martedì 30 aprile 2013

Dove li prendono quei dieci miliardi?

Questa è una domanda che non dovremmo mai porci perché è una trappola. Racchiudere l'economia dentro le mure domestiche del pater familias, facendo la trasposizione del bilancio dello stato in quello della serva, è un colossale inganno, e questo lo capisce anche chi economista non è. L'economia non è una scienza esatta, bensì un congegno che ci permette (dovrebbe permetterci) di fare in modo che la produzione e lo scambio delle merci creino le condizioni ottimali per soddisfare i bisogni di tutti. È un artificio dove non conta la partita doppia, conta sfamare la gente. È così da sempre, da sempre lo stato si regge sul deficit, e adesso vorrebbero farci credere che l'economia è quella scienza per cui se io ho cento non posso spendere più di cento, trascurando di dirci che in ogni caso di quel cento il 20% della popolazione si accaparra ottanta e il restante 80% il 20. Vivono di deficit gli Stati Uniti, vive di grande deficit il Giappone, che tuttalpiù adesso deve guardarsi dalle trappole della liquidità, abbiamo vissuto noi di deficit fino a 20 anni fa. Adesso ci dicono che non è più possibile, che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Alcuni apparentemente saggi ci dicono che la spesa pubblica è il forziere nelle mani di chi alimenta il suo potere con clientele e prebende. Ma qui sta il punto: non si può identificare la spesa pubblica con il parassitismo. Chi ha detto che la spesa pubblica deve per forze essere sinonimo di corruzione e spreco? La spesa pubblica può essere una buona spesa senza per questo diventare lo strumento di ricatto di una classe politica parassita e spendacciona.

Siamo arrivati al paradosso che le destra oggi ha assunto il monopolio sia delle politiche austeritarie che di quelle antiausteritarie. C'è una destra degli oligarchi, in piena sintonia con una sinistra socialdemocratica, che segue i diktat imposti  dall'alto e c'è una destra, spesso la trasmutazione transitoria di quella delle oligarchie, che cavalca il malcontento popolare e assume la paternità di politiche espansive e di deficit spending. Questo è il dato saliente della politica italiana ed europea in generale, il concetto di spesa e l'uso strumentale che se ne fa, non dove si prendono i soldi, i soldi sono un'entità astratta, non si prendono, si creano e si spendono. 
In Italia abbiamo un grosso problema: ci troviamo al punto di dover scegliere fra civiltà e sopravvivenza senza sapere che l'una non sussiste senza l'altra. Seppellire (politicamente) Berlusconi e la sua subcultura mediatica è un dovere di civiltà, ma se la civiltà diventa il paravento dell'inciviltà, e cioè l'alibi per fare un favore alla oligarchie, allora molta gente sarà propensa, seguendo la pancia, a scegliere la sopravvivenza a scapito della civiltà, e sfido chiunque a dargli torto. Tutti persino Grillo, e persino un giornale come il Fatto cadono nella trappola dei conti in ordine e della partita doppia, commettendo l'ingenuità di sfidare un governo mostruoso come quello Letta sul terreno della spesa, un terreno che ci sta inghiottendo nelle sue sabbie mobili. Alla fine si crea una gran confusione e le uniche forze che chiedono a gran voce un'inversione di rotta dell'economia e un Europa dei popoli e non delle banche, vengono messe all'angolo, schiacciate dall'illusione grilliana e dalla macchina da guerra di una destra dalla doppia faccia e in grado di adattarsi plasticamente agli umori del popolo.

Il fallimento del liberismo è sotto gli occhi di tutti, tanto che persino il FMI oggi raccomanda per l'Europa ricette che sono tutto l'opposto di quelle liberiste che ha imposto finora in America Latina, eppure quando una simile mostruosità, come quella del Fiscal Compact è avviata è difficile fermarla, ma se la sinistra vuole ritrovare un'identità, non può fare altro che segnare un discrimine netto e profondo con quelle politiche economiche che contraddicono la sua natura egualitaria e il suo senso di giustizia.

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