Elenco blog personale

sabato 31 marzo 2012

Benecomunismo o muerte

Dopo anni e anni di riflessione, attendismo, devozione missionaria alla causa della redenzione dei partiti (grossa stupidaggine che parte dall’assunto arbitrario del legame inscindibile fra democrazia e partiti), gli intellettuali italiani, o perlomeno una parte di essi ha capito che occorre un nuovo soggetto politico, qualcuno lo ha denominato quarto polo, un’aggregazione che dovrebbe servire a sottrarre ai partiti il monopolio della politica. Alleluia! Un fesso come me ci era arrivato da tempo, con una semplice epoquè che mette fra parentesi visioni palingenetiche, forme partito vetuste e inadeguate, storicismi vari, teologie del soggetto come chiave della realizzazione di un disegno della storia ecc. Certo uno deve mettere da parte il purismo dei lottatori di classe e considerare il comunismo non più alla stregua di un nuovo e definitivo avvento, ma bensì come aspirazione all’eguaglianza e tendenza al superamento della mercificazione e cosificazione dell’essere umano. Da questa premessa, onde evitare una patologica coazione a ripetere e un’ involuzione autoritaria delle istituzioni, si evince hic et nunc, la necessità di una mediazione politico-sociale fra le diverse componenti del corpo sociale, e la strada obbligata mi sembra quella di un patto con la buona borghesia. Ginsborg e soci, sono in fondo dei borghesi illuminati che propongono un patto accettabile fra, mi si scusi l’anacronismo, capitale e lavoro: miglioramento del welfare, politica dei beni comuni, reddito garantito per tutti, diritti per il lavoro, un potere d’acquisto maggiore per le classi meno abbienti, equità fiscale, più diritti per tutti e forse un onere del lavoro meno pesante. In definitiva ci si ripropone di mettere il bene comune al centro dell'agire politico. Che si vuole di più per uscire da un impasse secolare, che vede susseguirsi ai vari  governi predatori di ogni specie, con gli effetti che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: sfruttamento del lavoro, aggressione al territorio, mafia, clientelismo, malaffare, compressione dei diritti.

Il problema del superamento del capitalismo si pone a mio avviso  non più come impellenza dell’azione destabilizzante di un soggetto storico e di nuove  sintesi, ma come percorso graduale e non traumatico di costruzione di nuovi mondi che sottraggono spazi ed energie a quello vecchio, dove l’azione costruttiva dei movimenti si coniuga con l’acuirsi delle contraddizioni del capitalismo stesso, quale prologo di una sua definitiva caduta.

Come dice Ginsborg non c’è molto tempo a disposizione, la storia ci insegna che  da crisi così profonde come quella che stiamo attraversando, si esce sempre a destra e con la guerra.

Che si faccia questo quarto polo con il massimo dell’unità possibile, movimenti, liste civiche e quant’altro e che si faccia presto, siamo stufi di vedere i volti di ladri e incappucciati che scorrazzano nelle TV e nei palazzi del potere.

Proposta non comune - Manifesto per un soggetto politico nuovo -

di Norma Rangeri dal Il Manifesto

Un gruppo di intellettuali, tra i quali molti nostri preziosi collaboratori, firma un documento politico-culturale, che già nel titolo ne illustra la finalità: «Manifesto per un soggetto politico nuovo, per un'altra politica nelle forme e nelle passioni». Il lungo testo sostiene che non c'è più tempo, né speranza di cambiare questi partiti, spesso causa prima della crisi di democrazia che dovrebbero interpretare e risolvere. Dunque la partecipazione ha bisogno di altre forme, altri uomini, altre donne, altre ragioni e altri sentimenti.

I contenuti che animano questo manifesto politico fanno riferimento al "benecomunismo" elaborato negli ultimi anni a partire dalla battaglia sull'acqua pubblica. La riflessione sui beni comuni, le esperienze di movimento che ne sono seguite, sono lo scheletro, il perno su cui poggia l'opposizione radicale al bagaglio teorico e alla pratica politica delle attuali formazioni della sinistra, descritte come vuote oligarchie che nutrono leadership malate di narcisismo. In questa critica si sfondano porte spalancate. La rottamazione è ormai un risentimento di massa.
Più interessante la parte costruttiva, il percorso, l'habitat, le procedure, le suggestioni di una partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. L'idea di superare lo sfogatoio qualunquista del «sono tutti uguali», la necessità di sperimentare una nuova delega, strutture intermedie, comunali, territoriali, che l'esperienza della rete dei «Comuni per il bene comune» stanno scoprendo e valorizzando.Compresa la ricerca di nuove parole per indicare nuove speranze.
Se il progetto si risolverà nell'aggiungere una nuova sigla all'attuale spezzatino della sinistra o invece sarà l'epicentro di una scossa per terremotare l'attuale geografia dei partiti, lo capiremo strada facendo. Nell'uno o nell'altro caso, le culture politiche e le esperienze sociali che oggi precipitano nel documento che pubblichiamo hanno animato le nostre pagine, le nostre campagne. Spesso in sintonia con il punto di vista del giornale, altre volte in contrasto con l'analisi e le soluzioni che suggerivamo nella crisi globale. Ed è facile prevedere qualche scintilla, per l'autorevolezza delle firme e l'eterogeneità delle culture e dei mondi che rappresentano. Se l'iniziativa provocherà una discussione sarà già un buon risultato. Che merita attenzione.
Mettere in campo «un'altra Italia, lavorare per un'altra Europa» è un progetto ambizioso, un vasto programma. Come del resto è sempre avvenuto quando, nel suo processo di scissionismo acuto, la sinistra si è fatta in mille pezzi, sempre più piccoli e sempre meno rilevanti. Da tempo si è capito che rimettere insieme i cocci non è possibile, né utile. Del resto chi firma il testo che pubblichiamo non fa parte di nomenklature partitiche, rappresenta l'anticorpo di un intellettuale collettivo sempre critico, e per questo mal digerito dal ceto politico.
Nei dibattiti che intorno alla sorte del nostro giornale si svolgono nei circoli degli amici del manifesto vediamo spesso la litigiosa famiglia della sinistra tornare a parlarsi. E siamo contenti di essere usati come un campo non neutrale, un laboratorio pienamente partecipe nuove connessioni, di un modo gentile di parlarsi. Ci piace esserlo anche nei confronti del tentativo di questo partito-movimento. Con la curiosità e l'autonomia di chi non ha mai rappresentato la voce di un partito.

venerdì 30 marzo 2012

Inchiesta Crisi Eurozona /4 – INTERVISTA A PAOLO BARNARD: È IN CORSO UN COLPO DI STATO FINANZIARIO?

Barnard ma non credi che anche il consumismo all'americana sia una iattura? Davvero pensi che consumare come polli d'allevamento sia la soluzione? Non sei tu quello che ha scritto:"Perché ci odiano?". Gli USA non hanno finanziato il loro alto livello di consumi anche con la rapina delle materie prime nei paesi del terzo mondo e il contollo di vaste aree geografiche del pianeta per mano di dittature sanguinarie? 
Forse sono ignorante, come i molti a cui tu rivolgi questo epiteto, ma c'è qualcosa che non mi quadra. Non è bene il neofeudalesimo dei rentiers, ma nemmeno il consumo senza freni delle risorse e del territorio

da investireoggi

InvestireOggi.it ha rivolto al noto giornalista Paolo Barnard alcune domande sulla crisi dei debiti sovrani e, più in generale, sul ruolo ricoperto dalle élite di potere (i “rentiers”, gli esponenti del “Vero Potere”) all’interno del quadro politico-economico internazionale. 

Stefano FugazziIn data 24-26 febbraio si è tenuto a Rimini un convegno sulla Modern Market Theory intitolato “Questo è un colpo di Stato finanziario”. Ti sei impegnato in prima persona per portare in Italia un gruppo di economisti di fama internazionale. Quali erano gli obiettivi del convegno? 
Paolo Barnard – L’obiettivo del convegno di Rimini era di avvicinare il pubblico italiano alla Modern Money Theory (MMT) e quindi promuovere il ritorno dello Stato a moneta sovrana alle sue funzioni più alte, quelle messe in atto dal 1946 al 1956 dagli Stati Uniti del boom economico più possente della Storia dell’umanità. La MMT ci descrive la salvezza da un disegno distruttivo e iniquo che sta minando tutto ciò che noi conosciamo come crescita, benessere, democrazia: il Neoliberismo dei nuovi “rentiers” europei, il peggiore mai esistito.

Stefano Fugazzi – Micheal Hudson, uno dei relatori del convegno sulla MMT, ha fatto riferimento a “un colpo di Stato finanziario”.
Paolo Barnard – Ciò che sta accadendo all’Europa della crisi non è solo frutto di accidenti finanziari e dissesti di bilanci statali, né di una crisi sistemica delle bilance commerciali o altro. Vi sono forze al lavoro in Europa che mirano alla distruzione delle dinamiche del Capitalismo stesso. E non sono affatto forze marxiste, per carità. Al contrario, e peggio. Va compresa, qui, la differenza fra Europa e Stati Uniti. Negli Stati Uniti il Capitalismo si è sviluppato su una terra nuda, tragicamente ripulita della sua popolazione autoctona, ma nuda di ogni presenza delle forze dell’Ancien Régime europeo. Il Capitalismo americano è nato dinamico, pragmatico, e con un’istintiva connotazione verso la “Funzione del Consumo”, che oltre un secolo e mezzo più tardi verrà descritta dall’economista inglese John Maynard Keynes. Negli USA, il Potere maggiore fino ai primi anni ’90 ha sempre badato a mantenere in vita il fondamentale principio secondo cui è la Spesa che genera il Risparmio e dunque il successivo Investimento e i Consumi, da cui viene il profitto. Questa centralità della capacità di spendere valeva sia per lo Stato americano, che ha creato la maggiore ricchezza nella sua storia spendendo a deficit di bilancio fino al 25% del Pil, sia per il settore non-governativo, cioè il privato, dove l’elemento dei consumi (spesa) è sempre stato in primo piano. Ecco il Capitalismo all’Americana, almeno prima della recente mutazione nella folle sfera finanziaria speculativa.

