sabato 15 dicembre 2012

Riprendiamoci le banche.

di Tonino D’Orazio
 
Finché siamo in tempo.

Bisogna fare un passo indietro per capire meglio l’edificio ammirevole. Il mercato liberalizzato dei capitali, cioè quelli che hanno confezionato la crisi finanziaria attuale, continua a rimanere l’unico elemento all’attenzione delle politiche governative. Ai bancarottieri sono andate tutte le riserve finanziarie dei vari paesi a capitalismo avanzato, lasciando nudi e indebitati i cittadini, le loro istituzioni democratiche, lo stato sociale costruito in tanti decenni, e l’avvio della recessione.

E non basta.

Con il salvataggio della finanza privata e i costi della recessione ormai i bilanci statali sono a zero. La situazione è talmente incancrenita che le finanze pubbliche sono diventate esse stesse un problema e non hanno soluzioni. Chissà dove, con quali ulteriori e sempre più probabili “lacrime e sangue”, i governi (tutti di destra in Europa) potranno arrivare. E sempre per continuare a finanziare le banche?

Tutti quelli che hanno sostenuto il trattato di Lisbona fanno finta di non ricordare l’eccesso, più volte denunciato, di una “Europa economica e finanziaria” piuttosto che politica. Dimenticano la loro testarda volontà a sottomettere le politiche economiche in mano a folli creditori e banchieri europei e internazionali (in realtà leggi anglo-americani) peggiori. I romani dicevano: “Quelli che Giove vuol perdere comincia con il renderli pazzi”.

Risultato? I paesi europei stanno prosciugando i propri fondi per il salvataggio delle banche irlandesi ( e greche e portoghese) che hanno scientificamente affossato le finanze pubbliche del proprio paese. Il caso irlandese è interessante per la connessione tra finanza bancaria privata e finanza pubblica. Non c’è da sbagliare pensando che il problema non sia quello di salvare uno Stato (idem per Grecia e quelli che seguiranno) ma piuttosto quello di evitare un nuovo crollo del sistema finanziario. Infatti, per esempio, degli 85 miliardi di euro concessi, 35 andranno alle banche (si è saputo immediatamente dopo che non bastavano), senza contro partita, ovviamente, e 50 allo stato irlandese per tentare di mitigare i prossimi “lacrime e sangue”, ma in realtà per pagare i debiti di stato.

Insomma hanno costruito una Europa sottomessa alla finanza contro i propri cittadini, pronta a perire di finanza stessa.

In effetti è una finanza senza regole, e alla deriva, senza bussola, nemmeno per i necessari investimenti per una ripresa economica che potrebbe tra l’altro garantire soprattutto loro. Anzi. Il 30 settembre l’agenzia Moody’s ha avuto il coraggio di degradare il rating spagnolo a causa di “… una crescita insufficiente”, quando essa stessa vi ha concorso, in primavera, con l’adozione di politiche di rigore tali … che hanno ucciso la crescita. Lo stesso avviene e avverrà per tutte le prossime decisioni dei ministri economici della Comunità europea. E per tutti i paesi sotto debito o sotto speculazione, che guarda caso avvengono tramite finanziarie.

Senza voler aggiungere una considerazione di principio, ritenendola una specie di crimine contro la sovranità del popolo, si può pensare che sono stati aboliti i diritti di cittadinanza per aumentare quelli dei creditori.

L’European Financial Stability Facility (EFSF) (ossia fondo salva stati) cerca di nascondere il disastro. Il Fondo ha come parametro il bisogno finanziario degli stati dell’euro, cioè la somma del deficit corrente e delle scadenze dei debiti sui titoli di stato.

L’Irlanda e il Portogallo, insieme, dovranno trovare 60 miliardi nel 2011 e 40 per il 2012. Solo la Spagna avrà bisogno di 190 miliardi di euro per il 2011 e altri 140 miliardi per il 2012. Insomma 330 miliardi, più un anno prima della scadenza dell’EFSF, più i 100 dei due precedenti, 430 miliardi solo per questi tre paesi. L’EFSF ha un fondo globale di 440 miliardi. E speriamo che tutto vada per il meglio per l’Italia e la Francia, comunque già iscritti nella lista di attesa.

Bisogna aggiungere che, per emettere titoli, l’EFSF ha bisogno della tripla-A (ma guarda un po’ chi lo decide!), quindi di garantire per ulteriori 20% il fondo. Ciò significa che per ogni euro prestato bisogna conteggiarne 1,20 (a carico dei debitori) e dei 440 miliardi nominali soltanto 366 sono realmente disponibili. Potrebbero diventare anche di meno se i paesi che devono contribuire al fondo sono proprio quelli che ne hanno bisogno. E, finché mancano i 12 miliardi di euro della Grecia e i 7 dell’Irlanda, pazienza, ma il buco si comincerà a vedere se mancheranno i 52 della Spagna.

