martedì 15 luglio 2014

La dispotica austerity dei banchieri

di Giuseppe Allegri da il Il Manifesto



«Come uscire dalla crisi eco­no­mica con le ricette del dia­volo». È il sot­to­ti­tolo volu­ta­mente pro­vo­ca­to­rio del pam­phlet Mefi­sto­fele (Utet, p. 220, euro 13,90), scritto da Elido Fazi, edi­tore di pro­fes­sione, eco­no­mi­sta post­key­ne­siano di for­ma­zione e pas­sione. E c’è tanto di dedica a Jens Weid­mann, «potente neo­li­be­ri­sta pre­si­dente della Bun­de­sbank, che di solito fa il bello e cat­tivo tempo in Europa», soste­ni­tore di un’interpretazione dia­bo­lica del Faust di Goe­the. Infatti il dispo­tico ban­chiere uti­lizzò il testo del patto Faust-Mefistofele per sca­gliarsi con­tro la sto­rica affer­ma­zione di Mario Dra­ghi, del luglio 2012: «la Bce farà tutto quello che è neces­sa­rio (wha­te­ver it takes) per sal­vare l’euro». Anche «dare inie­zioni di liqui­dità mone­ta­ria». Un grave pec­cato morale, per Weid­mann, con­vinto che l’atto di creare moneta sia figlio del dia­volo Mefi­sto­fele, poi­ché «dege­nera in infla­zione e distrugge il sistema mone­ta­rio», come, appunto, inse­gne­rebbe il Faust di Goe­the.
All’origine di que­sta inter­pre­ta­zione c’è l’ideologia del debito (dei pri­vati e dei sovrani) inteso come colpa, visto che Schuld in tede­sco signi­fica sia debito che colpa, pec­cato. E allora, nella sem­pre più incerta «Europa tede­sca», solo l’imposizione di austere misure di risa­na­mento dei conti pub­blici sem­bra possa assol­vere dalla colpa del debito. Men­tre echeg­gia il ter­rore dell’inflazione, intesa come «la» tra­ge­dia che attra­versò gli anni Venti tede­schi, verso il con­senso al nazio­nal­so­cia­li­smo, che pure Fazi ci ricorda arrivò con le ele­zioni del 1932, quando la Repub­blica di Wei­mar era già pre­ci­pi­tata in un periodo di defla­zione. Defla­zione che avvolge parte dell’Europa e sicu­ra­mente l’Italia, da quin­dici anni in sta­gna­zione e per­ciò ora sospesa sul bara­tro di una Grande Depres­sione. Con il serio rischio di diven­tare un paese loser: un «Giap­pone euro­peo». Quel Giap­pone uscito da una defla­zione ven­ten­nale solo con la mas­sic­cia inie­zione di moneta impo­sta nella pri­ma­vera 2013 dal nuovo pre­mier Shinzo Abe, padre di quella che verrà ribat­tez­zata Abe­no­mics.
Elido Fazi segue que­sta ten­denza e smonta l’ideologia mone­ta­ri­sta che ha reso l’Europa ostag­gio dell’incubo infla­zio­ni­stico, sacri­fi­cando qual­siasi ipo­tesi di poli­ti­che pub­bli­che capaci di inver­tire il ciclo eco­no­mico depres­sivo. C’è una sto­ria mil­le­na­ria che per­mette di rifiu­tare il pen­siero unico impo­sto dai «tec­no­crati della tri­ste scienza», allievi dei Chi­cago Boys, con­si­glieri di Pino­chet, Rea­gan e That­cher.
Così si risale al sesto secolo avanti Cri­sto, con Solone che «intro­duce una radi­cale e corag­giosa riforma finan­zia­ria, il cui primo punto è la can­cel­la­zione, par­ziale o totale, dei debiti, con la resti­tu­zione delle terre seque­strate dai cre­di­tori», quella ristretta oli­gar­chia del denaro che aveva messo in ginoc­chio i pic­coli col­ti­va­tori diretti. Nell’antica Gre­cia, come negli Stati Uniti degli anni Trenta del Nove­cento, con Roo­se­velt. Solone è quindi il «primo gover­nante a essere cosciente che la moneta è un bene comune della società e che la sua crea­zione non può essere lasciata all’avidità dei finan­zieri pri­vati». È que­sta la chiave di volta per con­si­de­rare la moneta e «il cre­dito al ser­vi­zio di tutti i cit­ta­dini di un paese o un’area come l’eurozona, e non sol­tanto al ser­vi­zio di una élite finan­zia­ria o di alcuni paesi che, oltre­tutto, meno ne hanno biso­gno». Per­ché la moneta esi­ste per legge, non per natura, per dirla già con Ari­sto­tele. È un’istituzione creata dagli esseri umani che si asso­ciano per godere di un mag­gior grado di benes­sere indi­vi­duale e col­let­tivo. E Fazi ci narra come, pro­prio a par­tire da poli­ti­che mone­ta­rie espan­sive, sia pos­si­bile rifiu­tare l’austero rigore depres­sivo, per affer­mare una moneta comune intesa come ric­chezza comune.
Ecco tor­nare Mefi­sto­fele (quello di Fazi, con­tro Weid­mann), che nel Faust con­si­glia al sovrano dell’Impero inde­bi­tato di creare moneta dal nulla, Fiat money, «come per magia», per risa­nare le finanze, ma soprat­tutto per dare soli­da­rietà, gioia, sere­nità alla cit­ta­di­nanza. Nell’allegoria car­na­scia­le­sca nar­rata da Goe­the il carro dia­bo­lico è trai­nato dal dio della ric­chezza, Pluto, e da quello delle arti e della pro­fe­zia, Apollo, per­ché solo dall’incontro di ric­chezza e poe­sia è pos­si­bile pen­sare una vita degna. Le «crisi epo­cali» esi­gono eco­no­mi­sti poeti, come il Key­nes delle Pro­spet­tive eco­no­mi­che per i nostri nipoti, uscito a ridosso del grande crollo del 1929 e ricor­dato in chiu­sura da Fazi. Nel cuore oscuro di un’Europa oppressa da avari ban­chieri e ottusi nazio­na­li­sti è dif­fi­cile rin­trac­ciare eco­no­mi­sti ade­gua­ta­mente visio­nari, in grado di adot­tare le ricette del dia­volo. Tanto che Renzi, nella pole­mica con Weid­mann, non è certo sem­brato dia­bo­lico. Men­tre al ver­tice della Bce pare Goe­the sia letto con passione.
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