domenica 21 ottobre 2012

Da Lyotard a Pannella: miseria del postmodernismo

Come fu possibile che la sinistra novecentesca, madre del sistema del welfare all’interno di una concezione universalistica dei diritti, si svegliò un giorno ‘postmoderna’? Perché da una generazione all’altra ciò che prima era sinonimo di ‘protezione’ è diventato il volto di un insopportabile dispositivo repressivo? E qual è la pars destruens da salvare del cosiddetto ‘pensiero debole’? Dal nuovo numero in uscita di “Critica Liberale” anticipiamo il saggio di Pierfranco Pellizzetti sulle sbandate intellettuali che ci hanno condotto da Pannella a Berlusconi.
di Pierfranco Pellizzetti da Micromega

«I diritti sociali sono le ‘stecche del corsetto’ della cittadinanza democratica» Jürgen Habermas [1]
«Le rabbiose contestazioni proletarie contro i capitalisti sfruttatori cedettero il passo a slogan spensierati e ironici che chiedevano libertà sessuale» Tony Judt [2]
L’età della fiducia e del civismo
Il trauma funzionò da elettrochoc per almeno due generazioni: borghesi illuminati alla Keynes, poi riformatori liberali alla Beveridge, tutte queste persone intelligenti e generose avevano appreso al meglio la lezione del recente passato; trovando nella pubblica opinione del tempo terreno fertile per il loro costruttivismo sociale di stampo liberalsocialista e welfariano. L’arrivo dei loro figli e nipoti sessantottardi azzerò definitivamente tali effetti.
Il trauma interiorizzato al quale ci si riferisce era stata l’immane catastrofe di due guerre mondiali, inframmezzate dalla crisi del 1929 con la relativa depressione.
L’(inintenzionale) effetto positivo, derivato da tali spaventose devastazioni, fu che negli anni di ferro e di fuoco gli Stati impararono – come mai prima – a mobilitare, regolamentare e pianificare per scopi comuni, condivisi. Una lezione bellica che non venne dimenticata nel tempo di pace. Dal New Deal roosveltiano alla Great Society, dal Welfare State all’Economia Sociale di mercato tedesca.
Il vero miracolo nel miracolo fu che, per alcuni decenni, i cittadini trovarono assolutamente condivisibili tali pratiche, anche perché sottoposte alle regole del controllo democratico. Pratiche che operavano in senso distributivo attraverso la tassazione progressiva e tenendo a bada il mercato, le sue crisi cicliche e i suoi spiriti animali. Ciò fu reso possibile proprio perché si era venuto accumulando un vasto patrimonio di fiducia nei confronti delle politiche pubbliche; che rendeva credibile l’idea stessa di progetto orientato al futuro, faceva ritenere possibile ogni intrapresa collettiva.
Difatti – come sostiene il politologo di Harvard Robert D. Putnam – «la fiducia è un lubrificante della vita sociale». E in quegli anni tale risorsa abbondava, tanto da far crescere ciò che ancora Putnam definisce – riferendosi agli Stati Uniti – la “lunga generazione civica”. «Nata più o meno tra il 1910 e il 1940: un ampio gruppo di persone considerevolmente più impegnate negli affari della comunità e più fiduciose rispetto ai più giovani. Il cuore di questa generazione civica è la coorte nata tra il 1925 e il 1930, che ha frequentato la scuola elementare durante la Grande Depressione, ha trascorso la Seconda guerra mondiale alla scuola superiore, ha votato per la prima volta nel 1948 o nel 1952, ha iniziato a sistemarsi negli anni ’50 e ha assistito alla prima trasmissione televisiva verso i trent’anni. Da quando esistono i sondaggi d’opinione a livello nazionale, questa coorte risulta eccezionalmente civica: vota di più, si associa di più, legge di più, si fida e dona di più»[3].
Nel Vecchio Continente il fenomeno, seppure leggermente in ritardo, è stato analogo.
Come analoga fu l’inversione di tendenza sulle due sponde dell’Atlantico.
Commenta lo storico british, seppure naturalizzato USA, Tony Judt: «per tutti coloro nati dopo il 1945, lo Stato sociale e le sue istituzioni non erano soluzioni a dilemmi precedenti: rappresentavano le condizioni normali dell’esistenza (ed erano piuttosto noiose). I baby boomers, che a metà degli anni Sessanta facevano il loro ingresso all’università, non avevano conosciuto altro che un mondo di crescenti opportunità, generosi servizi sanitari e scolastici, ottimistiche prospettive di ascesa sociale e (forse soprattutto) un indefinibile ma onnipresente senso di sicurezza. Gli obiettivi della precedente generazione di riformatori non interessavano più i loro eredi, anzi venivano percepiti sempre di più come restrizioni alla libertà e all’espressione individuale»[4]. In ogni caso, nascere e diventare adulti dopo il secondo conflitto mondiale è risultato completamente diverso dall’averlo fatto prima. Come se queste nuove coorti generazionali fossero state esposte a una sorta di “raggi X anticivici”; che le ha rese sempre meno inclini a sentirsi parte integrante di un contesto sociale più ampio, a condividere progetti collettivi.
