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lunedì 30 aprile 2012

Chi c'è dietro a Beppe Grillo? Intervista a Pietro Orsatti


Questa è l'intervista che ho fatto al giornalista e documentarista Pietro Orsatti e ci da una visione di insieme della struttura di gestione dei siti di Beppe Grillo e di come le sue idee politiche e le sue rivendicazioni civiche abbiano subito un deciso "cambio di rotta" dopo l'entrata di questa società di gestione: la Casaleggio Associati. Casaleggio plasma le politiche di Beppe Grillo il quale plasma le politiche del Movimento cinque stelle. L'Aspen Institute è tink tank conservatore americano, uno dei responsabili della svolta verso l'economia neo liberista intrapresa da tutta la politica italiana negli ultimi 30 anni. http://it.wikipedia.org/wiki/Aspen

http://soundcloud.com/paolo-perini/chi-c-dietro-a-beppe-grillo

Beppe Grillo: 'La mafia non ha mai strangolato i propri clienti'



da saveriotommasi.it


"La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un'altra mafia (la crisi economica ndr), che strangola la propria vittima".
Devo riconoscere che se quella frase l'avesse detto Marcello Dell'Utri avrei scritto che stava chiedendo voti alla mafia, che del resto da sempre sostiene di proteggere le proprie vittime, al contrario dello Stato che le tormenta.
Invece quella frase l'ha urlata Beppe Grillo, ieri, a Palermo, sostenendo il proprio candidato sindaco, in coincidenza (o forse no), del trentennale dell'omicidio di Pio La Torre. E dunque che devo scrivere? La stessa cosa, ovviamente, altrimenti l'onestà intellettuale andrebbe a farsi friggere. Con due considerazioni:
a) Io non ho dubbi sull'intensità della crisi economica, anche se le proposte di Beppe Grillo non mi convincono e preferisco quelle di Alex Zanotelli.
b) Non raccontatemi che Grillo non deve dimostrare a nessuno di essere contro la mafia perché l'ha già fatto realizzato i (bellissimi, tra parentesi), calendari con i Santi Laici. Perché la lotta alla mafia si fa ogni giorno, e anche Totò Cuffaro, del resto, una volta fece tappezzare le città con il manifesto "La mafia fa schifo".

E dunque, in conclusione, un invito.

Caro Beppe Grillo, il 19 maggio passa da Firenze. Debutterò con l'anteprima assoluta di "La mafia (non) è uno spettacolo", un monologo teatrale che ho scritto a quattro mani con Piero Luigi Vigna, magistrato e già Procuratore nazionale antimafia. Debutterò davanti al monumento in ricordo di Nadia e Caterina Nencioni, le due bambine (nove anni la prima, appena cinquanta giorni la seconda), uccise da una bomba mafiosa in via dei Georgofili, a Firenze. A proposito di "la mafia non strangola i propri clienti".
T'aspetto, Grillo.


sabato 28 aprile 2012

Un Nuovo Soggetto Politico da spendere


di Franco Cilli 

Vorrei scrivere qualcosa di interessante sul Nuovo Soggetto Politico e sull'alternativa politica in generale sul nostro paese, ma mi rendo conto che la cosa è estremamente ingarbugliata e che è molto difficile dire cose non scontate e gravate dalla solita retorica, o peggio ancora avvolte nelle spire di un linguaggio oscuro e incomprensibile. Ho letto con interesse l'articolo di Asor Rosa sul Manifesto di ieri e forse dico sciocchezze, ma da tutte quelle belle parole su San Tommaso, accostato indegnamente a Negri, ho ricavato la sensazione che Asor Rosa volesse solo difendere l'esistenza dei partiti come istituzioni pubbliche e la loro valenza come portatori di istanze generali della società, cosa che un soggetto politico amorfo e dai confini incerti non sarebbe in grado di fare.
Vorrei dire solo una cosa in maniera ben chiara, per quanto mi riguarda sono arcistufo di popoli viola, indignati e quant'altro, movimenti evanescenti che producono conseguenze rilevanti solo nella mente di Negri, che li vorrebbe fuori dalla politica istituzionale, ma non si sa come anche agenti di un cambiamento radicale (come si cambia davvero se non si cambiano le istituzioni?). Se questa è un'aporia mi piacerebbe che qualcuno cercasse di risolverla, anche se personalmente non ho mai creduto nella “filosofia” né come sistema di indagine della realtà né come faro della politica, e al contrario ho sempre creduto nella “sperimentazione politica”, nell'intervento sul campo, fatto di azioni concrete valutate nelle loro conseguenze pratiche, principio a cui Negri sembra volersi affidare negli ultimi tempi. La sperimentazione però deve avere basi solide e solide premesse. Bene, credo che le basi solide ci siano, sia in termini teorici che motivazionali, basta solo dire che il sistema capitalistico nella sua forma più recente, il liberismo, ha prodotto e continua a produrre disastri incalcolabili per l'umanità, le prove di questo disastro certo non mancano e negli anni abbiamo elaborato una scienza della politica e della società sicuramente molto sofisticata. Da quello che sappiamo possiamo certo ricavare la necessità di un cambiamento radicale e di sostanza della società senza lambiccarci il cervello più tanto, e credo che fin qui siamo tutti d'accordo. Occorre adesso capire in che maniera e seguendo quale “protocollo” vogliamo sperimentare. Posto che non possiamo fare affidamento su una classe sociale (fordista o post-fordista che sia) come leva di un cambiamento radicale, allora dobbiamo dare per assodato che occorra far leva su una moltitudine umana eterogenea, la quale partendo dalla propria condizione materiale scorga l'alternativa all'esistente come unico orizzonte possibile. Bene, tutto ciò non implica alcuna novità, sono cose che dicono tutti ormai persino commentatori non certo “radicali”. Il problema vero è come coniugare i “differenti tipi logici” per mutuare un termine russelliano, cioè come coniugare l'impulso al cambiamento che viene dalla società civile con le sue istanze di rinnovamento della politica, di estensione del concetto di rappresentanza, di tutela dei diritti e del lavoro, con la necessità di incidere sulle istituzioni e sulle scelte politiche generali. In altre parole la politica dal basso va bene, ma come si traduce questo in governo reale del territorio e della macchina statale? In che modo possiamo sperimentare nuove forme di lotta politica, senza perdere di vista il potere vero? Appare evidente che più il movimento proclama la sua alterità nei confronti della politica dei partiti e quindi delle istituzioni “reali”, minore è l'impatto della società civile sulle istituzioni stesse. Coniugare i due momenti diventa allora essenziale - e qui la sperimentazione ha un senso - comprendendo che questi hanno logiche, contesti e scansioni temporali affatto diverse, ma che nessuno dei due può essere preso in considerazione senza l'altro. In definitiva se il nuovo soggetto politico non sarà in grado di influenzare in maniera determinante il processo elettorale e insieme a questo una strategia complessiva di uscita dal liberismo economico, concertata ad un livello perlomeno europeo, non otterremo nulla di concreto se non qualche fenomeno folkloristico passeggero. La disponibilità di Vendola a questo riguardo è una cosa positiva e c'è da auspicarsi che altre forze, aldilà del Pd, si rendano disponibili ad un dialogo. Sto parlando chiaramente di rinnovamento della classe politica a partire dai comuni per arrivare all'apparato statale e allo stesso tempo di una controffensiva netta e decisa contro il liberismo. La differenza qui fra pubblico e comune e quindi fra il “benecomunismo” come ultima frontiera dell'ideologia e il pubblico come categoria economica pratica radicata nella realtà, mi sembra essa stessa ideologica e poco interessante. In realtà pubblico e bene comune sono categorie non nuove come giustamente rileva Asor Rosa, quello che conta attualmente sono i bisogni reali che queste categorie racchiudono in sé in termini di fruizioni di servizi, tutela del patrimonio ambientale (pubblico e privato), di un Welfare efficiente e di garanzie per il futuro.
Non va però trascurato un altro fattore determinante: la crescita economica. Sia come sia, ma dobbiamo capire bene come il concetto di beni comuni o di pubblico si coniughi con il concetto di crescita, poiché se la decrescita è un concetto vago e un po' ingenuo, la crescita illimitata è insostenibile sia da un punto di vista logico che ambientale. Ma non è tutto, poiché oggigiorno il concetto di crescita o se volete anche di deficit spending, si contrappone drasticamente ad un concetto di austerità costruito ad hoc dalle politiche europee, che penalizza decisamente i ceti poveri a vantaggio di una classe di rentiers. Non è proprio così si dirà, visto che persino il FMI si è accorto che l'austerità è un danno per l'economia (soprattutto quella americana), ma fatto sta che paradossalmente l'austerità, da sempre vista come misura calmieratrice di un “consumismo democratico” con l'accesso ai consumi di una larga massa di persone, è oggi la più preziosa alleata di un certo capitalismo alimentato dalle varie scuole neoclassiche e liberiste. Barnard offre una soluzione alternativa alle teorie neoclassiche in economia, che più che sperimentale è per lui assiomatica e imprescindibile: la Modern Money Theory, per la quale si rimanda al sito democraziammt per maggiori approfondimenti. Detta in parole molto povere si tratta di una sorta di keynesismo rivisitato che pone come costante imprescindibile un bilancio statale a debito e contestualmente una moneta sovrana, a garanzia di un accesso diffuso al reddito e ai consumi.
C'è qualcosa però in questa teoria che non va, parte il paradosso comico di figuri berlusconiani che lanciano strali contro le politiche tedesche a favore dell'austerità utilizzando le stesse tesi di Barnard in una cornice semantica di stampo no-global, ed è l'idea che non si possa uscire da questa crisi se non con una politica di spesa tout court, senza alcuna specificazione o revisione del tipo di produzione e dei suoi processi. Non sono un pauperistica e ritengo che un certo livello di consumi ce lo siamo guadagnato e che sia ormai da ritenere “essenziale”, il problema semmai e la generalizzazione di un determinato standard di vita al mondo intero, ma credo che allo stesso tempo si debba dare un nome anche ai consumi “inessenziali” e accanto ad una politica di spesa affiancare una politica di risparmio delle risorse naturali. Facile a dirsi si dirà, più difficile è dare una risposta a quelle persone che perdono il lavoro a causa della delocalizzazione della produzione e di un riassestamento globale dell'economia. Per ora sappiamo per certo che non riusciamo a tenere aperte fabbriche destinate a fallire,  e sappiamo in maniera altrettanto certa che  dobbiamo dare da spendere alla gente che rimane senza lavoro, ed evitare come dice Barnard  che si ritrovino in un “appartamento marcio e umido” con due figli  a carico senza denaro per il minimo indispensabile.
Ma questo è solo l'inizio della storia, il seguito dipenderà dalla capacità del Nuovo Soggetto Politico di sopravvivere almeno una stagione.

