sabato 30 giugno 2012

Viva Mario, abbasso Mario


Ci stiamo facendo infinocchiare con questa trasposizione del calcio nella politica. Quando si individua un nemico,  per di più odioso, incarnato dalla Merkel, e una strana coincidenza pone l'uno di fronte all'altro tedeschi e italiani nel pallone, allora la sintonia sentimentale, per sommo culo di Monti e della sua squadraccia di innominabili, si avvera: viva Mario (Balotelli), fustigatore dei panzer germanici e viva Mario (Monti), fustigatore della strega chiattona mangia-crauti.
Fumo negli occhi ovviamente, dove il tifo diventa un surrogato di diritti negati e delle ingiustizie macroscopiche di uno dei governi peggiori della storia italiana.
Sono disgustato, ma continuo a tifare Mario (Balotelli).
Non facciamoci fregare.

Giorgio Squinzi, pompiere al cherosene.


 
Confindustria è guidata da un pompiere che carica cherosene nella tanica per spegnere l’incendio, e non se ne rende conto.
Che ciò sia scritto da un giornalista come me, e che non appaia evidente al 100% delle imprese italiane è una catastrofe. Perché significa che il lavoro da fare è forse impossibile. 
Immaginate. Il Ministro della Sanità del Paese detta le linee guida sulla salute: fumare più di 60 sigarette al giorno, vietare lo sport, favorire le importazioni di alimenti grassi. E alla divulgazione della circolare ministeriale non un singolo medico obietta. Anzi, annuiscono seri.
Vi garantisco che se l’economista americano premio Nobel Paul Krugman leggesse le dichiarazioni di Squinzi di ieri, apporrebbe la sua firma alle sette righe sopra. Eccovi la catastrofe teorica del numero uno degli industriali italiani (e del suo centro di ricerche CSC):
Squinzi: I conti pubblici migliorano vistosamente, ma si allontana il pareggio di bilancio…
Barnard e 80 anni di macroeconomia monetaria keynesiana oggi Modern Money Theory: Il pareggio di bilancio può solo peggiorare i conti pubblici, poiché innesca un impoverimento automatico del settore non-governativo di famiglie e aziende. Esso infatti significa solo MAGGIORI TASSE E TAGLI AI SERVIZI, mentre un deficit di bilancio AUMENTA redditi e servizi nel settore non governativo di famiglie e aziende (vedi anche sotto). Le MAGGIORI TASSE E TAGLI AI SERVIZI del pareggio di bilancio si trascinano dietro automaticamente fallimenti aziendali, disoccupazione, taglio redditi, crollo consumi ecc. Tutto ciò costringe lo Stato alla cosiddetta Spesa a Deficit Negativa da aumento di ammortizzatori sociali, spese sanitarie e sociali per aumentata disoccupazione, aumentato crimine, per emarginazione,  famiglie in difficoltà ecc. Impossibile che il deficit cali in questo modo, anche perché più permane il pareggio di bilancio più peggiora la spirale. Infatti, lo stesso Squinzi si contraddice e afferma:
Squinzi: Il prossimo anno il deficit non sarà dello 0,1% come prospettato a dicembre, ma dell'1,6%. E nel 2012 si assesterà al 2,6%. Di più. Secondo gli scenari economici presentati oggi dal Centro studi di Confindustria, la recessione continuerà anche l'anno prossimo, quando il Pil calerà dello 0,3%.
Barnard e MMT: Infatti, la disoccupazione causata direttamente dal pareggio di bilancio di cui sopra causa soprattutto una catastrofica perdita di PIL perché la massa di disoccupati non produce nulla. Il General Accounting Office del Congresso USA ha stimato il costo annuo di un singolo disoccupato americano in 37 mila dollari. Improduttivi. Tutti a carico del deficit di bilancio. Al contrario, una Spesa a Deficit Positiva, cioè mirata alla piena occupazione e al rilancio aziendale nazionale e dei servizi ai cittadini, produce MAGGIORE  PIL e diminuisce il deficit stesso aumentando il gettito fiscale SENZA aumentare le aliquote. Secondo alcuni studi, la disoccupazione italiana degli anni ‘virtuosi’ dei tagli alla spesa dei tecnici anni ’90, potrebbe aver sottratto al Paese circa 4.700 miliardi di euro di ricchezza reale, più del doppio del PIL.
Squinzi: L'aumento e il livello dei debiti pubblici sono analoghi, in quasi tutte le democrazie avanzate, a quelli che si sono presentati al termine degli scontri bellici mondiali.
Barnard e MMT: Magari lo fossero. Gli Stati Uniti uscirono dalla II Guerra con un deficit di bilancio del… 27% sul PIL, tre volte superiore a quello della Grecia di oggi. Con quel deficit gli USA arricchirono il proprio settore non governativo di famiglie e aziende, e tutta l’Europa, come mai nella Storia. La differenza cruciale, che Squinzi ignora, è che gli USA  avevano (e hanno oggi) un deficit in propria moneta sovrana, COME QUELLO DELL’ITALIA ANNI ’70 CHE ENTRO’ NEL CLUB DEI RICCHI DEL G7, che si traduce immancabilmente in un attivo del settore non governativo di famiglie e aziende, come ampiamente dimostrato da montagne di studi. L’Italia dell’euro, invece, ha un deficit in una moneta che è ‘straniera’ per noi, dovendola Roma prendere in prestito dai mercati dei capitali privati europei e internazionali. Essa dunque va restituita a tali mercati TASSANDO cittadini e aziende e TAGLIANDO LA SPESA pubblica. Entrambe le cose impoveriscono automaticamente il settore non governativo di famiglie e aziende italiane.
Squinzi: A preoccupare Viale dell'Astronomia è, soprattutto, il forte derioramento delle condizioni del mercato del lavoro: nel 2012 l'occupazione calerà dell'1,4% (-1% già acquisito al primo trimestre) e dello 0,5% nel 2013. Solo sul finire dell'anno prossimo le variazioni congiunturali torneranno positive e, al netto della Cig, il 2013 si chiuderà con 1 milione e 482mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008 (-5,9%). La disoccupazione, osserva il Csc prosegue la corsa osservata negli ultimi mesi con il tasso che raggiungerà il 10,9% a fine 2012 (10,4% in media d'anno) e il 12,4% a fine 2013 (11,8% in media d'anno).
Barnard e MMT: Infatti, come detto, il danno può solo aumentare con le politiche di Austerità e la permanenza nell’Eurozona.
Squinzi: Per gli economisti di via dell'Astronomia è "una perdita difficilmente recuperabile in assenza di riforme incisive che riportino il Paese su un sentiero di crescita superiore al 2% annuo come è alla sua portata".
Barnard e MMT: Le uniche riforme possibili sono l’uscita dall’Eurozona, il ripristino di una Spesa a Deficit Positiva in moneta sovrana, cioè mirata alla piena occupazione e al rilancio aziendale nazionale e dei servizi ai cittadini, ovvero l’unica politica che può creare beni finanziari al netto per il settore di famiglie e aziende. Il contrario esatto delle Austerità e dell’Eurozona, che sottraggono sovranità monetaria e impongono una tassazione da economicidio.
Squinzi: … con un notevole impatto sui consumi: "Quelli delle famiglie diminuiscono nettamente (-2,8%), conseguenza della fiducia al minimo storico, dell'ulteriore riduzione del reddito reale disponibile, della restrizione dei prestiti e dell'aumento del risparmio precauzionale". Per gli esperti di viale dell'Astronomia, "gli investimenti crollano dell'8,0% per effetto dell'estrema incertezza e del proibitivo accesso al credito bancario".
Barnard e MMT: Esatto, ben detto. La spirale della Deflazione Economica Imposta causata dalle politiche di Austerità e dall’Eurozona, che ci obbliga a un prelievo fiscale impossibile per restituire il debito pubblico ai mercati dei capitali privati europei e internazionali, sono la causa precisa dei mali sopraccitati da Squinzi.
Squinzi: E non sarebbe certo una soluzione il ritorno alla lira che, anzi, si tradurrebbe per gli italiani nella "più colossale patrimoniale mai varata". Secondo il Csc gli effetti sarebbe devastanti sul valore delle attività, sul reddito e sulle ricchezze private "perché verrebbero inevitabilmente sottoposte a una radicale tosatura per ristabilire un pò di ordine nel bilancio pubblico e nella giustizia sociale, di fronte al profondo impoverimento della maggioranza della popolazione"
Barnard e MMT: Questa falsificazione al 100% della realtà – come dimostra, oltre a montagne di studi accademici, la storia dell’Argentina che una volta recuperata la moneta sovrana e abbandonate le Austerità del FMI, e una volta adottata la MMT, ottenne in 4 anni la maggiore crescita economica del mondo – è il punto della collasso della speranza che Confindustria potrà mai aiutare una singola azienda italiana. Cioè, mi correggo: aiutarla a fallire sì, eccome. Non a salvarsi, di certo.

venerdì 29 giugno 2012

giovedì 28 giugno 2012

La Schiavità del Debito Pubblico è Stata Inventata di Recente


di Gz da cobraf.com via ComeDonChisciotte 



L'idea che lo stato si debba indebitare con moneta che lui stesso crea e poi milioni di contribuenti debbano essere tosati per pagare gli interessi del Debito Pubblico ecc... è stata inventata di recente. Nessuno si è mai sognato per tremila anni una cosa del genere, prima di oggi.