Restano da capire i percorsi intellettuali che hanno accompagnato la “rottura del consenso del dopoguerra”, offrendo le parole per rendere dicibile la cosa: il salto psicologico generazionale; con il conseguente declino della parte politica che di quel consenso era stata la diretta destinataria e interprete: la Sinistra politica.
Dal viaggio per uno scopo al nomadismo senza scopo
Certo, i lunghi decenni di successi incontrastati avevano gradatamente fatto perdere spinta propulsiva al fronte del riformismo sociale, armato degli strumenti messi a punto dal massimo pensatore del tempo: John Maynard Keynes.

Declino che si accompagnava alle crescenti attrattive da “ozi di Capua” offerte dagli organigrammi pubblici e agli imbolsimenti burocratici.
Soprattutto, la Sinistra occidentale non era minimamente attrezzata ad affrontare una sfida che la colse del tutto di sorpresa. Infatti – sino a quel momento – “il nemico” da tenere sotto osservazione continuava a essere considerato il Totalitarismo, nelle sue differenti forme e revival (per l’intero fronte quello fascista; per buona parte dei riformatori occidentali pure quello comunista sovietico). Mentre il Capitalismo sregolato (in base alla sconsiderata ideologia ottocentesca del Mercato “autoregolantesi”) veniva ormai giudicato una belva del tutto addomesticata e resa innocua; vuoi dai patti storici stipulati (quello fordista e welfariano in particolare), vuoi dalla crescente accumulazione di ricchezza resa possibile dalle esperienze di economia amministrata e “mista” pubblico/privata.
Sicché l’irrompere dall’esterno di un potente avversario – quale il Thatcher-Reagan-pensiero – la colse del tutto impreparata a contrastarlo. Anche perché – in contemporaneo alla resistibile avanzata del nascente soggetto antagonistico – stavano intervenendo processi culturali più interni all’equilibrio postbellico, conseguenti all’emergere di una Sinistra che si definiva “nuova”; portatrice di modelli alternativi di pensiero, tali da scardinare l’intera tradizione culturale di riferimento e ancoraggio, sotto forma di un vero e proprio disarmo unilaterale.
Insomma – come è stato detto – la Nuova Sinistra preparò il terreno per la “rivincita degli austriaci” (i von Hayek, i von Mises e i loro epigoni friedmaniani della scuola di Chicago. “Liberisti da Guerra Fredda”, li chiama qualcuno). Seppure inconsapevolmente, ma sempre insaporendo il piatto con un’abbondante spruzzata di salsa francese: Jean Baudrillard, Michel Foucault, Jacques Derrida… per arrivare all’estensore del manifesto, datato 1979, che formalizzò quella che ora veniva definita “la condizione postmoderna”: Jean-François Lyotard. Una rappresentazione del mondo che – a detta del ricercatore che ne ha esplorato più attentamente le cause e le ragioni della sua diffusione, partendo dalle trasformazioni sociali intervenute, Ronald Inglehart – ha come componente centrale l’ambiguità nelle sue pratiche di decostruzione dei vigenti modelli di pensiero.
«Domanda: qual è la differenza tra un malavitoso e un decostruzionista? Risposta: un decostruzionista ti fa un’offerta che non puoi capire!»[5].
Il punto fermo che accomuna questi pensieri – pur tra loro diversi – è quello dell’andare oltre la razionalità strumentale dell’epoca al tramonto liberandosi dai suoi vincoli, ormai reputati non più necessari; resi inutili dal superamento di uno stato mentale fino ad allora giudicato permanente: il senso di insicurezza, che permeava le percezioni delle donne e degli uomini formatisi in stagioni dove il pericolo per la propria vita e le ristrettezze materiali apparivano l’inquietante ed ansiogena compagnia quotidiana. Mentre quei vincoli – da rassicuranti, in quanto protettivi – si erano trasformati nell’esatto contrario: costrizioni repressive da abbattere. E con esse la gauche de papa che ne era guardiana.
Va detto che nell’azione decostruttiva dei postmodernisti si può riscontrare anche una pars destruens utile e – dunque – largamente condivisibile: la presa d’atto che le grandi “metanarrazioni ideologiche” otto/novecentesche avevano perso capacità di fornire un qualsivoglia senso/significato all’agire umano; l’intuizione delle forme mutevoli di un Potere camaleontico che esercita repressione attraverso la costruzione del consenso (nella formula foucaultiana de “la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità”). Quindi – sempre secondo Foucault – «la critica sarà pertanto l’arte della disobbedienza volontaria, dell’indocilità ragionata»[6].
Purtroppo è la pars construens a difettare, imprigionata nel gioco – appunto – ambiguo dell’incredulità compiaciuta e autoreferenziale. Culminata nella distruzione teorizzata di qualsivoglia ragione per cui valga la pena di impegnarsi collettivamente: il moderno “viaggio per uno scopo” affonda – così – nelle sabbie desertiche del postmoderno “nomadismo erratico senza scopo”.