George Soros e il golpe patriottico della Bundensbank


di Ambrose Evans-Pritchard da  blogs.telegraph.co.uk via ComeDonChisciotte
 

George Soros ha dichiarato guerra aperta alla Bundesbank.

Nella sua ultima intervista a Le Monde ha detto che se fosse ancora un investitore attivo, oggi avrebbe “scommesso contro l'Euro”, almeno finché non avvenga un cambiamento nella leadership o nelle politiche europee.

“L'Euro minaccia di distruggere l'Unione Europea e, pur con le migliori intenzioni, i leader stanno conducendo l'Europa verso la distruzione attraverso l'imposizione di regole inappropriate. L'introduzione dell'Euro ha portato alla divergenza invece che alla convergenza. I paesi più fragili dell'Eurozona hanno scoperto di essere in una situazione da Terzo Mondo, come se i loro debiti fossero in valuta straniera, con la conseguenza fatale di un reale rischio di default. Cercare di imporre loro il rispetto di regole che non funzionano rischia solo di peggiorare la situazione. È triste, ma le autorità politiche non lo comprendono.

Mario Draghi ha varato misure straordinarie con la sua iniezione di mille miliardi di Euro di liquidità, per mezzo di prestiti triennali. Ma l'efficacia di quest'operazione è stata annullata dal contrattacco della Bundesbank. Osservando la crescita del bilancio della BCE, la Bundesbank si è resa conto di rischiare gravi perdite nel caso di un'espansione di liquidità dell'Euro e si è quindi opposta a questa politica di LTRO [1]. Speriamo che questa non diventi una profezia auto-avverante.”


Queste dichiarazioni fanno seguito a un'intervista alla Süddeutsche Zeitung dello scorso venerdì, nella quale accusava i “burocrati della Bundesbank” di prepararsi a distruggere l'Euro, oltrepassando la loro autorità politica e istituzionale.

Il signor Soros ha una certa competenza in questo campo. Il suo via al lancio di un attacco speculativo – insieme ad altri – contro la Sterlina e la Lira nel settembre del 1992 arrivò dopo che il Presidente della Bundesbank Helmut Schlesinger aveva detto al giornale economico Handelsblatt che le due monete, secondo gli indici dell'ERM [2], erano sopravvalutate. Ci sarebbe dovuto essere un riallineamento.

Era un chiaro segnale che la Bundesbank non intendeva intervenire sui mercati per difendere i parametri ERM – come invece fece in seguito per la Francia. Il signor Soros aveva già venduto allo scoperto 1,5 miliardi di Sterline. Alzò enormemente la posta il mattino seguente. “Puntate alla giugulare,” disse al suo partner Stanley Druckenmiller. La storia viene icasticamente raccontata dal nuovo libro di Sebastian Mallaby More Money than God: Hedge Funds and the Making of a New Elite.

Si potrebbe discutere della condotta della Bundesbak in quell'episodio. Tecnicamente, la banca non riuscì a mantenere i suoi impegni ERM. Ma non è questo il punto. Gli veniva chiesto di rispettare un accordo insostenibile.

Il Governo britannico aveva agganciato la Sterlina al Marco Tedesco tramite un misto di inettitudine e sfortuna proprio mentre i cicli economici dei due paesi divergevano alla grande – con la Germania che si surriscaldava, a fronte di un Regno Unito alle prese con un crollo immobiliare successivo al boom del Cancelliere Lawson. (Non era il tasso di cambio a essere sbagliato: era il tasso di interesse – distinzione cruciale). Le azioni della Bundesbank sono state una liberazione per la Gran Bretagna. Soros meriterebbe di essere fatto Sir per il suo contributo. E al Dr. Schlesinger dovrebbero assegnare un titolo nobiliare onorario.

La situazione attuale è più ambigua, e molto più pericolosa.

Jens Weidman, l'attuale presidente della Buba, mercoledì scorso ha rilasciato un'intervista alla Reuters talmente da “falco” da sconfinare nella caricatura. Sembra suggerire che la crisi in rapido peggioramento di Spagna e Italia non comporti per lui la minima responsabilità, e che non abbia nulla a che fare con la Bundesbank o la Banca Centrale Europea.

“Non dovremmo sempre parlare di fine del mondo se i tassi di interesse a lungo termine di un paese vanno temporaneamente oltre il 6%,”
ha detto.

“Questo è anche uno sprone perché la dirigenza politica dei paesi in questione facciano quello che devono [do their homework] e riconquistino la fiducia dei mercati continuando sul sentiero delle riforme.”


Questa l'abbiamo già sentita. Weidmann fece commenti simili l'anno scorso quando i mercati dei titoli spagnoli e italiani entrarono in crisi. In quell'occasione Mario Draghi riuscì a rimediare, lanciando il suo LTRO all'attacco per prevenire l'imminente collasso del sistema bancario del Club Med [3] – o una “molto, molto grave stretta del credito”, secondo le sue parole – che garantì quattro o cinque mesi di calma.

Il signor Weidmann ora ci dice che le operazioni di acquisto di titoli da parte della BCE hanno raggiunto il loro “limite”, e che non fa parte delle funzioni della banca centrale quella di “garantire un particolare livello di tasso di interesse per un paese in particolare.”

Francamente, credo si tratti di panzane ideologiche che hanno superato da parecchio la data di scadenza, cosa che vale anche per le strutture decisionali del mondo intero, dal FMI alla Fed alle autorità cinesi. I vuoti formalismi e i sofismi accademici non possono più affrontare il problema, nello stadio avanzato di una crisi sistemica di cui la Germania è, ed è sempre stata, uno dei protagonisti.

(Sì, c'è anche in corso una partita a poker: i discorsi da duro dovrebbero servire a tenere Spagna e Italia sulla graticola. Ma una strategia del genere da per scontato che per la Spagna sia possibile realizzare quella specie di terapia fiscale d'urto ordinatale dall'UE – sotto l'attuale dirigenza politica – con un tasso di disoccupazione già al 23% e prestiti bancari che non rientrano arrivati all'8,2% e in rapida ascesa)

Non mi è chiaro quali siano gli obbiettivi del signor Weidmann, a meno che la sua intenzione sia quella di arrivare il prima possibile a una crisi drammatica e definitiva.

La Bundesbank è attualmente sotto di 616 miliardi di Euro in crediti Target2 [4] nei confronti del resto del sistema BCE (essenzialmente trasferimenti alle banche centrali di Irlanda e del Club Med per scongiurare la fuga di capitali) con un balzo di 68 miliardi in un solo mese.





Se l'Unione Monetaria regge, questi crediti sono solo un dettaglio contabile. Qualsiasi perdita verrebbe suddivisa all'interno della famiglia delle banche centrali, tanto che si potrebbe gestire perfino una fuoriuscita della Grecia.

Ma se la Germania abbandona, quei crediti sarebbero difficili da esigere, o addirittura inesigibili. I contribuenti tedeschi dovrebbero affrontare perdite ingenti. Ergo, più si va avanti così, più a lungo lo squilibrio nel Target2 aumenterà e sempre più difficile sarà per la Germania districarsi fuori dall'Euro.

Come mi ha detto un banchiere tedesco, il Target2 è la catena al collo della Germania. Controlla il rubinetto dei liquidi.

Quindi, se gli integralisti monetaristi della Bundesbank desiderano davvero spingere verso un dato risultato, devono agire molto in fretta o la porta gli si chiuderà in faccia definitivamente.

Non c'è da meravigliarsi se il signor Soros segue da vicino le dichiarazioni del signor Weidmann.

C'è chi sospetta che la Bundesbank sia impegnata in una specie di golpe/resistenza patriottica. Su questo sospendo il mio giudizio, ma se le cose stanno così si tratterebbe di una situazione oltremodo bizzarra.

Chi sta governando la Germania? Il Cancelliere che dovrebbe occuparsi della politica estera e del destino strategico del paese, rispondendone solo al Bundestag?

O per caso la Bundesbank risponde a quello che che viene ritenuto un potere superiore – la costituzione tedesca e la Legge Fondamentale [5] – invocando la superiorità della Corte Costituzionale rispetto all'invasività dei trattati UE (che in definitiva godono di uno status legislativo inferiore, o addirittura nessuno status giuridico finché restano semplici trattati)?

In questo caso, chi è il legittimo difensore della Germania in quanto nazione sovrana, fondata sulla Legge Fondamentale?

È uno spettacolo interessante. Si potrebbe di certo ipotizzare che il signor Weidmann agisca come ultimo baluardo dello stato nazione tedesco, che egli in effetti sostenga il tipo di amministrazione postbellica che per la Germania è stata fonte di democrazia e libertà per mezzo secolo. Egli ha perfettamente ragione a temere che i meccanismi dell'Unione Monetaria Europea possano sovvertire il sistema di governo della Germania.

Ma è anche chiaro che il suo atteggiamento minaccia di far scoppiare una bomba atomica. Può la Cancelliera Merkel permettere alla Bundesbank di fare questo all'Unione Monetaria? O è lei che sta oltrepassando i limiti costituzionali, tradendo la democrazia tedesca?

Domanda difficile. I lettori tedeschi sono più qualificati di me, a rispondere.

Ho il sospetto che la situazione reale dell'Eurozona abbia raggiunto un punto che lascia spazio a due sole possibili scelte:

1) L'effettiva fusione [folding together] degli stati dell'Eurozona, gestione unitaria del debito, bilanci condivisi, tassazione comune e unione fiscale.

In altre parole, gli stati nazione devono abolire se stessi (lasciando in piedi solo il guscio), e la Germania deve cessare di esistere in ogni forma sostanziale. Questa è sempre stata la logica implicita dell'Unione Monetaria Europea. Si sta avvicinando il momento in cui si dovrà prendere una decisione.

2) Il sistema salta in aria. Dal punto di vista della Germania, il Target2 significa che se bisogna compiere il misfatto “allora sarebbe bene che fosse fatto presto” [6]. Probabilmente molto presto.