Stefano Fugazzi – Il Capitalismo “a stelle e strisce” è poi sbarcato in Europa. 
Paolo Barnard – Precisamente. Questo Capitalismo è sbarcato in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con un buon successo. Intendo dire un successo di pubblico, e con la partecipazione confusa e ignorante della classe politica. In Europa, tuttavia, i gangli del Potere tradizionale – quello che ereditò gli ideali dell’Ancien Régime, del Neomercantilismo tedesco e francese, che transitò trasversalmente nel nazismo, e che fu pregno di appoggi nelle sfere vaticane – ha sempre visto il Capitalismo americano come un’aberrazione. Non certo per le sue derive eccessivamente consumistiche, ma, al contrario, solo perché persino quel minimo di contenuto democratico che esso mantiene – cioè la necessità della presenza di una popolazione tutelata abbastanza affinché consumi – era visto come un’insidia inaccettabile nelle mire fondamentali di questo Potere tradizionale europeo. Queste mire erano, e sono tuttora, la distruzione di qualsiasi potere popolare e democratico, e l’imposizione, anzi, il ritorno in Europa di un nuovo ordine sociale di tipo para-feudale, con a capo quelli che già Adam Smith e David Ricardo definivano i “rentiers”.

Stefano Fugazzi – Chi erano i “rentiers” di allora?
Paolo Barnard – I “rentiers” erano, e rimangono nel presente, i rampolli delle nobiltà e delle tecnocrazie europee che ritengono loro diritto “divino” non solo governare i popoli ritenuti masse ignoranti, ma anche prelevare tutta la ricchezza possibile dal lavoro di altri. E questo salasso ha colpito e sta colpendo anche voi imprenditori proprio oggi. Non è necessario ricordare che per questo identico motivo in Francia nel 1789 scoppiò una rivoluzione. Quell’evento li marginalizzò per un periodo, ma poi i “rentiers” tornarono e oggi governano l’Unione Europea.

Stefano Fugazzi – Volendo fare qualche nome, chi sono gli esponenti contemporanei di questa élite di potere?
Paolo Barnard – I loro esecutori materiali nell’UE moderna sono (o sono stati) i potentissimi tecnocrati come Herman Van Rompuy, Olli Rehn, Jaques Attali, Jacques Delors, Lorenzo Bini Smaghi, Mario Draghi, Juncker e Weigel fra i tanti. Sono i decisori finali dei nostri destini, coloro che decidono nelle stanze chiuse di Francoforte o Bruxelles se lei avrà mercato o se invece soccomberà, alla lettera, coi loro Trattati vincolanti per ogni parlamento europeo. “Rentiers” sono divenuti i finti imprenditori (come Montezemolo o De Benedetti in Italia) che scommettono su rendite da “clienti prigionieri” dei servizi essenziali forzosamente privatizzati e riuniti in monopoli privati (la Captive Demand), violando ogni regola di libero mercato reale; i capitani Neomercantili delle multinazionali dell’acciaio, metalmeccaniche o dell’high-tech franco-tedesche, le cui strategie di profitto hanno abbandonato la virtuosità del libero mercato reale e si basano solo sulla deflazione dei redditi dei loro dipendenti cui succhiano la vita con pretese di produttività da collasso (in Germania i redditi crescono del 50% in meno rispetto alla media europea con una produttività del 35% superiore, e, infatti, i consumi interni sono crollati); “rentiers” sono i gestori degli Hedge Funds della City di Londra, gli speculatori che estraggono fortune inaudite proprio dall’attacco al tessuto economico di intere nazioni attraverso l’uso della scommessa finanziaria pura.
Questi sono i nuovi “rentiers”, odiano il Capitalismo dei consumi, sono tornati al timone dell’economia, e, come detto, hanno in comune particolarmente il desiderio di estrarre dal terreno produttivo di aziende e cittadini un profitto del tutto parassitario. Per riconquistare il potere perduto un secolo fa e al fine di attuare il loro programma, essi pensarono a un’intera struttura politico-economica, le cui forme larvali comparvero 75 anni fa, e la cui massima espressione è oggi l’Eurozona. Questo il pubblico non sa, voi non sapete. Questo è il vero colpo di Stato finanziario.

Stefano Fugazzi – Qual è il tuo punto di vista sul salvataggio “forzato” della Grecia? 
Paolo Barnard – È una delle tante tappe verso la distruzione del sud Europa per il profitto del Neomercantilismo tedesco. E, come fu per il golpe in Cile nel 1973, si tratta di un avvertimento agghiacciante a Italia e Spagna.

Stefano Fugazzi - Proviamo a disegnare uno scenario alternativo. La crisi – al pari di quella degli anni ’30 e ’40 – è in realtà una crisi programmata. Il Vero Potere sono le grandi banche d’affari che vorrebbero più semplicemente acquisire asset e penetrare nuovi mercati a fronte di un minore esborso.
Paolo Barnard – No, è molto più articolato di così. Come già detto, l’elemento che unisce Wall Street ai “rentiers” europei è il desiderio di estrarre immense fortune parassitarie, truffando, sfruttando, e senza assolutamente produrre alcuna reale economia.

Stefano Fugazzi – Quale sarà secondo te il prossimo “step evolutivo” dell’UE? Un nuovo trattato?
Paolo Barnard – Dopo il Fiscal Compact, probabilmente tenteranno di introdurre nuove modifiche ai Trattati nello stesso senso, cioè quello di prosciugare a sangue sia ogni residuo di sovranità statale, che le nostre economie produttive, così da veramente ridurre gran parte dell’Europa a masse di poveracci del tutto sottomessi alla Bruxelles dei “rentiers” e senza via d’uscita. Hanno ancora tanto da divorare: tutti i servizi pubblici residui, e soprattutto l’imposizione fiscale, che vorranno trasferita alla Commissione Europea in esclusiva, così da ammazzare veramente anche quel briciolo di politiche di spesa statale ancora rimasto.

Stefano Fugazzi – In passato hai lavorato per giornali e TV. Fino a che punto la visione della realtà è manipolata dal Vero Potere?
Paolo Barnard – Non c’è un punto. Se ci fosse avemmo speranza nei media. Neppure io mi ero reso conto del grado di controllo e intimidazione che il Vero Potere esercita nei media fino all’evento di Rimini. Incredibile, ben oltre Orwell. Immagina: cinque grandi economisti mondiali, il tema è da prima pagina, e ci sono 2.000 persone paganti per capire il Golpe Finanziario e come reagire. La notizia non è uscita neppure sui tabloid da supermercato, zero totale. Sappiamo di una troupe di una tv nazionale nota che è stata addirittura richiamata in sede mentre veniva a Rimini. Questo testimonia che il nostro messaggio è veramente l’unico che terrorizza il Vero Potere.

Stefano Fugazzi – Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali e culturali?
Paolo Barnard – Continuerò a battermi per la MMT e per l’instaurazione di uno Stato, a moneta sovrana, che spenda a deficit positivo per il benessere del 99% della popolazione. Questa è la vera democrazia. Un impegno per cui vale davvero battersi.

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Paolo Barnard ha lavorato per innumerevoli testate nazionali fra quotidiani e periodici, come La Stampa, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Il Mattino, Il Secolo di Genova, La Repubblica, La Voce di Montanelli e Oggi. Per la televisione in RAI con Samarcanda di Santoro durante la Guerra del Golfo (1991) e con Report per dieci anni, avendolo co-fondato (1994-2004). Per riviste di cultura come Micromega, Altrove, Golem del Sole 24 Ore, e per agenzie di stampa e testate online. Ha recentemente pubblicato un saggio “Il Più Grande Crimine” dove vengono approfondite in dettaglio molti degli argomenti trattati nell’intervista rilasciata a InvestireOggi.it.
Sito web: http://paolobarnard.info/
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La Modern Money Theory (M.M.T.) è oggi, secondo alcuni, l’unico strumento esistente di scienza economica e sociale che sia in grado di interferire efficacemente con il processo di “finanziarizzazione dell’economia” e di contrastare la preminenza del sistema bancario, che sta sovrastando la politica e la democrazia. L’aspetto principale della Modern Money Theory (M.M.T.) è mettere al centro la capacità dello Stato sovrano di creare ricchezza emettendo moneta.
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In data 24-26 febbraio si è tenuto a Rimini un summit sulla Money Market Theory intitolato “Questo è un colpo di Stato finanziario”. Hanno preso parte all’evento: Paolo Barnard (giornalista e scrittore), William Black (J.D., Ph.D., Associate Professor of Law and Economics at the University of Missouri-Kansas City), Michael Hudson (President of The Institute for the Study of Long-Term Economic Trends -ISLET-, a Wall Street Financial Analyst), Stephanie Kelton (Ph.D., Associate Professor of Economics at the University of Missouri-Kansas City), Marshall Auerback (expert in investment management) e Alain Parguez (Emeritus Professor of Economics Ist Class, Université de Franche-Comté at Besançon – France – Faculty of Law, Economics and Political Science).

giovedì 29 marzo 2012

Elezioni Usa, è battaglia tra scienza e fede

Lo scontro tra evoluzionisti e creazionisti è entrato prepotentemente nella campagna elettorale, con il repubblicano Santorum che considera il darwinismo la causa di tutti i mali. Il punto sul dibattito in corso, con due interviste allo scienziato Telmo Pievani e al giornalista Maurizio Molinari.

di Fabio Perelli e Claudio Dutto da Micromega



Un volto rassicurante e incorniciato da una lunga barba bianca entra prepotentemente nella corsa alla Casa Bianca. Il suo nome è Charles Darwin: non si tratta di un omonimo del celebre naturalista inglese, ma proprio del padre della teoria della selezione naturale. Il controverso dibattito tra creazionismo ed evoluzionismo infiamma, infatti, l’attuale campagna elettorale negli Stati Uniti. È soprattutto Rick Santorum a negare la teoria darwiniana, dichiarandosi convinto dell’assoluta veridicità del creazionismo. Ma per quale motivo il dibattito politico è giunto su questo terreno sconnesso? Per comprendere le ragioni di questa situazione occorre ripercorrere la storia a ritroso fino a giungere a un luogo e una data precisa: Tennessee, 1925.

Gli inganni del “risanamento” dello Stato e del “pareggio di bilancio” spiegati a due pensionati.


