venerdì 23 agosto 2013

Europa

Oltre il no all’austerity, serve una sinistra euro-mediterranea 

 di Giuliana Beltrame, Sergio Labate, Daniela Passeri 

 In vista delle elezioni europee del 2014 si è aperta su queste pagine una discussione che, anche come Alba, riteniamo necessaria e guardiamo con attenzione. Essa deve confrontarsi però con alcune questioni che conviene non tacere. Innanzitutto il fatto che sempre più l’orizzonte europeo venga evocato come causa principale delle politiche di austerità e della impotenza delle politiche nazionali dinanzi alla crisi. Ma a questo riferimento persistente non consegue ciò che dovrebbe essere naturale: un investimento maggiore in termini democratici sull’appuntamento elettorale europeo. Nessuno sembra dare fiducia all’idea che le elezioni europee possano rappresentare un’occasione di incidere su quest’orizzonte più ampio e così dirimente. Questa sfiducia ha tante ottime ragioni: un generale scetticismo nella forza della democrazia, dal momento che anche laddove il voto dovrebbe segnare una direzione di marcia definita, esso viene smentito in nome delle grandi intese; inoltre, una legittima diffidenza nei confronti del potere decisionale del parlamento europeo, la cui forza non appare incrementarsi di pari passo con l’incremento della forza dell’Europa delle grandi banche e dei potentati finanziari. Tuttavia, se la crisi politica è europea, è attraverso la capacità di orientare i processi democratici europei che noi possiamo pensare di mettere in campo politiche di alternativa credibili. Queste politiche alternative sono, peraltro, facilmente individuabili. La critica ai partiti tradizionali – da noi sviluppata – non è soltanto di metodo, ma anche di contenuto. È evidente che tutti i partiti che fanno riferimento ad alcune grandi famiglie politiche europee, a cominciare dall’ex Partito socialista europeo, oggi Alleanza Progressista dei socialisti e dei democratici, sono del tutto interni all’orizzonte neoliberista non mettendo in discussione l’adesione al fiscal compact, al patto di stabilità, alla politica monetaria decisa dalla troika. Come le forze dei cosiddetti centro-sinistra europei, a partire dalla Spd, che condividono pressoché interamente l’austerità, anche il centrosinistra italiano, da Ciampi a Prodi a Monti fino a Letta, è stato orientato da questa bussola. Ancora alle ultime elezioni la coalizione Pd-Sel, Italia Bene Comune, aveva al centro della sua carta d’intenti il rispetto dei vincoli europei. Questo stesso vincolo è ciò che lega la coalizione fallita all’attuale governo di larghe intese. Insomma, si tratta di costruire progetti credibili che trovino la forza per mettere in discussione le cause profonde di queste politiche e l’idea perversa di società che ne sta a capo. Progetti che, ne siamo convinti, possono trarre respiro dalle buone pratiche messe in campo in questi anni da associazioni, movimenti, sindacati che, seppure in un contesto difficile e spesso frammentato, si oppongono alle politiche di austerità e nel contempo avanzano, in prospettiva euromediterranea, proposte alternative su diritti sociali, laicità, diritti dei migranti, democrazia (come hanno recentemente dimostrato il forum mondiale di Tunisi e l’Altersummit di Atene). Che errore storico imperdonabile non aver saputo opporre in questo decennio all’asse tradizionale franco-tedesco una seria costruzione di una sinistra euromediterranea! Se è vero che questo deposito di pensiero critico e progressivo in Italia sembra non acquisire più alcuna traduzione politica, sappiamo che altrove in Europa esistono movimenti o partiti con sufficiente rappresentanza che si oppongono decisamente al «pilota automatico». Il compito che dobbiamo assumerci è quello di utilizzare l’occasione delle elezioni europee come una possibilità per riprendere respiro, riconoscendo che ciò che appare privo di vita e di rappresentanza in Italia è un caso eccezionale e che, per questo, è possibile e auspicabile prendere esempio e connettersi ad esperienze europee non ambigue e ancora credibili. Ultime due notazioni. Se la prognosi è vera, le politiche europee sono oggi non lontane dalle nostre vite e dai nostri territori, ma vicinissime. Esse non opprimono gli stati e la loro sovranità ma la nuda vita di ciascuna/o e il suo potere di autodeterminarsi e di scegliere i luoghi e i modi di esistere. Da questa situazione non si esce con un aggiustamento dello status quo ma con una profonda rottura democratica. Questa Ue va disarticolata e riarticolata dal basso e per territori. Una nuova economia, ambientale, sociale e cooperativa deve contrapporsi al modello esportativo di stampo tedesco e deve trovare l’aiuto anche di monete alternative di supporto. Per fare ciò è necessario che prendano vita nuove coalizioni europee per il lavoro, il reddito, i beni comuni, la cittadinanza, l’ambiente. Abbiamo bisogno di un voto che sia europeo, e non una variante tatticistica della dimensione nazionale. Il nuovo modo di votare previsto per le europee chiede di avanzare proposte per candidati alla presidenza della Commissione europea e di aprire le liste in modo transnazionale. Una vocazione mediterranea e alternativa deve potersi palesare in modo evidente anche da qui. Non è il solito progetto massimalista, anacronistico e inopportuno. Non c’è nulla di meno massimalista che difendere i diritti (cioè la socialdemocrazia europea) e reclamare una politica capace di uscire dalla «libertà vigilata». Non c’è nulla di meno extraparlamentare che rivendicare che la sovranità ritorni ai parlamenti eletti. Difendere la loro funzione non significa accettare di diventare impotenti per poter starci dentro, ma rivendicare loro il potere che le nostre costituzioni assegnano e che il disegno europeo avrebbe dovuto amplificare, non interdire. E se l’Europa è il posto dove tutto ha avuto inizio, sarà dall’Europa che dobbiamo cominciare a dissequestrare i parlamenti. 

Fonte: Il Manifesto 20.08.2013

 
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