Tutto il resto è aria fritta e pio desiderio. Mettendo da parte la cortina di retorica un po' confusa, il signor Weidmann sembra comprendere perfettamente questo punto fondamentale. Cosa dovremmo fare, tifare per lui o averne paura?

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100016361/george-soros-and-the-bundesbanks-patriotic-putsch/
19.04.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D'AMICO


NOTE DEL TRADUTTORE

[1] LTRO (Long Term Refinancing Operation). Operazione di rifinanziamento a lungo termine che consiste nel concedere prestiti alle banche a un tasso molto basso (in questo caso 1%), in modo da facilitare (in teoria) l'immissione di liquidi nell'economia “reale”. [ MilanoFinanza ]

[2] “Gli accordi europei di cambio (AEC o ERM, acronimo di Exchange Rate Mechanism), noti anche come meccanismo di cambio europeo (MCE), sono i componenti di un sistema introdotto nell'Unione Europea durante il 1979, appartenenti al Sistema Monetario Europeo (SME). Il loro fine era la riduzione della variabilità del tasso di cambio tra le valute dell'Unione Europea per raggiungere la stabilità monetaria.” [ Wikipedia]
Il problema sorgeva quando, come nel caso della Sterlina e della Lira, il limite di oscillazione stabilito dall'ERM non corrispondeva all'effettiva quotazione della moneta in questione. In un contesto del genere, sapendo che gli investitori (non avendo più fiducia in una moneta) stanno per vendere, basta prendere in prestito una somma in quella valuta, metterla sul mercato e, una volta che il suo valore sia sceso, pagare il prestito (che sarà inferiore a quello originale), intascandosi la differenza. In seguito a quello che venne chiamato il Mercoledì Nero l'Inghilterra si ritirò dall'ERM, mentre l'Italia vi rimase (ma i parametri di oscillazione vennero allentati di molto). In soldoni, una ricerca di “stabilità” che prepara il terreno alle speculazioni più distruttive.

[3] Club Med (nota ormai fissa nella traduzione dei pezzi di Pritchard): appellativo sarcastico riservato ai cosiddetti paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), ma escludendo l'Irlanda, che secondo la vulgata neoclassica sono i paesi a rischio economico per via dell'alto deficit pubblico, la scarsa competitività, l'eccessiva e inefficiente spesa pubblica, ecc. [ LaVoce.info]

[4] Il Target2 è un RTGS (Acr. di: Real Time Gross Settlement system (in it.: sistema di regolamento lordo in tempo reale). Sistema di regolamento in cui le istruzioni di trasferimento di fondi e il regolamento finale avvengono per ogni singola transazione (ossia senza compensazione) in tempo reale nello stesso giorno di input. - Bankpedia) che facendo passare le transazioni finanziarie in are Euro attraverso le banche centrali tende a consolidare la fiducia nell'istituzione valutaria. Durante l'attuale crisi, il sistema Target2 è servito anche per riequilibrare gli scompensi valutari tra i vari paesi dell'Eurozona.

[5] In realtà “costituzione tedesca” e “Legge Fondamentale” sono sinonimi.

[6] Citazione dal Macbeth (atto I, Scena VII), riguardo al regicidio che il protagonista sta progettando.

venerdì 27 aprile 2012

Elezioni francesi: anticipazioni per discutere dopo il secondo turno


di Toni Negri da Uninomade

Fissiamo, prima di tutto, qualche elemento base non del tutto inutile per cominciare a valutare questo primo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Dato il carattere quasi proporzionale del primo turno, i rapporti tra le forze politiche risultano più chiari di quanto avvenga nel secondo turno, maggioritario fra i due candidati prevalenti. Tanto più perché l’assenteismo è stato meno importante di quanto previsto. Ora, è il 20% di Marine Le Pen che colpisce, meglio che rappresenta l’elemento più drammatico e probabilmente trasformativo (delle strutture costituzionali francesi) dato che questo risultato presto (nei prossimi anni) si rispecchierà sulle legislative e sulle amministrative. Al momento non sembra che il Front National voglia negoziare con Sarkozy: a destra si darà una ricomposizione prima o dopo ma, secondo i Le Pen – padre e figlia -, questa dovrà darsi alle loro condizioni. Sia chiaro che l’affermazione FN non si è data semplicemente sulla base del sostegno dei “piccoli bianchi”, reazionari e razzisti, ma che comincia ormai anche a rappresentare ampli strati di una destra non gollista, semplicemente liberale, nazionalista ed antieuropeista. Essa non rappresenta più una Francia periferica, che si colloca nel mondo rurale, attorno alle città e nelle città medie disindustrializzate, ma ha prodotto uno sfondamento nel cuore del potere.
Il secondo elemento importante, da sottolineare fortemente, è che il risultato di questo voto corrisponde, nuovamente anche se parzialmente, a delle figure e a delle stratificazioni di classe. Non alludiamo a quelle vecchie, a quelle fordiste, ma alla nuova composizione sociale di classe, post-fordista, cognitiva e terziaria. Nelle metropoli (dove questo modo di produzione è predominante) la sinistra vince, anche nelle banlieues; la destra gollista si afferma invece nelle zone dove si concentrano le classi privilegiate, i rentiers, i servizi finanziari, le aristocrazie agricole ecc.; l’estrema sinistra attraversa i medesimi spazi della sinistra e Mélenchon raggiunge l’acme del successo nelle periferie parigine; la destra estrema FN laddove abbiamo già detto. È interessante notare queste determinazioni spaziali del voto perché ad esse corrispondono dimensioni sociali. Ciò mostra come, lungi dall’essere un voto di collera, come gran parte della stampa, soprattutto internazionale, ha proclamato, questo voto è stato particolarmente condizionato dai problemi sociali e da un contesto di riflessione critica “biopolitica” (attenzione alle condizioni economiche generali, risposta alla nuova organizzazione del mercato del lavoro, alle riforme restrittive del salario, delle pensioni, all’attacco al Welfare State, ecc.).
Alla luce di queste considerazioni, sembra dunque che il tempo lungo delle linee egemoniche (nella fattispecie del neoliberalismo) stia interrompendosi; il tempo breve degli interessi immediati riprende invece a confliggere con il primo, e i linguaggi, le parole d’ordine e, di conseguenza, i comportamenti sociali cominciano a riproporsi in maniera esplicita, combattiva, antagonista e a porre temi e problemi di potere. La mia impressione è che sia la diminuzione dell’astensionismo annunciato, sia la sconfitta di movimenti dagli obiettivi parziali (in particolare l’annullamento del partito Verde) dipendano dal riproporsi dello scontro politico attorno a temi generali: quali siano le prospettive che nella crisi si presentano e quale modello sociale stia organizzandosi in Europa. Europa: questo il tema fondamentale di questo primo turno elettorale. Quale enorme distanza da quando estrema destra ed estrema sinistra insieme avevano espresso un no al trattato di Lisbona – ora questo no è ripetuto solo dall’estrema destra e mette in imbarazzo le forze golliste, mentre l’estrema sinistra confluisce verso Hollande nell’assumere un programma europeo, finalmente rinnovato in termini socialisti. Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?
Hollande ha presentato un programma nel quale alcuni elementi particolarmente incisivi erano proposti alla lotta contro la crisi e le attuali, liberali e depressive, politiche dell’Unione. Per quanto riguarda la politica interna, il punto centrale della proposta socialista riguarda la tassazione degli alti patrimoni; per quanto riguarda l’Unione, i socialisti chiedono una revisione dei criteri del Fiscal Compact, un accordo eurobond, e una promozione dello sviluppo economico da parte dell’Unione che assuma come centrale il mantenimento del Welfare State. Che questa politica possa passare a livello europeo è evidentemente molto difficile ma è vero che ormai questa politica incontra un’opinione pubblica sempre meno disponibile alla distruzione del sistema-Euro ed alla dissoluzione della Eurozona. “Rari sono quelli che pensano che la reintroduzione di una flessibilità dei tassi di cambio sarebbe utile e molti continuano a credere che delle svalutazioni nell’Eurozona non farebbero che aumentare l’inflazione” (Martin Wolf). Sempre nell’arsenale socialista, sembra emergere anche una forte attenzione alla difesa contro il prevalere dei “mercati finanziari”, e quindi all’apprestamento di armi che ne smussino la capacità di attacco (regolazione e controllo nei confronti dei “paradisi fiscali”, delle agenzie di valutazione, tassazione delle transazioni, ecc.). E’ chiaro che tutto ciò potrebbe avere conseguenze ostili alle politiche americane verso l’Europa – politiche sempre più malevoli – ma ciò comincia a divenire importante soprattutto se i Paesi Bassi raggiungeranno la Gran Bretagna nell’osteggiare l’Unione.
È chiaro che la socialdemocrazia europea (e Hollande con essa) non riuscirà probabilmente a praticare queste linee politiche, anche se in Germania una “grande coalizione” può forse stabilirsi dopo le prossime elezioni. Che cosa può fare l’estrema sinistra francese, riorganizzatasi attorno a Mélenchon, in queste condizioni? Per ora Mélenchon non può far altro che votare a favore di Hollande. E dopo che cosa avverrà? Mélenchon ha promesso di non entrare nel governo di Hollande, se questo vince. Sembra una decisione saggia. Bisogna tuttavia ricordare che nella coalizione che Mélenchon ha costruito, c’è anche, come forza non secondaria, il PCF… e si sa con quanta forza i comunisti vecchi e nuovi vengano attratti verso il governo! Inoltre nel programma di Mélenchon non esistono spunti adeguati alle richieste, ai claims, dei nuovi soggetti sociali del proletariato cognitivo: in particolare non si parla, e neppure si accenna, al reddito garantito di cittadinanza e neppure si affrontano in maniera radicale le questioni legate al controllo e dalla gestione di un Welfare “comune”. Nel caso non entri nel governo, non possiamo prevedere dunque null’altro che un tentativo di radicalizzare ed estremizzare le proposte di Hollande, oltre che puntualmente criticarle, da parte di Mélenchon. Povero destino, se le cose andranno davvero in questi termini. Povero destino anche se – e fortemente lo auspichiamo – questa relativa impotenza non spingerà Mélenchon a riprendere quella demagogia antieuropea che talora era apparsa, più che nelle sue posizioni, in quelle di taluni suoi sostenitori.
È chiaro che, in questa situazione, supponendo che la vittoria di Hollande possa darsi di qui a qualche giorno, quanto avverrà in Francia sarà determinante non solo per la Francia ma per l’Europa. A noi sembra che, attorno a questa esperienza, potranno misurarsi non semplicemente programmi di rifondazione dell’Europa, ma soprattutto nuove esperienze di confronto e di scontro fra la socialdemocrazia al governo e gli schieramenti dell’estrema sinistra sociale, extragovernamentali. Sarà possibile, attraverso la continua azione sociale dei movimenti, attraverso una ricomposizione dei movimenti a livello europeo, introdurre nuovi motivi “comuni” nella governance che i socialdemocratici si preparano ad assumere a livello europeo? I dubbi sono altrettanto forti della speranza. In ogni caso, è solo se si riuscirà ad organizzare, anche in Francia, dei movimenti sociali di lotta fuori dalle scadenze elettorali, senza illusioni in quello che i governi possono fare – è solo in questo caso che anche la vittoria di Hollande potrà essere benvenuta. Molte esperienze, ormai sviluppatesi a livello mondiale, ci mostrano che solo l’estraneità dei movimenti ai governi, alle loro, talora necessarie, talora volontarie, mediazioni nelle istanze europee, può essere efficace in termini di reinvenzione programmatica e politica verso il “comune”. Anche dalle forze che hanno sostenuto Mélenchon e da Mélenchon stesso, ci aspettiamo questa decisione.
Non dimentichiamo comunque che il successo del FN in questo primo turno francese costruisce un ostacolo serio ad ogni tentativo di proporre un rinnovamento democratico dell’Unione. E neppure che un FN così forte costituirà un elemento di forte attrazione per tutte le strutture fascistoidi identitarie e reazionarie in Europa. Da oggi in poi va portata attenzione antagonista nei confronti di ogni provocazione delle destre europee. Ciò detto senza alcun feticismo antifascista ma semplicemente con la consapevolezza che si tratta di forze pericolose e perverse.

