venerdì 1 marzo 2013

Il Pd non è più compact

di Roberto Musacchio da democraziakmzero


C’è voluto lo schiaffone elettorale per far dire a Bersani che questa Europa non è sostenibile, contraddicendo, almeno a parole, il cuore della Carta d’intenti del centrosinistra, e cioè l’adesione al Fiscal Compact, e la campagna elettorale tutta “tedesca”. Certo è che non basterà una telefonata a Hollande (che per altro è ai minimici storici di consenso) che il leader Pd ha annunciato.
La situazione è talmente drammatica che se non si svolta sul serio, non c’è alcun margine di ripresa sociale, già da subito. E per provare a svoltare c’è una sola cosa da fare: cancellare il Fiscal Compact. L’Italia non può permetterselo. E non può permetterselo l’Europa. Ed è bene che la Germania, e la Spd, lo sappiano prima di andare loro al voto, in autunno. Bersani sarà capace di una riflessione vera?
Di certo c’è che, appunto, c’è voluto il voto a Grillo per provocare uno choc all’Europa. Anche se con reazioni diverse. Se si guarda ai giornali francesi, Le Monde, o a quelli tedeschi, sostanzialmente tutti, la lettura dello “tsunami” delle elezioni italiane appare articolata. In Germania si tuona contro i ” due comici “, essendo l’altro Berlusconi, e contro il populismo. Con accenti tali che addirittura Napolitano ha dovuto prendere le distanze.
In Francia si riflette su una politica europea, quella della austerità, che appare sempre più insostenibile. D’altronde già da mesi il quotidiano transalpino va proponendo una rilettura dei clivage politici sulla base della adesione o meno a questa Europa, tenendo conto tra l’altro del declino, per non dire tracollo, dei consensi per Hollande. La differenza di lettura è poi una differenza di prospettiva politica. In Germania, nonostante il fondamentale antiberlusconismo dell’establishment, si chiede per l’Italia un governo stabile. Auspicio, questo, anche di Martin Schultz, presidente del Parlamento europeo, leader della Spd e candidato in pectoris a capeggiare le liste socialiste per le prossime elezioni europee come nome che gli stessi socialisti indicherebbero a Presidente della Commissione Europea.
Come è ormai consolidato in questa fase costituente dell’ Europa, ogni elezione nazione interagisce col quadro e, di converso, il quadro continentale influisce su di essa anche in forme preventive. Non a caso il Pd aveva scelto come asse per la propria collocazione elettorale, e di costruzione della coalizione, l’adesione al Fiscal Compact; arrivando per giunta in campagna elettorale ad un appiattimento sempre più marcato sulla road map tedesca, compresa l’accettazione del supercommissario ai bilanci voluto dai tedeschi. Come mi era capitato di scrivere, questa collocazione aveva garantito a Bersani un posizionamento favorevole perché considerato affidabile. Ma, avevo aggiunto, era una “forza debole”  perché difficilmente avrebbe garantito il consenso necessario a vincere sul serio le elezioni. Cosi è stato. E il voto di massa che arriva a Grillo anche dalle regioni storiche del Pd dice sì di una insofferenza ormai ampia a certi metodi politici ma anche di una difficoltà insostenibile per ampie aree produttive a vivere a valle dell’imposizione del modello tedesco, di una austerità al servizio delle proprie esportazioni. Materiali questi che hanno aiutato anche la ripresa delle destre e portato alla sconfitta del profilo di leadership dato alla “alleanza progressista” varata per le regionali lombarde. Il complesso dei risultati dice che neanche la vera prospettiva che c’era nel posizionamento elettorale del Pd, e cioè la convergenza con l’altro campo di europeismo tedesco, Monti, aveva un consenso adeguato.
Le elezioni italiane infatti sciolgono un dubbio che pure c’era. L’Italia apparterrà elettoralmente, oltreché  politicamente, all’area della stabilità europea, i sintesi quella nordica? Oppure si esprimeranno situazioni come quelle che si vivono nella Europa del Sud, devastata da queste politiche? Il voto italiano dice che, tra astensioni, Grillo, quel pochissimo di sinistra alternativa, l’adesione al quadro della governabilità è in realtà di minoranza.

Il voto a Grillo si presenta per altro in percentuali molto vicine a quelle di Syriza in Grecia. Naturalmente Grillo non è Syriza, e questo chiede di riflettere sul perché non ci sia una Syriza italiana e su cosa succederà invece con Grillo. Ma andiamo con ordine seguendo prima il quadro analitico. Innanzitutto quello europeo. Detto degli scricchiolii che si avvertono, non si può non dire che la fase costituente di cui si è parlato per l’Europa in parte importante è stata fatta. Il Fiscal Compact c’è e con esso tutto l’armamentario di intervento tecnocratico e a-democratico sulle scelte di bilancio, ma in realtà sociali, che comporta la shockausterity. Da ultimo è stato varato anche il Two-pack che consente gli interventi preventivi sui bilanci. Cioè il danno, pesantissimo, è stato fatto e in effetti il governo Monti e la sua maggioranza sono stati costituenti.
Ora la domanda è: si può convivere con questo danno o se ne devono cancellare i presupposti? E’ la stessa domanda che vale per ciò che ha determinato la devastazione sociale in cui siamo e cioè la precarizzazione del lavoro e lo smantellamento del solidarismo pensionistico. Sono domande di fondo che non si possono eludere in un momento come questo in cui la politica sta forse sospesa tra un nuovo incredibile ballon d’essai e qualche timido ripensamento.
E qui sta la cosiddetta apertura della coalizione Pd a Grillo e a ciò che c’è dietro quel voto. Per chi ha seguito la campagna ” antipopulista ” di Bersani e alleati, viene quasi da ridere a vedere che ora si punta a coinvolgere i cinquestelle per non fare il governissimo. Questo modo di fare la dice lunga sulla qualità politica, nella analisi e nei comportamenti, della coalizione Pd e dei suoi alleati. Ma tant’è, vediamo nel merito. Traguardare una sopravvivenza fino alle Europee per poi abbinare un doppio voto in cui chiedere consenso dicendo che i socialisti europei cambieranno l’Europa, oltrechè l’Italia, se non si fanno oggi fatti veri e concreti è una nuova pura velleità se non un imbroglio.
E il fatto concreto che cambia il quadro, costringe anche il mondo socialista europeo a scegliere, è, come dicevo all’inizio, rovesciare la carta d’intenti e uscire dal Fiscal Compact. Oggi e cioè prima delle elezioni tedesche di autunno, che puzzano tanto di grande coalizione e in modo di arrivare alle europee nella chiarezza.
So bene che questo punto cardine europeo è un poco meno ” grillino ” di altri, pure decisivi, come la riforma della politica. Anzi approfitto di aggiungere anche la TAV la cui cancellazione dovrebbe essere una precondizioni di ogni discussione e per questo la manifestazione nazionale in Val di Susa del 23 è importantissima. Ma senza un cambio europeo non c’è un vero cambio per l’Italia e sarebbe altresì probabilissimo che i cosiddetti antiberlusconi riperderebbero le prossime elezioni assai presumibilmente ravvicinatissime.

Poi magari invece sarà governissimo, o qualche altro giochino di palazzo di cui parlano i giornali, da subito e dunque non resterà che prendere atto che quello era il destino del Pd.
Non c’è Syriza in Italia, e questo è veramente un peccato. Perchè? Non so dirlo, ma bisognerà chiederselo con un coraggio nuovo e senza sconti.

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