sono sconfitti e disarticolati dal cappio della produttività e da quello nazional-occidentale neoliberista che li fa correre nella speranza di un futuro lavorativo decente che per molti di loro e dei loro figli non c’è e non ci sarà. In nessun posto nel mondo. Eppure allora erano riusciti ad abolire il lavoro minorile; a rendere più umani l’orario e le condizioni di lavoro; ad aumentare il tempo libero e la formazione; a costruire una rete di sicurezza sociale per proteggere i lavoratori vulnerabili e stabilizzare la spesso fragile macroeconomia; a tentare di sconfiggere l’analfabetismo (quello attuale è cibernetico); a dare forte dignità e diritto al lavoro. E’ vero che ci avevano messo cento anni. Tocca ricominciare. Il salariato è solo un capitale da far fruttare, come qualunque altro materiale, se non ridiventa un potenziale essere umano.
Capitalismo che ritroviamo fra l’altro proprio nell’aumento della nuova ricchezza prodotta e incanalata, che, se non ridistribuita, (e il capitale non ha mai voluto farlo se non costretto), sarà fautore di sempre più evidenti disuguaglianze e tensioni sociali. Che ritroviamo nell’abolizione progressiva delle conquiste fondamentali del precedente mondo del lavoro. Disuguaglianza crescente che diventa un ostacolo alla domanda, alla crescita, allo stesso consumo, alimentare, sanitario, culturale e dei servizi. Disuguaglianza che bisognerà, prima o poi, mantenere con la forza. Tutte le premesse sono in atto, a ben guardare.

Come mantenere l’aspetto umano, forse umanistico, di fronte a ciò che avanza senza regole e profondamente distruttivo per la stragrande maggioranza del genere umano se non del suo stesso ecosistema? Ribadendo fortemente il concetto di uguaglianza e di diritto alla vita dignitosa di tutti. E quindi di pari opportunità. Del potere dello stato e del popolo. Lo si può fare con la diminuzione dell’orario di lavoro per tutti ridistribuendolo e dando spazio a più tempo libero e formazione. Lasciando perdere la competitività esacerbata, individuale e di ceto, pianificando e programmando le vere necessità. Trovando il modo equo di ridistribuzione della ricchezza prodotta con le nuove tecnologie, risarcendo il lavoratore della perdita del diritto al lavoro.

Del resto proprio il fatto che lo sviluppo tecnico e tecnologico si ponga socialmente quale problema e non, invece, come miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, offre la misura della natura ristretta e meschina di questo sistema economico giunto alla sua senescenza, ma pronta a rigenerarsi.
Quanto siamo lontani dal vicino futuro che avanza senza di noi ?? 

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