Cara Signora Ida, Caro Signor Ugo.
Lo dovete sapere, il governo Monti vi sta ingannando, e con lui i telegiornali e i giornali. Vi abbassano la pensione tassandovi, tutto costerà di più dalla benzina ai servizi, siete già più poveri oggi, e domani sarà peggio, per voi e per tutti. Ecco cosa succede.
Quante volte avete sentito le parole “risanare i conti dello Stato, per tornare a crescere”? Ok, tante volte, ogni giorno in Tv. Bene. Signora Ida e Signor Ugo, in che modo il governo di Monti sta facendo il “risanamento”? Spendendo di meno per noi (i famosi tagli) e tassandoci di più. Ok. Ma cosa accade esattamente?
Accade che ciò che il governo non spende per noi (ad esempio servizi o stipendi e pensioni), saremo noi a doverlo spendere pescando nei nostri risparmi o facendo debiti, oppure facendo rinunce anche serie. Semplice, non si scappa. Ma attenti alla trappola: pescare dai risparmi significa impoverirsi un po’, fare debiti significa impoverirsi molto – fare rinunce significa esattamente la stessa cosa, cioè essere più poveri di prima. Risultato: milioni di cittadini diventano un po’ più poveri o molto più poveri. Ok?
Ma il governo che ci “risana” ha deciso che oltre a spendere di meno, ci tassa di più. Noi, che già siamo diventati tutti un po’ più poveri come detto sopra, dovremo anche sborsare altri soldi in tasse, sempre dai risparmi o soldi che non abbiamo. Cioè, sempre meno risparmi, e per molti ancor più debiti. Logicamente, sempre più poveri. Non si scappa.
Ma che fa la gente in massa se gli calano i risparmi o addirittura va a debito? Smette di spendere in tutto quello che non è proprio essenziale. Va meno al cinema, compra meno scarpe, non cambia l’auto, compra meno case, meno cosmetici, meno vestiti, rinuncia alla piscina dei figli, non compra più la carne come prima, beve meno vino, disdice l’abbonamento alle riviste, non ristruttura più la casa, va meno a mangiar fuori ecc. Voi direte: una vita più come ai vecchi tempi. Forse, ma state attenti che per ciascuna di quelle rinunce significa che altrettanti negozi e aziende vendono molto di meno o lavorano molto di meno, finiscono a fallire, tantissimi oggi. E cosa significa? Che tagliano gli stipendi, o licenziano, creano disoccupati, e magari non assumono vostra nipote, che si è laureata e non ha lavoro. Questo è come un effetto domino, cioè cade una pedina e iniziano a cadere tutte le altre, in tutt’Italia, e quindi sempre più impoverimento, che crea incertezza, che crea sempre meno lavoro, che crea sempre più impoverimento.
Badate bene. Eravamo partiti dallo Stato che fa il “risanamento”, PER IL NOSTRO BENE. Dove siamo arrivati? Ecco dove:
Masse di impoveriti in generale che spendono di meno, questo mette in crisi i negozi e le aziende, questo cala gli stipendi e crea più disoccupati, tutti costoro di nuovo spendono molto di meno, e la ruota ricomincia da capo, meno denaro che gira, meno stipendi, licenziamenti… Ma non dovevamo essere “risanati”?
Ah!, ma alla televisione hanno detto che questi sono i “sacrifici” necessari perché poi DOPO tutti torneremo a star meglio, ci sarà la “crescita”!  No, dico, Signora Ida e Signor Ugo, vi pigliano per scemi? Come faremo a iniziare a star meglio stando peggio? Cos’è, un trucco del mago Merlino? I soldi sbucheranno dall’orto, misteriosamente… ? Non c’è altra possibilità. Forse Monti è un mago.
Eh sì, perché guardate bene le cose: Monti ha anche deciso che lo Stato smetterà per sempre di darci più soldi di quello che ci tassa, e questo si chiama il “pareggio di bilancio”. Significa: lo Stato, da qui in eterno, ci darà ogni anno 100 soldi e ci tasserà per 100 soldi. A noi rimane ZERO. Addirittura Monti metterà questa regola nella Costituzione fra pochi giorni! Quindi ZERO soldi dallo Stato, e allora da dove verranno i soldi per la magica “crescita”? Da noi cittadini e dalle aziende? Ma come? Ci hanno impoveriti tutti per anni per fare il gran “risanamento”, come diavolo facciamo a inventarci i soldi che non abbiamo più?
Guardate la scena: in una stanza c’è il governo Monti, ci siamo noi cittadini e aziende, e c’è il resto del mondo, cioè le altre nazioni. Allora, per riassumere i concetti:
-       Monti come prima cosa ci toglie soldi e ci tassa di più, noi siamo più poveri (il “risanamento”)
-       poi Monti ci darà ZERO soldi (ne spende 100 e ci tassa 100, il “pareggio di bilancio”)
-       a quel punto noi cittadini e aziende dobbiamo trovarli da soli i soldi, ma siccome Monti ci ha tutti impoveriti e non possiamo inventarceli i soldi, siamo con le braghe in mano (la “crescita”!!)
-       Il resto del mondo ci guarda.
Fantastico, ci vuole un genio per pensare a una economia così.
Signora Ida e Signor Ugo, non si sta scherzando. Vi distruggono la vita in sto modo, e la distruggono ai vostri nipoti. E indovinate perché lo fanno? Sì, sì, fuoco, fuochino, esatto, perché così un nugolo di miliardari ne approfittano. Lo sapete questi speculatori quanto ci hanno rubato in tre anni, da quando c’è la crisi? 457 miliardi di Euro, spariti dall’Italia esattamente nel modo che vi ho descritto. Lei Signora Ida quanto prende di pensione?
Signora, faccia una cosa: prepari una torta al mascarpone, attraversi quella stanza e vada davanti a Mario Monti. Gliela spiaccichi in faccia. Poi gli dia anche un bel calcio negli attributi maschili… lei può farlo, a 78 anni non l’arrestano.

Manifesto per un soggetto politico nuovo

"Il Manifesto" giornale sarà dell partita? Ha finalmente capito che essere solo e unicamente "un giornale" non paga nemmeno rispetto al giornalismo in sé?Me lo auguro.
Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l' impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l'epiteto di "Old Corruption".

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli - la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell'appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l'Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste. Oggi la sfera separata della politica in Italia, "il palazzo" per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi. 

INTERVISTA / Vendola contro tutti: "Monti è peggio di Berlusconi"

Il leader di Sel, intervistato dalla DIRE, critica senza incertezze la politica economica del governo. E attacca anche Passera

da dire.it di Alfonso Raimo

ROMA - "Monti è peggio di Berlusconi, Fornero peggio di Sacconi. Ma oggi in Italia soffia un vento di ribellione". Nichi Vendola, leader di Sel, intervistato dalla Dire a margine della direzione del partito, critica senza incertezze la politica economica del governo.
Presidente Vendola, il premier Monti insiste affinche' la riforma del lavoro non venga toccata alla Camera...
"Si tratta di una morsa liberista che e' l'identikit di questo governo, che ha perso la 'foglia di fico' di essere un esecutivo tecnico e mostra il suo vero volto conservatore. Cio' che non e' riuscito a Berlusconi e a Sacconi sta riuscendo a Monti e Fornero. Oggi con la parola 'riforma' si dice un percorso di restrizione dei diritti, si dice impoverimento. Adesso poi i tecnici si mettono a rilevare i sondaggi: Monti ha avuto un cedimento berlusconiano".
Ma un problema di flessibilita' nel mondo del lavoro esiste.
"Ieri Monti ha detto che le imprese non assumono perche' non possono licenziare. E' una menzogna insopportabile in un Paese come l'Italia, dove le imprese prima di investire non guardano all'articolo 18, ma si informano della mafia e della corruzione, della lentocrazia burocratica, non dell'articolo 18".
Il ministro Corrado Passera, ha parlato oggi di una recessione piu' pesante del previsto, che rende le riforme ancora piu' necessarie. Cosa ne pensa?
"Sono parole irritanti. Mi chiedo che mestiere faccia Passera. L'opinionista o il principale ministro di questo governo?".
Sull'esecutivo, lei esprime giudizi opposti rispetto a quelli del Pd. Siete in fase di allontanamento?
"La verita' e' che questo governo deve essere mandato a casa, non merita di vivere. Quanto ai miei giudizi, io li traggo dalla lettura quotidiana del giornale L'Unita'. Mi vanto di avere gli stessi sentimenti della stragrande maggioranza dei militanti del centrosinistra. Sono un militante medio. E anche le posizioni di Bersani, ultimamente, sono cosi' critiche che mi viene di condividerle".
Capitolo legge elettorale, il trio ABC, sembra aver trovato l'accordo. Ci mettiamo anche la V di Vendola?
"Per niente. La riforma elettorale su cui lavorano i partiti di maggioranza e' autoritaria, roba da letteratura dell'orrore. Si preoccupano solo di salvaguardare il trasformismo delle classi dirigenti. L'opacita' della discussione sulla riforma elettorale mette i brividi. E io mi ribello all'idea che la scena venga dominata dalla furbizia. Non prevedere la coalizione prima del voto e' scolpire l'imperituro potere dei gattopardi, legiferare a favore del trasformismo. E' una volgarita'".

mercoledì 28 marzo 2012

Nasce il Quarto polo di Paul Ginsborg "Partiti inadeguati, colmiamo il buco"

Documento firmato da Rodotà, Gallino, Revelli, Viale e Pepino
per un nuovo soggetto politico:"Oggi il Palazzo non rappresenta il Paese, serve un atto di rottura"


di Giuseppe Salvaggiulo da lastampa


 L’embrione del «quarto polo» della politica italiana nasce domani. Dopo quasi tre mesi di lavoro, un gruppo di docenti universitari pubblica un «manifesto per un soggetto politico nuovo» destinato a scompaginare i piani dei partiti in vista delle elezioni del prossimo anno. Il succo è che questi partiti sono da buttare, i leader «demiurghi» squalificati, il pensiero unico liberista cadaverico, la politica sacrificata ai tecnici sull’altare dei mercati finanziari. Avanti così, le elezioni del 2013 saranno un film muto. Dunque serve una forza di rottura da costruire dal basso.

Il documento (qui il pdf) esce con una dozzina di firme pesanti e segna il ritorno sulla scena pubblica di Paul Ginsborg, storico inglese trapiantato a Firenze e protagonista giusto dieci anni fa della stagione dei «girotondi» che contestavano Berlusconi picconando anche il centrosinistra (ora come allora, il movimento nasce dalla delusione a sinistra). Ci sono i costituzionalisti Stefano Rodotà e Lorenza Carlassare, i giuristi Ugo Mattei e Alberto Lucarelli (quest’ultimo assessore a Napoli con De Magistris) padri dei referendum per l’acqua pubblica, i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, gli economisti Guido Viale e Tonino Perna, l’ex magistrato Livio Pepino, lo storico Piero Bevilacqua, il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, il paleologo Fulvio Vassallo, l’urbanista Enzo Scandurra.