giovedì 26 aprile 2012

Evadere le nuove tasse di Monti è un dovere civico. Pagarle è favoreggiare un crimine.


dal blog di Paolo Barnard 

Primo assunto: il governo di Mario Monti è illegittimo e criminoso, essendo frutto di un Golpe Finanziario che ha sospeso la democrazia parlamentare in Italia. Il prelievo fiscale di un governo golpista è illegittimo di per sé. (*)
Secondo assunto: il prelievo fiscale del governo Monti è uno STRUMENTO CRIMINOSO mirato a distruggere il tessuto economico dell’Italia secondo un piano ordito da elite tecnocratiche Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste che su di esso profittano, e che fu imposto ai cittadini nel corso della creazione dell’Eurozona, anch’essa strumento di spoliazione illegittima dei popoli europei per il profitto esclusivo di quelle elite. (**)
Terzo assunto: acconsentire e piegarsi a un siffatto strumento criminoso è inaccettabile, significa favoreggiamento.
Quarto assunto: con l’entrata dell’Italia nell’Eurozona e con la ratifica nazionale del Trattato di Lisbona - entrambe le cose avvenute SENZA ALCUNA CONSULTAZIONE del popolo sovrano - lo Stato italiano ha perduto la sua moneta sovrana (Lira). Gli è quindi negata la possibilità di emettere senza limiti teorici una propria moneta per finanziare la spesa corrente, e ciò lo pone, al pari di tutti i Paesi della zona Euro, nella scandalosa condizione di doversi approvvigionare di moneta Euro indebitandosi coi mercati di capitali privati, che ricevono gli Euro dalla BCE direttamente all’emissione. Ne deriva che oggi con l’Euro lo Stato italiano TASSA i cittadini e aziende fino all’esasperazione PER RIPAGARE I DEBITI che contrae coi mercati di capitali privati per far fronte alle spese correnti, i quali mercati poi usurano lo Stato con tassi d’interesse impossibili, facendo PROFITTI favolosi. Questo drenaggio fiscale insostenibile sta distruggendo l’economia e i risparmi degli italiani, ma si ribadisce che esso NON è un accidente di percorso. E’ al contrario parte del piano di profitti criminosi di cui all’assunto 2, e sta causando letteralmente la rovina di almeno un’intera generazione di connazionali destinati a sofferenze inaccettabili nel presente e nel futuro.
Quinto assunto: il prelievo fiscale criminoso di cui sopra è stato criminosamente istituzionalizzato con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione italiana – pareggio di bilancio in Costituzione - ottenuto nel corso del Golpe Finanziario sotto la MINACCIA ESTERNA dei mercati dei capitali che sono in grado di paralizzare l’intera Funzione Pubblica italiana negandogli arbitrariamente la moneta Euro di cui essa ha assoluto bisogno. Il parlamento italiano non ha avuto alcun potere di dissenso, pena appunto la distruzione dall’esterno della nostra economia, ed è di fatto esautorato (Golpe).
Sesto assunto: si ricorda, in quanto cruciale per quanto poi si va a proporre, che l’istituto del prelievo fiscale in REGIME DI SOVRANITA’ MONETARIA (la Lira) non è MAI servito a finanziare la spesa dello Stato. Va compreso che il prelievo fiscale è effettuato su denaro che lo Stato ha emesso PER PRIMO perché solo lo Stato può creare la moneta. Per cui risulta un contro senso pensare che lo Stato possa spendere solo dopo aver prelevato da cittadini e aziende il denaro che lui stesso emette in origine. Ne consegue che il pagamento delle tasse NON è nato come obbligo di cittadini e aziende per permettere allo Stato di funzionare, ed è assurdo quindi che lo Stato li tassi a sangue con quel pretesto. Infatti proprio la natura stessa delle tasse, in regime di sovranità monetaria, dovrebbe permettere allo Stato di ARRICCHIRE la cittadinanza perseverando in una spesa statale SUPERIORE alla tassazione, e non di impoverire la cittadinanza. Ne deriva inoltre che lo Stato italiano della Lira era teoricamente nella posizione di poter liberamente alleggerire la pressione fiscale nel caso in cui l’economia del Paese tendesse a una recessione. Ma a causa del criminoso disegno dell’Eurozona di cui sopra e all’assunto 4, oggi lo Stato deve proprio attingere da cittadini e aziende con ampi e crescenti prelievi fiscali (le Austerità) per far fronte al suo fabbisogno. Ciò inevitabilmente deprime l’economia in un circolo vizioso micidiale di deflazione dei redditi, quindi crolli aziendali, quindi disoccupazione, quindi ammortizzatori sociali alle stelle, quindi esborsi statali improduttivi e quindi ancor più tasse per farvi fronte, e sofferenze sociali inaccettabili. Tutto ciò aggravato da fatto di essere stato voluto a tavolino dalle elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste per il fine di distruggere la sovranità democratica negli Stati del sud Europa imponendovi povertà di massa, su cui essi speculano immense fortune. Un crimine sociale di proporzioni storiche. Dunque, QUESTA tassazione del governo Monti è non solo distruttiva, ma è anche ILLEGITTIMA IN QUANTO CRIMINOSA, e ci è inflitta da una struttura monetaria e da Trattati europei che CI SONO STATI IMPOSTI CON L’INGANNO E SENZA ALCUNA CONSULTAZIONE DEL POPOLO SOVRANO. Si badi bene:

NON E’ COLPA DELLE FAMIGLIE DI QUESTO PAESE SE I GOVERNI TECNICI DEGLI ANNI ’90, DA  AMATO A PRODI A D'ALEMA, E I PRESENTI TECNICI AL GOVERNO, IMPONENDOCI L’EURO CI HANNO MESSO CON L’INGANNO NELLE CONDIZIONI ASSURDE E SOCIALMENTE MICIDIALI DI DOVER NOI CITTADINI FINANZIARE LA SPESA DELLO STATO CON LE TASSE SUL NOSTRO RISPARMIO

Date per assodate, cioè frutto di indagini e di lavoro accademico autorevole (**), le nozioni di cui sopra, risulta che è dovere di cittadini e aziende italiani opporsi con ogni mezzo a questo crimine. Questo Golpe Finanziario, che usa quel prelievo fiscale illegittimo come arma di distruzione economica, viene condotto dal governo illegittimo in carica con la collusione persino della più alta carica dello Stato. Diventa così lecito per i cittadini e aziende organizzarsi in una resistenza civica che preveda disubbidienze a tutto campo, e che si fermi solo di fronte alla scelta della violenza.
Per tutto quanto sopra, con particolare riferimento alla tassazione devastante del governo Monti, invito i cittadini consapevoli dei danni epocali e delle sofferenze per generazioni che questo sistema criminoso ci impone, a DELEGITTIMARE il prelievo fiscale criminoso di questo governo rifiutandosi apertamente di pagare il prelievo fiscale quando esso raggiunge e supera  il livello complessivo del 40% del PIL italiano.
Ecco la spiegazione:
Il disegno devastante dell’Eurozona, come già detto, ci impone il pareggio di bilancio, che significa che lo Stato spenderà per noi 50 e ci toglierà 50. A noi rimane zero in tutti i settori, dei servizi essenziali ai mancati aumenti di reddito, impoverendoci in massa con le conseguenze che già sono drammatiche oggi. Noi ci ribelliamo a questa condizione di cui non abbiamo colpa, e che è a favore solo delle speculazioni di elite private. Noi rivendichiamo il diritto di pagare MENO TASSE di quanto il governo spenda per noi. E poiché il livello di spesa del governo oggi è del 49,8% del PIL, noi rivendichiamo il diritto di pagare in tasse non più del 40% del PIL. Ciò sulla base del fatto che la spesa/tassazione dello Stato deve esistere e ha un senso SOLO SE MIRATA AL BENESSERE E AL PROGRESSO DEI SUOI CITTADINI E AZIENDE, non al loro impoverimento criminoso, QUINDI CI DOVRA’ DI NORMA ESSERE PIU’ SPESA DELLO STATO CHE TASSE.
Come fa quindi il cittadino ad eseguire questa intenzione? Ecco come:
I cittadini e aziende infliggeranno al governo illegittimo e golpista di Mario Monti una autoriduzione del prelievo fiscale a random, con ogni mezzo disponibile non violento, come forma di RESISTENZA PASSIVA CIVICA al piano criminoso di cui sopra, fino a portare il Paese all’impossibilità di ottenere il pareggio di bilancio, il che costringerà finalmente la nazione all’uscita forzata dalla camicia di forza dell’Eurozona (default), che è l’unica strada per recuperare la SOVRANITA’ MONETARIA, che sottrarrà l’Italia al piano criminale delle elite e la salverà dalla catastrofe. La fattibilità e la VIRTUOSITA’ di tale default è supportata da ampia letteratura accademico/scientifica. (**)
Conclusione:
LE TASSE FACENTI PARTE DELLE AUSTERITA’ CHE MARIO MONTI, GIORGIO NAPOLITANO E MARIO DRAGHI CI INFLIGGONO PER FINI CRIMINOSI SONO ILLEGITTIMI STRUMENTI DI SPOLIAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E DEL POPOLO SOVRANO, E NON VANNO PAGATE.