Nella storia lo stato che si indebita in modo colossale con moneta che lui crea e viene schiacciato da interessi e poi ha default, sacrifici, tasse, depressione.... è un fenomeno creato solo dagli anni '70 ( inizialmente in Sudamerica).

Come idea era sorta a metà '800, ma allora lo stato aveva una spesa pubblica minima, intorno al 5% del PIL al massimo (salvo che durante la guerra), per cui anche quando aveva deficit non era un vero problema.

Il meccanismo del debito pubblico e interessi, che adesso a noi viene descritto come normale, fino a poco tempo fa incontrava tremende resistenze (di cui una delle tantissime testimonianze è l'articolo firmato assieme da Thomas Edison e Henry Ford sul New York Times nel 1922 che ho citato qui sotto). Ma qualunque pensatore occidentale degli ultimi 2 mila anni troverebbe assurdo e folle che tutta l'economia giri intorno al problema dello stato che deve pagare montagne di interessi con moneta che lui stesso può creare.

Nell'800 ci furono scontri violentissimi su questo tema, in America ad esempio William Jennings Bryan diventò candidato presidenziale per quattro volte e arrivò vicino a vincere un paio di volte, avendo come programma in pratica liberare lo stato e gli agricoltori dalla schiavitù del debito tramite il "free silver". Come dice anche Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Free_Silver "free silver" fu il tema economico centrale dell'America dell'800.

Jennings Bryan voleva la moneta d'argento, che era però molto abbondante, in mano allo stato, contro il Gold standard che volevano i banchieri perchè l'oro era scarso e quindi se ti indebitavi dovevi ripagare in oro e vincevano i creditori e la deflazione.... Nel 1907 William Jennings Bryan tenne alla convenzione di Chicago il più famoso discorso della politica americana di questo secolo, quello sul "Crocifiggere sulla Croce d'Oro", crocifiggere gli agricoltori e lavoratori americani come Cristo sulla croce del Gold Standard. Jennings Bryan creò una tale emozione e frenesia alla convenzione del partito che gli vale la nomina immediata come candidato presidenziale. Per batterlo dovettero mettersi assieme i vari Rockfeller, Morgan, Kuhn Loeb, Warburg, gli interessi finanziari, che spesero dieci volte di più per far vincere l'altro candidato. Ma la forza del discorso di Jennings Bryan fu tale che per altre tre volte diventò candidato presidenziale, fuori dai partiti ufficiali, come populista. Per un secolo il movimento populista in America ebbe sempre come tema economico centrale LA MONETA e riuscì a tenere a bada il partito della finanza, (si vede che una volta senza TV e cinema la gente era più intelligente...)

Negli anni '20 e anni '30 questa opinione, che lo stato non debba indebitarsi a interesse e debba usare la propria moneta senza interessi a favore dell'economia e della comunità, era ancora maggioritaria in molti paesi e dibattuta ovunque, anche nella Teoria Generale di Keynes, dove parla di Silvio Gesell ad esempio.

In Germania un ingegnere diventato economista, Gottfried Feder, nel 1919 teneva conferenze sulla "Zinsknechtschaft", la schiavità dell'interesse" e un reduce e disoccupato austriaco lo sentì parlare e fu fulminato dalle sue teorie. Insieme con altri due o tre formarono il "partito dei lavoratori tedeschi" (poi rinominato con un nome diventato noto) di cui Feder creò il programma economico e quando scoppiò la crisi degli anni '30, la Depressione e ci furono sette milioni di disoccupati vinsero le elezioni e andarono al potere. Feder centrò tutto il programma economico sul fatto che lo stato si doveva finanziare senza interessi e senza debito per sostenere l'economia e il welfare. Senza la sua soluzione per la moneta l'austriaco non sarebbe andato al potere e non avrebbe avuto il successo che lo rese un semidio per i tedeschi. Una volta adottata la loro politica raddrizzò infatti la situazione in quattro anni, dal 1933 al 1937, rendendo l'ex-pittore e reduce austriaco il politico più popolare dell'epoca (fino a quando non invase l'URSS e per sradicarlo si misero assieme l'Impero Britannico, l'America e l'URSS...).

Gli esempi di William Jennings Bryan e di Gottfried Feder/Hitler dimostrano che questa è un idea esplosiva, quando la gente viene esposta all'idea dello stato che può creare moneta senza debito, a fini di benessere pubblico, reagisce come se gli fosse rivelato un Vangelo e ti segue in massa.

La cosa incredibile è che ora invece si da per scontato tutto il contrario, che sia normale indebitare lo stato con la moneta che lui stesso crea e poi soffocare l'economia di tasse, un congegno che ha preso piede per la prima volta veramente tra il 1970 e il 1980.

(nella foto sotto il primo paragrafo del programma economico di Feder, con cui Hitler vinse le elezioni nel 1933)


mercoledì 27 giugno 2012

L’assemblea di alba. Lavoro e stato sociale, contro il governo Monti


di Alberto Lucarelli

L’assemblea programmatica di Alba (Alleanza Lavoro, Beni comuni, Ambiente) in programma Sabato 30 e Domenica 1 luglio al Teatro Due di Parma, rappresenta un momento importante per la costruzione di un un’alternativa reale all’attuale sistema politico, al fine di uscire dalla crisi economica e democratica e di porsi in netta e chiara contrapposizione al liberismo politico, economico e sociale di Monti. In tal senso la scelta della città emiliana è significativa in quanto luogo-simbolo del crollo del sistema dei partiti e delle loro alleanze, con la necessità di costruire nuove forme e contenuti per ritrovare la passione della Politica.

L’affermazione della sinistra anti-liberista in Grecia e del Front de gauche alle presidenziali francesi indicano l’esigenza, in contrasto con il memorandum imposto dalla Troika europea, di riportare al centro del dibattito politico i temi del lavoro e dello Stato sociale. La crescita dei consensi a Syriza è un segnale importante per i governi europei, che hanno sacrificato sull’altare della crisi le garanzie del lavoro e la tutela dello Stato sociale. Come ci indica anche il voto francese, la coesione europea deve ripartire dai territori, dai beni comuni e da una politica inclusiva dei diritti di cittadinanza per il rilancio di un’Europa basata sul lavoro, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.
Per questa ragione a Parma sarà centrale il confronto sullo Statuto di Alba, un percorso iniziato il 28 aprile a Firenze e proseguito con assemblee in tutti i nodi territoriali italiani. Lo Statuto è il naturale sviluppo del Manifesto per il soggetto politico nuovo, che ha alimentato il dialogo tra chi, singoli e movimenti, si riconosceva nei suoi punti fondativi. Con l’assemblea programmatica vogliamo dare forma ad un’idea, realmente democratica e inclusiva, di organizzazione, di relazioni e di funzioni, iscrivendole in un quadro di principi e valori di riferimento. Alba, ponendo al centro del proprio percorso il senso della partecipazione democratica, intende dare piena attuazione ai principi costituzionali, coordinare e contribuire a organizzare lo sforzo di quanti partecipano alle vertenze politiche dai comitati, dai movimenti, dal più piccolo dei Comuni sino all’Ue. Per questa ragione Alba vuole, attraverso un’azione politica responsabile, fronteggiare e rovesciare i processi in atto di distruzione dei diritti del lavoro, di privatizzazione e distruzione dei beni comuni e di aggressione alle risorse ambientali, rilanciando i temi dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, reagendo alla “violenza normativa” del governo Monti, lottando per un’altra Europa libera dallo scacallaggio posto in essere dal Fiscal Compact. Nell’agenda di Alba, inoltre, anche la proposta di una legge popolare che salvi il patrimonio pubblico dalla vendita forzata e dagli illegittimi processi di sdemanializzazione.
Alba, valorizzando il metodo democratico prescritto dalla Costituzione per contrastare una tecnocrazia affidata a oligarchie ristrette, che da anni espropria le prerogative della sovranità popolare, punta all’affermazione di una nuova classe dirigente capace, meritevole e disinteressata al tornaconto personale. Una trasformazione che sia in grado di ridare rappresentatività politica ai temi del lavoro, della tutela dell’ambiente, della parità di genere e dei diritti sociali.
Ne parleremo a Parma, condividendo una nuova pratica della democrazia e del confronto con tutte le forze antiliberiste, come strumento di rinnovamento della società e dell’economia, per ritrovare una dimensione politica, per costruire una nuova egemonia insieme a tutte le altre forze politiche e sociali che sollecitano l’urgenza di un cambiamento radicale.