Otto pagine fitte su una solida impalcatura teorica, dense di citazioni (da Whitman a Bobbio, da Cattaneo a Stuart Mill) e implacabili nella denuncia dell’inadeguatezza dei partiti, «guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito. E’ crescente l’impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di Old Corruption». Per questo «bisogna inventare un soggetto politico nuovo» perché «oggi il Palazzo non rappresenta affatto parti intere del paese».

In attesa del primo appuntamento pubblico tra un mese, il «soggetto politico nuovo» per ora è solo una «cosa» destinata a cresce sul web (www.soggettopoliticonuovo.it) e con assemblee locali. Non ha ancora un simbolo né un nome, ma il retroterra è fertile. C’è il forum per l’acqua pubblica, che continua a mobilitare milioni di persone nella difesa del successo referendario. Decine di movimenti locali su temi ambientali. Spezzoni sindacali come la Fiom, che segue a distanza ma con attenzione. I prof cercano di saldarli, pescando nel 45 per cento di italiani che nei sondaggi dichiara di non voler andare a votare. Il risultato è una sorta di partito dei beni comuni per dare all’ondata di antipolitica uno sbocco democratico e progressista.

E i politici? Gli interlocutori naturali sono lo stesso De Magistris, Emiliano, Vendola, Pisapia. I contatti e le manifestazioni di interesse ci sono stati, ma per ora i promotori non hanno voluto adesioni formali.

martedì 27 marzo 2012

Fornero al cimitero: why not?

“ Documento di policy”, “Articolato di policy”. Si esprime così la Fornero, tecnico guastatore del governo Monti, incaricata di far detonare le ultime garanzie in campo di diritti del lavoro. “Non siamo qui per distribuire caramelle” afferma la ministra, mostrando un cinismo mascherato dall' ambascia del portare un peso che nessuno al di fuori di lei ha avuto il coraggio il coraggio di portare, d'altronde come si usa dire nei mie film preferiti: “qualcuno dovrà pur fare il lavoro sporco” . Solo che una simile frase sottintende in genere un'idelogia occidentalista secondo la quale il livello di consumi e il senso di sicurezza degli occidentali richiedono il sacrificio di qualche milione di persone, che devono sottostare al giogo del colonialismo e dell'imperialismo con tutti mezzi necessari, al solo scopo di fornire alimento al moloch capitalista. Un'ideologia figlia del disincanto e del cinismo post-moderni: in un mondo dove conta solo il potere e il denaro e tutti si scannano per un posto al sole, il contratto sociale che baratta la propria libertà con la sicurezza può valere solo per una piccola parre del mondo. Diversamente nella visione di questi tecnici miliardari e ipocriti (Fornero rinunci al rettributivo anche tu o no?), sicurezza e consumi non sono una prerogativa geografica (non che l'una visione sia meglio dell'altra intendiamoci, è solo questione di contesto), ma solo di elite, infatti non si vede per quale ragione costoro facciano strage di corpi, se non per mantenere uno status quo che vede sempre più gente impoverire a vantaggio di una minoranza sempre più ricca. Questo disegno viene perseguito con il pretesto surreale del pareggio di bilancio, “un totem” direbbe la nostra ministra, ma da quando in qua un ministro, cioè uno che per statuto deve “somministrare la minestra”, si preoccupa di entità astratte a discapito di corpi umani barbaramente mutilati? A che scopo amputare gli arti di un corpo sociale, se non c'è gangrena? Non sarà che il malato grave è chi amputa e non l'amputato?
Fornero al cimitero”, si leggeva sulla maglietta di una donna fotografata vicino a Diliberto. Non lo avesse mai fatto, terrorismo, istigazione all'omicidio, rigurgiti di una politica fatta di odio e violenza. Gente che ti dice in faccia che vuole sbatterti in mezzo a una strada e di condannerà alla fame, si permette di parlare di violenza. Lo sa questa masnada di politici e giornalisti servi cos'è il carnevale? Che significato assume il termine carnevalata alla luce di una tradizione storica culturale?  Sin dal medioevo il carnevale era una parentesi, una zona franca, uno spazio fisico e mentale dove per un periodo limitato di tempo era permesso ai poveri di sbeffegiare i potenti, rappresentati con maschere grottesche e caricaturali e ricoperti dei peggiori improperi. Quella della maglietta della signora arrabbiata si può descrivere appunto come una carnevalata, un desiderio di uccidere non la persona fisica, ma la sua immagine e quello che rappresenta. Fornero al cimitero. Oggi ci tolgono pure il carnevale, il senso di colpa che ci hanno istillato nei confronti di qualsiasi atto di lesa maestà della ricchezza è grande. Quel fesso di Diliberto ha chiesto pure scusa. Io faccio il medico e se avessi sotto i ferri una come la Fornero farei di tutto per salvarla, perché mai e poi mai vorrei essere causa seppure indiretta della sua sua morte, eppure lo grido con quanta forza ho in gola: “Fornero al cimitero”, non rinuncio al mio carnevale, alla faccia dei tiranni e dei potenti di tutte le ere.
Repellente, è la sola parola per definire la politica di questa gente. Mandiamoli a casa presto.

lunedì 26 marzo 2012

Un Trattamento Sanitario Obbligatorio per il Pd

“Il Pd farà la su parte per difendere la dignità dei lavoratori”. Frasi del genere che nascondono dietro la retorica il paradosso di  posizioni inconciliabili, sono il segno di una malattia che ha il sapore di un destino fatale. Forse è vero, come dice Parlato che moriremo democristiani, perché in fondo quella dei Dc è l'unica filosofia che ha la capacità di guardare alla storia con la pazienza e il distacco necessario, come di colui che attende sulla riva del fiume, ben sapendo che aldilà della spregiudicatezza dei nuovi rentiers, buona per soddisfare un edonismo di breve durata, c'è sempre negli eventi storici il ripetersi di uno schema preciso, una circolarità che ripropone l'essenza della politica e della storia come tema ricorsivo e immodificabile. Rompere gli schemi significa sparigliare le carte, non accettare le regole del gioco, facendo leva su nuovi soggetti politici, ma questi ultimi sembrano non raggiungere mai l'unità di intenti necessari.
Un partito che dice di voler acconsentire a una politica liberista per necessità contingenti, ma si ripromette, passata la buriana di aderire ad una visione “laburista” del lavoro, o è schizofrenico o è un imbroglione che cerca di nascondere la verità. Non c'è nessun motivo di credere che una politica liberista, che ha dimostrato in milioni di occasioni il suo drammatico effetto, vada bene in una determinata fase storica e sia inadatta in un'altra, e lo stesso si può dire di una politica, che per definizione si presume antiliberista (dimentichiamoci di Blair).
Per quanto uno si arrovelli, l'autolesionismo del Pd non è facilemente comprensibile se non si ricorre ad una visione in bilico fra il complottismo e la semplice constatazione che la politica nazionale risponde ormai a logiche imposte da organismi esterni allo stato nazione. L'unica chiave per interpretare il fenomeno Pd, aldilà della psicopatologia e del grave ritardo mentale, sembra essere questa.
Ma sia come sia a noi cittadini preoccupati del nostro futuro, importa qualcosa della schizofrenia del Pd? 
Forse si, ma a questo punto si impone un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

domenica 25 marzo 2012

La coccodrilla preventiva


Molte volte ho criticato Travaglio, soprattutto per le su opinioni su Israele e sulla questione palestinese. Da qualche tempo però mi trovo a condividere i suoi editoriali parola per parola. Quando mette in evidenza l'incoerenza del Pd e del governo Monti con il suo puntiglio solito nel riferire fatti e corcostanze, provo un senso di sollievo. Per fortuna mi dico, qualcuno che ricorda e che usa la logica per smascherare ominicchi e quaquaraquà con l'abito da cerimonia. 
La gente che ci governa è ipocrita, falsa e mediocre, i soli fatti pur spiattellati con salace arguzia, purtroppo però non bastano per liberarcene, ma sono almeno un buon lenitivo.