(*) Per la criminosità del presente governo si faccia riferimento a http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=361

(**) Per la letteratura accademica e investigativa a prova di quanto affermato si faccia riferimento a Il Più Grande Crimine 2011 e alla bibliografia in esso citata http://www.paolobarnard.info/ e agli atti del Summit Modern Money Theory tenuto da cinque economisti di fama internazionale a Rimini pubblicati qui http://www.democraziammt.info/

mercoledì 25 aprile 2012

Il populismo lasciamolo alla destra

Luca Casarini da Globalproject

Vorrei provare a dare uno sguardo alle elezioni francesi da un punto di vista interessato, e quindi per scelta parziale. Mi interessa capire che cosa indicano i risultati dal punto di vista della società, più che da quello della politica istituzionale. 
Cominciando dal primo dato: numero dei votanti attorno all’80%, tre punti sotto il 2007. Se pensiamo che questo è il tempo della massima sfiducia nei partiti e nelle istituzioni, che la disaffezione alla politica si accompagna al deficit di sovranità e di democrazia che oggi è palese in Europa, che dalla crisi non solo nessuno sa come uscirne ma anzi, le soluzioni sono peggiori del problema, beh alla fine questo dato è ancora più dirompente. Cosa significa? Che la gente, in Francia come in Italia e in tutta Europa, alla fine a votare ci va. E in massa. Non resta a casa quasi nessuno, e probabilmente coloro che avranno gridato i mesi prima che “a votare non ci vado, sono tutti uguali, etc.” saranno stati i primi, di buon mattino, ad infilare la scheda nell’urna. Ci piaccia o no, questa è la realtà. Questo è il comportamento della “classe” difronte alle elezioni nel pieno della delegittimazione del sistema della rappresentanza. Mi si dirà che gli apparati di cattura del consenso capaci di produrre opinione pubblica e di formare immaginari, sono potentissimi. Che la gente ci va perché ha paura, perché cerca qualcosa per uscire dalla crisi, perché l’hanno convinta, perché, perché, perché. Non me ne frega niente, o meglio, tutto molto interessante. Ma il dato di realtà, ciò che fanno tutti, milioni e milioni, la stragrande maggioranza delle persone in carne ed ossa, operai, impiegati, studenti, disoccupati, e quindi quel metaforico 99% a cui ci si riferisce sempre, è che votano. Da queste parti, in Europa, è così. Traduzione: la sfiducia e l’ostilità verso il sistema della rappresentanza non si traduce in un suo rifiuto da parte dei cittadini. Quindi potremmo anche dire che la crisi della rappresentanza genera molte cose nella società, nel rapporto con i partiti, come ad esempio la percezione diffusa della fine del loro ruolo di rappresentanza degli interessi sociali, ma al voto si va lo stesso. Ma dunque perché tutti vanno a votare?
E qui la seconda considerazione: ci vanno quando è in gioco un cambio di governo possibile. Cioè nessuno vota il partito per essere rappresentato in Parlamento, ma perché si schiera, o auspica di contribuire a far si che uno schieramento, vada al governo. La crisi della rappresentanza in questo caso è piena: nessuno crede più che con il diritto di Tribuna in Parlamento del proprio partitino, possa realmente cambiare qualcosa. Non ci credono nel dal basso del corpo elettorale, né dall’alto dei gruppi dirigenti.In questo senso è finito il parlamentarismo. La grande massa degli elettori vota per il governo, non per essere rappresentata.
Una riflessione la merita però anche il cosiddetto voto di protesta, il “voto della collera” come è stato definito in Francia. Differente, a destra e a sinistra, per qualità, prospettive e quantità. L’estrema destra fa il pieno di voti come non mai, con Marine Le Pen, come qui probabilmente lo farà Grillo. Le storie diverse di queste formazioni, non devono ingannare: è il populismo becero, tendenzialmente xenofobo e arrogante, che ha sia nella versione antieuropeista e nazionalista della Le Pen, sia nella versione tecnoqualunquista di Grillo, una matrice comune. E’ il populismo demagogico, quello di chi la spara più grossa, al quale già la Lega ci aveva abituato. I populismi hanno origini e carismi diversi, a seconda dell’aggregatore che li organizza, ma alla fine tendono ad incontrarsi tutti, e tutti sugli stessi punti: gli immigrati basta cacciarli, dall’euro basta uscire, l’europa basta che sia un campo di combattimento tra patrie o stati o visioni tecnologiche, e così via. Sarebbe un errore pensare che Marine Le Pen è più “nazista” di Grillo: sono e diverranno sempre più populisti di destra, e raccoglieranno consensi perché in questa chiave leggeranno la crisi. Ed è più facile oggi convincere con questi argomenti “il popolo”, che non con la solidarietà, la democrazia, il bene comune. La quantità di voti, come dimostra la Francia e dimostrerà l’Italia tra poco, è molto più alta verso queste formazioni che a sinistra.
O per dirla meglio: il populismo di sinistra, che pure caratterizza spesso la narrazione facilona costruita dalla propaganda per ricevere il voto, è troppo timido, ha troppi problemi di coscienza per sfondare: il complotto delle banche e della finanza sono discorsi che trovi a destra come a sinistra, ma se non ci aggiungi che gli zingari vanno cacciati dai quartieri, che i posti di lavoro devono essere riservati agli autoctoni, che gli immigrati portano le malattie etc, etc., le preferenze si orienteranno per il populismo più forte, più radicale, senza mediazioni. E questo riguarda le prospettive della polarizzazione a sinistra, de “la rive gauche”. Anche qui c’è una grande differenza con la destra. Melenchon, con il suo risultato inferiore a ciò che era stato previsto (addirittura doppiato da quel Front National che doveva battere) non ha potuto far altro che annunciare il suo sostegno, per il secondo turno, ad Hollande. Intanto perché parte di coloro che l’avevano votato, al secondo turno comunque voteranno contro Sarkozy. Il secondo motivo è che solo in coalizione ci sono chances. Invece la destra non ha di questi problemi. L’appello della Le Pen “ai patrioti di destra e di sinistra” rivela un disegno più complesso sull’interpretazione appunto del voto di protesta. Un disegno che dimostra come la prospettiva del populismo di destra possa contare su una maggiore ampiezza di percorso. E anche su una maggiore indipendenza da Sarkozy. Infatti la sconfitta di Sarkò non sarebbe poi così male per il FN, che diventerebbe il polo rinnovato sul quale riorganizzare una destra disintegrata dopo l’avventura fallimentare “dell’ungherese”.
Tutto questo che cosa ci dice, sempre da quel punto di vista parziale di cui sopra? Che ad esempio in questa fase la grande questione è come organizzare FUORI dalla dinamica e dalla finalità elettorale, un blocco sociale capace di leggere la crisi e affrontarla “da sinistra” senza cadere nel populismo. Assistiamo a tempi nei quali la vicenda elettorale viene utilizzata come motore per organizzare il soggetto sociale e politico. Ciò che accade in Francia e che si ripeterà probabilmente in Italia su quel versante, ci dimostra che invece il problema non si aggira: è fuori e prima che il soggetto politico e sociale deve prendere forma, organizzarsi attraverso processi che hanno al centro la capacità di esercitare una forza attraverso il conflitto contro la governace della crisi. E’ evidente che ciò che accadrà in Francia e in Germania, e tantopiù in Italia dal punto di vista delle elezioni, deve interessarci, ma potremo non esserne travolti o ubriacati solo se ancoriamo nella società reale e non solo in funzione delle elezioni, la costruzione di nuova soggettività.
Le elezioni, come fanno anche gli elettori, vanno prese per quello che sono: non vi sono rappresentabili interessi generali, non vi sono parlamenti in cui sperare di avere qualche posto per fare “da sponda alle lotte sociali”. Vi sono lotte sociali e governi, e si scontrano o  dialetizzano direttamente. Vi sono dinamiche di governance che possono incepparsi a causa di contraddizioni che rivelano diverse tendenze intercapitalistiche, di gestione della crisi. Se uno legge le dichiarazioni di questi giorni che il board del Fondo Monetario ha fatto uscire attaccando la conduzione tedesca delle politiche di austerity, comprende che non siamo in presenza di una granitica ed omogenea espressione di interessi comuni, quando parliamo della governance. Vi sono linee di tendenza diverse, che dipendono da molte questioni. Il FMI auspica l’introduzione degli Eurobond, la fine del rigorismo della Bundesbank, il ritorno a politiche monetarie espansive che invertano la recessione. E perché, forse che Madame Lagarde si è scoperta socialista? Semplicemente se l’Europa non è più in grado di acquistare merci americane e cinesi, costituisce un problema. Perché l’Europa non è solo la Germania che esporta. E quindi Hollande, paradossalmente, forse è più sostenuto che non avversato in questo momento, da una delle grandi centrali della governance globale che auspica un cambio in Europa, della politica imposta dalla Germania. 
Questi cambi, questi inceppamenti e fibrillazioni sulla dimensione del comando, a chi sta fuori possono far bene. Senza mai pensare che risolvano, in radice, i problemi. Solo una combinazione di molti fattori, fuori e dentro le istituzioni, e fuori e dentro l’Europa, possono determinare cicli di cambiamento, fasi di indebolimento della dinamica di controllo sui processi di crisi e quindi momenti di espansione dell’alternativa. Ma se non si consolidano nella società vittorie concrete, come ad esempio quella sull’articolo 18, sul salario e il reddito, non vi sarà nessun cambiamento per via elettorale. Soprattutto non vi sarà se si pensa di poter rappresentare per via elettorale, ciò che si muove fuori dai palazzi. Non è più possibile farlo, se mai lo è stato. Oggi chi sceglie di presentarsi alle elezioni, dovrebbe avere il coraggio di dire perché lo fa. E se ci racconta che è per uscire dalla Nato o nazionalizzare le banche, ci sta prendendo per il culo. Alla gente invece, quella vera, non la imbroglierà. Perché voteranno Grillo, che insieme all’uscita dall’euro propone la cacciata dei Rom. La prima non la otterrà mai, ma la seconda è sempre a portata di mano.
Da fuori possiamo e dobbiamo interloquire con chi sceglie di proporsi alle elezioni come alternativo a ciò che esiste ora. Ma senza tanti discorsi. Su questioni concrete. Come concreta è la constatazione che con il 2% dei voti, o il 4 non stai discutendo con niente, ma solo con qualcuno che ha il problema della rappresentanza propria.

