mercoledì 19 dicembre 2012

I robot non fanno la spesa

di Peter Radford (dal Real-World Economics Review Blog)
traduzione di Domenico D'Amico


Visto che Washington e l'industria dei media sono totalmente assorbiti dal fiscal cliff [1], il resto di noi può tranquillamente sedersi e tirare avanti a campare. Possiamo anche cominciare a discutere dei fattori che hanno veramente eroso l'economia. Alcuni hanno appena notato che l'equilibrio tra profitti e salari è completamente fuori scala. E di molto. Talmente fuori che il nostro futuro dipende dal concepire una strada per ritrovare un equilibrio migliore.
Si tratta di un concetto di cui ho trattato diverse volte negli ultimi anni. Permettetemi una sintesi:
Per un lungo periodo dopo la II Guerra Mondiale, almeno fino alla fine degli anni 70, operava negli USA un “contratto sociale” non scritto ma chiaro.
In origine l'impulso venne dalla gratitudine nei confronti dei reduci della Guerra, ma in seguito ottenne un'accettazione più estesa. Il patto era che il big business era libero di innovare e fare profitti nella misura in cui i lavoratori avessero la loro parte dell'aumento di produttività che l'innovazione avrebbe creato. In tal modo, anche se la tecnologia avesse minacciato alcuni posti di lavoro, l'insieme della forza lavoro avrebbe beneficiato di salari più alti e quelli che si fossero ritrovati a spasso sarebbero stati protetti da istituzioni come l'assistenza ai disoccupati e altri aspetti del New Deal, e sarebbero rientrati presto nei ranghi degli occupati a causa della relativa dinamicità dell'economia.
Questo dinamismo non era un elemento dell'aggressione ai concorrenti dell'America – essi erano anche nostri mercati – ma più una funzione del feedback positivo all'interno dell'economia. I salari in crescita alimentavano la domanda, che alimentava i profitti, che creavano opportunità per l'impresa, altri posti di lavoro e altra domanda. L'economia procedeva su un sentiero di auto-alimentazione, almeno fino a quando profitti e salari non si fossero esclusi a vicenda.
Non era né il paradiso dei lavoratori né il sogno dei capitalisti. Era un compromesso.
Un compromesso che portò a due conseguenze.
La prima fu il crescente compiacimento di una classe media dall'inedita ricchezza e autonomia. La seconda fu la rabbia repressa nella comunità d'affari, a cui veniva impedito di “massimizzare” i profitti.
La genialità della trasformazione del Partito Repubblicano da parte di Reagan fu questa: sfruttarne una per gestire l'altra.
Durante il periodo di stagnazione e alta inflazione alla fine degli anni 70 Reagan riuscì a concepire una strategia antigovernativa che parlasse alla frustrazione della classe media. I giorni felici degli anni 50 e 60 avevano fatto posto a dubbi sempre crescenti. La classe media, ormai abituata agli aumenti di stipendio, stava affrontando un periodo di incertezza economica che stonava col supposto Sogno Americano. A qualcuno bisognava dare la colpa. Reagan trovò la causa perfetta per il problema: il big government [troppo stato]. La sua adozione delle politiche di sostegno all'offerta [supply side economics] – deregolamentazione insieme a tagli fiscali – era intesa a scongiurare la stagnazione togliendo di mezzo lo stato e liberando il potere della magia del mercato.
I suoi sforzi venivano sostenuti da un esercito di think tank di destra e lobbisti pesantemente finanziati dal big business. Entrambi i partiti al Congresso si infatuarono della deregolamentazione.
La sostanza intellettuale di questa svolta a destra venne fornita da economisti ortodossi che affermavano, in accordo con la consolidata tradizione classica, che il libero mercato è sempre preferibile all'intervento dello stato. Le affinità elettive tra economisti ortodossi e un Partito Repubblicano in nuova ascesa erano talmente potenti da eliminare dal tavolo qualsiasi alternativa. I Democratici furono spinti alla sottomissione dall'incredibile popolarità di Reagan e del suo messaggio positivo. Non ci fu alcuna effettiva opposizione alla svolta a destra. Anche i media si adeguarono. Il risultato fu che l'America è stata dominata dalla politica della magia dei mercati per quattro interi decenni, inclusa l'era di Clinton.
