venerdì 25 gennaio 2013

La Lettonia e i discepoli della “svalutazione interna”

[nota del traduttore – Quest'articolo è interessante, pur essendo del 2011, perché la Lettonia ha molto da insegnarci. Come si riferisce nella nota 2, non ha importanza chi vinca le elezioni, l'austerità deve proseguire finché i debitori non avranno recuperato i loro soldi. Ed è anche un monito: l'organizzazione terroristica dei sostenitori (teorici e politici, propagandisti e lobbisti, marchettari e portatori d'acqua) dell'austerity non ha il minimo scrupolo di portare intere nazioni addirittura alla loro dissoluzione. Prendete nota per le vicine elezioni]

Anders Åslund, insieme ad altri cantori dell'austerità, esalta la Lettonia come testimonial a favore dei grandi tagli. Niente di più lontano dalla verità

di Jeffrey Sommers e Michel Hudson (dal Guardian) [Articolo del 16 settembre 2011]


I dati dello scorso mese rivelano che la crisi economica globale continua a peggiorare, e per durata e intensità rischia di diventare nota come la Seconda Grande Depressione. Eppure, sebbene sia evidente che la maggior parte delle nostre difficoltà sia derivata da una finanza impazzita, molti opinionisti dichiarano che la colpa è delle vittime, cioè il pubblico. Invece di mettere un freno alla finanza, consigliano ai governi di imporre radicali misure di austerità, il che, in questo contesto economico, equivale a gettare un'ancora alle vittime che annegano, e invece un salvagente zeppo di soldi ai colpevoli del naufragio.

Secondo Robert Samuelson (sul Washington Post) la soluzione dichiarata alla crisi mondiale, una soluzione sconcertante (finché non ci si chiede “cui bono?”), va trovata in una delle più piccole (e povere) nazioni dell'Unione Europea, la Lettonia; un paese che ha imposto alla sua popolazione uno dei regimi di austerità più brutali del mondo, le cui politiche hanno spinto la nazione quasi al collasso demografico. La Lettonia ha una popolazione con un alto livello d'istruzione, e ha punti in comune con i paesi scandinavi, tra i più ricchi del mondo. Ha anche la fortuna di possedere porti intensamente trafficati. Ma ha anche una parità di potere d'acquisto [1] pro-capite che è metà di quello della Grecia e solo marginalmente superiore a quella della Bielorussia, politicamente isolata e priva di sbocchi sul mare.

E tuttavia questo è il modello che i banchieri e i loro compari nei governi e negli ambienti che contano vogliono che gli altri paesi imitino. I commentatori che promuovono la soluzione lettone, comunque, non capiscono (o scelgono di non capire) né quel paese né le conseguenze delle sue politiche d'austerità. Non solo insistono nel dire che l'austerità lettone era necessaria, ma che si è trattato del primo paese in cui la popolazione ha approvato quel tipo di misure. La storia, dunque, sarebbe che gli elettori possono mostrarsi “maturi” e “ragionevoli”, e che perciò i politici non devono temere di imporre l'austerità a una collettività adeguatamente “educata”. Queste affermazioni sono sia false sia pericolose, eppure ottengono sempre più credito.

La realtà è che la Lettonia, dopo aver sperimentato la peggiore contrazione economica nel contesto della crisi del 2008, ora ha prodotto il piccolo balzo che fa un gatto morto quando finalmente si schianta sul selciato. Il modesto rialzo del tasso di crescita è principalmente una conseguenza della domanda svedese per il legname lettone. Le prospettive economiche a lungo termine rimangono ugualmente piuttosto grame.

Inoltre, la riscrittura della storia recente della Lettonia fatta da Samuelson e altri opinionisti, che sostengono che la popolazione abbia approvato l'austerità, è contraddetta dalle proteste di massa scatenatesi sin dall'inizio della crisi. Quando le proteste si sono dimostrate inette al cambiamento, il popolo ha reagito votando con i piedi e ha lasciato il paese. In effetti, se combinata col basso tasso di natalità, l'emigrazione lettone sta innescando una sorta di eutanasia demografica che mette a rischio la stessa esistenza della nazione. In aggiunta, il partito politico che ha gestito il programma di austerità risulta terzo, e con un bel distacco, nei sondaggi per le elezioni nazionali del 17 settembre [2011] [2]. Data questa rovinosa serie di fallimenti del regime di austerità lettone, viene da chiedersi da dove venga questa percezione di successo economico e sostegno popolare.