di Marco Travaglio da Triskel182


Lacrime di coccodrillo”: così la Camusso ha definito il rammarico della Fornero perché la sua controriforma “non è condivisa da tutti”, cioè perché qualcuno ancora si ostina a non pensarla come lei. Non sappiamo se madama Fornero sia un coccodrillo. Ma, se lo è, trattasi di esemplare nuovo, geneticamente modificato: il coccodrillo che piange prima. Il 18 dicembre, un mese dopo le sue lacrime in favore di telecamera,la Fornero disse al Corriere: “L’articolo 18 non è un totem” (forse voleva dire tabù). Poi, di fronte alle prevedibili polemiche,ingranò la retromarcia: “Non avevo e non ho in mente nulla che riguardi in modo particolare l’art. 18. Sono stata ingenua, i giornalisti sono bravissimi a tendere trappole. Vogliamo lasciarlo stare questo art.18? Io son pronta a dire che neanche lo conosco, non l’ho mai visto”. L’8 gennaio Monti smentì la retromarcia:“Niente va considerato un tabù. In questo senso il ministro Fornero ha citato l’art.18”. Il 30 gennaiola Fornerosmentì la smentita: “L’art. 18 non è preminente, ma non dev’essere un tabù”. E via a sproloquiare sul “modello tedesco”: quello che prevede l’intervento del giudice per ogni licenziamento. Invece la controriforma Foriero esclude dal reintegro giudiziario i licenziamenti per motivi economici, anche se camuffano quelli disciplinari e discriminatori. È così, tra una bugia e l’altra, che s’è svolta tutta la trattativa su un non-problema, “non preminente”, “mai visto”: infatti alla fine l’art. 18 esaurisce praticamente l’intera “riforma del mercato del lavoro”. Il resto è fuffa, anzi truffa. Monti dice che l’art. 18 frena gli investimenti esteri. Ma l’ha subito sbugiardato persino il neo presidente di Confindustria, Squinzi: “In linea generale non credo sia l’art.18 abloccare lo sviluppo del Paese. Le urgenze sono altre: burocrazia, mancanza di infrastrutture, costi eccessivi dell’energia,criminalità”. Per Napolitano la “riforma è ineludibile per adeguarsi alla legislazione dell’Europa”. Monti aggiunge che, se avesse stralciato l’articolo 18 dalla“riforma”, “l’Europa non avrebbe capito”. E allora perché l’Europa capisce benissimola Germania, che consente a ogni licenziato, per qualunque motivo, di appellarsi al giudice che può decidere sempre fra l’indennizzo e il reintegro? Sul Corriere, Ferruccio de Bortoli trova “inquietanti” i “toni apocalittici di molti commenti” che “descrivono un paese irreale”,“tradiscono una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe, che non corrisponde più alla realtà della stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro. Dipingono gli imprenditori (che hanno le loro colpe)come un branco i lupi assetati che non aspetta altro se non licenziare migliaia di dipendenti”. Potrebbe chiedere informazioni al suo principale azionista,la Fiat, che a Melfi ha cacciato tre lavoratori solo perché facevano i sindacalisti e a Pomigliano richiama al lavoro solo i cassintegrati non iscritti alla Cgil, facendo carta straccia della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori. Poi de Bortoli violenta due volte la logica,usando i numeri bassissimi di licenziati reintegrati per dimostrare che la controriforma dell’art. 18 non fa male a nessuno. È vero che “solo l’1% delle pratiche di licenziamento gestite dalla sola Cgil tra il 2007 e il 2011è sfociato in riassunzioni o reintegri”: ogni anno i giudici si occupano di 6 mila licenziati e ne reintegrano solo 60. Ma questo dimostra l’opposto di quel che vuol sostenere de Bortoli. E cioè: l’art. 18 è un argine fondamentale contro i licenziamenti ingiusti,che con la controriforma saranno molti di più; ed è falso che oggi i giudici impediscano alle aziende di licenziare in caso di necessità. Ergo non c’è alcun motivo di toccare l’articolo 18. E quanti lo vogliono stravolgere non sono mossi da ragioni economico-produttive, cioè tecniche. Ma politiche o,come direbbe de Bortoli, ideologiche. Ecco, per favore: ci risparmino almeno le balle.

Da Il Fatto Quotidiano del 25/03/2012.

sabato 24 marzo 2012

I tremila prigionieri politici a Cuba del vaticanista di Sky Stefano Maria Paci

da Giornalismo partecipativo


Sto cercando di capire da dove il vaticanista di SKY tiri fuori la notizia che ripete da giorni a ogni SkyTG24 per la quale, per opera della chiesa cattolica, in occasione della visita del Papa sarebbero stati liberati a Cuba la bellezza di tremila prigionieri politici.
Caspita, sto tutto il giorno qui a studiare di America latina ma questa mi era sfuggita! Per avere una versione neutra su questi temi chi scrive va sempre per prima cosa a vedere l’ultimo rapporto di Amnesty che per Cuba si trova a questo link. Non viene identificato un numero definitivo di prigionieri di coscienza ma quello che appare sicuro è il numero di undici (11).

A questi potrebbero aggiungersi alcune altre unità secondo la stessa Amnesty, arrivando intorno alla ventina. Venti di troppo probabilmente, ma sempre venti rispetto alle centinaia di prigionieri politici in Messico da dove Paci parla e dei quali chissà perché non fa parola. Per arrivare a tremila ne mancano duemilanovecentottanta!
Altre fonti, meno neutre di Amnesty, sul numero dei prigionieri politici a Cuba si spingono intorno all’ottantina. Mettiamo pure che tali fonti siano tutte comuniste come l’Economist e il Financial Times per Berlusconi. Vogliamo raddoppiare? Triplicare? Resta il fatto che in ogni SkyTg24 viene ripetuta gratuitamente una notizia falsa e tendenziosa che Stefano Maria Paci ha letto di fretta chi sa dove e, pur essendo il tema dei diritti umani straordinariamente importante, riporta senza alcuna seria verifica professionale.
Eppure sarebbe stato facile verificare. Restiamo sempre alle fonti giornaliste mai tenere con Cuba. Il quotidiano La Repubblica lo scorso dicembre pubblicava la notizia dell’amnistia a Cuba che fin dal titolo riporta: Amnistia, Cuba libera 2.991 detenuti. Tra loro cinque prigionieri politici. Cinque prigionieri politici, gli altri sono persone condannate per reati comuni. Di tremila prigionieri politici liberati a Cuba per la visita del Papa (a quanto mi risulta) parla solo il sito Attualissimo, non proprio una perla di autorevolezza giornalistica. Milioni di italiani pagano un salato canone mensile a Sky per avere come fonte del principale canale all-news italiano “Attualissimo”? "Accuracy, Accuracy, Accuracy" diceva Pulitzer… traducetelo per Paci…

Ecco come funziona l'articolo 18 modello tedesco

Il reintegro in Germania è un diritto. Intoccabile. Nonostante le varie "manutenzioni" apportate dai vari governi. Anche socialdemocratici, che l'hanno pagata cara alle urne. La diversità con l'Italia è il patteggiamento.


Modello «tedesco», modello «americano»? Grande è la confusione sul regime dei licenziamenti. L'impressione è che la ministra Fornero - che secondo qualche giornale vorrebbe fare una riforma «alla tedesca», persegua piuttosto un modello fai da te, all'amatriciana (con tutto il rispetto per questa ottima ricetta, che richiede gran cura nel combinare pomodoro, cipolla, guanciale e pecorino).

Nessuna delle idee di Fornero su come regolarsi qualora risultino ingiustificati i motivi addotti dal datore di lavoro - lasciare al giudice l'opzione tra indennizzo e reintegrazione se si discute di presunte inadeguatezze «soggettive» del lavoratore, oppure prevedere solo l'indennizzo se le motivazioni vertono su problemi «oggettivi» dell'azienda, di natura economica o organizzativa - vengono praticate in Germania. Farebbero anzi sobbalzare dall'indignazione ogni giudice del lavoro tedesco.
 
Più legittimamente si riferisce a un «modello tedesco» chi propone la possibilità di patteggiare un indennizzo, come alternativa a uno scontro dall'esito incerto davanti al giudice. In Germania questa possibilità è stata rafforzata nel 2004 dal governo del socialdemocratico Gerhard Schröder, che nel suo cancellierato dal 1998 al 2005 ha flessibilizzato il mercato del lavoro e ridotto le tutele del welfare. Chi, nel partito democratico e dintorni, caldeggia i patteggiamenti, farebbe perciò meglio a parlare di «modello Schröder». Tenendo presente che fu proprio questo modello a causare la sconfitta elettorale del politico socialdemocratico e a consentire la vittoria della democristiana Angela Merkel. Se Bersani vuol fare la stessa fine, si accomodi.
 
Il richiamo a modelli stranieri serve solo a gettare fumo negli occhi del pubblico, vantando l'una o l'altra rispettabile ascendenza. Un gioco fuorviante, se non si precisano le norme a cui ci si riferisce. Il diritto del lavoro tedesco infatti non è rimasto immutato nel tempo. Dagli anni '90 è stato più volte manipolato in senso neoliberista, anche se in Germania ci è stato almeno risparmiato di sentir parlare con lingua biforcuta di «manutenzione» quando si smantellava.
 
Quel che resta in piedi oggi è molto più vicino al regime previsto in Italia dall'articolo 18 dello statuto dei lavoratori di quanto vogliano farci credere Fornero e consorti. Il patteggiamento in Germania è solo un'opzione. Se il lavoratore è convinto di poter dimostrare in tribunale le sue buone ragioni, può sempre impugnare il licenziamento per motivi «soggettivi» o «oggettivi», puntando alla reintegrazione. Se il licenziamento risulta ingiustificato, viene automaticamente dichiarato nullo, e quindi si riconferma nel suo immutato vigore il contratto di lavoro preesistente. Con tanto di penali per il datore di lavoro, e pagamento del salario dovuto per il periodo che va dal licenziamento alla sentenza.

Questa tutela spetta dopo sei mesi dall'inizio del rapporto di lavoro, perché questa è la durata massima per il periodo di prova, non tre anni come vorrebbe Fornero. L'obbligo di reintegrazione scatta per le aziende a partire da 10 dipendenti, non oltre i 15, come adesso in Italia. Il licenziamento va comunicato e motivato dal datore di lavoro alla rappresentanza sindacale aziendale, il Betriebsrat. E se il consiglio aziendale non lo ritiene giustificato, formula un'obiezione scritta, che ha un peso rilevante nel caso si ricorra al giudice. Inoltre, se l'azienda ritiene di dover rinunciare a un lavoratore per motivi di ordine economico o organizzativo, non può licenziare a caso Tizio o Caio, ma solo chi tra i dipendenti ha la minore anzianità di servizio e meno familiari da mantenere.

In Germania, nonostante Schröder, non abbiamo nel 2012 una legge per la libertà di licenziamento, ma una «legge per la tutela dai licenziamenti» (Kündigungsschutzgesetz). La versione originaria del 1951 prevedeva il reintegro del lavoratore, qualora la motivazione adottata dal datore di lavoro non regga all'esame del giudice, in aziende con più di cinque dipendenti.

La prima manipolazione filopadronale risale al governo del democristaino Helmut Kohl, che nel 1996 spostò la soglia a dieci dipendenti. Nel 1999 Schröder, quando Oskar Lafontaine era ancora ministro delle finanze e presidente della Spd, revocò questa controriforma, e tornò a cinque dipendenti. Nel 2004 il cancelliere Schröder ci ripensò, ripristinando la soglia di dieci dipendenti, come a suo tempo disposto da Kohl.

Sempre nel 2004 Schröder introdusse il diritto a un indennizzo (mezza mensilità per ogni anno di durata del rapporto lavorativo) per il lavoratore licenziato per motivi organizzativi o economici, se rinuncia a contestare in tribunale il licenziamento. Si tratta di un incentivo a rinunciare al processo. Ma il diritto di intentarlo, con l'obiettivo della riassunzione, resta intatto.

