giovedì 4 aprile 2013

The Grillo moment

 
Per capire cosa succederà in Italia dopo le elezioni occorre guardare Black Mirror, in cui un orsetto scurrile e antipolitico si candida alle elezioni

 
da rivistastudio.com

Spoiler alert: la prima parte dell’articolo contiene alcuni spoiler alla puntata della serie in questione, che non includono però il finale, di cui si parla invece nella seconda parte. Le due metà sono ben divise e segnalate, quindi niente paura.

Jamie Salter è un comico in disgrazia. Veste i panni di un pupazzo computerizzato, un orso blu che si comporta seguendo i suoi movimenti, sfruttando una tecnologia detta performance capture. Il personaggio digitale a cui dà vita si chiama Waldo ed è uno dei protagonisti di un programma comico inglese: il suo compito è prendere in giro un ospite mischiando il linguaggio tipico dei programmi per bambini a battutacce sul suo pene. È un successo. Il network decide di puntare sul personaggio e fargli seguire la campagna elettorale sfottendo i candidati politici. Il pubblico arriva presto ad acclamarlo, e – sull’onda dell’antipolitica, a chiedere a Waldo di fondare un partito e partecipare alle elezioni.
Ricorda qualcosa?
Beppe Grillo e il suo (suo e di Gianroberto Casaleggio) MoVimento 5 Stelle ha avuto una parabola simile: dai palasport al primo partito della Camera dei Deputati, passando per un blog e i MeetUp. Ma se questa è la realtà italiana, la storia di Waldo è fiction: è la prima parte della trama dell’ultimo episodio di Black Mirror, serie in onda su Channel 4 (in Gran Bretagna), scritta e prodotta dal comico-sceneggiatore-commentatore del Guardian Charlie Brooker. Iniziata nel 2011, Black Mirror ha da poco concluso la sua seconda stagione, composta come la prima da tre episodi totalmente indipendenti tra di loro. Ogni puntata è un viaggio in un mondo in cui la tecnologia ha in modi diversi annientato l’umano – inteso come quell’accozzaglia di sentimenti, pulsioni e istinti che ci bolle dentro. È anzi in parte errato liquidare Black Mirror come una seria distopico-tecnologica: nella maggioranza dei casi le puntate parlano di grandi sentimenti, l’umano per l’appunto, e il loro rapporto con una tecnologia sempre più incredibile, invasiva, asettica e perfetta. Lo show è una delle fusioni più riuscite tra satira e drama.
L’episodio a cui abbiamo accennato si intitola “The Waldo Moment”. È andato in onda – e qui il destino si è evidentemente messo di mezzo con il suo humour nero – il 25 febbraio scorso, giorno in cui l’Italia apriva le urne e contava estereffata i risultati elettorali: il fallimento del Pd bersaniano; il farsesco ritorno di Silvio Berlusconi, il trionfo del M5S di Beppe Grillo. O dovremmo dire “il trionfo del nostro Waldo”?
Senza anticipare il finale dell’episodio a chi non l’avesse visto, può essere utile ripercorrerlo a tratti, perché l’analisi di una serie satirica britannica può aiutarci – ed è ancora il destino a prendersi gioco di noi – a capire quanto sta succedendo in un momento in cui un neoparlamentare M5S vaneggia di chip sottocutanei e Zeitgeist, mentre un altro si affida a Google per trovare l’altrimenti celatissimo Senato della Repubblica italiana in quel di Roma, e il maggior partito progressista italiano valuta una qualche forma di coalizione con un movimento «nato dal basso» ma regolato piuttosto fermamente dall’alto delle ciocche del duo Grillo-Casaleggio.
“The Waldo Moment” sembra un documentario sulla nascita e lo sviluppo del M5S. Non ovviamente per la presenza del pupazzo – Grillo non lo è – me per il racconto della genesi di un partito che in una fase di crisi del Palazzo finisce per avere più credibilità dei tories e dei laburisti. La Casta. The Caste. Ed è ovviamente la storia di un personaggio comico – qui in versione bit – che parla alla cosiddetta e maledettissima pancia dell’elettorato, utilizzando il trivio, una retorica antipolitica bagnata nel Tamigi e il continuo rinfacciare gli altrui misfatti per nascondere la propria pochezza politica.
La storia comincia con il primo incontro di Waldo con Liam Monroe, politico conservatore che in diretta tv compie l’errore di non stare al gioco dell’orso blu, convincendo il network a continuare a tallonarlo per lanciare un nuovo programma tutto affidato al pupazzo. Un autore propone una provocazione: e se Waldo si lanciasse in una sua campagna parallela a quella ufficiale? Nel frattempo Jamie Salter, il comico che dà voce e movimento a Waldo, conosce e si innamora di una giovane laburista. Gli eventi portano i tre in una tribuna politica televisiva: due sono presenti in carne e ossa; il terzo, Waldo, partecipa attraverso un videowall. Poco prima della diretta, Gwendolyn Harris, la candidata del labour, spiega al comico che non potranno più vedersi perché ormai avversari politici a tutti gli effetti. Slater-Waldo è arrabbiato, deluso. Non solo: sta subendo le accuse del tory Monroe, accuse anche personali, ovvero rivolte alla persona che si nasconde dietro i suoi pixel. Salter sbotta, Waldo lo segue, e insieme si sfogano in diretta, offendendo il conservatore e la laburista. Piovono accuse. Quali? Quella di essere in combutta tra di loro («Lei è qui solo per rendere questo spettacolo credibile»), di non partecipare a una vera sfida perché due facce dello stesso sistema in quanto «politici di professione» (career politician). Guardando la scena vi aspetterete un riferimento al PdL-Pdmenoelle. Non arriverà.
Il comizio gridato (ancora: vi ricorda qualcosa?) di Waldo finisce così: «Voi siete meno veri di me, e io sono un pupazzo!».