Con le parole del filosofo Remo Bodei: «i moderni appaiono come pellegrini nel tempo, uomini che si muovono secondo una meta e un progetto, per cui l’identità diventa in loro costruzione, previsione e tragitto. I post-moderni, al contrario, si sarebbero adattati ad abitare nel deserto, a vivere l’esperienza della frammentazione del tempo e ad avere la percezione netta della distanza incolmabile tra gli ideali dell’io e la loro realizzazione. Non si prefiggerebbero quindi di costruire qualcosa di stabile. Bensì di soggiornare in una serie di identità provvisorie»[7].
In questo perenne oscillare di punti di vista, più brillanti che argomentati, scompare ogni rigorosa distinzione. Nel trionfo dell’indistinto vale solo quella pulsione “desiderante” che in concreto trova il proprio sbocco naturale nel consumo e i suoi riti («dove l’implosione del reale e dell’irreale ci lascia con un senso indefinito della loro differenza… c’è tanto di irreale intorno a noi che ci troviamo più a nostro agio con questo piuttosto che con il reale»)[8]. Quasi a prefigurare acriticamente – seppure veicolandolo attraverso oscure terminologie iniziatiche – il passaggio postindustriale (postfordista) dal Capitalismo manifatturiero a quello delle reti distributive: «quando la filosofia – sentenzia il postismo standard – riflette sull’assoggettamento dell’uomo ai suoi prodotti, non può non trovare in questo esito del nichilismo una condizione normale»[9]. Perché – secondo David Harvey – «il post-modernismo galleggia, sguazza addirittura, nelle correnti frammentarie e caotiche del cambiamento, come se oltre a questo non ci fosse null’altro»[10].
Il conflitto oltre la classe
L’apoteosi dell’indeterminatezza, con le sue favole caleidoscopiche, esorcizza da par suo ogni accreditamento della ricerca scientifica in quanto pratica produttrice di conoscenza verificabile, parla il gergo dell’individualismo senza legami (di fatto, soltanto lo “specchio dell’isolamento”) e – soprattutto, almeno per l’utilità del nostro discorso – rifiuta qualsivoglia analisi della composizione sociale basata su interessi materiali (appunto, “di classe”).
Certo, nei lunghi anni dell’integrazione/pacificazione welfariana – per dirla con Ralf Dahrendorf – il conflitto era andato “oltre la classe”. La qual cosa non significava minimamente che la società fosse diventata anch’essa un indistinto. Senza alcun dubbio «la politica e la società erano piacevolmente semplici al tempo in cui la scena del conflitto sociale era dominata da due gruppi principali, dei quali l’uno difendeva il privilegio mentre l’altro rivendicava il diritto di cittadinanza»[11]. Ossia, il paradigma semplificatorio impostosi nella fase industrialista ormai in esaurimento.
Alla luce di tali fatti, a sagaci decostruttori quali i postmodernisti (teorici di un dominio panottico riproposto attraverso forme costantemente rinnovate) – ammesso e non concesso che fossero in grado di concepire il lavoro intellettuale come responsabilità – sarebbe spettato il compito di affrontare il problema delle mutazioni in atto nelle dinamiche conflittuali. Invece si limitarono a proclamare compiaciuti, per la penna del solito Lyotard, che «la lotta di classe, ormai sfumata al punto di perdere qualsiasi radicalità, si è infine trovata esposta al rischio di perdere la sua consistenza e a ridursi a una ‘utopia’, a una ‘speranza’, a una protesta di principio»[12].
Insomma, risultava loro molto più suggestivo volteggiare negli arzigogoli su complottismi onirici piuttosto che attardarsi nella squallida quotidianità dello sfruttamento e della precarizzazione, insiti nel modo di produrre postfordista ormai in marcia. A partire dal fatidico 1973 (anno della grande crisi energetica e del colpo di Stato in Cile; punto d’avvio della globalizzazione, intesa come apertura delle gabbie in cui erano stati rinchiusi gli spiriti animali capitalistici).
Intanto, a loro insaputa, avanzavano fenomeni di ben altra consistenza, tali da terremotare l’intera orografia del consenso. Puntualmente registrati dal lavoro d’indagine sul campo di Inglehart.
«L’affermarsi della dimensione politica postmoderna tende a invertire le posizioni di classe: secondo la vecchia distinzione tra destra e sinistra, i ceti più abbienti sostenevano la prima, difendendo la propria posizione economica privilegiata. La dimensione politica postmoderna, invece, non si fonda più sulla proprietà, ma sul senso di sicurezza individuale. Essa contrappone chi ha una visione del mondo materialista/moderna a chi ne ha una postmaterialista/postmoderna. In questa dimensione, coloro che hanno un reddito superiore, un miglior livello di istruzione e uno status occupazionale più alto, quindi una maggiore sicurezza, tendono a collocarsi in misura crescente a sinistra»[13]. Questo è quanto conclude l’importante sociologo americano. In effetti, ciò che si andava realmente appalesando era il distacco della Sinistra dalla sua base tradizionale, abbandonata alla massiccia propaganda degli avversari, per inseguire un consenso episodico e quanto mai fluido. La vaghissima metafora della “liquidità”, seppure coronata dal successo, con cui Zygmunt Bauman ci intrattiene da anni e in reiterati saggi.
Insomma, a fronte di un movimento tellurico dalle dimensioni inaudite, la Sinistra sulla via della Damasco postmodernista che fece? Si potrebbe dire: fece l’amore non la guerra, mise fiori nei propri cannoni.