Fonte: Il Manifesto 

2013 un nuovo inizio.


di Marco Revelli

Non dimentichiamola troppo in fretta, la lezione greca. Ancora la scorsa domenica mattina il mondo – non solo l’Europa – sembrava appeso al voto di quella decina di milioni di elettori greci chiamati a scegliere tra la vita e la morte. Con i nostri quotidiani “indipendenti”"a spiegarci, senza pudore – producendosi in un falso plateale – che ad Atene si sceglieva tra l’Euro splendente e la miserabile dracma. E la stampa finanziaria a disquisire di computer dei broker globali puntati sul fatidico “sell” che, in caso di vittoria dei “nemici dell’Europa”, avrebbero scatenato l’opzione fine del mondo dando inizio a una tempesta di vendite sui titoli di Stato dei paesi deboli (come il nostro), mentre in caso contrario il “buy” avrebbe polverizzato lo spread… e salvato il mondo! Abbiamo visto persino i virtuosissimi governanti di Berlino tifare scompostamente – alla faccia dell’intransigente etica protestante germanica – per quegli stessi politici di “Nuova democrazia” che appena qualche settimana fa accusavano (a ragione) di aver truccato i conti sul debito greco.
Così fino, grosso modo, alle 23 del 17 giugno. Poi, dalla mezzanotte, tutto è cambiato. Archiviata la vittoria degli amici dell’Europa, l’Europa ha voltato pagina (e spalle), come se nulla fosse stato: lo spread ha continuato a ballare sul filo dell’insostenibilità; la retorica dei compiti a casa è tornata a dominare a Berlino; i rischi per la zona euro hanno continuato a caratterizzare le esternazioni degli eurocrati di Bruxelles, i favori alla Grecia virtuosa sono passati in cavalleria.
Mentre i mercati, semplicemente, con un colpo di pinna e un nuovo arrotar di denti, spostavano un po’ più a ovest il tiro, mettendo nel mirino le banche di Madrid e, di rimbalzo, i conti di Roma… Non gli basta mai, verrebbe da dire… La distruzione distruttrice dei mercati (Schumpeter è lontano, quasi quanto Keynes), unita al default della politica su scala globale, procede su un piano inclinato in cui non sono previsti punti di rimbalzo. Non c’è decisione di popoli o di governi che tenga: indifferente a tutto, la trasformazione per via finanziaria di tutto ciò che è solido in materia gassosa (in ricchezza astratta) procede, inarrestabile, lasciando dietro di sé – come l’angelus novus di Benjamin – un panorama di macerie. I greci, alla fine, col loro voto ossequiente, si sono guadagnati un altro anno di vita da spendere al lavoro (e a svenarsi) per pagare ai propri creditori internazionali – in primis alle banche globali che hanno rischiato sul loro debito – interessi a due cifre, esattamente come le pecore di Trasimaco, allevate dai propri pastori per esser tosate ad ogni stagione, prima di farne carne per i banchetti rituali.
Tutto questo l’abbiamo capito già lunedì scorso. Ma non è l’unica scoperta (o conferma) del dopo-voto greco. Tra le pieghe della trattativa in punta di fioretto di questa densissima settimana – soprattutto dallo scambio di messaggi (più o meno subliminali) sulla proposta dei mini eurobond avanzata da Monti – abbiamo imparato per esempio un’altra verità sulla vera natura delle istituzioni finanziarie internazionali, e sul modo in cui i loro stessi fautori e supporters le percepiscono. Ce la rivela la tenace resistenza opposta da tutti i governanti coinvolti, ad accettare formalmente gli aiuti del Fondo Salva-Stati. O a concepire soluzioni che facciano scattare il meccanismo che pone i beneficiati sotto il controllo della cosiddetta Troika. Che cosa significano i lampi di terrore che s’intuiscono dietro gli occhiali del nostro presidente dei consiglio, il vade retro satana stampato sul volto di Rajoy, se non il fatto che, nello stesso cuore della governance europea, le ricette dell’inevitabile Memorandum che seguirebbe all’aiuto sono considerate mortali. Sanno benissimo, evidentemente, che quelle condizioni – le stesse, appunto, che in meno di un biennio hanno condotto la Grecia sull’orlo del medioevo, e che continuano a figurare nei manuali del Fondo monetario internazionale e della Bce – portano alla morte sociale i Paesi che sono costretti a sottomettervisi. Sono consapevoli – pur avendo contribuito a fissarne i codici di comportamento e pur aderendovi ideologicamente – che la Troika – come le Gorgoni del mito – trasforma in pietra chi ha la sventura di doverla guardare negli occhi…
La verità, sempre più evidente a tutti, e tuttavia non detta da quasi nessuno, è che dentro quel paradigma – dentro il paradigma che domina a Francoforte e a Bruxelles e che non trova oppositori significativi in quasi nessun parlamento nazionale – non c’è soluzione possibile. La crisi può essere protratta, dilazionata, controllata temporaneamente, ma non risolta. «Ad Kalendas graecas soluturos» dice Svetonio che fosse solito ripetere l’imperatore Augusto… – «i debiti saranno saldati alle Calende greche» – per indicare una dilazione all’infinito, dal momento che i greci non possedevano il concetto romano delle Calende (il primo giorno del mese, quello in cui si era soliti onorare le promesse). Lo stesso vale per la promessa europea della ripresa dopo il purgatorio del rigore. Dentro questo modello – che orienta la metafisica influente dell’establishment politico e finanziario europeo – la soluzione verrà… alle Calende Greche. O, per dirla nella lingua della Merkel, «Zu dem juden Weihnachten»: al «Natale ebraico».
Di questo, sono convinto, ci si dovrebbe preoccupare in primo luogo quando si ragiona sul nostro 2013, se si vuole collocare il problema politico del nostro Paese nella sua dimensione effettiva (che è alta, da «grande politica», direbbe Tronti), e se vogliamo sottrarci al provincialismo un po’ umiliante dell’attuale dibattito sulle primarie (di partito o di coalizione o di programma, con la foto di Vasto strappata o rappezzata, con Renzi o senza Renzi, e via degradando…): della necessità di “pensare” un paradigma alternativo a quello che domina oggi in modo totalitario – con il totalitarismo finanziario che caratterizza l’epoca – l’orizzonte europeo. Non l’alternativa triviale tra stare dentro o uscire dall’Europa – che è il modo con cui i nuovi totalitari ci impongono la loro immagine del mondo come l’unica concepibile – ma in quale Europa vogliamo stare. E del come difendere il modello sociale europeo – l’unico miracolo, in fondo, ascrivibile al nostro continente dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale – dalla devastazione che i governanti europei ne hanno prodotto nell’ultimo biennio. E neppure – voglio aggiungere – l’alternativa misera tra la difesa dell’Euro o il ritorno alla moneta nazionale (lasciamola a Berlusconi…), ma al contrario in quale moneta europea stare, come renderla compatibile con la difesa del sistema di garanzie sociali congruenti con un’idea accettabile di società giusta, come ripensarla, dal momento che questo euro (che non è l’unico euro concepibile) non funziona.
Questo significa, non c’è dubbio, porsi fuori dal quadro di compatibilità che costituisce il dogma dell’Europa attuale (e della politica italiana prevalente). Rompere con la logica dei Memorandum, effettivi o minacciati. Anzi, porre la rottura di quella logica (e la sua ri-negoziazione collettiva, in solido con un fronte ampio di paesi) come discriminante irrinunciabile per qualsiasi progettualità condivisa e per qualsiasi politica delle alleanze. Su questo non sono più possibili illusioni: se neppure il professor Mario Monti, che è uno di loro, che ne gode della fiducia come solo tra sodali è possibile, e che ne conosce ogni piega del carattere, ogni dettaglio del linguaggio, non è riuscito finora a spostare neppure di un millimetro l’intransigenza tetragona dei campioni della tripla A, da Angela Merkel a Olli Rehn, questo significa che i margini di manovra stanno a zero, o quasi. Che se anche in un qualche vertice europeo si riuscisse a strappare qualche punto a nostro vantaggio, questo ci consentirebbe tutt’al più una dilazione, ma non una soluzione. E che se si vuole sperare di uscirne vivi, bisogna pensare, rapidamente, in termini culturali in primo luogo, e nella sua articolazione politica, un paradigma alternativo che non si esaurisca nella finanza ma coinvolga una visione ampia e altra.
Qui non si tratta di primarie. Si tratta di strategia (ed eventualmente di tattica). Come e con chi (e a quali condizioni) avviare un processo costituente che abbia il peso e la consistenza dell’alternativa allo stato di cose presente. Quando Syriza avviò il proprio percorso verso la sfida elettorale, non si presentò alle primarie con il Pasok e Nuova democrazia. Tracciò una linea netta con la parte corrotta del quadro politico e con i segmenti falliti dello stesso passato dell’intera sinistra greca (compreso il proprio). Pensò, davvero, a un nuovo inizio.
Il nostro 2013 sarà, inevitabilmente un nuovo inizio – se non altro perché i tecnici scadono dal loro mandato. Tanto vale prenderlo sul serio, e lavorare fin da ora al programma di una progettualità politica che sia davvero, e senza mascheramenti, nuova. Nei contenuti, nelle alleanze, ma anche nelle forme, nel modo di interpretare la propria vocazione politica, e la natura della rappresentanza. Alba incomincerà questa riflessione il prossimo fine settimana a Parma, sapendo che non c’è tempo da perdere. Che almeno l’avvio di questo processo non può essere rinviato… alle Calende greche.
Fonte: Il Manifesto






lunedì 25 giugno 2012

Civiltà negata

Pietro Ancona per Informare per Resistere




Domani o dopodomani con lo sbrigativo metodo del voto di fiducia la Camera approverà la nuova legge sul mercato del lavoro che è la negazione stessa della sua civiltà. Vengono attaccati le regole i dell'assunzione, del licenziamento e dell'aiuto statale in caso di disoccupazione. Nel momento più acuto della crisi piuttosto che aumentare le tutele giuridiche della parte debole della popolazione costituita dai lavoratori dipendenti e dai disoccupati queste si indeboliscono e si compie una sporca vendetta con la vanificazione della giusta causa che sottraeva i lavoratori dall'arbitrio padronale.
Questo delitto contro la Costituzione è stato possibile per il servilismo confindustriale di Cgil Cisl UIL e per la perversione politica del PD diventato partito di destra economica.
Aggiungo che i partiti che voteranno la riforma Fornero sono in conflitto di interesse perchè rappresentanti di grossi interessi datoriali come il PD con le cooperative (la coop sei tu).
Con la nuova legge si rende anche difficile e costoso l'accesso dei lavoratori alla giustizia dei tribunali e si perpetua il meccanismo che precarizza i rapporti di lavoro con il mantenimento delle opzioni della legge Biagi. Non ci sarà più lavoro a tempo indeterminato nè contratto nazionale. Il combinato disposto della legge fornero con la legge sulle pensioni creerà una nuova categoria di persone disperate: quella degli "esodati" licenziati con il nuovo art.18 e nel purgatorio che può anche essere decennale dell'attesa della pensione. Viva l'Italia!