Nichi Vendola: pronti a mettere insieme ogni nuova energia

 

Daniela Preziosi  da soggettopoliticonuovo (Il Manifesto 25 aprile 2012) 

 

 «Su Hollande in Italia si fa una discussione tutta allusiva, il suo programma è chiaro, Monti sta anche più a destra di Sarkozy. Bersani mi ascolti: in Italia c’è una miscela esplosiva anche più che in Francia, le politiche di rigore del governo sono un fallimento. E il prezzo rischia di finire tutto sulle spalle del centrosinistra». «Sel sabato sarà a Firenze, vogliamo interloquire con il ‘non-partito’»

La discussione italiana sulla vittoria di Hollande, dice Nichi Vendola al telefono, dalla macchina con cui in questi giorni sta girando l’Italia per la campagna elettorale ogni volta che può lasciare la Puglia, «è tutta allusiva e simbolica, non considera i programmi. C’è la gara a intestarsela, fino persino all’hollandismo di Tremonti. Non ci si accorge che il profilo politico-programmatico di Monti è quanto di più distante da Hollande. È anche un po’ più a destra di Sarkozy. E questo perché i politici liberisti, a differenza dei tecnici liberisti, un qualche problema di rapporto con il welfare ce l’hanno. Le cose che dice Hollande, per esempio la tassazione dei patrimoni, l’abbassamento dell’età pensionabile, la rinegoziazione del fiscal compact, in Italia sarebbero definite ‘una deriva estremistica’».
Sta dicendo che Bersani dovrebbe decidere se stare con Hollande o con Monti?

Dobbiamo riflettere sul Front national, su quei 6 milioni e mezzo che hanno scelto la politica della collera e del sentimento. Anche in Italia siamo in presenza di una miscela esplosiva: recessione senza un varco di luce, disoccupazione di massa, crollo di credibilità dei partiti. A Bersani dico: le ricette del governo Monti si rivelano un fallimento, e il prezzo può essere messo per intero sulle spalle del centrosinistra. Occorre dare un segnale forte, non con la politica-spettacolo o con il marketing elettorale. Occorre convocare gli stati generali del futuro con tutti i soggetti portatori di domanda di alternativa. I partiti del centrosinistra debbono mobilitare tutte le forze in campo, connettersi ai mondi che nell’associazionismo, nel volontariato, nell’intellettualità, nell’università, nella fabbrica, nelle reti degli amministratori, provano a ragionare sull’uscita dal liberismo.
Oggi Bersani dice: sì a ratificare il fiscal compact, purché integrato con politiche di crescita.

Io sottoscrivo il programma di Hollande che critica il dogma liberista. Che comanda, per esempio, agli stati nazionali di mettere in Costituzione il pareggio di bilancio.
Altro provvedimento a cui il Pd ha detto sì.

Errore gravissimo. E comunque ormai è evidente che le ricette dell’austerità sono catastrofiche. Portano alla Grecia, un paese che dopo gli incalzanti salassi sociali ed economici si ritrova con un debito doppio rispetto all’inizio della crisi. Infatti è scomparsa dai Tg. Molti si vergognerebbero di parlarne.
In Francia Mélenchon dice cose simili a queste, sulla Grecia.

Mélenchon ha fatto un risultato importante. Ma la mia priorità è l’idea di invertire la tendenza in Europa. Puntando sul fatto che le sinistra in Europa cominciano a mettere a tema la fuoriuscita dal liberismo. L’Italia è in ritardo. Se io dicessi le cose che dice un premio Nobel come Paul Krugman, qualche cicisbeo presunto progressista mi taccerebbe di radicalismo.
Questi suoi stati generali sono parenti del soggetto politico nuovo che farà la sua prima assemblea a Firenze sabato prossimo?

Sel è nata sulla pratica di una ricerca senza paletti, nominando l’inadeguatezza della forma partito, inclusa la propria. Sono interessato al soggetto nuovo. Chi lo promuove ragiona in chiave metodologica e con molti argomenti, alcuni dei quali condivisbili, altri meritevoli di approfondimento. Un asse culturale che Rossana Rossanda ha criticato con veemenza, segnalando uno scivolamento fuori dalla centralità della questione del lavoro.
La pensa anche lei così?

Voglio discuterne. A Firenze non ci sarò, in questi giorni sono in campagna elettorale. Ma Sel ci sarà. Ascolteremo, parleremo. Vogliamo essere interlocutori. Lo siamo sempre di chi si chiede come aggregare forze, energie, massa critica di esperienze e desideri per mettere in campo una sinistra libertaria, non testimoniale e anche affascinata dalla sfida del governo.
Ma l’obiettivo di Sel resta quello di un’alleanza più vasta?

Al centro della costruzione dell’alleanza bisogna metterci che Italia vogliamo. Occorre un supplemento di riflessione a proposito dei moderati e del moderatismo, categorie assunte dalla discussione pubblica alla stregua di formule magiche. La realtà ci dice che non ci sono più spazi di compromesso con il liberismo, e che il liberismo è una minaccia per gli equilibri ambientali, sociali e democratici.
La campagna delle amministrative del Pd si intitola «Italia bene comune». I «beni comuni», asset programmatico del «soggetto politico nuovo» fanno nuovi adepti, oppure Bersani si è appropriato di uno slogan che funziona?

Sono contento dell’arricchirsi del vocabolario del centrosinistra. Ma se il lavoro è un bene comune bisogna lottare contro la legge 30 e in difesa dell’art.18. E se l’Italia è un bene comune bisogna salvarla dal rigorismo furioso di chi la sta portando in una drammatica depressione economica. E bisogna avere il coraggio di imporre la tassazione patrimoniale sui grandi redditi e le grandi ricchezze. Non è possibile ascoltare da un esponente del governo che ‘la patrimoniale l’abbiamo già fatta con l’Imu’, come ha detto il viceministro Grilli. Quella è la patrimoniale sui ceti medio-bassi: ma ne aveva già fatte Berlusconi.
Il manifesto del ‘soggetto nuovo’ fa una dura critica ai partiti.La sentite anche su di voi?

Siamo un ‘soggetto’, non gonfio di boria di partito, nato tematizzando la necessità della ricerca per un nuovo soggetto politico. L’obiettivo di Sel non è Sel, è contribuire alla nascita di una sinistra popolare, plurale, innovativa. Possiamo portare un contributo. Intanto dicendo che i rischi da evitare sono due: un dibattito tutto metodologico e le scorciatoie organizzativistiche.
Fate parte di un’area, un ‘quarto polo’ in cerca, come dice Arturo Parisi, di un nuovo Prodi?

Abbiamo bisogno di leader e non di leaderismo. Di progetti collettivi più che di demiurghi. Il carisma necessario al cambiamento dev’essere quello della democrazia, non quello delle virtù individuali.
Il Bersani che ha appoggiato Monti ma ora tifa per Hollande è ancora l’uomo giusto per guidare la prossima alleanza di centrosinistra?

Bersani è un interlocutore prezioso, il popolo democratico è fondamentale per la prospettiva di alternativa di governo. L’alleanza non è un fermo-immagine, è un processo politico. Come è successo nei referendum, l’irruzione di un protagonismo largo e orizzontale può spostare in avanti l’asse programmatico e culturale di una coalizione. Per questo parlo di stati generali del futuro. Anche il centrosinistra ha bisogno di proiettarsi nel futuro.
Berlusconi dice che la sinistra, intendendo però Bersani, vuole andare al voto a ottobre senza fare nuova legge elettorale. A lei l’idea non dispiacerebbe.

A proposito della legge elettorale, ricordo che il mestiere della politica non è quello del Gattopardo. Quanto al voto, l’inconcludenza del governo Monti dal punto di vista delle politiche di sviluppo e di crescita, e la pesantezza depressiva delle sue scelte, implementa la sofferenza del paese. Prima si interrompe quest’esperienza meglio è.

martedì 24 aprile 2012

La finanza spiegata ai gatti

Un piccolo ripasso non guasta
 
da Il Manifesto
 
Tra tutti i problemi che porta la crisi economica, c’è pure quello della lettura dei giornali. Quotidiani, settimanali e persino i siti internet sono ormai invasi da termini e concetti inafferrabili, propri di un linguaggio tecnico, quello dell’economia e in particolare della finanza. Mondo distante dalla testa (e dal cuore) della maggior parte delle persone, ma vicinissimo ai loro portafogli. Se la previsione di tracolli e Armageddon neanche tanto lontani provoca comprensibile ansia, non aiuta il fatto di non capirci un’acca quando cerchiamo di fare il punto, di mettere in fila le informazioni, di strutturare le nostre conoscenze. E’ anche attraverso questo tecnicismo che la finanza divora i nostri risparmi. E che banche e governi sciorinano “soluzioni” , ad armi impari.
I giornalisti, da parte loro, un po’ sono costretti a utilizzare quel linguaggio, e un po’ si fanno prendere dal “gioco” dimenticando i loro lettori.

Allora, visto che siamo arrivati alla resa dei conti, è ora di vederci chiaro. Contro i pescecani della finanza, schieriamo la gatta Savana. Sui giornali si è sempre rifatta le unghie, ma di fronte a certi titoloni appare perplessa. Le piace tenere tutto sotto controllo, ed è diffidente di natura. Chi l’ha detto che la finanza non è a misura di gatto? Guidata da esperti di economia di rango – tutti amanti dei gatti, va da sé  – Savana riuscirà a godersi di nuovo i suoi giornali.

Avviso ai pescecani: quando si arrabbia, graffia.