Con tutto il rispetto dovuto alla libera sessualità e al pacifismo, emergeva – così – quella confusa agenda politica ridotta a elenco (“contaminazione”) di rivendicazioni individuali contro Stato e società.
Il tema identitario andava strabordando fino a occupare l’intero campo del dibattito pubblico, frammentato in identità individuali, sessuali, culturali… Con contorno di esotismi vari, che gratificavano la prevalenza – molto vague postmoderna – dell’estetica sull’etica. «Cibo quotidiano – commentava in quegli anni Carlo Augusto Viano – per gli eredi della cultura che si è riconosciuta nel rifiuto della società industriale… Una cultura morbida, che alla dura realtà materiale della società industriale contrapponga un’altra realtà, nella quale l’essere tramonta e al posto delle cose ci sono semiosi e giochi linguistici»[14].
Sotto l’effetto di siffatte morbidezze e/o liquidità si produceva l’inevitabile “ declino di uno scopo condiviso”; la fondamentale dimensione pubblica cedeva di fronte alle pretese ultimative del “privato”. E la nuova Destra emergente poteva fare propria questa alternativa, schierandosi con ben maggiore credibilità dalla parte dell’individualistico (il mantra “avido è bello” sotto le spoglie della riapparsa Mano Invisibile) contro la priorità del sociale; ma anche trovando un campo completamente spianato dalle involuzioni culturali avvenute nello schieramento contrapposto.
La sua smobilitazione politica per implosione.
La Rivincita degli austriaci
Torniamo alla ricostruzione fornitaci da Judt. «Il compito della rinascente destra fu reso più facile non soltanto dal tempo trascorso (con i traumi degli anni Trenta e Quaranta ormai lontani, la gente era più disponibile a prestare ascolto alle voci tradizionali del conservatorismo) ma anche dagli avversari. Il narcisismo dei movimenti studenteschi, i nuovi ideologi della sinistra e la cultura popolare della generazione degli anni Sessanta crearono le condizioni ideali per una reazione conservatrice. La Destra ora poteva affermare di essere la paladina dei ‘valori’, della ‘nazione’, del ‘rispetto’, dell’‘autorità’ e della tradizione e civiltà di un paese (o di un continente, o addirittura dell’Occidente) che ‘loro’ (la sinistra, gli studenti, i giovani, le minoranze radicali) non capivano e non amavano»[15].
Il punto di massima critica distintiva per questa Destra diventavano lo Stato e i suoi scopi, che nel frattempo erano già sott’attacco della critica postmodernista come ricettacolo di una nuova forma di oppressione occhiuta: “il consenso repressivo”.
Così le fisime di ottocenteschi espatriati dall’Austria, alla Mises e alla Hayek, venivano rimesse a nuovo; con il loro carico da novanta contro ogni forma di programmazione (“costruttivismo sociale”) e di intervento pubblico. Concezioni confuse che alimentarono pratiche comunicative mirate e vincenti; rifornendo le armerie degli spin-doctors al servizio di personaggi terribilmente e pericolosamente mediocri, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Il rapido successo di costoro nell’occupazione dell’area mediana del consenso elettorale, sbandierando l’apologetica della deregolamentazione, creò frotte di cloni in tutto l’Occidente; contagiò persino il fronte opposto: la Sinistra, che si omologava postmodernizzandosi, piegandosi allo spirito dei tempi e facendosi “liberista”.
Qualche nome degli insipienti quisling sul lato mancino, tra i tanti che Judt bolla come pronti a «santificare banchieri e nuovi ricchi» (per mostrarsi up-to-date e magari farsi cooptare nella rampante “sfera del lusso”): Tony Blair e Gordon Brown, Bill Clinton, Gerhard Schröder e – per fare buon peso – pure Massimo d’Alema con i suoi Lothar. Sublime esempio di parvenu ossessionati dal desiderio di cancellare la propria colpa di presunti “figli di un dio minore”. Guarda caso, quella “divinità di seconda scelta” era nientemeno che l’epopea dello Stato sociale e dei Gloriosi Trenta: il periodo tra la seconda metà degli anni Quaranta e i primi Settanta che lo storico inglese di scuola marxista Eric Hobsbawm definisce “l’Età dell’Oro”[16].
Alla faccia dei postmodernisti schifiltosi!
Il terreno di scontro fu la conquista dell’area mediana della società, estesa a dismisura dalle politiche redistributive di allargamento della cittadinanza sociale. E il successo della Destra – di certo – non dipese soltanto dalle polemiche retrò di qualche Hayek. Ben altri strateghi, agendo dietro le quinte, mettevano a punto nel quartier generale del Potere le mosse per vincere la guerra in corso. Nel loro caso, riflettendo attentamente su quella concretezza materiale (dimenticata da una Sinistra in crisi di identità) degli interessi che si intendevano aggregare al proprio carro. Qualcosa come una sorta di “sintesi keynesiana alla rovescia”, che produce coalizioni al servizio di una politica. Nel caso, politica anti-keynesiana e pro “Stato minimo”. Con un punto nodale: in che modo disamorare il ceto medio nei confronti di quei servizi sociali welfariani (sanità, assistenza pensionistica, diritto allo studio per i figli, mecenatismo di Stato per arte e cultura…) che nel corso di ben tre decenni gli avevano migliorato le condizioni di vita, tanto da favorirne l’inclusione nell’area del benessere? Presto detto: virando la retorica populistica anti-tasse a grimaldello per anemizzare finanziariamente i servizi pubblici, fino al completo abbassamento qualitativo delle loro prestazioni. Annota l’economista liberal Paul Krugman: «immaginiamo un settore pubblico più piccolo e con un sistema fiscale meno progressivo, nel quale l’elettore medio paga in imposte molto più di quanto riceve in benefici: in questo caso, la maggioranza degli elettori vedrà il settore pubblico più come un onere che come un sostegno e voterà per ridurlo ulteriormente»[17].