Il tassello mancante e lo scacco matto a Bersani

Qual è il tassello mancante? Si chiede Travaglio nell’editoriale di ieri. In sostanza perché chi aveva la mossa dello scacco matto contro il re porcello e gli bastava solo  muovere un pezzo sulla scacchiera, si trova lui stesso sotto scacco? Bersani aveva una pistola puntata alla tempia? Gruppo Bildegerg, illuminati, CIA, FMI, Vaticano e chi più ne ha più ne metta, lo hanno minacciato di morte? Una vera manna per i complottisti. Noi  però non siamo complottisti, siamo gente animata da uno spirito razionale, e ci chiediamo quale ragione spinge un partito al suicidio? Siamo alla resa dei conti, ormai il Pd non ha scampo, se è vero che qualcuno ha manovrato per causarne  all’implosione ci è riuscito e non ci è voluto neanche tanto, poiché “l’unione delle diverse sensibilità” all’interno di un grande partito moderno, è  una pura bestialità. Lo avevano capito tutti che prima o poi gli ex democristiani sarebbero tornati all’ovile non appena ne avessero costruito uno. Voglio però concedere il beneficio del dubbio all’onorevole Bersani. C’è il caso che egli sia solo  la vittima sacrificale di un gioco più grande di lui e che sia stato manovrato da volponi della politica, placidi gattopardi che fanno parte di una confraternita che da più di un secolo si è votata alla missione  di impedire qualsiasi reale cambiamento nel nostro paese. Lo dica con estrema franchezza, faccia outing: “sono stato un fesso, ma adesso basta”.  Non accetti le regole del gioco, faccia saltare il tavolo, o con me o contro di me, altrimenti se scissione deve essere scissione sia (tanto si farà lo stesso), ma almeno  sarebbe una scissione voluta, non subita. L’alternativa è uno stillicidio penoso con lo smottamento progressivo di pezzi del partito  verso l’asse casinian-montian-berlusconiano, benedetto dalla curia e la messa all’angolo della “sinistra” del partito, ridotta alla nullità politica.

Bersani si liberi dei Fioroni, dei Letta, dei Gentiloni e compagnia,  si sentirà molto meglio e non dovrà  più vergognarsi quando andrà a cena con i suoi amici socialisti d’oltralpe e magari se la smetterà di fare la Thatcher della Romagna, può darsi che con la sinistra e la società civile, sempre se lo rivorremo, vincerà pure la partita.

venerdì 23 marzo 2012

Il tassello mancante

Posto questi editoriali di Travaglio perché riflettono a pieno il mio pensiero su temi riguardanti il Pd, ma lo esprimono molto meglio di quanto potrei fare io

di Marco Travaglio da funize.com

Più passa il tempo, più cresce la sgradevole sensazione che i conti non tornino. Che ci sfugga qualcosa di non detto – e forse di non dicibile – sui giorni che vanno dalla famosa lettera della Bce con gli ordini al governo italiano alle dimissioni di B. alla nascita del governo Monti. A novembre B. era, politicamente parlando, un uomo morto, travolto dal suo terrificante fallimento. Nel voto alla Camera sul rendiconto finanziario, si era fermato a quota 308 (cioè a -8 dalla maggioranza minima, nonostante la trentina di deputati comprati nell’ultimo anno). E non c’era più nessuno da comprare, anzi alcuni dei comprati e persino dei fedelissimi (una per tutti: la Carlucci) gli voltavano le spalle. Bastava attendere qualche giorno e, al primo voto di fiducia, sarebbe crollato in Parlamento. Da mesi si parlava di Mario Monti come dell’unica personalità in grado di rassicurare la Bce, i mercati e i partner europei, alla guida del nuovo governo. E si lavorava all’ipotesi di un ampio schieramento – quello che aveva contrastato l’ultimo B. dall’opposizione parlamentare – che si presentasse subito agli elettori indicando in lui il futuro premier per un governo di transizione e decantazione, o di salute pubblica, della durata di un paio d’anni: il tempo di fare le cose urgenti e indispensabili per ridisegnare un terreno di gioco decente da riconsegnare al più presto alla normale dialettica destra-sinistra (o come le vogliamo chiamare). Se quello schieramento (Pd, Idv, Terzo polo con l’eventuale aggiunta di Sel) avesse vinto le elezioni anticipate a gennaio-febbraio, i partiti si sarebbero fatti da parte per un po’ affidando ai tecnici la responsabilità e l’impopolarità di misure finanziarie drastiche, ma con sacrifici equamente distribuiti; e la fabbricazione di una legge elettorale democratica, di una severa legge sul conflitto d’interessi, di una riforma del sistema televisivo, di una seria norma anticorruzione. Stando ai sondaggi, quello schieramento avrebbe stravinto, il partito azienda di B. sarebbe sceso ben al di sotto del 20%, ridotto finalmente all’irrilevanza, così il centrodestra avrebbe potuto riorganizzarsi intorno a leader meno indecenti. E quel rinnovamento obbligato avrebbe costretto anche il centrosinistra a mandare in pensione molte vecchie muffe che stanno in piedi solo perché dall’altra c’è B. Poi, nel 2014, saremmo tornati a votare con un centrodestra e un centrosinistra un filino più potabili. Un governo Monti così concepito avrebbe potuto far digerire alcune richieste dell’Europa (sempreché la lettera della Bce provenisse da mani europee e non, come molti sospettano, da manine e manacce italiote), compensandole con una patrimoniale, un’asta sulle frequenze tv, una normativa draconiana anti-evasione, una tosatina alle banche e alle altre lobby (quelle vere, non i soliti tassisti e farmacisti) che la fanno sempre franca. Mercati e speculatori, com’è avvenuto in Spagna, avrebbero tratto un sospiro di sollievo dalla caduta del governo più indecente della storia d’Europa e dalla fine politica del suo caporione, e soprattutto dalla prospettiva di un’Italia governata da Monti, per giunta assistito da una maggioranza parlamentare solida, omogenea e soprattutto affrancata dal ventennale ricatto berlusconiano.
Sembrava tutto perfetto. Ma le cose, come sappiamo, non sono andate così. Monti è andato al governo per una manovra di Palazzo (quello più alto) e, schiavo del ricatto berlusconiano, ha potuto fare solo quel che B. gli consentiva: la macelleria sociale dell’uno-due pensioni-articolo 18 è roba che nemmeno B. aveva osato fare, per non perdere voti e soprattutto per non perdere la Lega. Ogni legge patrimoniale, televisiva, elettorale, anticorruzione, antievasione farebbe cadere il governo, dunque non si fa. B. se ne sta ben acquattato in attesa che gli cancellino anche la concussione, il suo partito chiagne e fotte e guadagna voti, mentre il Pd che solo cinque mesi fa aveva le elezioni in tasca boccheggia agonizzante. Sì, ci siamo persi qualcosa: che cos’è che non sappiamo?

giovedì 22 marzo 2012

Monti, Marchionne e l’estremismo liberista

Con il mercato, contro i lavoratori. Mentre il governo si appresta a riformare l’articolo 18, Mario Monti sposa il Marchionne pensiero: “Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni le soluzioni più convenienti”. Parole che svelano l'illusione del governo "tecnico". Ricordandoci la grande differenza che c'è tra politiche liberiste e liberali.

di Lelio Demichelis
da Micromega



A proposito della trattativa sull’articolo 18 (davvero un momento sempre più epocale per la storia dell’Italia e nei prossimi secoli si distinguerà ancora tra un prima e un dopo riforma dell’articolo 18!) Mario Monti ha detto alle parti sociali che tutti dovrebbero rinunciare a qualcosa. Teoricamente una richiesta di grande buon senso, di solito in una trattativa ci si comporta così; ma questo accade davvero solo se le parti del contratto/accordo sono in posizione paritaria, con uguali diritti e uguali doveri e se cedono cose comparabili.

Nel caso dell’articolo 18 questo però non accade, perché gli industriali sono oggettivamente più forti (avendo Monti di fatto e comunque dalla loro parte, tanto da tributargli, a Milano, il 17 marzo, un’ovazione) e i sindacati sono più deboli; ma soprattutto perché da una parte (i sindacati, ma soprattutto la Cgil, perché Cisl e Uil hanno rinunciato da tempo a difendere davvero i diritti, vedi Fiat) si difendono appunto i diritti (ma i diritti, o sono diritti uguali e universali, oppure non sono diritti), dall’altra, Monti e Confindustria difendono invece le ragioni (presunte o meglio supposte razionali) dell’economia e della globalizzazione.

Ma Mario Monti ha detto una cosa ben più grave (anche se poi in parte smentito dal ministro Fornero), che lo ha di fatto confermato – se qualcuno aveva dei dubbi o sperava o si illudeva che fosse davvero un tecnico apolitico – come estremista del mercato. Un liberista, Mario Monti – e i liberisti sono strutturalmente, intrinsecamente estremisti (tutti gli ideologi lo sono), vivendo appunto per la e nella loro ideologia e confondendo deliberatamente e ostinatamente – ma funzionalmente a ciò che vogliono ottenere – la teoria con la realtà e pre-tendendo di piegare la vita reale delle persone e la stessa realtà alle astrattezze delle teorie (appunto, dell’ideologia).

Parlando di Marchionne, Monti ha infatti detto: “chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni le soluzioni più convenienti”. Comportandosi cioè, Mario Monti, in modo opposto ad Obama, che invece ha fatto di tutto per salvare l’industria automobilistica americana. Dimenticando – sempre Mario Monti (cosa grave, essendo oggi a capo del governo) – che la Costituzione italiana dice e prescrive: all’articolo 2, l’adempimento degli “inderogabili doveri di solidarietà anche economica e sociale”; all’articolo 4 e all’articolo 35, il “diritto al lavoro”; all’articolo 41, che l’iniziativa economica privata è sì libera, ma che non può svolgersi “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana” e che la legge deve determinare “i programmi e i controlli perché l’attività economica possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Dimenticando anche, sempre Mario Monti, che la Dichiarazione di Filadelfia (1944) dell’Organizzazione internazionale del lavoro impone di non considerare mai il lavoro come una merce. Dimenticando ancora, sempre Monti, che un vero liberale come William Beveridge scriveva, nel 1942, che “il mercato del lavoro dovrebbe essere sempre un mercato favorevole al venditore (al lavoratore) anziché al compratore (all’impresa/imprenditore)” e questo perché il lavoratore è sempre e comunque (solo i liberisti pensano il contrario) la parte debole del rapporto di lavoro e del mercato del lavoro. E questo, Beveridge lo scriveva appunto nel 1942, quando la crisi era drammaticamente più pesante di quella di oggi.