Infine l’EFSF è strutturato nella logica di salvataggi episodici, di numero piccolo e ristretto, e sarebbe assolutamente incapace a far fronte a situazioni di crisi per molti paesi europei. E ancora, spaventati da queste prospettive che hanno contribuito essi stessi a creare, gli investitori sono adesso ossessionati dall’ottenere garanzie perfette e, stranamente, non viene loro in mente di chiederle ai debitori privati.

Evidentemente non è aumentando i fondi che si troverà la soluzione perché regolare i problemi dei più indebitati indebitando quelli che lo sono meno, alla fine lo si noterà. Anche perché questi ultimi possono raggiungere rapidamente i primi nel disastro.

Tutto questo non può che finire male, anche perché parecchi movimenti sociali iniziano a “protestare”, perché il quadro nel suo insieme inizia ad essere chiaro e se ne vede la mostruosità:
la finanza privata è responsabile della più gigantesca crisi della storia del capitalismo; (inutile consolarmi dicendo che Marx l’aveva previsto);
Le banche sono riuscite a forzare i governi a soccorrerle per il fatto che sono la testa di ponte di tutto il sistema capitalista e sono riuscite a incatenare tutti gli strati sociali ai loro interessi;
Questa perfetta presa in ostaggio avrebbe potuto cessare col salvataggio del 2008, bloccando il gioco della finanza e riconducendo il sistema bancario alla comunità, in quanto essa è depositaria dei beni comuni vitali, cioè la sicurezza di incassare la moneta pubblica e garantire le condizioni generali del credito all’economia reale;
Infestati dalle lobby e dai poteri finanziari gli Stati non hanno fatto nulla e prestato soccorso gratuitamente, e per niente, anzi per una doppia fregatura dovuta al mantenimento delle remunerazioni esorbitanti dei dirigenti (quando si dice il merito) e soprattutto, più grave ancora, svuotando le casse statali e lasciandoli di fronte alla crisi e alla recessione;
 

Gli splendidi meccanismi dei mercati di capitali concorrono con rara eleganza all’organizzazione del peggio, rendendo irrisolta la crisi del debito che essi stessi hanno creato;
 

E questo finché questa crisi diventi irrimediabile e minacci di nuovo una seconda catastrofe come quella del 2008;
 

Nel frattempo l’Europa inventa con urgenza nuove istituzioni che dovrebbero aiutare gli “Stati” quando tutti capiscono che bisogna salvare le banche per la seconda volta. Sarebbe la seconda volta di troppo, e ci si chiede come sia stato possibile che i movimenti sociali abbiano potuto inghiottire la prima così facilmente. Almeno fino adesso. La fame vera non è ancora arrivata a quelli che non ci sono abituati.

Il messaggio culturale incomincia finalmente a circolare: “Le banche e i banchieri sono la causa dei nostri mali”.
 

In Francia un video di Cantona (sì, l’ex giocatore della Roma) ha fatto su Facebook circa 180.000 proseliti. Con un messaggio chiaro.

“Le banche e i banchieri sono la causa dei nostri mali”, “Esse vivono con i nostri depositi”, “ per cui, per abbattere le banche e sbarazzarci di questo flagello basta ritirare i nostri soldi”. Tecnicamente vero, ma alla fine catastroficamente falso.

Se uno ritira i propri risparmi, cosa ne fa ? Li mette sotto il materasso? A parte che bisognerebbe precipitarsi in banca tra i primi. Tutti sanno che le banche hanno una propensione relativa a rendere rapidamente i soldi, e che nelle casse non vi sono mai molte riserve, solo quelle determinate da una media ponderata di ritiri e di incassi giornalieri.

Comunque, ammettendo di aver messo le banche al tappeto, bisogna rappresentarsi la vita quotidiana e a cosa assomiglierebbe la vita materiale. Per esempio mangiare. Cioè comperare da mangiare. Pagare con assegni? Non è più possibile, non vi sono banche. Ritirare soldi al bancomat? Impossibile. Ottenere un credito? Impossibile. Rimangono i soldi liquidi in tasca. Per molti, rappresentano pochi giorni di possibilità di spesa.

Siccome distrugge istantaneamente il sistema dei pagamenti e del credito, il crollo bancario generale è l’avvenimento estremo dell’economia capitalista; blocco della produzione, incapacità di finanziare gli anticipi, impossibilità dei cambi, poiché la circolazione della moneta perderebbe le sue infrastrutture, una specie di caos, nel quale il mondo sociale pagherebbe di più perché quegli individui sono costretti a lottare una sopravvivenza materiale giornaliera.

