giovedì 10 gennaio 2013

Come Ronald Reagan ha involontariamente spianato la strada alla fine del capitalismo

di Marc McDonald (da Beggars Can Be Choosers)
traduzione di Domenico D'Amico

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Grazie a due decenni di sforzi indefessi da parte di storici revisionisti, Ronadl Reagan si è visto accreditare molti successi di cui non è stato minimamente responsabile. La “vittoria” nella Guerra Fredda ne costituisce un buon esempio.
Nella realtà le scelte politiche di Reagan hanno poco o nulla a che fare con il collasso dell'Unione Sovietica. Difatti, l'ultima cosa che il Complesso Militare Industriale avesse mai desiderato era la fine della Guerra Fredda (e con essa la fine della cuccagna da trilioni di dollari dei contratti per la “difesa”).
D'altro canto, si dovrebbe riconoscere a Reagan il merito per qualcosa che ha conseguito realmente: porre le basi preparatorie per la fine del capitalismo per come lo conosciamo.
Il capitalismo ha sperimentato la sua prima esperienza di pre-morte durante la Grande Depressione. Ironicamente, venne salvato dal presidente più progressista che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: Franklin D. Roosevelt. Sebbene venisse attaccato dalla comunità d'affari dell'epoca, il New Deal di FDR di fatto rianimò il capitalismo e gli infuse nuova vita. Il New Deal creò la Grande Classe Media Americana: decine di milioni di lavoratori ben retribuiti che avevano materialmente in tasca il denaro per acquistare le merci prodotte dal sistema.
Si trattò di uno straordinario accomodamento che rese l'America una superpotenza e per molti decenni la nazione più invidiata del pianeta.
In ogni caso, i ricchi d'America non dimenticarono mai il loro odio per FDR e il New Deal – a dispetto del fatto che quest'ultimo avesse salvato il capitalismo da se stesso. I ricchi e i potenti brigarono senza sosta per abolire il New Deal, e nel 1980, con l'elezione di Reagan, videro finalmente la possibilità di iniziare ad attaccarlo – un processo tuttora in corso.
Col governo Reagan sia le prerogative della classe media sia i programmi di assistenza per i poveri subirono un taglio. E i radicali cambiamenti nella politica fiscale cominciarono a privilegiare i molto ricchi, a spese di classe media e poveri. Inoltre sindacato e diritto del lavoro vennero smantellati. Per finire, sotto le disastrose politiche reaganiane di “libero scambio”, l'America iniziò a delocalizzare oltremare tutti i posti di lavoro ben remunerati nel settore secondario.
Il risultato di tutto questo fu che, sotto Reagan, la Grande Classe Media Americana iniziò a rimpicciolire – un processo che continua tuttora. E con una classe media tanto impoverita, il capitalismo statunitense conosce una crisi di vaste proporzioni, dato che sempre meno consumatori sono in grado di acquistare i beni prodotti dal sistema.
Quest'ultima è una componente cruciale del capitalismo che, curiosamente, è stata a lungo trascurata dagli zeloti del “libero mercato” della Scuola di Chicago, che da sempre hanno esaltato un'economia completamente deregolamentata. Trovo interessante come simili zeloti siano sempre tanto angosciati dal flagello delle troppe tasse e troppe norme che opprimono i ricchi (che secondo loro sono l'unico elemento necessario per un capitalismo di successo).
Ovviamente, quello che questi zeloti non vedono dalle loro torri d'avorio è che il capitalismo semplicemente non può sopravvivere senza una robusta e vitale classe media che acquisti le merci prodotte dal sistema.
Sebbene le politiche di Reagan avessero minato la classe media statunitense, il danno fatale subito dal capitalismo non divenne evidente se non molto tempo dopo. Questo perché l'intera crisi venne mascherata dalla scelta di un consumo finanziato dal debito, il quale creava l'illusione della prosperità.
Durante la presidenza di Reagan, l'America smise semplicemente di pagare le bollette. Il governo cominciò a prendere in prestito centinaia di miliardi di dollari da paesi come il Giappone. E i consumatori, per i loro acquisti, usavano sempre di più le carte di credito al posto dei contanti.
Per ultime arrivarono una serie di bolle che crearono l'ulteriore illusione di un'economia americana più in salute di quanto lo fosse in realtà, incluse quella delle Dot Com e la più recente, quella immobiliare.
Va da sé, l'intera truffa piramidale collassò nel 2008. Da allora, l'economia statunitense è in sala rianimazione. La nazione continua a sprofondare nei debiti, perfino mentre il dollaro subisce ribassi mai visti prima. La classe media è praticamente estinta, insieme ai posti di lavoro ben retribuiti che un tempo contribuirono a rendere quella americana l'economia più forte della terra.