Ecco il punto archimedico: la frantumazione di quanto Habermas definisce icasticamente le stecche nel corsetto della cittadinanza democratica. Messa in pratica con grande determinazione, ha innestato la spirale negativa che riuscì a tranciare alla radice l’antico patto sociale su cui si fondava la lunga stagione del Capitalismo amministrato (“embedded”), l’egemonia della Sinistra nel dopoguerra. Quel Big Government che, nonostante tutti i difetti di burocraticismo e paternalismo addebitabili, seppe coniugare con successo il binomio tasse e libertà.
Proprio così: libertà; visto che, in una società con troppo poche tasse e punto ridistribuzioni, gli unici cittadini effettivamente liberi resterebbero soltanto quelli con risorse personali tali da metterli in condizione di affrontare i costi necessari per vivere davvero liberamente. Questa era la semplice verità su cui la Sinistra aveva saldato i propri destini con la maggioranza della popolazione: il successo della democrazia nel dopoguerra poggiava sull’equilibrio tra produzione e ridistribuzione regolamentato dallo Stato. L’equilibrio era stato rotto; e da allora la crescita si sarebbe contrapposta alle politiche dei trasferimenti per ridurre le disuguaglianze.
Non essere stati in grado di comprenderlo, inseguendo altre (più che problematiche) vie per il successo, è anche l’effetto della confusione delle idee indotta dalla pericolosa retorica postmodernista.
Altamente pericolosa, perché evita di affrontare il realistico stato delle cose inseguendo chimere e abrakadabra. Acrobazie sul filo teso sopra il baratro dell’assurdo. Sulla scia di Lyotard, secondo il quale «non può esservi alcuna differenza tra verità, autorità e seduzione retorica; chi ha la lingua più sciolta o la storia più interessante ha il potere». Di conseguenza, «gli otto anni di regno di un carismatico bugiardo [Ronald Reagan, ndr.] alla Casa Bianca indicano che c’è più di un’esile continuità in quel problema politico, e che il postmodernismo sfiora pericolosamente la complicità con l’estetizzazione della politica su cui si basa»[18].
Ci va giù ancora più duro – in quanto a denuncia delle collusioni “pericolosamente” inconsapevoli tra decostruzione postmoderna e controriformismo oscurantista – il converso anti-postmodernista Maurizio Ferraris, osservando che «Ratzinger ha potuto servirsi della critica postmoderna alla oggettività scientifica per sostenere che dopotutto la condanna a Galileo era plausibile»[19].
Flebili e furbetti
E qui da noi? I philosophes nostri compatrioti – ancora una volta – ce l’hanno messa tutta per dare ragione all’intellettuale francese Marc Fumaroli quando ci definisce i «cugini di provincia»[20], dal tempo ormai immemorabile in cui l’Acadèmie Française soppiantò l’Accademia della Crusca quale sancta sanctorum del pensiero à la page.
Esattamente un lustro dopo la pubblicazione del manifesto parigino sulla “condizione
postmoderna”, il riflettore si accese per il canonico “quarto d’ora di celebrità” (e forse qualcosa di più…) sul team di intellettuali nostrani coordinati da Aldo Rovatti e Gianni Vattimo, prevalentemente baroni accademici (tra cui Umberto Eco e Alessandro Dal Lago; più il giovane e già citato Ferraris, allora alla corte di Vattimo), autori dell’opera collettanea intitolata “Il pensiero debole”.
Fu così che balzarono sulla scena del sempre ritardatario dibattito culturale italiano i “debolisti” o – come li soprannominò subito Viano – “i flebili”. Questo in quanto un tratto comune nella loro operazione, molto strombazzata dai media intra moenia, è la vaghezza buonistica tendente all’inerme. Come dichiararono loro stessi, anche in questo caso si trattava del rifiuto di qualsivoglia filosofia dell’emancipazione, che si traduca in prassi conseguenti, «ma anzi rivolgendo un nuovo e più amichevole, perché più disteso, sguardo al mondo delle apparenze, delle procedure discorsive e delle ‘forme simboliche’, vedendole come il luogo di una possibile esperienza dell’essere»[21]. In altre parole, narrazioni decontestualizzate perché sprovviste di categorie selettive rigorose per una necessaria scelta di campo. Infatti, nulla di tutto ciò è riscontrabile in quel funambolico saltabeccare nell’autocompiacimento; accompagnato dal sorrisetto divertito di prammatica; particolarmente irritante viste le condizioni tendenti al comatoso in cui già versava il sistema democratico italiano (erano gli anni del CAF). Del resto, “l’ironico” – per dirla alla Richard Rorty – è un tic perfettamente in linea con l’individualizzazione solipsistica postmoderna; cui fa ottima compagnia l’assunto che la coscienza è «assoluta contingenza»[22].