Dunque, il governo Monti non è governo tecnico. Dirlo/crederlo è solo una finzione/illusione. Il suo è un governo squisitamente politico e politico nel senso della piena continuità con le politiche neoliberiste che hanno prodotto questa crisi. Politico nel senso che persegue e prosegue, in nome del mercato e delle sue leggi, una biopolitica neoliberista di riduzione dei diritti sociali del lavoro e dei lavoratori (diritti sociali che soli, possono garantire una cittadinanza de facto), affinché si indeboliscano anche quelli politici e civili (ovvero di cittadinanza de jure) e si produca un’azione disciplinare nel lavoro e nella vita delle persone. Mentre nulla si fa, in Italia e in Europa, contro i mercati e la finanza responsabili della crisi; anzi l’Italia ha riammesso le vendite allo scoperto in borsa.

I diritti sono riconosciuti da Monti a Marchionne (diritti assoluti, di fare e disfare a piacimento), ma sono negati ai lavoratori (articolo 18, ma anche ai lavoratori della Fiat, cui viene negato il diritto di scegliere il sindacato che vogliono – ma su questo Monti appunto tace: evidentemente il diritto sociale e politico alla libertà sindacale deve passare in secondo piano rispetto alla libertà assoluta del mercato). E quindi, appunto, Mario Monti non è un liberale e non è un tecnico. E dunque – è utile ricordarlo – tra liberali e liberisti c’è una grande differenza (e appunto, Beveridge era un liberale, non un liberista).

La controversia aveva coinvolto già Luigi Einaudi e Benedetto Croce, molto tempo fa. Croce sosteneva che il liberalismo appartenesse alla sfera morale e rappresentasse il luogo della libertà, mentre il liberismo apparteneva alla sfera economica ed era qualcosa di assai simile a un’ideologia. Einaudi sosteneva invece che la libertà economica fosse la condizione necessaria della libertà politica (sbagliando: la storia lo ha smentito più volte). Liberalismo dovrebbe significare la rivendicazione della libertà e soprattutto dell’autonomia dell’individuo. E’ un atteggiamento morale e intellettuale che richiede una libertà intesa come capacità di obbedire a norme razionali che nascono dall’uomo stesso (auto-nomia). Liberismo significa invece credere che la libertà dell’uomo sia solo o soprattutto quella economica, legata al profitto, cui l’uomo deve subordinarsi (etero-nomia).

Aggiornando la questione all’oggi, liberale dovrebbe essere chi si oppone a qualsiasi potere (compreso il mercato) che voglia comprimere la libertà dell’individuo, che voglia minarne l’autonomia assoggettandolo a leggi o a logiche ferree e quindi immodificabili (come le leggi, supposte appunto naturali e quindi immodificabili, del mercato); liberista è chi invece ritiene che l’individuo sia un pezzo di un ingranaggio/meccanismo più grande di lui, appunto il mercato, regolato da leggi fatte credere come naturali e da assecondare nel loro naturale svolgersi, regolando naturalmente le azioni e i comportamenti degli uomini.

Liberale dovrebbe essere chi non transige sulla difesa dei diritti (politici, civili e anche sociali, premessa, questi ultimi perché possano esistere davvero e de facto quelli civili e politici) dell’uomo (e anzi, in quanto davvero liberale, li vorrebbe continuamente ampliare); diritti che considera inalienabili e indisponibili (se non lo fossero, verrebbero meno la libertà e l’autonomia dell’individuo), non cedibili e non barattabili nemmeno in cambio di un lavoro; liberista è invece chi ritiene che anche i diritti possano/debbano diventare merce e che quindi si possa essere ingiustamente licenziati purché si abbia un sufficiente indennizzo, è chi crede che facilitando i licenziamenti si crei più occupazione, chi accusa i sindacati di difendere troppi privilegi ma nulla dice a proposito dello scandalo delle imprese italiane che da anni sfruttano la flessibilità del lavoro per non innovare e per non investire in R&S (anche su questo, Monti tace).

L’Europa vive da troppi anni in una sorta di sconcertante coazione a ripetere neoliberista. Dimenticata la sua economia sociale di mercato e il suo liberalismo radicale e riformista, l’Europa non riesce a capire che il liberismo la sta uccidendo; e dunque propone ancora, ostinatamente: tagli alla spesa pubblica (quando servirebbero investimenti pubblici in infrastrutture e reti), licenziamenti (quando aumenta la disoccupazione), tagli alle pensioni (quando le pensioni già si impoveriscono), obbligo di andare in pensione più tardi (togliendo spazio ai giovani), riduzione delle tutele sociali e diffusione di ulteriore insicurezza (in un corpo sociale già indebolito e insicuro). Politiche insostenibili dal punto di vista sociale. Ma coerenti con l’ideologia neoliberista, antisociale per ideologia.

E’ allora tempo – se proprio non si vuole dare ascolto e ragione alla sinistra radicale e ai no-global o agli Occupy Wall Steet (che hanno ragione su tutta la linea) – che l’Europa torni urgentemente almeno al liberalismo. Per non dover morire neoliberista. Dunque, ancora William Beveridge. Autore del Piano che porta il suo nome, base dei sistemi sociali europei del dopoguerra. Scopo di una politica liberale, per Beveridge era quello di liberare la società dal bisogno. Per questo occorreva ampliare i diritti sociali (il neoliberismo li riduce, complice anche certa parte della sinistra) – diritti sociali maggiori (non minori) soprattutto in tempi di crisi quale premessa per rafforzare le istituzioni democratiche (il neoliberismo invece le indebolisce in nome della supremazia del mercato, indebolendo la democrazia e la libertà e la tanto auspicata coesione sociale).

Le sue proposte liberali si basavano sul perseguimento della piena occupazione (il neoliberismo produce invece disoccupazione); su sistemi previdenziali e assicurativi pubblici (il neoliberismo li privatizza e li rende sempre meno universalistici); sulla re-distribuzione dei redditi (il neoliberismo ha prodotto il contrario, aumentando le disuguaglianze sociali ed economiche); su un accrescimento (e non sulla diminuzione) del ruolo dello Stato in economia; su una stabilizzazione dell’occupazione (il neoliberismo la precarizza e la destabilizza in nome della mobilità, della flessibilità e dando l’illusione di poter essere tutti creativi, mobili, imprenditori di se stessi).

Possibile e sperabile uscire dal liberismo e tornare almeno al vecchio e saggio liberalismo alla Beveridge? Non ci basterà (non dovrà bastarci); e non basterà per uscire dalla crisi; ma sarebbe almeno un primo passo avanti.

mercoledì 21 marzo 2012

Il finto tonto

di Marco Travaglio da thepolloweb

Ma davvero il presidente della Repubblica ha il potere di intimare alle parti sociali di rinunciare a “qualsiasi interesse o calcolo particolare”, cioè di non rappresentare più le categorie che dovrebbero rappresentare, per inchinarsi alla cosiddetta riforma dell’articolo 18 unilateralmente imposta dal governo del prof. Monti e della sig.ra Fornero con l’inedita formula del “prendere o prendere”? Ma dove sta scritto che quella cosiddetta riforma è buona? Ma chi l’ha stabilito che risolverà “i problemi del mondo del lavoro e dei nostri giovani”? Ma chi l’ha detto che “sarebbe grave la mancanza di un accordo con le parti sociali”? Ma, se “sarebbe grave la mancanza di un accordo”, perché il capo dello Stato non dice al governo di ritirare la sua proposta che non trova l’accordo delle parti sociali, anziché dire alle parti sociali di appecoronarsi alla proposta del governo in nome di un accordo purchessia? E che c’entra la commemorazione del prof. Biagi con l’art. 18? Non si era detto che la flessibilità avrebbe moltiplicato i posti di lavoro? Ora che ha sortito l’effetto opposto, anziché ridurla, si vuole aumentarla? E perché mai un lavoratore licenziato senza giusta causa dovrebbe rinunciare ad appellarsi al giudice perché valuti la discriminatorietà del suo licenziamento? E poi: perché mai sarebbe così urgente cambiare l’articolo 18, che riguarda l’1% dei licenziamenti? E che senso ha rispondere, come fa la sig.ra Fornero, che così si tutelano i lavoratori non tutelati? Per tutelare i non tutelati si tolgono le tutele ai tutelati cosicché nessuno sia più tutelato? E siamo sicuri che, in un paese dove è facilissimo uscire dal mondo del lavoro e difficilissimo entrarvi, la soluzione sia rendere ancor più facile uscirne? E chi l’ha stabilito che la trattativa deve chiudersi il 22 marzo, non un giorno di più? E che libera trattativa è quella in cui il capo dello Stato getta la sua spada su uno dei piatti della bilancia, quello del governo, per farlo prevalere sull’altro? E che senso ha la frase della sig.ra Fornero: “Non si può discutere all’infinito, indietro non si torna”? Infinito in che senso, dopo un solo mese di negoziati? Indietro rispetto a cosa? E il Parlamento? Esiste ancora un Parlamento libero di approvare o bocciare le proposte del governo, o è stato abolito a nostra insaputa? E perché mai il Parlamento ha potuto svuotare a suon di emendamenti il decreto liberalizzazioni, snaturarne un altro con l’emendamento Pini contro i magistrati, mentre l’abolizione dell’art. 18 sarebbe sacra e inviolabile? È per caso un dogma di fede? Siamo proprio sicuri che l’insistenza del governo e del Quirinale sull’art. 18 risponda a motivazioni economiche e non al progetto tutto politico di isolare le voci stonate dal pensiero unico, tipo Fiom, Idv, Sel e movimenti della società civile e di cementare l’inciucio Pdl-Pd-Terzo Polo? Se il governo gode nei sondaggi della fiducia del 60% degli italiani e tutti se ne felicitano, perché ignorare il fatto che lo stesso 60% degli italiani è contro qualunque “riforma” dell’art. 18? È proprio ininfluente la maggioranza degl’italiani sulla scelta di un governo che nessuno ha eletto, anzi di cui nessuno, alle ultime elezioni, sospettava la nascita? E perché mai gli unici che devono rinunciare a rivendicare i propri diritti sono i lavoratori e i pensionati, mentre la patrimoniale non si fa perché B. non vuole e le frequenze tv non si vendono all’asta perchè B. non vuole? Il Quirinale smentisce l’indiscrezione apparsa ieri sul Foglio, secondo cui Bersani sarebbe “sempre più insofferente per l’interventismo del capo dello Stato” che “lo riprende e lo bacchetta” non appena “tenta di smarcarsi dal governo o dagli alleati” (nel senso di Casini e Alfano) “su Rai e giustizia”, per “riportare all’ovile il Pd” in nome della “stabilità del governo”? Ma, se il Parlamento deve ratificare senza batter ciglio i decreti del governo e i partiti e le parti sociali devono prendere ordini dal Colle e dal governo sottostante, siamo proprio sicuri di vivere ancora in una democrazia parlamentare? E in una democrazia?