Feudalesimo bonario: il mito del Tibet


Michael Parenti da Investig'Action via ComeDonChisciotte 

Da un capo all’altro dei secoli è prevalsa una dolorosa simbiosi fra religione e violenza. Le storie della cristianità, del giudaismo, dell’induismo e dell’islamismo sono pesantemente legate a vendette micidiali e distruttive, persecuzioni e guerre. Più volte, gli appartenenti ad una confessione religiosa hanno rivendicato e vantato un mandato divino per terrorizzare e massacrare eretici, infedeli ed altri peccatori.

domenica 24 giugno 2012

Napolitano is not my president


Lo voglio dire con estrema chiarezza: questo presidente non mi rappresenta. Costui non rappresenta direttamente tutti i cittadini, ma un'idea di società, figlia illegittima di una falsa concezione illuministica, che vede nel potere di oligarchie (illuminate) l'unica salvezza per il mondo,  e attraverso questa idea rappresenta una classe sociale e politica e determinati gruppi di potere, e per conto dei medesimi, lo stato. 
Lasciare che il Pdl e la Lega facessero strame delle istituzioni, tacendo colpevolmente sui loro misfatti per falso ossequio ai valori della democrazia e tacciare poi di populismo (leggasi di eresia) chiunque, movimenti o singoli cittadini, osasse mettere in discussione la sacralità del pensiero unico, è indice della non neutralità della persona del presidente rispetto ai cittadini e alle loro forme di rappresentanza e di aggregazione sociale. Il che contraddice i principi basilari della stessa democrazia liberale. Adesso si pretende anche l'intangibilità nei riguardi di uno de poteri dello stato: la magistratura. E' troppo.
Presidente lei non mi rappresenta perché è l'espressione, in piena continuità con i regime  dei secoli passati, dell'Europa dei forti contro l'Europa dei popoli. E' la negazione anche in termini liberali dell'istituzione statale come delegata a rappresentare la sicurezza di tutti gli individui.
Noi cittadini, precari, disoccupati, depredati, spogliati dei diritti, non ci sentiamo al sicuro con uno come lei a rappresentarci. Per questo lei è virtualmente destituito. 

sabato 23 giugno 2012

Il Pd molli l'ortodossia dell'euro


di Giampiero Di Santo  da italiaoggi 
 
L'euro fa fare anche a sinistra e centrosinistra cose di destra. E allora, visto che di «fortissimi dubbi sulla sostenibilità della moneta unica» ne esistono da più di venti anni, è tempo che anche il Pd e le altre forze di sinistra che si sono fatte custodi dell'ortodossia dell'Unione monetaria, comincino a discutere dell'eventualità di un'uscita dell'Italia da Eurolandia.


A meno che non vogliano lasciare nella mani di Silvio Berlusconi e della destra populista un'arma che consentirebbe loro di riprendere quota e guadagnare spazi e consensi. Alberto Bagnai, economista dell'Università Gabriele D'Annunzio di Pescara, all'indomani dalla proposta shock del Cavaliere di abbandono dell'Euro, affronta con ItaliaOggi il tema dei temi, quello dei costi economici e sociali della fine della favola non troppo bella di Eurolandia. Una questione, al centro oggi e domani del convegno internazionale «The Euro: manage it or leave it! The economic, social and political costs of crisis exit strategies (L'Euro: gestiscilo o abbandonalo! Costi economici, sociali e politici delle strategia di uscita dalla crisi)» organizzato dall'ateneo abruzzese al quale parteciperanno tra gli altri Ugo Panizza, capo della Debt and finance analysis unit che fa parte della Divisione globalizzazione e strategie di sviluppo dell'Unctad e Roberto Frenkel dell'Università di Buenos Aires.
Domanda. Professor Bagnai, è solo una coincidenza che il convegno sull'uscita dalla moneta unica si tenga proprio il giorno dopo che Berlusconi ha prospettato l'eventualità del cosiddetto break up dell'euro?
Risposta. Mettiamola così, fortissimi dubbi sulla sostenibilità della moneta unica esistono da decenni e nel corso degli anni si è sviluppato in ambito internazionale un dibattito sconosciuto al pubblico italiano. Ora purtroppo assistiamo a eventi che confermano quelle lontane previsioni.
D. Ma perché in Italia non si riesce a parlare serenamente dell'eventualità che i paesi più deboli siano costretti a uscire dalla moneta unica?
R. L'Italia vive un problema, perché la sinistra rivendica il merito di avere condotto il paese in Eurolandia senza ammettere che l'adesione alla moneta unica ha implicazioni non di sinistra, come stiamo scoprendo.
D. A cosa si riferisce in particolare?
R. Studi della Banca d'Italia mostrano come, dall'introduzione dell'euro in poi, siano aumentate le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e sia cominciata la stagnazione dei salari. Insomma, è chiaro che serve un piano B, che bisogna almeno aprire un dialogo sulle soluzioni alternative alla moneta unica e sui costi sociali ed economici dell'abbandono dell'euro. Altrimenti, come ho scritto un anno fa, sarà la destra a farne il suo cavallo di battaglia e a trarne grandi vantaggi.
D. Ma secondo molti, se l'euro andrà in frantumi, saranno dolori per tutti. Vuole fare intendere che non sarà così?
R. Voglio fare intendere che nessuno sa cosa accadrà. Quindi, giustamente, la popolazione è preoccupata e altrettanto giustamente bisogna evitare il terrorismo che purtroppo anche molti giornalisti alimentano.
D. Scusi, ma non è forse vero che finito l'euro i tassi andrebbero alle stelle, ci sarebbe una supersvalutazione e l'inflazione risucchierebbe redditi e tenore di vita?
R. Non è detto. È dimostrato, per esempio, che una limitata parte della svalutazione si trasferisce sui prezzi interni. Pochi ricordano che nei primi due anni di vigore l'euro si svalutò del 35% rispetto al dollaro e che il tasso di inflazione aumentò soltanto dello 0,7%.
D. Ma come la mettiamo con i tassi di interesse? Quando saltò lo Sme, nel 1992-1993, sui titoli del debito italiano si pagava più del 18%.
R. Gli economisti sanno che i tassi arrivarono al 18% nel tentativo di difendere la parità col marco. Quando ci sganciammo scesero rapidamente, e l'anno dopo erano di dieci punti più bassi, quindi su livelli simili agli attuali. Del resto, anche oggi stiamo pagando tassi alti a causa dell'aggancio all'euro che ci obbliga a finanziarci a un prezzo elevato.
D. Quindi secondo lei l'uscita sarebbe indolore?
R. Di questo bisogna discutere, di uscita o gestione della moneta unica. L'euro, come è stato costruito, dà vantaggi soltanto alla Germania e ci sembra che abbia fatto il suo tempo. Qui non passa settimana che non vengano approvate norme che impongono sacrifici, ma la situazione continua a peggiorare. Perché il problema è istituzionale.
D. Allora vuole dire che sono necessari una Banca centrale unica, una sola politica fiscale, un unico governo dell'economia?
R. Sono scettico su questo tipo di soluzione. L'Italia aveva e ha una moneta unica e una sola politica fiscale ed economica, eppure non ha risolto il problema delle divergenze tra Sud e Nord. Diciamo la verità, paesi diversi non possono vivere sotto la stessa moneta. Ci vorrebbero il ripristino della flessibilità del cambio e l'abbandono della moneta unica. Ma sono percorsi che vanno preparati, perché altrimenti, come insegna la crisi argentina e quella del Sudest asiatico, si va a finire male. Ecco perché bisogna parlarne.
D. Berlusconi ha detto che organizzerà un convegno di economisti antieuro. Lei parteciperà?
R. Non sapevo neanche che l'ex premier avesse questa idea. Io comunque non ho preclusioni, vado a fornire dati e riflessioni a chiunque me li chieda. Non ho particolare simpatia per Berlusconi, ma credo che l'incapacità-impossibilità della sinistra di aprire un dialogo sull'euro aprirà spazi enormi a Berlusconi e alla destra populista. Insomma, temo che la scelta della sinistra di farsi megafono dei mercati internazionali dia alle forze di destra la possibilità di vincere a man salva. In Francia, per esempio, Hollande, che ha vinto, vivacchierà nel tentativo di rianimare l'economia. Ma non riuscirà e alle prossime elezioni Marine Le Pen farà il pieno di voti.