Il manifesto 24 luglio pag. 9

“I portavoce dell’hedge fund Paul Johnson hanno preferito non commentare la notizia di grossi guadagni realizzati giocando sul debito sovrano greco. Non commentare è la prassi per qualsiasi hedge fund. (…)La finanza delle scommesse è oggi cosi redditizia che Citygroup – una delle banche che ha ricevuto oltre 45 miliardi di dollari da Obama per il proprio salvataggio – ha infranto tutte le regole pur di restare nel mercato piu lucrativo. Per avere il prestito bisognava rinunciare ad entrare nel mercato dei derivati con i propri soldi per non rischiare il capitale. Citygroup non l’ha fatto e alle autorità ha risposto che solo facendo cosi avrebbe potuto restituire il prestito.”
Spiega Antonio Tricarico
Cos’è un hedge fund?

Innanzitutto gli hedge fund sono delle società (degli strumenti finanziari gestiti da società di risparmio)*, di cui peraltro la stragrande maggioranza è registrata nei paradisi fiscali. Un hedge fund è un fondo altamente speculativo (una precisazione: qualsiasi investimento sui mercati finanziari tende ad essere speculativo, tende cioè a prevedere una certa situazione del mercato con l’obiettivo di avere ritorni molto superiori ).  Questi fondi si basano su questo principio: sul mercato finanziario tendono a fare investimenti a lungo termine, e usano questa “esposizione debitoria” per fare successivi investimenti a breve termine e molto più rischiosi generando così capitale. Per fare un esempio: un hedge fund decide di prendere in prestito grosse somme di mercato attraverso una banca e con questi soldi (che in realtà sono un debito) opera sui mercati finanziari in modo spericolato, investendo su titoli a breve termine e molto rischiosi, ma che proprio perché sono rischiosi danno molti interessi e molti ritorni che vengono incassati in poco tempo. Questo tipo di comportamento sui mercati finanziari può essere considerato “piratesco” per due motivi: gli investimenti a breve termine  vengono fattei con vere e proprie scommesse e senza avere tutti i soldi a disposizione. Si può impegnare anche solo un 5% della somma necessaria e incassare anche il 30 o il 40% di profitto. Il secondo motivo è che questi tipi di titoli – molto rischiosi – sono legati a situazioni svantaggiose (altrimenti non avrebbero grossi ritorni). Quindi gli hedge fund tendono a scommettere sui default dei paesi, sui fallimenti di società e così via. Gli hedge fund in genere non sono collegati al sistema bancario, anche se alcune banche stanno mettendo in piedi i loro fondi speculativi.
Cosa sono i derivati?
I derivati sono dei contratti, in origine sono nati come una forma di contratti assicurativi. Questi pezzi di carta hanno un valore di per sé, che si basa su un “bene sottostante”,  che può essere una quantità fisica – grano, petrolio – o delle azioni. Il valore dei derivati deriva dal fatto che si scommette sul prezzo futuro o sui comportamenti finanziari di quel “bene sottostante”. Un esempio: A e B stipulano un derivato in cui A si impegna a comprare entro dieci giorni da B una tonnellata di petrolio. Poniamo che al momento della stipula una tonnellata di petrolio costi 100. Il derivato scommette che entro dieci giorni il prezzo sarà calato a 90. Il problema e’ che oggi la stragrande maggioranza di questi contratti sono utilizzati da puri attori finanziari che non producono nulla.  Avendo un valore in sé il contratto cosa succede? Se grandi moli di capitali oggi siglano 1 milione di contratti derivati,  per un valore di non si sa quanti miliardi di dollari, e scommettono che una tonnellata di petrolio tra dieci giorni costerà 90 anziché 100 si verifica una spinta talmente forte da diventare reale, e il mercato del petrolio si adeguerà a quel prezzo. E’ quella che si chiama finanziarizzazione. Oggi i più grandi trader energetici, cioè i soggetti che spostano le petroliere, non sono più le multinazionali del petrolio ma grosse banche di affari. C’è dunque una commistione pericolosa e inquinante: è chiaro che chi sta scommettendo sul prezzo del petrolio in realtà sa quando quella petroliera arriverà in porto, a quali condizioni. Dunque tutto il “gioco” è truccato. Inoltre la stragrande maggioranza di questi derivati non vengono neanche registrati dalle borse valori. Sono contratti e scommesse che vengono giocati su mercat non regolamentari  (in gergo otc – over the counter).
*In neretto trovate delle specificazioni che abbiamo inserito dopo alcune osservazioni di un lettore, che trovate nei commenti.


domenica 22 aprile 2012

Lista Civica Nazionale (di destra)


Se accadrà, vorrà dire che sono stato un buon profeta. Avevo già paventato da tempo la possibilità che Berlusconi rubasse l'idea di una lista civica nazionale al fronte benecomunista e forse sta per accadere sul serio. Sembra che fra le novità di Angelino Alfano ci sia una Lista Civica Nazionale da affiancare al nuovo partito in gestazione, “la grande novità” attesa per dopo le amministrative. Ovvio che non c'è nulla di realmente nuovo nella politica berlusconiana, e il riproporre modelli di comunicazione e di marketing, basati solo sull'effetto annuncio, sa di vecchio, la solita sparata da piazzisti di mercato. Il punto però non è questo, il punto è che forse il Pdl ha colto la potenzialità di una lista civica nazionale quale aggregatore di soggetti politici e sociali percepiti come autonomi e apparentemente liberi dalla zavorra di un partito decotto e ampiamente sputtanato, e che tenti di sfruttarla alla meglio. E' una cosa da non sottovalutare. Probabilmente Berlusconi metterà dentro la lista personalità altinsonati del mondo della cultura, dello spettacolo ed anche dell'industria, come specchietto per le allodole, e dietro le fila magari piazzerà di sopiatto il solito stuolo di nani e ballerine a compenso dei loro servigi. Basterà questo a far dimenticare agli italiani le malefatte di questi signori? La gente ha la memoria corta si dice, e forse è vero, ma sicuramente la forza di Berlusconi sta nell'offrire al suo elettorato - il quale si sa ha uno stomaco forte e a cui poco importa se hai legami con la mafia o cosucce del genere - un valido pretesto per ricompattarsi. Di sicuro con le batterie di fuoco mediatico delle armate berlusconiane insieme ad una totale mancanza di scrupoli morali, si possono fare miracoli, lo dimostra la storia di questi ultimi venti anni, quando più di una volta Berlusconi è stato dato per spacciato, ma grazie ad una strategia che ha miscelato un'abile propaganda all'occupazione sistematica di tutti gli spazi pubblici e privati, è sempre resuscitato. La società civile italiana sana, quella che rappresenta la parte migliore del paese, paga lo scotto di un ritardo notevole nel mettere a punto strategie di aggregazione e di conquista del consenso in grado di rapresentare un'alternativa politica credibile. Solo negli ultimi tempi ci si è accorti che occorre fornire una sponda ad un soggeto politico probabilmente maggioritario nella società italiana, ma frammentario e attraversato da una conflittualità endemica, che rappresenta tutti coloro che hanno a cuore il bene comune. Si è parlato di liste civiche nazionali e di soggetti politici nuovi, ma si ha l'impressione che tali proposte non tengano conto dello stato di emergenza in cui ci versiamo: si rischiano involuzioni autoritarie e il consolidamento di un'idea dell'economia che considera il pareggio di bilancio un bene superiore al benessere delle persone e della garanzia dei loro diritti, celando dietro l'inganno del dato numerico e il buonsenso dei “conti in ordine” del buon padre di famiglia, l'intento di spostare enormi risorse dai ceti medio-bassi ad una classe parassitaria di rentiers. Non è allarmismo né complottismo, un medioevo prossimo venturo è alle porte, ci attende un neofeudalesimo e un ritorno a forme spontanee di aggregazione con una totale riconfigurazione delle soggettività politiche e sociali e la perdita del concetto stesso di tutela sociale. Occore dare risposte immediate ed estremamente chiare. Ciò che va compresa è la necessità di coniugare il momento dell'annuncio e della visibilità della proposta con quello necessario dell'elaborazone politica e di costruzione dal basso del nuovo soggetto. Ci potrà essere una sfasatura fra i due momenti, poiché il momento dell'elaborazione può richiedere tempi lunghi, con il rischio di annunci altisonanti e scarsa coesione ed adesione del soggetto politico in questione, ma è un rischio che si deve correre.
Grillo è stato bravo, ha capito tutto in anticipo e ha costruito un radicamento sociale partendo dalla rete e utilizzando parole d'rdine efficaci in grado di recuperare il malcontento dei milioni di delusi dalla politica. Certo lo ha fatto anche vellicando gli istinti peggiori della gente e con una buona dose di irrazionalsmo, ma non si può dire che il Movimento Cinque Stelle sia solo un fenomeno virtuale e bollarlo semplicisticamente come antipolitica o neoqualunquismo.
Non è troppo tardi per rimediare, le premesse per costruire una coalizione vincente ci sono tutte, basta solo passare dagli annunci sussurrati e nascosti dalle fumisterie del linguaggio politico, agli annunci chiari, meno cerebrali e un po' di più di pancia.

sabato 21 aprile 2012

SULLE SCALE DELLA DIAZ Riflessioni sul film, sul movimento e il Prc

Quella maledetta notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 fui tra i primi ad entrare nella scuola Diaz. Ricordo ancora ogni passo su quelle scale, il cuore in gola che pompava sangue . Sangue fresco come quello che vedevamo sui muri, sugli spigoli delle porte  sui sacchi a pelo per terra. Zaini svrentrati, indumenti e spazzolini da denti sul pavimento, computer e vetri in frantumi. Era ancora calda la violenza esercitata dai teppisti in divisa. L'avevamo sentita per ore fuori dalla scuola fronteggiando il cordone invalicabile di polizia e carabinieri. Adesso la "sentivamo" in quella palestra, nelle aule devastate, nel pensiero e nell'angoscia dei nostri compagni portati via in barella, con i loro volti tumefatti, con le bende bianche che coprivano la vergogna. Si, lo confesso, la visione del film "Diaz" mi ha restituito quella sensazione, quel pugno nello stomaco che provavo mentre salivo uno ad uno ogni scalino della scuola. Devo dire che da questo punto di vista l' utilità del film è indiscutibile. A mio figlio , che ora ha diciannove anni, il film può meglio di tante parole raccontate da suo padre restituire il senso di quella repressione, far percepire la fisicità di quella brutalità, costringerlo - come larga parte dell'opinione pubblica - ad interrogarsi su come tutto questo abbia potuto accadere nella "democratica e civile" Italia. Il film è una opera artistica, parla il suo linguaggio, non si può pretendere che spieghi tutto. Per noi del Genoa Social Forum che conosciamo ogni dettaglio di quella repressione il film non basta. Non può bastare: è ovvio, è naturale che sia così. Ma sarebbe un errore imperdonabile non comprenderne il suo effetto  di denuncia, il suo mettere in evidenza quei corpi violentati e l'odio - si l'odio alla stato puro - delle forze dell'ordine nei confronti di quei cittadini che per la legge  avrebbero invece dovuto difendere. Il film ha tra l'altro il merito di evidenziare il carattere internazionale della mobilitazione, con i suoi protagonisti non italiani presi di mira dall'ossessiva macchina repressiva. Se devo fare un appunto al film è semmai per una certa confusione che viene fatta sovrapponendo, per certi versi, l'irruzione alla scuola Pertini a quella della Diaz. In senso temporale l'irruzione avvenne prima alla Pertini, sede del Gsf , del legal forum e del mediacenter e solo dopo nello stabile dormitorio della Diaz. L'irruzione alla Pertini meritava di essere raccontata dal film perchè li la violenza fu "dosata" per la presenza di giornalisti e parlamentari (l'eurodeputata del Prc Luisa Morganitini) ma anche perchè la registrazione di quei minuti drammatici dell'irruzione venne raccontata in diretta dalla radio del movimento - Radio Gap - ubicata all'ultimo piano della scuola. Raccontare quella irruzione - illegale perchè era una sede politica e bisogna tornare al fascismo per ricordare una occupazione militare di una sede di organizzazione di massa - avrebbe contribuito a chiarire la scelta politica golpista fatta in quelle ore.