Non salvate il soldato Camusso

La sig.ra Camusso, soldatessa dell'armata Brancaleone del Pd, deve essere un'assidua lettrice del nostro Blog, il quale come si sa rappresenta il comune sentire di milioni di uomini e donne. Leggendo uno dei post precedenti che inveivano contro il sindacato deve aver percepito la rabbia di questo corpulento soggetto collettivo, che non ne può più di gente come lei, Bonanni, Angeletti e compagnia cantando, e allora ha cambiato registro. Adesso fa la dura sull'Art. 18, mentre fino a ieri non vedeva l'ora di chiudere l'accordo. Ma è solo ammuina, ormai sa che volente o nolente l'accordo si farà e avrà i suoi effetti di legge, ma calarsi le braghe senza nemmeno un fremito, una virginale ritrosia, sarebbe equivalso ad un marchio d'infamia indelebile. Anche Bersani in un attimo di lucidità deve aver capito che forse era opportuno almeno abbaiare un tantino alla luna, tanto per far credere di essere un vero mastino dei diritti dei lavoratori e non il cane da salotto di Napolitano. Eppoi se non mostra almeno un guizzo sinistro, cosa gli racconta ai suoi amici Hoollande e Gabriel, rispettivamente capi dei socialisti francesi e tedeschi, che si sta dannando l'anima per tenere in vita un alfiere del liberismo e delle grandi banche  come Monti solo per carità di patria? Quelli per quanto socialdemocratici sono gente seria e non gli puoi dare a bere che vuoi fare un'internazionale socialista quando assomigli a una Thatcher sena capelli e per giunta senza palle. 
Licenziamenti a go go con la scusa delle motivazioni economiche e qualche spicciolo per chi rimane disoccupato, una finta sul precariato e di reddito di cittadinanza neanche un parola, come ha detto la Fornero gli Italiani si sfruscerebbero i soldi per abbuffarsi di pasta al pomodoro. Complimenti.
Adesso capisco perché pur avendo la vittoria alle elezioni in pugno avete preferito Monti, vincendo non avreste potuto fare in tutta tranquillità la politica che più vi piace: quella della destra.

martedì 20 marzo 2012

Un milione di economisti può sbagliare

Ricardo e la bufala del Libero Scambio

traduzione di Domenico D'Amico

david ricardo domenico d'amico bufala quack fallacy
 
Non solo la crisi finanziaria globale ha colto la maggior parte degli economisti completamente alla sprovvista, ma al contrario essi si aspettavano un periodo di stabilità ed espansione esattamente nel momento in cui aveva inizio la più grande crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Tra questi pareri il mio preferito si può leggere nell'OECD Economic Outlook [Prospettive Economiche dell'OCSE] per il 2007 – in cui il capo economista suggerisce che “la situazione economica in corso è per molti aspetti migliore di quanto abbiamo visto negli ultimi anni... I nostri principali pronostici rimangono effettivamente piuttosto positivi.” Ma di simili erronee previsioni in campo economico, da parte di professionisti che dovrebbero essere fonte di saggezza e conoscenza, ce n'è a bizzeffe.
I beninformati sanno che non si tratta di un insuccesso isolato. Il modello Neoclassico che attualmente domina gli studi economici ridonda di errori sia logici sia empirici. Se l'Economia fosse una vera scienza sarebbe stata da tempo rigettata e sostituita con qualcosa di più aderente alla realtà.
Eppure a tutt'oggi il 90% degli economisti nell'accademia crede in questo modello, così come quasi tutti gli economisti che lavorano nei governi e nel settore privato. Lasciati soli con i loro prediletti pacchetti di misure, continueranno a credere che il modello descriva davvero l'economia, nel mentre l'economia reale sprofonda in una crisi sempre più profonda, anche se quel modello afferma che tutto ciò è impossibile.
Dato che gli economisti non sono stati in grado di dare una pulita alle loro stalle intellettuali, alla fine sarà il pubblico a costringerli a una riforma – visto che pentiti come Anatole Kaletsky (del Times) invoca “una rivoluzione nel pensiero economico”, e George Soros finanzia un Institute for New Economic Thinking.
Con un po' di fortuna, nel giro di un decennio o due potrebbe farsi strada un approccio all'economia più aderente alla realtà. Ma nel frattempo, una dritta per il pubblico: è molto probabile che tutto quello in cui la gran parte degli economisti crede sia sbagliato.
Il che mi porta al “Libero Scambio”. La fede nel Libero Scambio è uno dei segni distintivi non solo della scuola Neoclassica, che nasce negli anni 70 dell'Ottocento, ma anche dell'originale scuola Classica che inizia nel 1776 con Smith. La teoria afferma che il benessere di quasi tutti verrebbe incrementato se ogni paese si specializzasse nell'attività in cui riesce meglio – una proposizione che in apparenza sembrerebbe plausibile, e per sostenerla è stato eretto un formidabile apparato di teoria matematica ed economica.
Sfortunatamente, come tante altre cose in Economia, il modello del Libero Scambio, per citare l'autore satirico H. L. Mencken, è “elegante, plausibile e sbagliata”. Gli errori teorici alla sua base esistevano fin da quando David Ricardo per primo ideò il suo modello dei “vantaggi comparati” durante la battaglia politica per l'abrogazione delle “Corn Laws”, che limitavano l'importazione di cereali in Inghilterra.
Le argomentazioni a favore delle Corn Laws includevano la convinzione che con uno scambio non regolamentato l'industria inglese – in particolare l'agricoltura – sarebbe stata spazzata via dalla concorrenza dei paesi esteri. Ricardo, con un magistrale stratagemma retorico, diede per concessa l'opinione dei suoi avversari, cioè che un paese concorrente (il Portogallo, all'epoca uno dei maggiori rivali dell'Inghilterra) fosse migliore dell'Inghilterra, sia in campo agricolo sia manifatturiero, e proseguì con la “prova” che anche in questo caso l'Inghilterra avrebbe tratto vantaggio dal Libero Scambio.
Ricardo ipotizzò che in Portogallo 80 uomini potessero produrre una certa quantità di vino (diciamo 1000 galloni), laddove per produrre la medesima quantità l'Inghilterra avesse bisogno di 120 uomini, e che il Portogallo fosse più efficiente anche nella produzione di tessuti – impiegando 90 uomini per produrre una certa quantità di tessuto (diciamo 100 iarde quadre di cotone) contro i 100 uomini necessari in Inghilterra.
Senza scambi commerciali, entrambi i paesi avrebbero dovuto produrre autonomamente i due generi di prodotti, cosi che, per ogni 1000 lavoratori, il Portogallo avrebbe prodotto un combinato tra gli estremi di 12.500 galloni di vino e 1.100 iarde di cotone, mentre l'Inghilterra avrebbe prodotto un combinato tra gli estremi di 8.333 galloni di vino e 1000 iarde di tessuto.
Se però il Portogallo si fosse specializzato solo nella produzione di vino e l'Inghilterra solo nella produzione di tessuto, la produzione totale sarebbe stata di 12.500 galloni di vino e di 1000 iarde di tessuto. Il che supera la somma del prodotto delle due nazioni in assenza di scambio. Tramite il Libero Scambio i due paesi si sarebbero specializzati nei loro vantaggi comparati, e il benessere di entrambi sarebbe cresciuto.
Un argomento tanto brillante fu di grande aiuto per l'abrogazione delle Corn Laws, e da allora ha sedotto la quasi totalità degli economisti.
Ma questa semplice e plausibile argomentazione presenta un difetto evidente: per realizzare la sua specializzazione, l'Inghilterra dovrebbe spostare capitale e lavoro dal vino ai tessuti (mentre il Portogallo dovrebbe fare il contrario). La mano d'opera si può certamente riconvertire – un vignaiolo può diventare operaio tessile – ma come si trasforma un pigiatoio in filatoio?
La risposta è scontata: non si può. Invece si venderà il torchio da pigiatura, e con i proventi si comprerà la macchina tessile. Ma a causa dell'introduzione dello Scambio, in Inghilterra il prezzo del vino sarebbe precipitato, così come il prezzo dei torchi (gli economisti hanno modificato il modello di Ricardo, mettendo curve al posto di linee rette, cosicché non si pretende più una specializzazione totale, ma resterebbe ancora un po' di produzione vinicola nell'Inghilterra del “nuovo” modello di Libero Scambio), mentre il prezzo dei filatoi sarebbe salito, date le nuove esportazioni verso il Portogallo. Una certa quantità di capitale verrebbe necessariamente distrutta dall'applicazione dello scambio, e questo si applicherebbe anche al Portogallo.
Data la distruzione di capitale legata alla liberalizzazione degli scambi, il ragionamento a prova di bomba che lo scambio porta di necessità all'aumento della ricchezza materiale mostra una bella incrinatura. Se quella economica fosse una vera scienza, questa difficoltà nell'argomento di Ricardo legata al mondo reale avrebbe ricevuto attenzione, ma non è mai stata seriamente presa in considerazione.
Questa ed altre mancanze spiegano perché, quando Dani Rodrik ha studiato attentamente le conseguenze empiriche della liberalizzazione degli scambi, ha scoperto che essa di frequente ha ridotto la ricchezza materiale piuttosto che incrementarla. Scrivendo nel 2001, Rodrik ha riassunto le sue scoperte per la Foreign Policy Magazine osservando che:
“I fautori dell'integrazione economica globale insistono nella visione utopistica della prosperità che i paesi in via di sviluppo otterrebbero se aprissero le frontiere a merci e capitali. Queste vuote promesse deviano l'attenzione e le risorse dei paesi poveri dalle cruciali innovazioni interne necessarie a stimolare la loro crescita economica.”
Nel suo ruolo di economista specializzato nella dissezione delle asserzioni empiriche a favore del Libero Scambio, Rodrik si ritrova contro la potenza della maggioranza dei professionisti suoi colleghi. Come sottolineato più sopra, questo è un motivo più che valido per dire che Rodrik ha ragione.