Virtualmente tutto questo è un'eredità delle politiche reaganiane. E a differenza di quanto accadde con la prima esperienza di pre-morte del capitalismo, quella degli anni 30, è estremamente improbabile che appaia all'orizzonte un altro FDR pronto a infondere nuova vita all'intero sistema. Nella nostra epoca di sentenze [favorevoli agli interessi delle corporation] come la Citizen United, questo non avverrà mai.
Reagan (o, per essere più precisi, i suoi ricchi sostenitori) in origine voleva demolire il New Deal e far tornare gli Stati Uniti a una forma di capitalismo senza regole, tipo homo homini lupus, da XIX Secolo. Speravano che ciò avrebbe sospinto il capitalismo verso nuove vette. Ma ignorando nei loro calcoli il ruolo dei consumi della classe media, involontariamente danneggiarono gravemente lo stesso capitalismo, e trasformarono l'America in una potenza di seconda categoria.
Gli effetti distruttivi dell'eredità reaganiana continuano sotto i nostri occhi. I gravi problemi che cominciarono a emergere durante la sua presidenza (deficit fiscale e commerciale senza controllo, classe media in declino, perdita di posti di lavoro qualificati e dollaro in picchiata) arrivano fino a noi.
Naturalmente, la classe benestante continua a tutt'oggi a denegare che la cuccagna capitalista sia ormai finita. Continua ad aggrapparsi alla speranza che la crisi causata dal collasso del 2008 alla fine verrà superata e che il capitalismo in qualche modo sopravviverà.
Il problema è che i posti di lavoro ben pagati nel settore manifatturiero sono perduti, e non torneranno. E la tanto decantata economia dei servizi che avrebbe dovuto prenderne il posto si è dimostrata un misero surrogato, offrendo perlopiù paghe e indennità inferiori. Infatti, a tutt'oggi, l'America continua a perdere i pochi buoni posti di lavoro superstiti, grazie alla totale assenza di qualsiasi intelligente politica di scambio commerciale.
Di più, dato un dollaro sempre più debole e un deficit fiscale e commerciale sempre crescente, il peso dell'America nel contesto mondiale non fa che diminuire. Nel corso di tutto il secondo dopoguerra l'America non doveva far altro che stampare dollari per salvarsi dalle crisi economiche, dato che il dollaro era la valuta di riserva di tutto il mondo. Tale periodo, chiaramente, si avvicina alla fine.
Col declino del dollaro l'America sarà una nazione molto più debole e molto meno ricca. Durante l'intero secondo dopoguerra l'America è stata la pietra angolare del capitalismo. Col discredito di quest'ultimo, è evidente che il resto del mondo stia allontanandosi sempre di più dal modello economico statunitense, e inizi a guardare come nuovi punti di riferimento a economie regolate e tecnocratiche come quelle di Cina e Singapore.
L'era di Reagan non solo ha decretato la fine del capitalismo, ma la sua eredità avvelenata ha fatto sì che l'America troverà estremamente difficile risollevarsi dalle crisi determinate dalla sua amministrazione. Si va dal deterioramento dell'istruzione pubblica dovuta ai tagli di bilancio di Reagan alle decadenti infrastrutture del paese. Questi due fattori da soli renderanno per i prossimi anni sempre più difficile, per gli Stati Uniti, competere a livello globale.
Ma l'eredità più venefica di Reagan forse è stata l'abolizione della Fairness Doctrine [1]. Questo fece sì che i grandi media americani, in maniera sempre crescente, fossero poco più che portavoce dei potentati economici. Gli americano di oggi sono disperatamente disinformati su tutti i problemi di attualità. E una nazione disinformata troverà difficile avviare i passi necessari a rimediare alle crisi scatenate dalle politiche reaganiane.

nota del traduttore

[1] La Fairness Doctrine (abolita nel 1987) andava molto al di là della nostra par condicio: “Più in generale, ed anche con riferimento a periodi non elettorali, ha avuto vigore negli Stati Uniti la cd fairness doctrine (letteralmente dottrina dell'imparzialità); questa fu canonizzata dalla FCC nel 1949, benché alcune applicazioni dei principi propri di tale dottrina avessero già trovato applicazione nel corso dei tardi anni '30 e negli anni '40 ad opera di alcune decisioni della FCC. Tuttavia, la sua affermazione autoritativa è contenuta nella relazione della FCC sulle politiche editoriali delle emittenti televisive. In questo rapporto la FCC sostenne la 'responsabilità in capo ai licenziatari di mettere a disposizione ragionevoli spazi per la messa in onda (...) di programmi dedicati alla discussione ed all'esame di argomenti di pubblico interesse" e stabiliva inoltre che il licenziatario doveva "operare attenendosi ad una completa imparzialità, mettendo le proprie strutture a disposizione dell'espressione delle visioni contrastanti di tutti gli elementi responsabili della comunità sui vari oggetti di pubblico dibattito che dovessero sorgere'.” [Ordine dei Giornalisti - Lombardia]


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