Ogni crisi attira gli opportunisti e ogni fallimento aumenta il desiderio di un “secondo atto” alla Scott Fitzgerald [3]. Con la crisi economica della Lettonia, entrambi i profili si sono fusi nel consulente economico viaggiante (a spese del sistema bancario) Anders Åslund. Nella corsa verso la Seconda Grande Depressione, la Lettonia ha conosciuto la peggiore delle orgie debitorie e quindi il più terribile dei crolli. La crisi del 2008 ha colpito con più durezza proprio i paesi che seguivano il tipo di economia politica neo-liberista di Åslund, che negli anni 90 l'aveva spacciato nel blocco dell'ex Unione Sovietica. In Lettonia la crisi del 2008, in ogni caso, fornì ad Åslund l'opportunità di rigenerare la sua reputazione di analista politico e consulente, scovando allo stesso tempo, in banche e governi, i “dottori” desiderosi di amministrare la sua tossica medicina d'austerità contro la crisi economica.

Åslund dipinge l'austerità come una narrazione vincente – tanto vincente da fornire un modello che sia l'Europa sia gli Stati Uniti dovrebbero imitare. Inoltre la sua narrazione ha introdotto nel lessico economico l'espressione “svalutazione interna”. Questa politica viene presentata agli altri membri dell'Eurozona come un metodo per tenere a galla l'euro, e ai candidati membri un mezzo per evitare il deprezzamento delle loro valute, nella prospettiva di una futura inclusione nell'Eurozona. I suoi sostenitori consigliano di abbattere i salari e i sussidi, facendo così diminuire la spesa pubblica. Questo è un programma che stabilizza la spesa generale per il debito pubblico e privato, evitando ai banchieri l'inconveniente di un “taglio di capelli” – altro neologismo creato dalla lobby bancaria.

In sintesi, le banche vengono pagate, ed è il pubblico a pagare il conto. Per la finanza questa sembrerebbe una soluzione netta e precisa del problema – far pagare al pubblico l'enorme debito che grava sull'economia, riducendo i suoi consumi. Sfortunatamente, mentre tutto questo è utile al settore bancario, uccide l'economia reale attraverso la riduzione della domanda, facendo tornare così la Lettonia a una sorta di servitù da debito – una condizione alla quale i lettoni credevano di essere sfuggiti all'inizio del XIX Secolo. È notevole il fatto che Åslund stia facendo il suo giro d'onore vantandosi dell'ideazione di questo piano deleterio. Il suo “successo” si è materializzato in un libro, Come la Lettonia Ha Superato la Crisi Politica [How Latvia Came Through the Political Crisis] (pdf) pubblicato dal Petersen Institute (finanziato dalle banche), che ha come co-autore il primo ministro lettone, quello dell'austerity, Valdis Dombrovskis. Åslund afferma che per le travagliate economie europee il lungo inverno della crisi economica, protagonisti i Pigs (Grecia e altri), si sta avviando alla fine. Le Campane [Bells] [4], secondo Åslund e Dombrovskis, hanno annunciato una nuova stagione di speranza, mostrando la via d'uscita dalla crisi alle economie europee in difficoltà.

In questo modo il libro è diventato una specie di galateo per gli economisti neoliberisti che cercano di dimostrare che l'austerità funziona. Secondo Åslund e Samuelson, e altri adepti del neoliberismo, tutti i paesi dovrebbero imitare il modo in cui Lettonia e Irlanda hanno pagato il debito alle banche, a costo di vedere le loro economie ristagnare e il tessuto sociale disgregarsi.

