lunedì 25 febbraio 2013

Austerità all'italiana

di Paul Krugman (dal New York Times)
traduzione di Domenico D'Amico


Due mesi fa, quando Mario Monti lasciò il posto di Primo Ministro, l'Economist valutò che “La prossima campagna elettorale sarà, soprattutto, una prova della maturità e del realismo degli elettori italiani”. L'azione matura e realistica, si presuppone, sarebbe dovuta essere quella di far tornare il sig. Monti – essenzialmente imposto all'Italia dai suoi creditori – al posto che occupava, stavolta con un autentico mandato democratico.
Be', le cose non si mettono bene. Il partito del sig. Monti sembra destinato a essere buon quarto; non solo risulta molto indietro rispetto all'essenzialmente ridicolo Silvio Berlusconi, ma è molto indietro rispetto a un comico di professione, Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare una potente forza politica.
È una prospettiva fuori dall'ordinario, che ha già scatenato un mare di commenti sulla cultura politica italiana. Tuttavia, senza tentare di difendere la politica del bunga bunga, lasciatemi fare una domanda piuttosto scontata: qual è il bene prodotto in Italia o, se è per questo, nel resto d'Europa, da quello che passa per maturo realismo?
Dato che il sig. Monti era, in effetti, il proconsole insediato dalla Germania per imporre l'austerità fiscale a un'economia già in crisi, la volontà di perseguire un'austerità senza limiti è ciò che definisce la rispettabilità nei circoli politici europei. Non ci sarebbe problema, se le politiche di austerità funzionassero davvero – ma non funzionano. Altro che maturi e realisti, i sostenitori dell'austerità sembrano sempre di più allucinati e petulanti.
Consideriamo come le cose avrebbero dovuto funzionare a questo punto. All'inizio dell'infatuazione europea per l'austerità, i maggiori attori politici respinsero le preoccupazioni che i tagli alla spesa e l'aumento delle tasse potessero, in un'economia già depressa, aggravare la depressione. Al contrario, insistettero, queste politiche avrebbero rilanciato le economie in quanto avrebbero ispirato fiducia.
Ma la fata della fiducia non si è fatta vedere. Le nazioni che applicarono una dura austerità hanno subito gravi rovesci economici, più severa l'austerità, più grave il rovescio. In effetti questo collegamento si è dimostrato talmente forte che il Fondo Monetario Internazionale, con un notevole mea culpa, ha ammesso di aver sottostimato i danni che l'austerità avrebbe provocato.
E nel frattempo l'austerità non ha nemmeno raggiunto l'obbiettivo minimo di ridurre il peso del debito. Al contrario, le nazioni che hanno applicato un'austerità severa hanno visto aumentare il rapporto debito/PIL, perché le loro economie in discesa hanno reso vana ogni riduzione del debito. E dato che le politiche di austerità non sono state compensate in alcun luogo da politiche espansive, l'economia europea – che non aveva mai davvero recuperato dal crack del 2008-2009 – nel suo insieme è ripiombata nella recessione, con tassi di disoccupazione ancora più alti.
Ci sarebbe la buona notizia della bonaccia nel mercato azionario, cosa dovuta principalmente all'esplicita volontà della Banca Centrale Europea di intervenire, se necessario, acquistando il debito dei vari stati. Ne consegue che il collasso finanziario che avrebbe potuto distruggere l'Euro è stato scongiurato. Ma è una magra consolazione per i milioni di cittadini europei che hanno perso il lavoro e hanno poca speranza di riaverlo.
Date queste premesse, ci si sarebbe aspettato un ripensamento e qualche esame di coscienza da parte dei dirigenti europei, magari un accenno di flessibilità. Invece, insistono ancora di più nel sostenere che l'austerità sia l'unica strada possibile.
È così che nel gennaio 2011 Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea, elogiava il programma di austerità di Grecia, Spagna e Portogallo, e prevedeva che il programma greco, in particolare, avrebbe prodotto “risultati durevoli”. Da allora il tasso di disoccupazione nei tre paesi è decollato – ma nel dicembre 2012 il sig. Rehn, guarda un po', pubblicava un editoriale dal titolo “L'Europa deve restare sulla strada dell'austerità.”
E a proposito, la risposta del sig. Rehn agli studi che mostrano come gli effetti negativi dell'austerità siano peggiori del previsto è stata quella di inviare una lettera ai ministri delle finanze e al FMI, in cui dichiara che simili studi sono pericolosi, perché rischiano di minare la fiducia.
Il che ci riporta all'Italia, una nazione che, con tutti i suoi difetti, ha di fatto praticato una sostanziale politica di austerità – e come risultato ha visto la sua economia deperire rapidamente.
Gli osservatori esterni sono spaventati dalle elezioni italiane, e fanno bene: anche se l'incubo di un ritorno al potere di un Berlusconi non si materializzasse, un suo buon piazzamento, o del sig. Grillo, o di entrambi, destabilizzerebbe non solo l'Italia ma l'intera Europa. Ma ricordiamoci, non si tratta solo dell'Italia: politici di dubbio profilo sono in ascesa in tutta l'Europa meridionale. E la ragione per cui accade tutto questo è che gli europei rispettabili non ammetteranno mai che le politiche che hanno imposto ai paesi debitori sono disastrosamente fallimentari. Se su questo non si cambia, allora le elezioni italiane saranno soltanto un assaggio di future, pericolose, radicalizzazioni.

Reazioni:

2 commenti:

  1. Bisogna solo vedere se è una destabilizzazione buona o cattiva

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  2. Non solo, ma insistono a vincolare sempre più strettamente i Paesi membri alle politiche di bilancio "virtuose", con buona pace per le sovranità nazionali:
    http://mauropoggi.wordpress.com/2013/02/22/two-pack-un-altro-doppio-pacco-sulleuro-paradiso/

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