giovedì 4 ottobre 2012

Chavez o barbarie

La grave colpa di Chavez è quella di essere un "negro". Nulla mi toglie dalla testa che, propaganda a parte, se fosse stato un tizio biologicamente più compatibile e maggiormente empatico per la sensibilità  occidentale, avrebbe avuto un trattamento migliore. I media si ostinano a definirlo un dittatore o un caudillo, malgrado continui ad essere regolarmente eletto con libere elezioni e malgrado che le libertà democratich in Venezuela  siano garantite a tutti. Paradossalmente, vista la concentrazione dei media in mani non certo imparziali, il problema delle democrazia riguarda più l'opposizione di Chavez. Spero vivamente che vinca di nuovo(F.C.)

Fulvio Grimaldi  da Informare per Resistere

 

Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)

Per quante critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico. (Sun Tzu, L’arte della guerra)

Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. (Bertold Brecht)
Fra poche ore, con le elezioni presidenziali in Venezuela, dove Hugo Chavez si candida al terzo mandato, scocca un’ora decisiva per l’intero continente e, come succede col sasso gettato in acqua, l’increspatura delle onde arriverà ai lidi più lontani. In che contesto si inserisce questo avvenimento epocale? Scendiamo per l’America Latina, dall’alto in basso. Con l’eccezione del Nicaragua dei sandinisti (che ieri ha annunciato di aver creato più posti di lavoro a tempo indeterminato di tutto il Mesoamerica), dal Rio Bravo al confine colombiano, imperversa la militarizzazione neoliberista e narcotrafficante imposta dagli Usa con colpi di Stato, elezioni truccate, finti socialdemocratici ed effettivi fantocci. Il Messico di Neto, ladro delle vittoria di Lopez Obrador, insanguinato dall’incessante carneficina di cartelli e militari, entrambi controllati dagli “specialisti” Usa, e l’Honduras della decimazione degli oppositori al post-golpista Lobo e dei contadini nelle aree sequestrate dai latifondisti delle monoculture, sono i modelli di una riconquista strisciante del “cortile di casa” yankee. Con quelle basi militari che Zelaya, presidente liberal honduregno rovesciato dal golpe di Obama, voleva chiudere, l’intervento diretto di militari Usa contro i settori sociali in lotta (Misquitos), la DEA nuovamente regolatrice dei percorsi ed equilibri del narcotraffico, il corridoio, che deve assicurare il transito della droga dalla Colombia al famelico mercato Usa e alle sue banche, è stato consolidato e blindato.

Il Centroamerica normalizzato, mannaia sul Venezuela
La regione tra Caraibi e Pacifico torna ai nefasti Usa degli anni ’70-’80, quando marines, squadroni della morte e gorilla locali la chiusero in una morsa che costò centinaia di migliaia di vittime civili. Strumenti aggiornati sono, oltre a quelli praticati allora, i cartelli della droga e la bande criminali giovanili, pandillas, frutto dell’emarginazione e della fame, e una militarizzazione gestita da specialisti Usa, finalizzata a reprimere ogni accenno di protesta sociale. Tra Guatemala, Salvador e Honduras, triangolo Nord della fascia centrale, gli indici di violenza sono i più alti del mondo e l’Honduras, tornato amerikano, ha ora superato il Messico come numero di omicidi, anche di giornalisti. A che tutto si svolga secondo i piani sinergici Pentagono-Cia-DEA , ai termini dei nuovi trattati di sottomissione conclusi tra Usa e questi paesi (“Associazione di Sicurezza Civile dell’America Centrale” e “Iniziativa Rergionale di Sicurezza per l’America Centrale”, creature di Obama che estendono i precedenti Plan Colombia e Plan Merida) ci pensano le forniture militari, quadruplicate rispetto a dieci anni fa, l’incremento degli effettivi militari nel ruolo di poliziotti, la militarizzazione della polizia, la corruzione colossale di tutti i gangli dello Stato, così resi ricattabili, e, last but not least, l’ultimo ritrovato delle guerre e repressioni imperiali, i droni, Già volteggiano su tutto il Centroamerica, come su Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, gli stessi Usa, capaci di tutto vedere e di tutto colpire, secondo le liste di assassinandi “su sospetto” compilate da Obama.