Nel frattempo altri, come gli elettori islandesi, hanno rifiutato il neoliberismo e ritengono che l'attrattiva dell'Eurozona abbia perso il suo smalto, mentre i greci fanno scioperi generali per spingere all'uscita dall'euro, se questo è il prezzo da pagare per evitare la servitù del debito, l'austerità e le privatizzazioni-svendita fatte per pagare le banche straniere che hanno fatto quelli che appaiono come prestiti irresponsabili.

Perciò domandiamoci in cosa consiste il “successo” della Lettonia. Per prima cosa, le banche vengono pagate. Non c'è stata nessuna svalutazione del debito. Questa potrebbe essere una risposta alla domanda di prima, il cui bono. I lettoni stanno ripagando il loro debito privato (per gran parte alla Svezia, la patria di Åslund, un contributo al fatto che la Svezia non abbia subito alcuna crisi economica). Il costo, tuttavia, consiste in una riduzione del 25% del PIL lettone, e una riduzione dei salari nel pubblico impiego del 30%, insieme a una contrazione dei salari nel settore privato dovuta al taglio della spesa pubblica. E nel contempo i lettoni dovranno farsi carico dei costi di questo programma, dovendo affrontare i futuri pagamenti del prestito di più di 4,4 miliardi di euro ottenuti dalla UE e dal FMI, necessario a mantenere in vita il governo nel corso della crisi.

I sostenitori della soluzione lettone, in ogni caso, affermano che la contrazione dell'economia è terminata, e che si è tornati alla crescita, seppure modesta, e che il tasso di disoccupazione finalmente è sceso sotto il 15%. Ma l'emigrazione è stata un elemento che ha contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione [5], mentre i finanziamenti per il settore manifatturiero e al risparmio sono troppo esigui per promuovere una nuova, robusta crescita. A differenza, per dire, dell'Argentina, che ha rigettato l'austerità e ha visto la sua economia crescere del 6% annuo per 6 dei 7 anni successivi alla crisi, la Lettonia non mostra alcun segno di poter raggiungere cifre simili.

In secondo luogo c'è l'affermazione di Åslund, che i lettoni hanno sostenuto il programma di austerità – come dimostrato dal ritorno al potere del partito dell'austerità, Vienotiba, nelle elezioni dell'ottobre 2010. Dal punto di vista di chiunque abbia familiarità con la politica lettone non è successo nulla del genere. Le elezioni lettoni del 2010 si sono ridotte a una questione di sciovinismo e nazionalismo puri e semplici. Quella stagione elettorale aveva avuto un inizio promettente: il partito più o meno di centro-sinistra Centro dell'Armonia proponeva un piano per la ricostruzione dell'economia e di riavvicinamento tra le etnie lettone e russa. Alla fine, tuttavia, la manipolazione da parte del partito dell'austerità della paura di collegamenti con il Cremlino [del “filorusso” Centro dell'Armonia – ndt] ha portato a un elettorato prevedibilmente spaccato lungo linee etniche. A partire dall'anno scorso, tuttavia, il parlamento lettone, ampiamente pro-austerità, ha visto il suo tasso di approvazione da parte del pubblico oscillare tra il 5 e il 15%, difficile da considerare come un'approvazione entusiastica.

In sintesi, il popolo lettone e le sue prospettive a lungo termine sono stati gravemente danneggiati da queste politiche di austerità. Di conseguenza, l'affermazione che la cittadinanza lettone abbia sostenuto queste politiche è una fesseria.

Allora, la Lettonia è davvero in via di guarigione? Ce lo potrà dire solo il tempo, ma i primi segnali sono pessimi. Demograficamente, la stessa sopravvivenza del paese sembra a rischio. Economicamente, a parere dei sostenitori della svalutazione interna, il paese dovrà risollevarsi ricorrendo alle esportazioni. Eppure, come mostrato dall'economista Edward Hugh, solo il 10% dell'economia lettone appartiene al settore manifatturiero, una enorme differenza dal circa 40% di un'economia industrializzata come quella tedesca. Lo stesso sottosviluppo strutturale che le politiche di Åslund hanno sostenuto (nessuna politica industriale, flat tax [6], affidamento agli investimenti diretti dall'estero) hanno lasciato la Lettonia priva della base economica su cui sorreggere una ripresa.