Il venerando volontarismo dell’undicesima tesi marxiana su Feuerbach («i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo in modi diversi, si tratta di trasformarlo»), che aveva ispirato per un secolo l’agire della politica occidentale, diventa – così – un reperto archeologico, oggetto di tacita irrisione.
Quanto rimane sono solo metafore, paradossi e niente più. Prevalenza del sovrastrutturale più effimero che crea un mood, uno stato d’animo declinato in gusti/disgusti e qualche temporanea insofferenza. Sempre nella più beata insensibilità a quanto sta avvenendo nella concretezza (certamente ritenuta banale e stucchevole) della vita reale, alle lotte in corso e alle poste in palio; seppure impellenti, magari drammatiche. Insensibilità che vira nel suo contrario solo quando si tratta – ancora una volta – di abbandonarsi alle fughe nell’esotico; fino ad arrivare, nel caso dello spirito credente Vattimo, all’odierno entusiasmo per il bullo venezuelano Chavez.
Spentisi i fuochi d’artificio, resta solo la sensazione di una pirotecnia fine a se stessa.
Lo si vide benissimo ancora due anni fa, quando uno dei co-equipier del Debolismo – il sociologo Dal Lago – pensò bene di pubblicare un libello contro Roberto Saviano (l’autore di “Gomorra”, il best-seller a livello planetario contro la malavita organizzata partenopea), a suo dire reo di sciatterie linguistiche e di imprecisioni narrative[23]. Neppure per un istante il noto sociologo venne sfiorato da qualche dubbio sull’opportunità di contestare non uno scrittore, bensì il simbolo (pur con tutti i suoi evidenti limiti) della resistenza alla penetrazione criminale in una vasta area del nostro Mezzogiorno. Insomma: puro estetismo del tipo “lasciatemi divertire” (stavolta prendendo a bersaglio un intruso negli orticelli accademici della sociologia della devianza) alla Aldo Palazzeschi fuori tempo massimo; declinato in una sorta di provocazione dadaista modello “baffi alla Gioconda”, sulla scia ironico-distruttiva di Marcel Duchamp. Nel frattempo, dalle parti di Scampia e dintorni proseguono imperterrite le mattanze della Camorra e lo scempio della civile convivenza, della legalità.
Scusabile leggerezza? Distacco dalla realtà al limite dell’estraneazione? Sberleffo beffardo tracimato oltre le soglie cinismo?
Il Debolismo produce anche tali effetti…
D’altro canto – in questa sede – poco importa analizzare i ghirigori filosofici dei reduci giocherelloni di battaglie combattute con fucili a tappi e proiettili di borotalco.
Non ci interessa ricostruire le divaricazioni nella linea genealogica della filosofia moderna; con il passaggio dalla filiera primaria, che da Kant persegue l’elaborazione di un discorso metodologicamente rigoroso e logicamente fondato, a quella che – secondo il pragmatista/postmoderno Rorty – «fa invece capo a Hegel, e in cui egli include Nietzsche, Heidegger e Derrida, [cercando] di sbarazzarsi di questa idea di verità a favore di un filosofare… interessato non a rispecchiare la natura o il mondo esterno, bensì a produrre nuovi orizzonti di senso, a elaborare nuove metafore e nuovi linguaggi»[24]. E poco importa se il risultato spesso ha la consistenza della papier mais fumata al tavolino di un café della Rive Gauche.
Ci basta e avanza verificare – pure dalle nostre parti – l’impatto sulla politica di uno slogan deresponsabilizzante, vera essenza del messaggio postmodernista, quale il «non esistono fatti, esistono solo interpretazioni» di Friedrich Nietzsche. Sintesi mirabile della sorda indifferenza alla ricerca di punti fermi condivisi, atti a mobilitare campagne di interesse generale.
Di più: l’apoteosi della nebulizzazione del sociale in un pulviscolo di “narrazioni” autoreferenziali.
Furbetti e furboni, fauna che da sempre abbonda nei meandri dei partiti italiani, si ficcarono letteralmente a capofitto in questo piatto ricco (di frutti avvelenati). E il discorso pubblico si trasformò rapidamente nel terreno di caccia degli affabulatori malandrini.
In principio, Pannella
Probabilmente il primo politico postmoderno nazionale è stato Marco Giacinto Pannella. Un tipo che negli anni Sessanta – in quanto francofono per via di madre – fu spedito a Parigi come corrispondente de Il Giorno diretto da Italo Pietra. Lì venne a contatto con i fermenti intellettuali da cui presto si sarebbero generate le fioriture filosofiche che scardinarono gli equilibri incentrati sulla vecchia Sinistra.