Il Cono Sur stacca gli ormeggi dalla nave ammiraglia
La Colombia, costellata di 7 basi nordamericane, ha sostituito al brutale narcofascista Uribe il “moderato” Santos, arresosi alla forza di un movimento di massa , la Marcha Patriotica, che ha imposto il negoziato tra regime e l’invincibile guerriglia delle FARC, ma mantiene il ruolo di eventuale strumento bellico contro il Venezuela. Con l’eccezione dell’Ecuador di Correa, la costa del Pacifico che va dalla Colombia attraverso il Perù fino al Cile, è in mano a vassalli mascherati (Ollanta Humala), o dichiarati (Sebastian Pinera), che si vedono però affrontati da indomabili movimenti di contestazione, di studenti e masse popolari in Cile e di comunità indigene e campesine nel Perù. Paraguay e Uruguay sono finiti sotto le grinfie Usa, il primo con il colpo di Stato che ha defenestrato Fernando Lugo, il secondo condotto dall’ex-tupamaro Mujica dalla speranza del riscatto, dopo decenni di dittatura, alla desolazione del rientro negli schemi repressivi del neoliberismo.
Brasile e Argentina hanno in comune la difesa della sovranità e dell’autonoma politica estera dalle incursioni Usa e UE, il primo con aspirazioni subimperialiste e dominio del mercato e la seconda impegnata con Cristina Kirchner in un difficile, ma progressivo spostamento verso un’autentica socialdemocrazia. Le varie alleanze di carattere politico-economico, Mercosur, Unasur, Alba, Celac, hanno però tutte un segno di integrazione continentale, indipendenza economica, riscatto sociale e rifiuto delle interferenze esterne al continente, al punto che perfino regimi di destra, succubi degli Usa nei trattati di libero scambio, come il Cile e la Colombia, non hanno potuto che schierarsi con il resto del continente contro il golpe in Paraguay. Con l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che in passato determinava esiti di conflitti favorevoli agli Usa, fortemente indebolita da questi organismi interstatuali da cui Washington è esclusa, l’egemonia imperialista sull’America Latina è ridotta ai brandelli delle roccaforti militari sparse sul continente e delle operazioni di destabilizzazione affidate a movimenti separatisti, spesso indigeni con la copertura di più o meno fondati integralismi ecologici. Questi, finalizzati anche a suscitare nelle sinistre mondiali critiche e opposizione ai paesi della svolta progressista o radicale.
Il motore dei cambiamenti verificatisi in America Latina dagli ultimi fuochi neoliberisti del Novecento, con l’argentinazo del 2001, i movimenti insurrezionali trionfanti in Bolivia ed Ecuador con successive vittorie elettorali delle sinistre antimperialiste in questi paesi, come in Nicaragua e Venezuela, è fuor di ogni dubbio la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez. Il miglioramento delle condizioni di vita di popolazioni storicamente emarginate e oppresse, il ricupero della dignità nazionale, la spinta all’integrazione di popoli uniti da lingua, cultura, storia di lotte anticoloniali, nel solco di Martì e Bolivar, il potenziamento economico e diplomatico derivato da una configurazione planetaria che al dominio degli Usa ha sostituito la collaborazione con grandi aree strategiche (Iran, Cina, Russia, Africa, India), la grande attenzione all’ambiente, sono tutte medaglie che, per primo, si può fissare al petto l’ex-capitano dei parà che, attraverso le più democratiche delle elezioni, confortate dalla mobilitazione popolare contro ogni reazione, ha dimostrato la possibilità del cammino verso il “Socialismo del XXI Secolo”. Sono questi antecedenti a fare delle elezioni del 7 ottobre la pietra filosofale che trasforma il piombo della dipendenza e del sottosviluppo in oro rivoluzionario per tutto il continente.
 