venerdì 22 giugno 2012

Berlusconi, Barnard e la pagnotta


Leggo sul Manifesto che i civici discuterebbero col Pd, il quale per l'appunto si dice aperto ai movimenti  civici, per contrastare il “populismo” (leggasi Grillo). E di cosa dovrebbero discutere ad esempio quelli di Alba col Pd? Di suicidio assistito? (quello del Pd ovviamente). Quante volta bisogna dirlo, questa gente ha fatto al sua scelta di campo, chiara e tonda. Hanno votato leggi infami, ma soprattutto hanno accettato l'idea che siccome la pagnotta non basta per tutti, qualcuno dovrà pur sacrificarsi. E chi se non i poveracci? Lo vuole l'Europa. Bella parabola davvero, dalla lotta di classe, fino al liberismo più becero. Mi viene da dire: bastoniamo il cane che affoga, se non fosse che è un'immagine che evoca sentimenti di pena estrema per i cani. Niente accordi con questa gente, sono peggio di Berlusconi, altrimenti io e qualche milioni di altre brave persone, che mi illudo di rappresentare a loro insaputa, prenderemo altre strade, a costo di votare Grillo. Siete avvisati.
A proposito di Berlusconi, non sottovaluterei il fiuto di quest'uomo, che sarà anche un governante incapace e un signorotto molle e corrotto, ma ha una visione molto più nitida del futuro dei vari Bersani e Vendola. Ha capito benissimo che l'Europa si è ficcata in un cul de sac e che la Merkel la sta conducendo al disastro. Per il momento tutti lo prendono in giro, forti della sua aura generatrice di topoi della mitologia italica. Berlusconi è ormai sinonimo di berlusconata e viceversa, quindi sciocchezza allo stato puro, da trattare alla stregua di una battuta malriuscita del bagaglino. Quando però il disastro diverrà attuale, in ragione perdipiù di ciò che ormai tutti ammettono, e cioè che il nocciolo della questione sta nella perdita o se volete nella mancanza di una moneta sovrana, allora Berlusconi potrà di avere avuto sempre ragione e sarà difficile smentirlo. Vi ricordate quando poco prima che Berlusconi cadesse, Barnard fu involontariamente arruolato nelle fila berlusconiane perché lo invocò a resistere ai corifei dell'austerità e del pareggio di bilancio. “Presidente resista !”, urlò Barnard con la sua solita veemenza, e non si trattava una semplice provocazione, era per il giornalista eretico l'affermazione di una gerarchia di valori, dove il resistere alla truffa dell'euro e alla diabolica macchinazione delle oligarchie dei rentiers, era molto più importante dei peccatucci e dei vizi privati di un dittatorello da stato bananiero. Credo che Barnard sia un esaltato, ma una cosa me l'ha fatta comprendere in modo chiaro: se lo stato non spende il popolo cade in miseria, e pochi bastardi si arricchiscono a dismisura. Credetemi la visione della pagnotta evoca visioni di miseria nera e di cupa rassegnazione. Una sola pagnotta di pane da dividere fra milioni di bocche è l'immagine più sconsolante che possa esistere, ed è su questo che contano i nostri governanti. Se riescono a convincerci che la loro idea dell'economia come amministrazione della pagnotta è giusta, siamo spacciati perché cadremo tutti in una depressione profonda e saremo tutti ricattabili. Niente futuro, niente speranza. Questo almeno Berlusconi lo ha capito e si appresta a vendere al popolo il sogno del paese dei balocchi, ben sapendo che la sua sarà un'ennesima fregatura, ma sempre meglio la speranza raccattata da un piazzista di mercato che la miseria certa di una smarra di teste di cazzo seriose bocconiane.

giovedì 21 giugno 2012

Alexis Tsipras: il greco all’attacco del cartel party


 Marino De Luca (da spinningpolitics)
 
Siamo partiti in quattro per seguire il voto in Grecia. Telecamera, taccuino e zaino in spalla. Trentacinque gradi e un vento piacevole da sud, dal mare. Non ci siamo trascurati troppo nei sapori. Mezédes, Tzatzíki e Oúzo. È la Grecia che ti aspetti. Nei colori, negli odori, nella faccia della gente. L’autostrada, tra l’aeroporto Venizelos e la capitale, costellata da cartelloni pubblicitari vuoti. Completamente grigi. Ma la crisi è più nelle parole che negli occhi. Occhi che parlano ancora bene “l’ospitalità”.
Seguiamo Syriza, fenomeno politico degli ultimi mesi. Dal quasi niente al quasi tutto in pochi anni. Il più grande partito della sinistra che lascia comunisti e socialisti ben isolati. I primi nell’esasperazione di una coerenza ideologica, i secondi nella responsabilità di una gestione “criminale” della cosa pubblica. La Grecia al voto, questa volta, è quella che non ti aspetti. Impaurita, attenta e disillusa. La Grecia che non si autodetermina, o forse sì. La Grecia che subisce la mobilitazione internazionale e le impennate dei mercati finanziari. “Siamo tutti greci” ci dicono.
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La Grecia è un test. Un doppio esperimento “storico” per l’Europa così come la conosciamo. Da una parte il tentativo di verificare e collaudare lo schema economico-politico della finanziarizzazione del capitale mondiale. Dall’altra, il tentativo di ricostruire una nuova architettura di democrazia sociale attraverso l’unione dei partiti antisistema. Il laboratorio Grecia rappresenta la linea del fronte tra queste due forze in guerra. La vittoria di uno dei due modelli implicherebbe la condizione minima, ma non necessaria, per l’estensione dell’impianto al resto dell’Europa.


Ritorna così in modo sfumato il concetto di classe nella trasformazione dei partiti. “Non ci si raggruppa perché si hanno le stesse opinioni. Ma perché si appartiene alla stessa classe sociale; ci si raggruppa perché si è operai, o borghesi o contadini”. La fine di questa idea aveva decretato la fine del partito di massa nella sua forma di rappresentante assoluto dell’infrastruttura sociale. Successivamente si consolidavano concetti come  conversione e volatilità che spazzavano via i teoremi sulla mobilitazione. Gli elettori diventavano consumatori da “catturare”. E ancora. Il partito si professionalizzava e subito dopo si cartellizzava intorno alla figura dello Stato. Il partito cartello, nuova forma di un’organizzazione istituzionalizzata.
Ma la crisi precarizza, si sa. Manifesta “uno sviluppo che la società non riesce ancora a metabolizzare positivamente”. Uno sviluppo che supera l’equilibrio delle relazioni sociali, creando una contraddizione, un disagio sociale e un impoverimento. Non riuscendo più a produrre per gli altri, gli individui diventano incapaci di riprodurre se stessi. Il futuro, così come lo leggiamo, non può che spingere verso una crescita della “proletarizzazione” di tutta l’amalgama “postmaterialista”. Ma ancora più importante, non può che riversarsi in una neopolarizzazione intorno al fattore crisi. Prendiamo il caso della “classe intermedia” in Grecia. Rasa al suolo negli ultimi anni e spinta verso la soglia di povertà. I meccanismi di resistenza li conosciamo. Rabbia, paura e sacrifici. Negli ultimi mesi, però, si è sviluppata una consapevolezza del nuovo “ruolo” sociale e una maggiore interiorizzazione della condizione economica. Diventa difficile parlare di classe, ma più facile di condizione precaria. Una condizione che presuppone una forma di contrapposizione sociale e politica al sistema in generale e al “cartello” dei partiti nello specifico.
Il partito cartellizzato affonda così le proprie radici nello Stato. Scrive le regole e soprattutto stabilisce le sovvenzioni. Il finanziamento diventa cosa buona e giusta e “lo Stato una struttura istituzionalizzata di sostegno, che agisce a favore di chi è dentro ed esclude chi è fuori”. I soggetti all’interno tendono verso un modello di collusione e di cooperazione interpartitica e i ruoli  sfumano in una compenetrazione. Ancora qui la Grecia ci viene in aiuto. Anche se lontani da una vera e propria tradizione politica di cooperazione, i due principali partiti Pasok e Nuova Democrazia hanno sviluppato negli ultimi 40 anni un sistema clientelare e di lottizzazione. Complice anche un complicatissimo sistema elettorale a base proporzionale che penalizza fortemente il secondo partito e gli altri partiti minori. Il reciproco interesse alla sopravvivenza spinge i partiti a non competere. Un ulteriore esempio da manuale è il caso italiano di “clientelismo condiviso” dei principali partiti, comprese le forze comuniste, tradizionalmente all’opposizione.
Le elezioni a questo punto possono diventare un feticcio e la democrazia un elemento di legittimazione molto vicino al concetto amministrativo di prestazione pubblica. Le forze contrastanti sono ignorate o successivamente cooptate in cambio di una fedeltà formale. I nuovi partiti emergenti cercano di “rompere” con la politica tradizionale, spesso nella retorica di un cambiamento che occulta un sentimento di avvicendamento strategico. Ma spesso ci si rifugia nella radicalità del sistema. Basti pensare al successo del Fronte Nazionale in Francia o alla stessa Alba Dorata in Grecia. L’opposizione assume caratteri propriamente non democratici e sempre più posizioni reazionarie.
Syriza rappresenta come da copione una sfida ai partiti cartello, ma non solo. La rottura oltre che dal tratto profondamente competitivo è data dalla volontà – vista come demagogia dai principali partiti e dal sistema internazionale – di rompere il legame con lo Stato. La sfida internazionale è certamente ritrattare il memorandum e gli accordi con la UE, ma lo scontro nazionale è nella riduzione coatta della dipendenza finanziaria statale. “Votiamo Syriza perché rappresenta il cambiamento”. E Syriza cambia forma. Da 12 forze politiche punta a diventare un grande partito di massa. A questo punto due strade sono cautamente ipotizzabili. La prima, il partito anticartello riesce a rompere il legame con lo Stato e a preparare il ritorno di una nuova forma di partito di massa. La seconda, il partito si cartellizza e si immette come forza di cambiamento all’interno del sistema già noto. In tutte e due i casi, ovviamente, incombe l’incognita crisi.
Se i più potenti uomini del pianeta discutono di Syriza vuol dire che qualcosa è successo. Forse Obama non sa chi è Tsipras o dove si trova geograficamente la Grecia, ma sicuramente conosce Syriza. Nella sua forma a metà strada tra salto nel vuoto e rivoluzione democratica.