Dato che l’editore del suo quotidiano era l’allora boss dell’ENI (l’ente petrolifero nazionale) Enrico Mattei, il Marco Giacinto giovane e svelto ne divenne pure l’ambasciatore presso le nuove classi al governo negli Stati del Maghreb decolonizzato. Tanto il mandante come gli ambienti frequentati risultarono una formidabile scuola di cinismo. Che – del resto – poggiava di per sé su solide basi preesistenti: le pratiche di assoluta spregiudicatezza apprese nei parlamentini universitari pre-sessantottardi (la malfamata UNURI).
Non a caso la politica universitaria ha funzionato da incubatrice per altri cinici politicanti, inoculatori di un machiavellismo un tanto al chilo gabellato per pragmatismo realistico, dediti al proprio successo personale raccontato come “primato del Politico”. Il primo nome che viene alla mente è quello di Bettino Craxi, sodale intermittente del Pannella; ma come lui costantemente dedicato – nella logica maoista del viaggiare separati per colpire uniti - a combattere la Sinistra organizzata (leggasi PCI berlingueriano e sindacati), azzerarne i referenti: ogni identità collettiva legata al ruolo sociale coperto (leggasi classe operaia), premessa irrinunciabile per la conquista della soggettività da parte del lavoro, quale attore rilevante nell’arena competitiva degli interessi.
È anche grazie alla loro indefessa opera guastatrice se il “Blocco Storico” della modernità, che coalizzava le forze produttive, è stato sostituito anche nel “caso italiano” da un “Conglomerato Emotivo”, che mescola i risentimenti degli abbienti e quelli degli impauriti in un blend reazionario.
Tornando a Pannella, dopo Parigi e l’Algeria era ormai pronto per rientrare in Patria, conquistare d’assalto il venerando Partito Radicale dei Villabruna e degli amici del Mondo di Mario Pannunzio, iniziare la propria cinquantennale epopea da “avventuriero qualche volta dalla parte giusta”. Intendendo per “giusta” la stagione delle campagne referendarie per i diritti civili.
Liberista anti-welfariano, nemico acerrimo della Sinistra storica e sindacale, promotore di referendum contro i diritti dei lavoratori, pusher della democrazia diretta (ammazzata mediante overdose), lo spregiudicato guru radicale è stato un perfetto prototipo del giocatore tra le righe e gli schieramenti, sempre alla ricerca famelica della solita luce del riflettore (e della comparsata gigionesca in televisione), inafferrabile nelle giravolte lessicali finalizzate a scompaginare le fila, confondere le idee e disarticolare aggregati sociali.
Una volta trasformato il suo partito nella protesi della propria iomania – se la memoria non inganna – fu proprio lui il primo a promuovere liste elettorali modello “santino” (il culto della personalità tramutato in una sorta di icona salvifica); il va sans dire, liste intestate non più a un simbolo identitario collettivo, bensì al proprio nome: la riduzione fideistica del progetto generale al carisma individuale.
Altri lo seguiranno nell’andazzo indecente della politica personalizzata e “situazionista”, magari crescendo nella nidiate dei suoi figlioletti spuri (da Francesco Rutelli agli Stracquadanio vari).
Ormai il tempo era maturo per l’instaurazione del politainment mediatizzato di Silvio Berlusconi. Il supremo imbonitore, con cui Pannella ha trafficato fino all’ultimo. Ripercorrendo ancora una volta la vicenda vergognosa della Destra più bieca che si impadronisce del Potere grazie all’opera decostruttiva inscenata sotto l’etichetta di “sinistra alternativista”.
Ma i guasti del berlusconismo, di cui l’inventario catastrofico durerà per molti anni a venire, sono un altro argomento.
Ormai la ricreazione è finita; e con essa i giochi a somma altamente negativa con cui ci si è baloccati troppo a lungo, fino a rendere l’intera società quel deserto prospettato come libertà nelle metafore derisorie di sconsiderati distruttori.
Giochi al massacro – diciamolo francamente – che erano possibili soltanto al tempo della sicurezza materiale di massa; accumulata dall’azione pubblica e poi dilapidata grazie al suo autolesionistico accantonamento.
Ritorno alle virtù repubblicane
Il risveglio dal lungo sonno della ragionevolezza ora ha bisogno di ritrovare un pensiero, una direttrice di marcia.
Recupero più che urgente. Senza perdere troppo tempo con le seghe mentali sul grado di durezza del pensiero pensabile. Tipo il dibattito – oggi à la page – sulla fine del postmoderno e il ritorno al realismo. Quel “Nuovo Realismo”, di cui un antico compagnon de route dei pensatori deboli – Umberto Eco – adesso ce ne parla nei termini di “Realismo Negativo”; «che si potrebbe riassumere, sia parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni ipotesi interpretativa è sempre rivedibile (e come voleva Peirce sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si può mai dire definitivamente se un’interpretazione è giusta, si può sempre dire quando è sbagliata»[25]. Per poi ammettere lui stesso che questa formulazione non si distacca molto dalla dialettica popperiana congetture/confutazioni, dalle trite e ritrite semplificazioni del Razionalismo critico di Karl Popper. Con l’ulteriore codicillo, davvero assai poco originale ma sempre neorealista, della presa d’atto «[non della negazione] che vi siano oggetti socialmente costruiti, ma solo che tutti lo siano»[26].
