mercoledì 30 luglio 2014

Da Renzi dialogo zero. E il senato va nel caos

di Daniela Preziosi da Il Manifesto

Riforme. Il premier non accetta mediazioni, Grasso spiana il dibattito, votazioni a passo di carica. Strilli, canguri, voti a tamburo battente, regole stracciate. Così nasce la nuova Costituzione


 

 Alle 16 e 50 il senato entra uffi­cial­mente nel più totale inar­re­sta­bile ine­men­da­bile caos. Così va avanti fino a notte. L’aula esplode, i 5 stelle bat­tono le mani sui ban­chi e urlano «non-si-può»,«non-si-può», le cra­vatte verdi dei leghi­sti gar­ri­scono come ban­diere; dalla parte oppo­sta dell’emiciclo la sena­trice De Petris si sbrac­cia per inter­ve­nire. I demo­cra­tici son­nec­chiano ma i gril­lini li pro­vo­cano: «Vi ha scritto il com­pi­tino Renzi». E allora quelli: «è a voi che lo scrive Grillo»; il tori­nese Espo­sito, era un dale­miano prima del ciclone Renzi, «smet­te­tela di dire che siamo ricat­tati»; il capo­gruppo Pd Zanda «Andremo fino in fondo, vogliamo lavo­rare in pace»; dai ban­chi gril­lini si alza un car­tello sar­ca­stico «Grasso cedi la pol­trona a Zanda». E Petro­celli (M5S): «Grasso si sta com­por­tando come lo zer­bino della mag­gio­ranza, se oggi non ci sono stati i tumulti, occhio a domani».

Suc­cede quello che si temeva, spe­rava, paven­tava, orga­niz­zava e ten­tava di sven­tare da giorni. Il governo sem­brava pronto a discu­tere con le oppo­si­zioni sulle riforme costi­tu­zio­nali? Era uno scherzo, un sapiente lavoto di spin. Oppure Renzi ha capito di avere la mag­gio­ranza ed ha cam­biato idea. Si doveva discu­tere sulla demo­cra­zia diretta, l’equilibrio dei poteri, i refe­ren­dum? Si fa il brac­cio di ferro, e la discus­sione diventa caos.
La mat­tina del giorno che doveva essere quello della media­zione, il capo­fila dei dis­si­denti Pd Van­nino Chiti espone in aula il suo ramo­scello di pace: per non disper­dersi «in migliaia di emen­da­menti», si può con­cen­trare la discus­sione sulle «pro­po­ste fon­da­men­tali» entro l’8 ago­sto, per poi riman­dare l’approvazione finale a set­tem­bre «così da con­sen­tire ai cit­ta­dini di per­ce­pire la serietà e del con­fronto par­la­men­tare». La mini­stra Boschi tace. Sel, 5 stelle, Lega, spie­gano che se c’è un gesto di buona volontà gli emen­da­menti ostru­zio­ni­stici — solo quelli — si pos­sono riti­rare. Ma il gesto non arriva. La mini­stra Boschi anzi sce­glie con cura le parole per far sal­tare i nervi alle oppo­si­zioni: «Il governo ha dato prova di col­la­bo­ra­zione e volontà di media­zione» in que­sti mesi «ma non può sot­to­stare al ricatto ostru­zio­ni­sta» non è con­ce­pi­bile, «che sia la mino­ranza ad affer­mare le pro­prie ragioni a sca­pito della mag­gio­ranza». Media­zione fal­lita. La riu­nione dei capi­gruppo poi san­ci­sce la fine del dia­logo fra sordi. Sel offre il ritiro di 1475 emen­da­menti ma, spie­gherà poi in aula De Petris «evi­den­te­mente si voleva girare un altro film».
Alle tre del pome­rig­gio l’aula riat­tacca i lavori. Ma c’è un fatto nuovo: Pie­tro Grasso, quello che il Pd aveva dura­mente con­te­stato per aver accet­tato alcuni voti segreti («i rego­la­menti sono chiari», si era giu­sti­fi­cato), quello a cui da giorni le oppo­si­zioni si rivol­gono con rispetto e gra­ti­tu­dine, si è tra­sfor­mato. È un’altra per­sona. Va avanti tutta. Per primo fa appro­vare, su richie­sta del Pd, un emen­da­mento sulla parità di genere. Poi parte il brac­cio di ferro dei voti segreti. Si ini­zia con l’1.29 di Sel. È il primo voto segreto che Grasso ha ammesso, lo rende obbli­ga­to­rio una cita­zione delle mino­ranze lin­gu­sti­che. Ma Grasso è pronto a spac­chet­tarlo, l’aula si infiamma, i gril­lini urlano il loro grido di bat­ta­glia «non-si può», «non-si-può». Grasso inter­rompe, alla ripresa il disor­dine è peg­gio, De Petris ritira l’emendamento e lo tra­sforma in un ordine del giorno. È una tec­nica ostru­zio­ni­stica, la ripe­terà varie volte. Arriva l’emendamento 1.28, dice che le camere deb­bono essere elette con il «suf­fra­gio uni­ver­sale diretto»: se passa, salta l’elezione indi­retta del senato. Si vota se votare, come in un aula magna occu­pata dagli stu­denti. Il librone bianco e rosso dei rego­la­mento è il best sel­ler su tutti i ban­chi. Il for­zi­sta Schi­fani fa l’elogio del voto segreto ma poi è dice sì a quello palese, i gril­lini fanno l’elogio del voto palese ma poi sono per quello segreto. Il cen­tri­sta dis­si­dente Di Mag­gio attacca: «La mag­gio­ranza teme il voto segreto, delle due l’una: o non è una mag­gio­ranza o ha i suoi par­la­men­tari ricattati».
A que­sto punto è Chiti a rispon­dere: «Il voto segreto non tutela i sena­tori del Pd, non ne abbiamo biso­gno». Avanti a sin­ghiozzo, a strilli, a strappi. Il for­zi­sta Paolo Romani: «Pren­diamo atto che così non si può andare avanti. Deci­diamo una volta per tutte come si fa il voto segreto». Grasso non intende pren­dersi la respon­sa­bi­lità di deci­dere — che pure gli spetta per rego­la­mento. Va avanti. Parte il can­no­neg­ga­mento con­tro Sel. Arriva il sot­to­se­gre­ta­rio Lotti e dichiara: l’atteggiamento di Sel «pre­clude ogni alleanza futura, soprat­tutto sul ter­ri­to­rio. Non so voi, ma io un accordo poli­tico con chi distrugge la Carta non lo farei». Sel but­tata fuori da tutte le alleanze? Il ven­do­liano De Cri­sto­faro replica in aula: «Non ci ricat­tate. Una resa senza con­di­zioni non ci sarà». Accanto a lui c’è il sena­tore Dario Ste­fàno, già can­di­dato alle pri­ma­rie della Puglia. La Lista Tsi­pras fa sapere che oggi i sena­tori di Sel sono attesi al loro sit in al Pan­theon. Intanto Grasso pro­cede a passo di carica con il «can­guro», la tec­nica di accor­pa­mento degli emen­da­menti. Nes­suno capi­sce quello che vota, M5S chiede uno stop: «Ci ha fatto sal­tare d’un salto 600 pagine». A fine serata man­cano ancora più di 4mila emen­da­menti. Renzi sa che alla fine la riforma pas­serà, ma vuole sca­ri­care la figu­rac­cia sulle oppo­si­zioni, «la palude». In serata scrive su face­book: «La nostra deter­mi­na­zione è più forte dei loro gio­chetti. Andiamo avanti pronti a discu­tere con tutti ma non ci faremo mai ricat­tare da nessuno».

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