IL GSF E IL PRC, UNA TESSITURA CHE VENIVA DA LONTANO

Non mi unisco però ai detrattori del film anche se è vero che  omette diverse cose lucidamente riportate nella critica da Vittorio Agnoletto. Ma un film sull'esperienza di Genova, su quell'assalto al cielo del mondo globalizzato, non so se esiste al mondo un regista in grado effettivamente di girarlo. D'altronde anche la copiosa letteratura sul G8 2001 non ha mai avuto il gusto o la voglia di indagare su come sia stato possibile la sperimentazione del Genoa Social Forum , sul suo lungo percorso di avvicinamento, quasi che 200mila persone si potessero materializzare in un luglio afoso sul lungomare di Genova semplicemente per moda o per miracolo. Chi ha intrecciato i fili perchè mondi così diversi, dalle suore di Boccadasse ai disobedienti del Carlini, parlassero ed agissero insieme? Quale mastodontica opera di pazienza e di costruzione politica c'è stata dietro nei  due anni che hanno preceduto il G8? Molti si sono accontentati di individuare nel Forum Sociale Mondiale di Porta Alegre - che si tenne per la prima volta nel gennaio 2001- il cemento e l'evento internazionale dentro il quale è stato incubato il Genoa Social Forum. E' una verità parziale, che non tiene conto di un percorso più lungo, che è non è solo la partecipazione alla mobilitazione al vertice di Praga o quelli successivi ai fatti di Napoli (marzo 2001). Perchè affronto questo argomento? Perchè mi pare che questa menomazione della storia induca un persona di pensiero lucido e profondo come Fausto Bertinotti ad una autocritica sbagliata.  Sia chiaro Fausto Bertinotti fu tra i dirigenti del Prc che più si sono battuti -  insieme a lui ricorderei a pieno titolo  Ramon Mantovani e Roberto Musacchio - nell' investire l'organizzazione e il progetto della Rifondazione anima e corpo in quello che allora in Italia si chiamava "movimento no global". Per chi ha rappresentato il Prc  come portavoce del Genoa Social Forum, come chi scrive, il sostegno e il consiglio di Bertinotti è stato fondamentale. Senza la sua copertura e condivisione non avremmo mai potuto superare le tantissime resistenze che incontravamo nel partito locale e nazionale, in quella che per molti era una bizzarra idea di sedere alla pari con altri soggetti non partitici, di essere parte e non tutto del movimento.

SCIOGLIERE IL PRC A GENOVA? UN TEMA INESISTENTE NEL MOVIMENTO

 Avevamo imparato dagli zapatisti ad ascoltare e ad imparare dagli altri. Nelle giornate di Genova il Prc era in tutte le piazze tematiche: quelle fatte dalla Rete Lilliput, dalla Rete contro il G8 , da Attac dai Cobas, dai disobbedienti. Non scegliemmo una nostra piazza, ma decidemmo di stare ovunque. Avevamo la consapevolenza di funzionare da collante dei vari pezzi, senza apparire troppo e sempre con spirito di servizio. Bertinotti ci dice che dovevamo avere più coraggio : sciogliersi nel movimento e costruire con quelle diverse soggettività una nuova forza. A me pare che questo sia un ragionamento influenzato a posteriori dall'attuale marginalità della sinistra di alternativa e totalmente assente nel dibattito del movimento di allora. Il movimento ci riconosceva perchè eravamo coerenti tra le cose che dicevamo (in parlamento, nei talk show televisivi) e quello che facevamo con le lotte. E' quando tra le enunciazioni e i fatti è sorta una separazione prima, una contraddizione aperta poi, che il rapporto tra Prc e le altre anime del movimento è entrato in crisi. Se non sei quello che dici insomma sei come tutti gli altri animali politici. Dovevamo al contrario scegliere ed accentuare la nostra attidudine di movimento e di fare società. Invece c'è stato un corto circuito figlio di scelte politiche. Fu la scelta - una vera e propria virata - di spostare verso l'alternativa di governo a Berlusconi e dunque all'alleanza nell'Unione, la linea politica del partito a portare serissimi contraccolpi alla nostra credibilità nel movimento. Anche la parola d'ordine che coniammo "movimento pesante, governo leggero" entrando nel gabinetto di Prodi si è rivelata aleatoria e irrealistica perchè i pesi della compatibilità governativa si spostavano decisamente sul secondo e non sul primo. In sintesi penso che il Prc venne trasformato profondamente dalla preparazione e dalla generosa partecipazione alle giornate di Genova ma che non abbiamo avuto il coraggio- questo si-  di spostare in modo più duraturo e centrale il peso dell'esistenza politica del partito nella società. D'altronde dobbiamo pur farci la domanda di come sia stato  possibile che una generazione di giovani comunisti  sia passata in dieci anni dallo stadio Carlini all'alveo politico/ideologico del  Partito Socalista Europeo del direttore del Wto Pascal Lamì? Questa idea di una grande occasione persa - il mancato scioglimento nel 2001 del Prc nel movimento  - non può  funzionare da rimozione dei nostri veri errori, che devono essere - e su questo concordo totalmente con Bertinotti - affrontati senza remore e in profondità.

Alfio Nicotra

"Pareggio di bilancio in costituzione? Svolta antidemocratica" di Luigi de Magistris

da Sostiene De Magistris



L'Europa delle banche che detta la linea al parlamento nazionale, per mezzo del governo tecnico, annullando politica, parlamento, democrazia, Costituzione, sovranità popolare. 

L'ossessione per il debito, insieme al diktat degli istituti finanziari europei e internazionali, fanno scivolare, in fondo alla classifica delle priorità, la giustizia sociale, i diritti dei cittadini (del lavoro in primis), il welfare state, la partecipazione delle comunità, l'autonomia degli enti locali. E' la stagione della tecnica che ci governa, è la stagione della sospensione della politica. 

Una politica colpevole perché incapace, fino ad oggi, di autoriformarsi dando risposte ad una crisi finanziaria senza precedenti. 

Una crisi finanziaria che, a causa di questo vuoto di risposta e reazione politica, ha provocato l'imporsi della risposta e della reazione tecnocratica, generando così una crisi anche democratica e civile. L'ultima pagina di questo tempo buio che stiamo attraversando è stata scritta poche ore fa in Senato, dove è stata approvata l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, modificando l'art. 81. 

Spiegano illustri studiosi della materia che si tratta della più importante trasformazione/involuzione della nostra Carta dopo la devolution dell'allora ministro Calderoli. 

Uno stravolgimento costituzionale avvenuto nel silenzio generale e senza dibattito pubblico, per il quale non ci sarà nessun referendum fra i cittadini. Evidentemente per per questo parlamento di nominati, che hanno scelto di rinunciare al loro ruolo politico affidandosi alla "salvezza tecnica", la Costituzione è proprietà di pochi che può essere svenduta alle banche centrali europee e alle misure liberiste. 

Un obbligo imposto non solo allo Stato ma a tutti gli enti amministrativi e che rientra nel cosiddetto Fiscal compact europeo. 

La vittoria integrale del mercato senza regole, lo stesso che ha generato la crisi dimostrando la sua fragilità e pericolosità, e che annichilisce le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai Comuni, tutti impossibilitati ad intervenire nella gestione dell'economia nell'interesse dei cittadini.

Come amministratore e come cittadino non posso che aggiungere, dunque, la mia voce di preoccupazione a quella collettiva che si alza in queste ore. 

Dopo il vincolo assurdo del patto di stabilità e la vicenda surreale dell'Imu (che i Comuni, ridotti a gabellieri del paese, devono imporre ai loro cittadini, salvo poi consegnare il 50 per cento delle entrate riscosse allo Stato), ecco che un altro limite è imposto all'autonomia degli enti locali che, più di tutti, sentono il peso della responsabilità verso le comunità che governano, poiché sono eletti direttamente e sono in prima fila nel fronteggiare le tensioni sociali che infiammano i territori.

Perché su gli enti locali, soprattutto, grava l'onere di proteggere la democrazia stessa difendendo i diritti e i servizi sociali, i quali non possono essere sacrificati alle sole logiche neoliberiste e ai soli dettami del mercato. Occorre dunque un cambiamento di rotta da parte del governo Monti ed occorre che la risposta politica riprenda il sopravvento su quella tecnica, la quale è tutto fuorché neutrale, avendo imposto una svolta conservatrice e liberista che non risolve la crisi ma ne amplifica la portata negativa per il futuro, anche sotto il profilo democratico.

Occorre che i cittadini, le comunità, gli enti locali si mobilitino a difesa dei loro diritti e della Costituzione. A Napoli stiamo cercando di portare avanti questa battaglia civile, non perdendo occasione per ricordare al Governo che la sovranità appartiene al popolo, che sforeremo il patto di stabilita per difendere i diritti e i servizi essenziali dei cittadini, che gli enti locali non sono gli ammortizzatori nazionali della crisi, che la Carta non si può stravolgere per volere del mercato europeo.