Ma guarda un po’ che intuizione sconvolgente!
Il tema è semmai un altro. Il ripristino di quell’abito morale di serietà e responsabilità che si potrebbe sintetizzare nella formula “virtù repubblicane”.
E qui conveniamo con il nostro beneamato Judt: occorre ritrovare al più presto le ragioni dell’azione pubblica per il bene comune. Dove invece ha torto è quando – forse in un momento di comprensibile sconforto – afferma che «nessuno sta ripensando lo Stato»[27].
Perché questo non è vero: sotto le macerie della controrivoluzione liberista qualche barlume di speranza sta facendosi strada. Appunto, un’idea molto “repubblicana”. Non solo la stupefacente/indecente corsa dei banchieri al salvataggio da parte dello Stato, a seguito del crac di Wall Street nell’autunno 2008!
Dopo la pianificazione burocratica, andata fuori giri per l’impossibilità di governare centralisticamente un numero infinito di fattori, dopo la deregulation che lasciava mano libera ai saccheggi dei beni pubblici e ai banchetti con il patrimonio dello Stato, emerge timidamente un paradigma alternativo ad entrambe. Ossia il potenziamento della democrazia deliberativa attraverso vaste coalizioni pubbliche e private, messe assieme dalla regia “catalitica” delle istituzioni e orientate a scopi condivisi: la via europea alla programmazione strategica su base territoriale, le cui pratiche eccellenti restano ancora largamente sconosciute dalle nostre parti, nel nostro dibattito da “cugini di provincia”. Nella perdurante atrofia dei valori pubblici.
Era il 1982 quando Albert Hirschman scrisse che «le società occidentali sembrano condannate a lunghi periodi di privatizzazione nel corso dei quali sperimentano una depauperante ‘atrofia dei valori pubblici’, seguita da esplosioni di ‘pubblico’ spasmodiche e molto difficilmente costruttive. Che cosa si deve fare per rimediare a questa atrofia e agli spasmi successivi?»[28].
L’unica risposta possibile a questa domanda è mettersi al lavoro per ricostituire il capitale di fiducia necessario ad accompagnare una ripresa di progettualità riformatrice come impegno collettivo. Mentre i campi verso cui indirizzare tali progetti sono già fin troppo evidenti, sotto gli occhi di tutti: l’abbassamento dei livelli materiali e morali della civile convivenza. Quindi, la priorità della lotta alla disuguaglianza; che sta raggiungendo livelli di guardia, mettendo a repentaglio lo stesso pactum societatis.
Questo il compito a cui è chiamata una Sinistra liberata da compromissioni e vassallaggi psicologici, postmoderni o meno che siano. Capace di riprendere in mano la pur stinta bandiera della Giustizia nella Libertà; eppure sempre in attesa di poter tornare a sventolare.
NOTE
[1] J. Habermas, La costellazione postnazionale, Feltrinelli, Milano 1999 pag. 20
[2] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 67
[3] R. D. Putnam, Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna 2004 pag. 308
[4] T. Judt, Guasto è il mondo, op. cit. pag. 63
[5] R. Inglehart, La società postmoderna, Editori Riuniti, Roma 1998 pag. 37
[6] M. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma 1997 pag. 40
[7] R. Bodei, La filosofia nel Novecento, Donzelli, Roma 1997 pag. 184
[8] G. Ritzer, La religione dei consumi, Il Mulino, Bologna 2000 pag.206
[9] A. Dal Lago, “L’etica della debolezza” in Il pensiero debole (a cura di G. Vattimo e A.Rovatti), Feltrinelli, Milano 2010 pag. 115
[10] D. Harvey, La crisi della modernità, EST, Milano 1997 pag. 63
[11] R. Dahrendorf, Uscire dall’utopia, il Mulino, Bologna 1971 pag.479
[12] J. F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981 pag. 29
[13] R. Inglehart, La società, op. cit. pag. 323
[14] C. A. Viano, Va’ pensiero, Einaudi, Torino 1985, pag. 18
[15] T. Judt, Guasto, op. cit. pag. 70
[16] E. Hobsbawm, Il secolo brave, Rizzoli, Milano 1995
[17] P. Krugman, Meno tasse per tutti, Garzanti, Milano 2001 pag. 32
[18] D. Harvey, La crisi, op. cit. pag. 148
[19] M. Ferraris, Ricostruire la decostruzione, Bompiani, Milano 2012 pag. 6
[20] M. Fumaroli, Le api e i ragni, Adelphi, Milano 2005 pag. 35
[21] G. Vattimo e A. Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, op. cit. pag. 9
[22] R. Rorty, La filosofia dopo la filosofia, Laterza, Bari 1989, pag. 32
[23] A. Dal Lago, Eroi di carta, Manifestolibri, Roma 2011
[24] G. Chiurazzi, Il postmoderno, Paravia, Torino 1999 pag.68
[25] U. Eco, “Il realismo minimo”, Alfabeta2 marzo 2012
[26] R. Esposito, “Le parole o le cose”, la Repubblica 15 marzo 2012
[27] T. Judt, Guasto, op. cit. pag. 8
[28] A. O. Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 1995 pag. 158

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20 ottobre 2012

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