martedì 19 giugno 2012

Statali: la cancrena da amputare

Dopo le pensioni altra mazzata, ma per il bene del paese. Per Fornero noi siamo la gamba in cancrena che va amputata, nientaltro, ma per salvare chi e che cosa? 
Licenziamento di 300000 statali, messa in mobilità degli esuberi per 2 anni all'80% della paga base e poi se non trovi chi ti si piglia a casa. Riduzione degli stipendi, e qualche buontempone parla addirittura di ridurre le ferie di una settimana per fare aumentare il PIL di un punto. E noi che pendiamo ancora dalle labbra di individui come la Camusso e stiamo qui a cercare di decifrare le balbuzie di Vendola e ad appaludire alla piroette di Landini. Gente ipocrita ambigua e senza nerbo. 
Sciopero generale, vi riesce difficile dirlo? Beh a me e molti altri riuscirà facilissimo pigliarvi a calci in culo se non vi muovete subito.


lunedì 18 giugno 2012

Spiegel: “Se l’Italia esce dall’euro ci guadagna, il danno è per la Germania"


Visto l'andazzo mi viene da crederci. Sarebbe stata buona cosa però citare i nomi degli "economisti liberi" di cui si fa menzione

da nocensura 

L'Italia non avrebbe che da guadagnare da un'eventuale uscita dall'Euro: è quanto sostengono i (pochi) economisti liberi a cui il sistema non concede spazio, preferendo terrorizzare i cittadini sostenendo l'esatto contrario. Ma anche un articolo del tedesco "Spiegel" pubblicato nei giorni scorsi, ha rivelato che l'uscita dell'Italia dall'euro sarebbe un problema PER LA GERMANIA, e non per l'Italia.

Persino la Grecia resterà nell'Euro, visto che stando agli esiti exit poll divulgati in queste ore sta trionfando - incredibilmente, ma non troppo - la coalizione Pro-Euro. Stanno facendo credere che in caso di uscita dall'euro le cose andrebbero persino peggio, cosa che certo non corrisponde a verità: ma grazie ai politici e sopratutto ai media, i cittadini ci credono, nonostante siano stati MASSACRATI dall'Euro e dalla Germania - che insieme alla Francia - in cambio di (falsi) aiuti ha imposto al precedente governo ellenico l'acquisto di inutili e costose armi di loro produzione. Germania che nonostante abbia nei confronti della Grecia un debito di addirittura 70 miliardi risalente alla seconda guerra mondiale che non ha mai onorato, ha guadagnato ben 380 milioni di euro di interessi sui prestiti concessi ad Atene

Come ha dichiarato l'ex Ministro Martino, che ha commentato il prossimo aumento dell'IVA  che entrerà in vigore a Ottobre deciso da Monti dicendo che "solo un imbecille può aumentare l'IVA in questo momento" L'ITALIA ORMAI è UNA COLONIA TEDESCA

Ma essendo il paese in mano a questa classe politica, stupidamente sostenuta ancora dalla maggioranza degli italiani, che lobotomizzati dai mass media continuano incredibilmente a sostenere partiti pro-europeisti (PD, PDL, Terzo polo & partiti satellite di FALSA opposizione, Lega e IDV) le possibilità che l'Italia possa uscire dall'Euro sono davvero minime. Continueremo a pagare interessi altissimi agli speculatori - con lo spread sopra i 450 punti per avere liquidità lo stato corrisponde alle banche un tasso di interesse allucinante, del 7% - e sborsare soldi per salvare le banche altrui. E non è finita: il PEGGIO deve ancora arrivare, ma ormai siamo vicini: tramite l'ultima trovata, l'ERF, si prenderanno anche la nostra ambitissima riserva aurea... e pensare che secondo la mortadella del Bilderberg Prodi, avremmo avuto moltissimi benefici dall'Euro...
Staff nocensura.com

Di seguito l'articolo Spiegel: “Se l’Italia uscisse dall’euro, sarebbe un danno per la Germania” pubblicato da "iljester.com"

Il giornale tedesco esprime la paura dei vertici tedeschi e conferma in generale la tesi più diffusa fra gli economisti e gli osservatori politici. La Germania ha voluto l’Italia nell’euro per castrarla economicamente, e ora ne teme l’uscita. L’economia italiana da una simile eventualità ne verrebbe rafforzata e nel contempo quella tedesca ne verrebbe indebolita.

In altre parole, se l’Italia uscisse dall’euro, riprenderebbe a crescere. Il suo debito verrebbe tagliato e la spirale recessiva verrebbe interrotta bruscamente, aprendo le porte a una nuova fase economica, rafforzata da un incremento massiccio delle esportazioni (in ragione di una nuova lira svalutata),  le quali a sua volta “danneggerebbero” la Germania che perderebbe molto del suo attuale potere contrattuale e negoziale. Un vero peccato che abbiamo una politica che anziché perseguire gli interessi nazionali, è più preoccupata di tutelare gli interessi tedeschi ed europei a danno del popolo italiano che non ha bisogno né dell’euro né dell’Europa.

Quelli come noi.



Il titolo delle serate che ho fatto sul Golpe Finanziario era “Un Manicomio Criminale a piede libero. Come l’Eurozona distrugge l’Italia, le famiglie, e le aziende, e per il profitto di chi”. L’idea era di trasmettere al pubblico il grado di pazzia predatrice di cui è pregno il progetto dell’euro. Un titolo forte, sicuramente per alcuni sopra le righe. Posso immaginare un Sergio Romano scuotere il capo con austera disapprovazione e liquidarmi in meno di un secondo come un esagitato del web. Ora ve lo dico: no, sono stato troppo pacato, leggete qui sotto.
Ciò che sta accadendo in Europa è oltre la psicopatologia finanziaria, molto oltre. Siamo arrivati a uno stato di grottesca follia allucinatoria. Il Re non è nudo, è morto e decomposto, pullula di vermi, perde liquami per strada, ma la folla grida: Vita al Re!
E’ quello che ho sentito dentro di me oggi, quando ho letto le parole di Craig Beaumont, il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale in Irlanda. Oggi il FMI ha detto a Dublino che non ce la farà a tornare alla vita, che se l’Eurozona non farà qualcosa di drastico, l’Irlanda è condannata al default. Ok, fermi. Stop. STOP!!
L’Irlanda chi? Quella che ha accettato il salvataggio della UE e del FMI, che ha applicato le Austerità da flagellazione a sangue e che le ha applicate con il 10 e lode del FMI stesso. Quella che adesso, dopo essersi scarnificata di sacrifici sociali orrendi, ha tutti i parametri deficit-debito-inflazione esattamente, ESATTAMENTE, come voleva la UE e il FMI, i parametri virtuosi che secondo la UE e il FMI sono la via del risanamento, del RISANAMENTO. Quella che ha impegnato le pensioni pubbliche per garantire il salvataggio delle banche, come dettato dalla UE e dal FMI. Quella che oggi Beaumont ha definito “un nostro studente modello”. Quella Irlanda lì, sì, è lei. Bene, ora le dicono che sorry my dear Ireland, muori lo stesso. No, ma peggio, peggio…
… le hanno detto oggi che la sua unica salvezza dipende, ascoltate bene, “dall’eventuale ritorno di fiducia degli investitori nell’intero progetto dell’Eurozona”. Ma come? COMEEEE????? Dopo aver predicato con perentoria e sprezzante certezza che è il rigore dei conti pubblici la via della salvezza per le cicale dell’Eurozona; dopo averci, averli, fatti sentire dei balordi MAIALI-PIIGS; dopo averci inflitto i volti ributtanti dei probi Draghi, Lagarde, Monti, Von Rompuy, e dei loro buffoni di corte alla Giavazzi, Giannino e Bini Smaghi; dopo averci costretti a respirare  il fiato fetido del rigore dei conti e dei necessari sacrifici che sono torture sociali in queste ore per milioni di irlandesi e italiani e greci e spagnoli e portoghesi… dopo tutto questo il FMI gli va a dire che no, era tutto sbagliato. Se gli investitori non si convinceranno che l’euro è un affare, in effetti, dice Beaumont, siamo punto e da capo. Le Austerità sono una pagliacciata di nessuna utilità, un nulla di fatto, l’Irlanda è al collasso come prima, peggio di prima, i tassi sui suoi titoli sono più alti oggi di quando si arrese al FMI e alla UE due anni fa. Firmato Fondo Monetario Internazionale.
Ma per noi è chiaro, chiarissimo: gli investitori non si convinceranno mai che l’euro è un affare, perché lo capiscono, lo conoscono, sanno chi l’ha creato e perché. Non se ne esce. Offriamo una preghiera per l’Irlanda che non ha scampo. Mi si stringe lo stomaco dalla furia. In coda ci siamo noi.
Oggi ho inviato una mail di una riga a Stephanie Kelton su tutto questo. La sua risposta è arrivata in meno di un minuto: “Lagarde is an atrocity. They all are”. Dimmi Gennaro Zezza, o tu Bellofiore, ditemi stuolo di opere incompiute marxiane, post-keynesiane, piddine, tisane, ansiolitici diuretici dei dibattiti italiani, ditemi se posso trovare nelle vostre dotte lagne di ore e ore su questa catastrofe europea sette parole così radicali, violente, e vere! Lagarde è una atrocità. Sono atrocità, tutti quei tecnocrati. Atrocità, non qualcosa di meno, ok? Ditemi quale intensità di sofferenza d'innocenti vi è necessaria per finalmente avere il coraggio di chiamare gli assassini con la parola assassini. Ce n'è una? Di quante altre ustioni all'80% sui corpi di imprenditori che si danno fuoco? Mi date un numero? Quanti altri bambini denutriti a due ore da Bari vi servono per rischiare la cattedra nel nome della decenza umana? Voi.
Stephanie, Warren, Michael, Alain, Paolo. E tutti quelli che come loro dicono “criminali”, “nuova inquisizione”, “golpe finanziario”, “atrocità”.
I lettori faranno la loro scelta di campo.