La verità, anche se manca di poesia, è che abbiamo bisogno delle banche, anzi un bisogno vitale. Ma dire che abbiamo bisogno delle banche è una cosa e dire di quali banche abbiamo bisogno è un’altra.

Non sono le banche che bisogna distruggere in Europa, ma quel tipo di banche, quelle che ci stanno portando nel disastro. Nelle banche vi sono infrastrutture di sistemi di pagamento e di tenuta dei conti, cioè i requisiti per scambi possibili in una economia monetaria, e vi sono persone capaci (più o meno) di prendere decisioni per il credito alle famiglie, alle imprese e altre cose che abbiamo interesse a salvaguardare.

Non si tratta di affossarlo, ma di riprenderlo. Tanto il sistema bancario sta già lavorando al suo prossimo crollo. Nell’atmosfera attuale di panico dei mercati obbligazionari il fatto rilevante è notare la solidarietà (nel disastro) tra i titoli bancari e i titoli pubblici. Essi sono strettamente imbricati tanto che salvare le banche rovina gli Stati e il possibile fallimento degli Stati rovina le banche.

Tra far cadere le banche con un ritiro rabbioso dei depositi e vederle cadere da sole sotto l’effetto della loro proprio turpitudine, la differenza concreta è quella di lasciare al capitalismo finanziario e alle sue élites l’intera responsabilità storica della rovina finale. E se proprio non si vuole solo guardare cadere le banche ma attivamente farle cadere, la migliore opzione sarebbe quella che se ne incaricasse lo Stato dichiarando momentaneamente insolvente il suo debito pubblico.

La manovra prenderebbe un senso politico:

1 dimostrare con gesto unilaterale la propria sovranità e chi detiene veramente il potere democratico, il popolo e non la finanza;

2 con il ripudio di tutto o in parte del debito pubblico, di alleviare la popolazione dall’austerità e recuperare margini per politiche di crescita;

3) armarsi di una politica pubblica di trasformazione radicale necessaria all’affrancatura dal finanziamento del deficit pubblico dai mercati di capitale e alla ricostruzione completa delle strutture bancarie (comunque distrutte dall’insolvenza).

C’è da scommettere che tra i governi di oggi (l’eccezione è stata quella di Krouchner in Argentina quando decise di non rimborsare più i titoli di stato ai risparmiatori esteri, che poi abbiamo pagato noi agli speculatori italiani che poverini avevano perso i loro risparmi; l’altra quella delle banche islandesi, che si sono rapidamente ristabilite per il fatto di non aver riconosciuto i debiti con i non-residenti e, meglio ancora di aver convalidato questo gesto tramite referendum popolare) nessuno è capace di affermare la supremazia popolare e rivendicare, con l’insolvenza, una guerra aperta alla finanza. Questa può anche prenderci in ostaggio, noi e la democrazia, ma se diventa debitrice, anche lo Stato può rovinarla e ricomprarla a basso costo. E comunque è lo sviluppo endogeno della dinamica finanziaria che farà il resto, e lo Stato potrebbe ancora fare bella figura. Non abbiamo più scelta, solo quella di pensare all’ipotesi del crollo bancario conseguente all’insolvenza degli Stati, rivendicata o subita, cioè ad una nuova ipotesi “dell’autunno 2008”, con questa differenza però che la soluzione di salvataggio da parte dello Stato non sarà più possibile. (Né dal EFSF europeo).
 Il fallimento tecnico delle banche avrebbe almeno un effetto interessante, cioè permetterebbe di mettervi le mani sopra, e a poco costo. Sarebbe un ottimo argomento per una riappropriazione del sistema creditizio; il fallimento non lede il principio dei privati e degli azionisti anzi permette di operare una nazionalizzazione con presa giudiziaria. Sequestrare banche fallite non ha nessun carattere di attentato alla proprietà poiché questa è stata distrutta dal fallimento stesso. In questo senso sarebbe l’equivalente capitalista della bomba al neutrone che uccide i diritti di proprietà e lascia intatto gli immobili, le strutture e anche gli umani salariati capaci di far funzionare la macchina. Ma un fallimento non lascia a terra solo gli azionari, ma anche i creditori. Il diritto ordinario dei fallimenti e delle risoluzioni concordate offrono comunque a questi ultimi una possibilità di recuperare una parte. E’ questo che bisogna recuperare, finché si è in tempo. Anche culturalmente. Il governo Irlandese ha deciso di nazionalizzare una delle più grandi, ma più indebitate, banche del paese, ritenendo essere l’unico modo di rilanciare il credito produttivo alle piccole e medie imprese. Forse si può fare, prima di raggiungere una fase critica di disastro.

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