Un'ulteriore componente di questa svolta a destra fu la rapida adozione da parte del settore affaristico di tecniche manageriali altamente distruttive che si potrebbero raggruppare sotto l'etichetta “valore dell'azionista”. Queste tecnologie fornirono la legittimazione per una serie di pratiche dirigenziali tutt'ora all'opera. La conseguenza più importante di queste pratiche fu quella di fare del profitto sempre crescente la motivazione morale degli affari. Nient'altro aveva importanza. E il profitto doveva aumentare qualsiasi fosse il contesto. Nel caso di un ristagno dei ricavi, ci si aspettava che la dirigenza tagliasse i costi per mantenere i profitti in crescita. Il costo sociale non aveva importanza. L'impatto sull'economia in generale non aveva importanza. Una di queste tecniche – la “teoria dell'agenzia” [agency theory] [2] – diede perfino legittimità al concetto che i manager dovessero avere una quota dei profitti che ottenevano. Questo avrebbe dovuto far coincidere gli interessi della dirigenza e quelli degli azionisti. È ciò che ha dato slancio all'attuale cultura del bonus. Si può sostenere che essa abbia minato il peso degli azionisti, avendo permesso ai manager di attribuire a se stessi maggiori profitti di quanto avrebbero ottenuto altrimenti. Questa panoplia di moderne tecniche di management era meno efficiente di quanto suggerissero le sue radici ortodosse. Non di meno, conquistò il dominio su una comunità d'affari più potente e meno regolata.
La vicenda è ben nota. Talmente ben nota che, a quanto pare, alcune delle conseguenze del reaganismo sono state ignorate o accolte con un moto di sorpresa.
Per quel che ci riguarda, la conseguenza più grande è stata la demolizione del contratto sociale postbellico. Uno dei capisaldi di quel contratto era stata la capacità dei sindacati di organizzarsi e contrastare il big business. A questo si è provveduto con leggi contro il sindacato – in un processo che continua tutt'oggi come si vede dal voto in Michigan di questa settimana [3] In tal modo i lavoratori hanno perso il loro potere contrattuale, e gli affari consolidarono il loro predominio in tutte le questioni economiche.
Non c'è da stupirsi se si scopre che i profitti hanno schiacciato i salari come componente della ricchezza. I profitti si impennano. I salari languono.
Coloro che vivono vendendo la propria forza lavoro hanno la sorte peggiore. Non solo i vantaggi di un'economia in crescita non vanno nella loro direzione, ma subiscono anche un maggior onere fiscale. Coloro che vivono alla grande grazie al capitale godono di privilegi mai visti da decenni. Godono di ogni possibile esenzione, e la loro fetta del PIL è in continuo aumento.
L'equilibrio è definitivamente spezzato.
Enormi variazioni nella diseguaglianza di reddito ne sono la conseguenza.
I lavoratori non ottengono più alcun beneficio dal loro aumento di produttività. I capitalisti sì.
Lo si chiami come si vuole, questo è conflitto di classe. Solo che qui in America chi lo chiama così non fa molta strada.
Eppure le ultime elezioni presidenziali sono stato il secco memento di un conflitto che sta montando. L'intero processo si è polarizzato attraverso accuse di comportamento classista. I Repubblicani, sconvolti dalla sconfitta, si sono concentrati quasi completamente su accuse del genere. La vittoria di Obama, hanno insinuato, è derivata da un'insurrezione di scrocconi – i poveri, i deboli, i giovani e gli anziani, tutti coloro che hanno interesse a conservare il big government che i Repubblicani stanno ancora cercando di demolire. È stata ingaggiata una grande battaglia. Ma la nostra élite è strenuamente impegnata nella negazione di una tale evenienza. Preferisce ancora credere nella mitica America creata dalla visione panglossiana di Reagan [4].
Negano che capitalismo e democrazia siano perpetuamente in conflitto.
Negano che il contratto sociale sia stato violato.
Negano che la nostra democrazia sia stata corrotta.
Negano che la nostra crescente diseguaglianza sia una minaccia per la stabilità sociale.
Negano che la nostra economia dipenda dal circolo virtuoso che porta a una maggiore domanda attraverso maggiori salari.
Negano che tutti i privilegi e sconti fiscali distribuiti al big business non hanno portato vantaggi alla società.
Negano tutto questo, in altre parole, per rendere tollerabile la loro bancarotta intellettuale e morale.
Ma c'è un raggio di luce in tutta questa oscurità. I robot non fanno la spesa. È la gente a farla. E per farla ha bisogno di un salario.
I Repubblicani hanno dichiarato guerra al big government, tentando di “affamare la bestia”, togliendogli i fondi da destinare alle questioni sociali. Analogamente, gli affaristi hanno affamato un'altra bestia: la classe media. Deprimendo i salari e spremendo il lavoro per moltiplicare i profitti, la comunità affaristica ha fiaccato il meccanismo stesso che la nutre. Ha sottratto alla forza lavoro i fondi necessari per mandare avanti l'impresa. Ha scoraggiato la domanda. Ha affamato se stessa.
Per rimetterci in carreggiata dobbiamo tornare al contratto sociale postbellico. Dobbiamo abbandonare il reaganismo. Dobbiamo rimettere l'affarismo nel vaso da cui è uscito.
Com'è che si dice?
Potere al popolo?