domenica 17 giugno 2012

L'economia della pagnotta


Non ci potrà essere alcuna alternativa reale se restiamo ingabbiati nell'idea che l'economia degli stati sia come una pagnotta di pane, cioè un bene finito dove i ricchi si pappano tutto e i poveri devono lottare con le unghie e con i denti per conquistarsi le briciole sotto il tavolo. Questo è ciò che tentano di farci credere, asserendo pure senza ritegno che chi ha la bocca più grossa è giusto che mangi di più, così farà più briciole con le quali potremo scannarci. Se accettiamo l'idea che il denaro sia un'entità reale e pertanto “finita”, siamo fottuti. Il denaro è un'entità virtuale mettiamocelo in testa, possiamo fabbricarlo senza dover attingere a materie prime. Questo è ciò che i vari Camusso, Landini, Vendola e sinistri vari non vogliono capire, cadendo nella trappola dell'equità e di una saggia redistribuzione della pagnotta.
Il denaro non è una pagnotta.
Dobbiamo solo decidere se riaprire la zecca e a chi dare le chiavi. Il resto è solo un inganno.

Il centrosinistra è morto


Niente alleanze con il centrosinistra. Pienamente d'accordo

di Giorgio Cremaschi (da Micromega)


In fondo dobbiamo ringraziare Monti per aver convocato un vertice di sostegno al governo con ABC. Sarà così ancora più chiaro, anche a coloro che nella sinistra, nei sindacati e nei movimenti non riescono o non vogliono capire, che la maggioranza che governa è quella di Monti, Bersani, Berlusconi e Casini, protetti ed ispirati da Giorgio Napolitano. E sarà altrettanto chiaro che, se si vuole davvero cambiare a favore dei diritti sociali e civili, del lavoro e dei beni comuni, bisogna costruire una alternativa contro questa maggioranza.
Il fatto invece che in Italia si parli di liste civiche annesse al centrosinistra – quale? – e di immettere i contenuti del lavoro sempre nello stesso ipotetico schieramento – dove? – aggrava solo le nostre difficoltà.

Il governo Monti è già fallito per la semplice ragione che la crisi dell’Europa è più grande e vasta della pur terribile dimensione dei tagli sociali e delle ingiustizie che il governo ha prodotto. Dopo il disastro delle pensioni e degli esodati, dopo la controriforma del lavoro e la valanga di tasse sui poveri, Monti parla ancora di accelerare le riforme. E’ semplicemente il delirio di chi appartiene ad una elite tecnocratica ed economica travolta culturalmente e politicamente dalla crisi. Non sanno cosa fare,ma lo fanno con pervicacia e arroganza.
Purtroppo l’Italia non è la Grecia. Infatti in quel paese di fronte alla stessa devastazione prodotta dalla stessa politica, gli anticorpi della democrazia hanno reagito. Il movimento sindacale ha organizzato tanti e vasti scioperi generali e alla fine si è costituita una alternativa a sinistra del governo della banca europea. Non sappiamo se Siryza vincerà le elezioni, ma siamo certi che la politica greca e quella europea non potranno più agire lì sulla base dei diktat di Merkel e della Bce. In Italia invece stiamo subendo tutto. E questo perché la maggioranza di governo, di cui sono parte integrante la Repubblica ed il Corriere della Sera, tiene a freno i grandi sindacati e non ha nessuna alternativa forte e dichiarata alla sua sinistra. Per questo da noi cresce a valanga il movimento Cinque Stelle.
Per questo bisogna uscire dalla stanca riproposizione dell’accordo tra movimenti e centrosinistra. Il centrosinistra è morto nei vertici abc e chi lo vuol ricostituire vive nel passato e danneggia il presente. Oggi ci si mobilita a Roma contro la controriforma del lavoro. E’ l’ avvio, il 22 ci sarà lo sciopero dei sindacati di base e di tanti altri che non accettano la passività di Cgil Cisl Uil. Poi si dovrà  andare avanti, costruendo una vasta alleanza sociale e politica che lotti per far cadere questo governo e per costruire una via d’uscita dalla crisi opposta a quella fallimentare della Bce e dell’ Europa della signora Merkel. E questo si fa senza e contro il Pd.

venerdì 15 giugno 2012

La repubblica delle idee e il suo presidente


di Franco Berardi

In una intervista con Adam Mitchnik pubblicata qualche giorno fa dal quotidiano la Repubblica il presidente Napolitano ammette di essere stato dalla parte dei carri armati sovietici che invasero  Budapest  uccidendo gli operai insorti nel 1956. Potremmo aggiungere che il presidente Napolitano, in quanto dirigente del Partito comunista italiano negli anni dello stalinismo, ha pensato che fosse giusto sterminare i kulaki, internare i dissidenti politici, eliminare gli anarchici e i trotzkisti e così via assassinando.