Boato del pubblico.
Quella tribuna elettorale è il battesimo politico di Waldo. Un esperimento rischioso che conferma le potenzialità del personaggio. È il suo V-Day.
La storia prosegue e Salter è ormai a pezzi, in preda alla schizofrenia, costretto dal suo mestiere a fare il burattinaio di un capopopolo che può permettersi di mandare a fancuolo chiunque, mostrare il pene in erezione o scoreggiare in faccia a chi gli pare. Tanto non è un politico. È solo un pupazzo, a chi può fare del male? A chi?
Salter comincia a capirlo.

La scena clou è l’incontro tra il comico, il produttore televisivo Jack Napier e un signore «dell’agenzia», uno spin doctor che vuole curare l’immagine del candidato. È un uomo sicuro di sé, lo spin doctor. Parla del pupazzo come di un format esportabile in tutto il mondo, infallibile, il politico perfetto per la società dello spettacolo e dei tweet. L’uomo dell’agenzia è il nostro Casaleggio: ha le idee chiare e non vede cosa ci sia di strano nel fare di un orso virtuale un candidato politico. Fa ridere, la gente è con lui. A un certo punto dice: «Non abbiamo più bisogno dei politici: abbiamo smartphone e computer, possiamo far votare alla gente online».
Ricorda qualcosa?
Il resto è tutto da vedere, ovviamente. Segnalo però che anche nella fiction, ben presto il qualunquismo selvaggio (il “sono tutti uguali”) sfocia nell’ira nei confronti dei giornalisti. Ricorda qualcosa?
Tornando alla chiacchierata tra Waldo, il network e l’Agenzia, un altro scambio di battute.
«Possiamo portarlo in tutto il mondo», dice il pseudio-Casaleggio parlando di Waldo. «Come in un franchising».
«Come le Pringles!» lo sfotte Salter-Waldo, credendo stia scherzando.
«Esattamente», dice serio lo spin doctor, «come le Pringles».

***

SPOILER ALERT: DA QUI IN POI LA LETTURA È SCONSIGLIATA A CHI NON HA VISTO LA PUNTATA. SE INVECE NON VE NE FREGA O L’AVETE GIÀ VISTA, PROCEDETE PURE.


Poi arriva la rivolta personale, sofferta e inutile. Jamie Salter si scinde da Waldo – interessante notare che l’unica cosa a tenerli assieme fosse una macchina – si ribella al progetto di Napier e fa di tutto per convincere la popolazione che è sbagliato, assurdo e stupido votare per un pupazzo digitale. Ma è troppo tardi: mentre il comico tenta di fare proseliti, Napier ha già preso il suo posto nella “macchina” e ha ridato vita a Waldo, che lo ridicolizza, rendendo ogni sua critica inutile, perché disinnescata dalle battute dell’orso blu. Il pubblico dimentica subito che l’inventore stesso di Waldo sia ora anti-Waldo: ride semplicemente alle volgarità che piovono dallo schermo. Non vuole sentire altro. (Se Waldo organizzasse un comizio in Piazza San Giovanni, per dirne, una, sicuramente radunerebbe centinaia di migliaia di persone.) È così che Salter si rende conto di non essere Waldo. Waldo può essere chiunque (soprattutto Napier, che ne detiene i diritti). Il pubblico ama il pupazzo, non chi lo muove. Waldo è un avatar: una scatola vuota. È la faccia e l’essenza di un “partito” che, com’è svelato dal finale che interrompe i titoli di coda, nascerà e arriverà a dominare il pianeta in uno scenario un po’ 1984 e un po’ Cartoon Network.
E Beppe Grillo che cos’è? Lui si autodefinisce «il megafono» del MoVimento. Un megafono strano. Un megafono che si prepara ad andare a colloquio con il Capo di Stato, invece di lasciar fare agli eletti del M5S. Grillo rappresenta completamente il suo MoVimento: ne è il portavoce, il volto, il leader. Poco importa che lui rifiuti questa definizione: è così che viene percepito ed è così che si comporta. In questi giorni, per esempio, alcune delle comunicazioni più importanti sul futuro del MoVimento e la natura delle sue future alleanze sono piovute dall’account Twitter personale di Beppe Grillo (@beppegrillo), prima ancora di quello del M5S (@moviment5stelle), scarsamente seguito e utilizzato. Da quando i megafoni decidono il futuro di un partito? Grillo è quindi l’avatar del M5S – e non è chiaro se sia lui stesso a comandarlo o se, come Waldo, venga pilotato remotamente. Non possiamo saperlo ma guardando l’episodio di Black Mirror viene da ricordare all’ex comico, al MoVimento e tutti i suoi elettori che nessun avatar è mai libero completamente dal soggetto che rappresenta. Puoi fare l’antipolitico ribelle quanto vuoi ma alla fine arriva sempre qualcuno più Waldo di te che ti epura.

Immagine: una scena di “The Waldo Moment”, Black Mirror / @Channel 4

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