La buona notizia è che i lettoni hanno cominciato nuovamente a protestare contro il dominio degli oligarchi, e cercano alternative all'austerità. Se solo avessero una seria politica economica che riflettesse la volontà dei cittadini, forse potrebbero realizzare quelle aspirazioni per cui lottarono tanto coraggiosamente negli ultimi anni 80, sotto l'occupazione sovietica.



note del traduttore

[1] “Le parità di potere d'acquisto (PPA; in inglese Purchasing Power Parity, PPP) sono prezzi relativi che esprimono il rapporto tra i prezzi nelle valute nazionali degli stessi beni o servizi in paesi diversi.” [Wikipedia]

[2] I sondaggi erano attendibili: “Il 17 settembre 2011 si sono svolte le elezioni anticipate del Parlamento unicamerale lettone (Saeima). Le elezioni hanno visto l’affermazione come partito di maggioranza relativa, per la prima volta nella storia della Lettonia indipendente, del partito di sinistra e russofono Centro dell’Armonia, guidato dal Nils Usakovs, che ha ottenuto il 28,37 per cento dei voti e 31 seggi. Si sono altresì affermati il nuovo Partito della Riforma fondato dall’ex-presidente della Repubblica Valdis Zatlers, con il 20,82 per cento dei voti e 22 seggi e Unità, partito del primo ministro uscente Valdis Dombrovskis, con il 18,83 dei voti e 20 seggi. Una buona affermazione è stata ottenuta anche da Alleanza Nazionale - Tutti per la Lettonia, movimento di destra nato dalla fusione tra l’Unione per la Patria e la Libertà e il partito di estrema destra Tutti per la Lettonia, con il 13,88 per cento dei voti e 14 seggi. Non è pertanto scontata la partecipazione del “Centro dell’Armonia” al nuovo governo, poiché vi potrebbero essere i numeri anche per una coalizione di governo di centro-destra. L’affluenza alle urne è stata del 60,55 per cento, con un calo dell’1,45 per cento rispetto alle precedenti elezioni del 2010.” [dossier della Camera dei Deputati] Come volevasi dimostrare, il partito di maggioranza relativa è finito all'opposizione, mentre tutti gli altri si sono uniti per garantire una maggioranza di 56 seggi su 100 al governo di Valdis Dombrovskis, il presidente uscente, quello che ha “salvato” il paese dalla crisi con l'austerità. [il Post]

[3] Il riferimento è a una frase famosa dello scrittore Francis Scott Fitzgerald: “Nella vita degli americani non esiste un secondo atto” [“There are no second acts in American lives”], che sarebbe presente nelle sue note al romanzo The Last Tycoon.

[4] Bells: i paesi (Bulgaria, Estonia, Lettonia e Lituania) dell'ex area sovietica che hanno agganciato il loro tasso di scambio all'euro “caschi il mondo”.

[5] “I demografi stimano che negli ultimi dieci anni siano emigrate 200.000 persone – all'incirca il 10% della popolazione – a un ritmo accelerato corrispondente al vigore dell'austerità imposta. (…) In aggiunta, il tasso di natalità, già basso in origine, è calato ulteriormente. Se si fa un paragone con gli Stati Uniti, è come se se ne fossero andati in 30 milioni.” [Latvia’s Fake Economic ModelCounterpunch]

[6] La flat tax piace molto a liberisti, libertarian, italo-reaganiani e austriaci vari. “Una volta tolti di mezzo il fumo e i giochi di specchi, ci si rende conto che quello che la flat tax realizza DAVVERO è l'eliminazione del concetto di progressività. Quello che intende DAVVERO è che il ricco pagherà le tasse con la stessa aliquota di chiunque altro. Ora, tutto questo sarà d'aiuto per chiunque altro o sarà d'aiuto per il ricco? Il vero obbiettivo è di distruggere il sistema attuale e introdurre l'idea della flat tax, che in ultima istanza deve comportare tasse più alte per chiunque tranne che per i benestanti.” [The Jefferson Perspective]

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