Ma era giovane. Poi è venuta la primavera di Praga e Giorgio Napolitano ha capito che non era giusto sterminare sistematicamente chi non è d’accordo e affamare milioni di uomini e donne. E’ diventato democratico.  Ciò non gli ha impedito di stare dalla parte della maggioranza del comitato centrale del PCI quando il partito espulse i dissidenti del Manifesto proprio per le posizioni che questi avevano preso sulla primavera di Praga. E non gli ha impedito di applaudire al Ministro degli Interni Francesco Cossiga quando questo dava ordine di sparare ai dissidenti nelle strade italiane, quando faceva assassinare Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, e faceva chiudere con la forza le radio libere.
E adesso?
Dacché è diventato Presidente della Repubblica non pare molto migliorato. Gli italiani che amano la democrazia si aspettavano qualcosa da lui, quando il governo Berlusconi ha compiuto atti riprovevoli dal punto di vista del diritto costituzionale, e soprattutto dal punto di vista degli interessi della società.
Ma il Presidente Napolitano non se n’è dato gran pena, o per lo meno non ha ritenuto necessario esercitare le sue prerogative di moral suasion (magari rifiutando di apporre la sua firma sotto atti legislativi vergognosi) quando il governo Berlusconi ha approvato una legge che distruggeva la scuola pubblica. Né ha ritenuto di dover agire in modo deciso quando il governo Berlusconi passava una serie di leggi ad personam chiaramente lesive della Costituzione. Né si è troppo scomposto quando il governo Berlusconi ha approvato la legge Gasparri  la ci funzione era quella di consegnare un potere illimitato all’azienda Mediaset. Insomma il Presidente Napolitano non ha ritenuto di dover difendere la Costituzione quando con ogni evidenza veniva attaccata da un manipolo di mafiosi che grazie al predominio comunicativo si è impadronito del potere politico per quasi venti anni.
Ma quando, alla fine dell’anno 2011, il governo Berlusconi è parso incapace di dare corso al piano di rapina orchestrato dal sistema finanziario ai danni della società italiana, il Presidente Napolitano ha fatto quello che non aveva fatto fino a quel momento: ha usato tutto il potere di cui disponeva per cacciare il presidente del Consiglio che, troppo occupato a farsi i fatti suoi, sembrava poco sollecito nel fare quello che il sistema finanziario gli chiedeva.
Rimosso senza difficoltà Berlusconi, ha imposto con l’entusiastica approvazione del partito de La Repubblica, un presidente del Consiglio non eletto, il cui merito principale è quello di essere consulente della Goldman Sachs, la corporation finanziaria più potente del mondo.
Il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti si è impegnato su una cosa soltanto, portare a compimento il processo avviato ormai da decenni: il progetto di privatizzare tutto quello che le energie collettive producono per il bene comune, di ridurre il salario fino alla miseria, di eliminare la democrazia dai luoghi di lavoro, di trasformare il sistema educativo in una fabbrica della competizione senza cervello, e di privatizzare definitivamente il moribondo sistema di comunicazione pubblico già lungamente debilitato da due decenni di dittatura berlusconiana. Niente di originale, il solito progetto neoliberale monetarista che ha già portato l’Europa al collasso. Ma i dogmatici sono fatti così: quando il loro dogma fallisce lo ripetono alzando la voce.
I due Presidenti che stanno provocando una spaventosa ondata di disoccupazione e di miseria, e che si preparano a consegnare alle corporazioni finanziarie globali quel che resta del patrimonio comune della società italiana sono i beniamini di una banda di dogmatici che da trentacinque anni fanno il giornale più conformista e dogmatico che abbia mai visto la luce. Il giornale si chiama La Repubblica, ed è specializzato nella più cinica delle operazioni:  quotidianamente riconosce che il capitalismo nuoce terribilmente alla salute dell’umanità, riduce la società in condizioni penose di miseria, sfrutta sistematicamente le risorse fisiche e intellettuali del genere umano, eppure quotidianamente ripete che dobbiamo sacrificare tutto quello che abbiamo (soprattutto la nostra intelligenza critica) per salvare il capitalismo.
Da trentacinque anni questo giornale di merda illumina le menti della sinistra italiana. Il risultato è sotto i nostri occhi.
Questo giornale ha dato appuntamento nella città di Bologna per una manifestazione funerea che si chiama La Repubblica delle idee. Le idee della Repubblica si chiamano dogmi: il dogma della crescita, il dogma della privatizzazione, il dogma della riduzione del costo del lavoro. Il dogma monetarista e liberista.
A questa convenzione dei dogmatici Sabato 16 Giugno parteciperà il presidente del Consiglio Mario Monti. Schiereranno le truppe per difenderlo, naturalmente, perché qualcuno potrebbe esser tentato di andargli a dire di piantarla.
E il Presidente della Repubblica, cui le truppe schierate contro il popolo sono sempre apparse il massimo della democrazia, applaudirà come al solito discretamente.

Tsipras: “Syriza, una speranza per la Grecia e l’Europa”


Davanti a migliaia di persone e con Bella Ciao come colonna sonora, il leader Alexis Tsipras ha chiuso la campagna elettorale del suo partito al grido "possiamo cambiare il corso della storia". Contro la barbarie del memorandum imposto dalla Troika, Syriza si presenta come speranza per il popolo greco. E per l'Europa.

di Marco Zerbino, da Atene (da Micromega)

«Memorandum o speranza». Non si stanca di ripeterlo Alexis Tsipras. Sono ormai le nove di sera quando il portavoce di Syriza prende la parola in una piazza Omonia finalmente liberatasi dalla canicola. Da più di un’ora militanti, simpatizzanti e semplici elettori hanno iniziato a radunarsi di fronte al palco che campeggia al centro della piazza. Il flusso di persone, cominciato in maniera un po’ timida e decisamente in ritardo rispetto all’ora stabilita, si è fatto via via più consistente e inesorabile col passare dei minuti. Non sono pochi i cittadini ateniesi che hanno deciso di presenziare alla chiusura della campagna elettorale di quella che potrebbe diventare domenica prossima la prima forza politica del paese: anziani militanti che reggono bandiere rosse, attivisti che interrompono a più riprese il discorso del leader ritmando slogan, famiglie con bambini al seguito, ragazze e ragazzi, anche giovanissimi, che di politica fino ad ora non sembrano averne fatta molta, ma che hanno scelto di combattere l’assenza di prospettive che ingabbia un’intera generazione ricominciando a sperare.

Ed è proprio il richiamo alla speranza, a un nuovo inizio, quello che torna con maggiore insistenza nel discorso di Tsipras. «Siamo una forza calma, una forza tranquilla, che fra pochi giorni contribuirà ad aprire, in Grecia come in Europa, un nuovo periodo di speranza». Da lunedì prossimo, promette il portavoce di Syriza, «il memorandum di intesa con la Troika apparterrà al passato, e comincerà l’epoca della solidarietà». L’alternativa, Tsipras lo ha ripetuto costantemente nelle ultime settimane, non è fra memorandum o barbarie, ma fra la barbarie del memorandum e un tentativo di rinascita. «Dobbiamo aiutare il popolo greco a tirarsi fuori dalle macerie in cui l’hanno lasciato intrappolato il Pasok e Nuova Democrazia, le due forze politiche che per decenni si sono spartite il potere a suon di clientele e corruzione. A questi signori diciamo una cosa molto semplice: da lunedì la festa è finita».

È stata una campagna elettorale aspra, segnata da tensioni fortissime, quella che in questi giorni si sta concludendo in Grecia. Non solo la destra di Nuova Democrazia, ma anche il Pasok, il partito socialista greco, hanno tentato a più riprese di trasformare il nuovo voto, convocato in fretta e furia dopo le inconcludenti elezioni del 6 maggio scorso, in un referendum sull’uscita del paese dall’euro. Tsipras lo sa bene, e lo ricorda alle tante persone che sono venute ad ascoltarlo. «Hanno cercato in tutti i modi di metterci fuori gioco, a forza di colpi bassi, mettendo in moto una vergognosa macchina del fango, dicendo che vogliamo far uscire la Grecia dall’Europa». Eppure, a differenza di altre forze politiche di sinistra, Syriza è sempre stata contraria ad una simile prospettiva. «Il nostro sguardo», prosegue Tsipras «è rivolto proprio all’Europa, perché questa non è una crisi greca, ma è innanzitutto una crisi europea. Oggi tutto il continente si ribella alle politiche di austerità, e la signora Merkel ha ragione ad avere paura di una nostra vittoria elettorale, perché in Europa si è già aperto un varco, è arrivata l’ora del cambiamento, e noi ne vogliamo essere protagonisti».

Ma quali prospettive concrete avrà Syriza, qualora dovesse vincere le elezioni, di formare un governo delle sinistre? Stante l’atteggiamento di chiusura totale del Kke, il Partito Comunista Greco, che ha sempre rifiutato qualsiasi ipotesi di alleanza con la coalizione elettorale guidata da Tsipras, la prospettiva più probabile appare al momento quella di un’alleanza con Sinistra Democratica, il partito di sinistra moderato nato due anni fa proprio per iniziativa di alcuni fuoriusciti di Syriza, o con la formazione populista e antimemorandum dei Greci Indipendenti. Quest’ultima alleanza potrebbe creare non pochi mal di pancia fra gli attivisti del partito di Tsipras, visto che i Gi sono di fatto una forza politica nazionalista e destrorsa che cavalca in maniera strumentale il risentimento popolare contro il memorandum. Quel che è certo, è che Syriza non sarà disponibile ad alleanze e governi «ecumenici». «Noi non riteniamo di possedere la verità assoluta, siamo disponibili a parlare con tutti e a fare alleanze, ma una cosa deve essere chiara: non tradiremo i nostri elettori, perché vogliamo continuare a guardarli dritti negli occhi, a garantire che saranno loro a parlare tramite noi, che sarà la loro volontà di respingere il memorandum a contare, non la nostra».

Domani sarà la destra di Nuova Democrazia a concludere la sua campagna elettorale, a piazza Syntagma. Una destra che il giovane leader di Syriza definisce «da anni ‘50», sempre meno liberale, sempre più autoritaria, populista e razzista. In effetti, buona parte della propaganda messa in campo da Samaras, il presidente di Nd, è stata incentrata negli ultimi tempi sul problema dell’immigrazione clandestina, con accuse a Syriza di voler liberalizzare gli accessi all’interno del paese. A questo dato, si aggiunga la presenza di Alba Dorata, l’organizzazione neonazista che lo scorso 6 maggio è riuscita ad entrare in parlamento per la prima volta nella sua storia. Di fronte alla crescente polarizzazione del quadro politico greco, il tempo stringe, non c’è dubbio. Ed è lo stesso Tsipras a ricordarlo a coloro che lo sono venuti a sentire, poco prima di congedarsi e di lasciare spazio ai canti di lotta di Theodorakis e alle note di Bella ciao suonata dai Modena City Ramblers: «Il nostro popolo non si è mai piegato, neanche nei momenti più duri, neanche durante l’occupazione nazista, neanche quando i militanti di sinistra venivano mandati al confino o in galera», grida il portavoce di Syriza fra gli applausi. «Abbiamo la possibilità di cambiare il corso della storia: non possiamo mancare questa opportunità… Se non ora, quando? Se non noi, chi?».