Note del traduttore

[1] Fiscal cliff: si tratta di uno spauracchio politico che, come al solito, evita agli yanqui di affrontare i loro veri problemi economici e sociali. In brevissima sintesi: alla fine del 2012 avverrà una convergenza tra fattori che potrebbero determinare grossi guai al bilancio statale, la fine dei tagli ai più ricchi (di bushiana memoria) e l'arrivo dei tagli alla spesa pubblica che, si sa, sono cose indispensabili in momenti di crisi. Questo sarebbe il “precipizio fiscale” all'orizzonte.
[2] la agency theory analizza il rapporto (e le eventuali differenze di comportamento) tra due tipi particolari di controparti (ad es. azionisti e manager o azionisti e creditori). [Investopedia] “La relazione di agenzia è definita da Jensen e Meckling come "un contratto in base al quale una o più persone (principale) obbliga un'altra persona (agente) a ricoprire per suo conto una data mansione, che implica una delega di potere all'agente". Tale definizione è molto generale, e comprende qualsiasi relazione tra due individui, in cui uno dei due delega parte del proprio potere all'altro. Il contratto di agenzia, però, presenta alcuni rischi, dovuti al comportamento opportunistico delle parti, che tendono a massimizzare la propria utilità (tale comportamento opportunistico non è eliminabile, può essere tuttavia limitato).” [Wikipedia]
[3] Il progetto di legge “Right to work” sta per essere approvato definitivamente da Camera e Senato (a maggioranza Repubblicana) del Michigan. Il “diritto a lavorare” è il termine orwelliano della legge, che prevede l'eliminazione dei prelievi automatici dalla busta paga dei contributi per i sindacati che rappresentano i lavoratori di una categoria o di un'impresa (che contrattano per loro anche se non iscritti). Sulla carta è un piccolo totem liberale: perché dovrei pagare per un sindacato a cui non ho scelto di aderire? I Radicali italiani ci fecero anche un referendum nel 1995. Come si fa a non essere d'accordo? Il prelievo forzoso è una violazione patente della “libertà” del lavoratore! Chissà perché, tuttavia, nella realtà la conseguenza è che il sindacato va a puttane, e il singolo lavoratore si ritrova “libero” di contrattare col datore di lavoro, in condizione di schiacciante inferiorità. Sarà un caso che negli stati dove vigono le leggi del tipo “right to work” i salari tendono a scendere. Anche da noi c'è stata un po' di aria fritta spesa sul “diritto al lavoro” della Costituzione e il “diritto a lavorare” dei liberali alle vongole (© Travaglio). Alla fine dei conti è la manifestazione coerente del “liberalismo reale”: il “diritto al lavoro” è un oggetto sociale, collettivo, mentre il “diritto a lavorare” riguarda il singolo individuo. Dato che il liberalismo è, nella sua più autentica radice, l'ideologia di un Herrenvolk (© Losurdo), ovviamente considera deleterio che la moltitudine suina (© Edmund Burke) si possa accozzare per limitare il potere della razza padrona.
[4] Nell'originale la visione di Reagan viene anche definita dall'aggettivo “drippy” (sgocciolante), per riferirsi al concetto di “trickle down economy”, una formula reaganiana che vuol far credere che se si concedono privilegi ai ricchi qualcosa “colerà giù” fino ai meno fortunati. Qualcosa come la mensa del Ricco Epulone.

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