martedì 11 dicembre 2012

Cambiare si può: la parabola delle moltitudini

di Franco Cilli
 
Cambiare si può. Questa volta davvero, dopo secoli di paradigmi e cosmogonie che spaccavano il capello ci siamo arrivati. Questa volta le moltitudini hanno davvero l'occasione di governare, saltando a piè pari tutte le aporie che hanno paralizzato il loro incedere nel corso della storia: al diavolo le disquisizioni sulle derive nichiliste del potere, il parlamento come strumento della borghesia, e le doppiezze tattiche sulla conquista del potere. Non è più la purezza del pensiero e del ragionamento o la crudezza di un malinteso realismo della politica che segnano la linea di demarcazione fra giusto e ingiusto, ma è il principio di fondo, quello che ci rende tutti partecipi pur nelle differenze, un principio la cui fisionomia ha tratti compositi, frattalici e non lineari, ma non per questo caotici e inconcludenti: la politica come amministrazione del bene comune.
Finalmente dopo un lungo percorso siamo usciti dal novecento senza cedere alle lusinghe del pensiero debole e senza rintanarci dentro un post-modernismo di maniera. Finalmente le differenze non sono più materia ed escludendum, ma ricchezze da valorizzare, vettori di un percorso comune con diverse accelerazioni e differenti angoli di visuale.
Il progetto “Cambiare si può” non nasce per caso: l'idea di fare massa critica mettendo insieme esperienze, movimenti e partiti che lottano per il bene comune è figlia di un percorso che nasce forse da Seattle, passando per Genova e poi per i Social Forum. A seguire le manifestazioni contro la guerra, i referendum sull'acqua pubblica e le innumerevoli lotte all'insegna del bene comune. Difficile riassumere tutto in poche righe, ma ciò che mi preme, che ci preme ora è concretizzare un progetto politico che porti gente per bene e di valore a governare le nostre istituzioni o perlomeno a condizionare fortemente l'esercizio di governo, recuperando il senso originario della politica: quello del governo della polis. Sono convinto che occorra abbandonare le discriminanti e le diffidenze che hanno diviso le persone di buona volontà e unire le forze. Rimarranno certo imperfezioni nei programmi di governo, rimarranno alcuni distinguo fra sensibilità e biografie politiche differenti, ma l'importare è segnare un punto fermo da cui partire e creare uno spazio di discussione e di elaborazione politica collettiva.
I punti di cui si compone il manifesto di “Cambiare di può” non sono certo conclusivi, ma costituiscono principi generali, chiavi di lettura a cui seguiranno proposte concrete ed eventuali rimaneggiamenti, così come emergeranno dall'esercizio di una democrazia partecipata. Francamente non vedo altro al di fuori di questo. I movimenti di Occupy il mondo sono certo importanti e significativi, ma un “processo costituente” delle moltitudini è ancora troppo vago per rispondere all'emergenza del momento. “Cambiare si può” per quanto concepito come espediente per dare una rappresentanza istituzionale alle forze della società civile, può in questo contesto rappresentare un dispositivo utile alla realizzazione di un cambiamento radicale, che non inficia l'agire dal basso nè l'autonomia dei movimenti che compongono la galassia antiliberista.
Insomma abbiamo l'occasione di divenire un'alternativa reale e vincente al liberismo dei tecnici e di una socialdemocrazia che per amore del paradosso chiama riforme il massacro del welfare. A ben guardare siamo la maggioranza e finora siamo stati dominati da una minoranza abietta e senza scupoli. Basta.
Forse non saremo al 99%, ma possiamo andarci vicini. 

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