 
Rivoluzione bolivariana
Una sconfitta di Chavez rischia di implicare, venendo a mancare il protagonista e l’ispirazione ideologica della spinta al cambiamento, l’arretramento generale per l’intera regione. La sua vittoria, resa prevedibile da un vantaggio sull’avversario Capriles, che da sempre si aggira intorno ai venti punti, comporta il rafforzamento del blocco più o meno antiliberista, ma uniformemente antimperialista e la messa all’angolo dei rigurgiti reazionari e collaborazionisti. L’effetto emozionale, psicologico, oltrechè economico e politico, dell’ennesima vittoria di Chavez, su noi sprofondati nella crisi costruita per derubarci e annichilirci, sui popoli in resistenza, con conferma e accelerazione dell’alternativa latinoamericana al necrocapitalismo neoliberista, antidemocratico e guerrafondaio, sarà incalcolabile. L’Impero e i suoi regimi sguatteri hanno ben presente l’effetto contagio sull’oceano dei deprivati del fenomenale riscatto delle masse popolari realizzato in Venezuela con le varie missioni sociali (casa, salute, istruzione, indigeni, donne, lavoro) e la riorganizzazione dello Stato dal basso, con le nazionalizzazioni strategiche, con i consigli comunitari sul territorio e i consigli operai nelle fabbriche, dotati di poteri d’intervento e decisione. La povertà ridotta del 40%, un’istruzione capillare, con le decine di nuove università pubbliche gratuite, che, insieme ai movimenti di base a sostegno e sollecitazione del chavismo, ha elevato a livello generale la coscientizzazione politica della popolazione, la sovranità alimentare perseguita con i km zero e l’intervento statale su produzione e distribuzione che ha tagliato le unghie ai supermercati oligarchici e multinazionali, sono modelli a cui guardano milioni di latinoamericani privati di giustizia sociale, emancipazione politica e culturale.
Ho ancora luminoso il ricordo di quel Mercal di tutti i Mercal locali, che si svolge ogni mese, immenso, in Avenida Bolivar di Caracas, dove folle di famiglie, anziani, donne, acquistano tutto a prezzi ridotti della metà, godono di visite oculistiche e mediche gratis, si suona, si canta, si balla,in quell’allegria che viene evocata in ogni discorso del Comandante. La spesa pubblica per investimenti del welfare rappresenta il 61% di tutti gli introiti dal 1999 al 2011. Prima era del 36%. I dati ONU confermano che il Venezuela è oggi il paese latinoamericano con meno diseguaglianze. Particolare rimbombo non può non aver suscitato la nuove legge “antiforneriana” del lavoro, con la riduzione dell’orario da 44 a 40 ore, un aumento dei salari che è il più alto del continente e il rifiuto dei licenziamenti  a discrezione del datore di lavoro.


Un berlusconide di ritorno
Contro Chavez e la rivoluzione bolivariana, che ancora si muove nell’ambito dell’economia mista mercato-socialismo, ma nelle parole del presidente punta a un’accelerazione verso la fine del capitalismo, si è candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski, figlio di madre ebrea polacca e di padre ebreo sefardita (la comunità ebraica venezuelana è stata coinvolta ripetutamente, e fin dal tempo della serrata padronale post-golpe del 2001-2, in manovre di destabilizzazione. Si tratta del miliardario (in dollari) rampollo della più reazionaria componente dell’oligarchia golpista, già governatore dello Stato di Miranda, deputato e sindaco, protagonista del golpe che inaugurò una dittatura di 48 ore, privatizzatore accanito, fautore del ritorno della PDVSA, l’ente petrolifero di Stato, alle condizioni pre-Chavez di terra di razzìa dell’oligarchia e di controllo delle corporations Usa. Foraggiato da fondi Usa, sostenuto da una pletora di Ong teleguidate da organismi cripto-Cia, come NED, USAID, Freedom House, Amnesty, per la penetrazione dal basso, garante dichiarato dell’accordo capestro di libero scambio (ALCA) con gli Usa, collegato a fazioni fasciste come Tradicion, Familia y Propiedad, a guida del partito di estrema destra Primero Justicia, ora confluito nella coalizione antichavista MUD (Mesa de La Unidad Democratica), Capriles non pare avere la credibilità necessaria a sovvertire il pronostico che favorisce il vincitore di ben 14 successive elezioni. Il suo tentativo di mascherarsi da difensore degli interessi popolari con la promessa di mantenere e “migliorare” le misiones sociali, è ridicolizzato dal proposito di riprivatizzare la PDVSA, principale finanziatrice di tali misiones, in virtù del fatto che il Venezuela è il quarto produttore mondiale di idrocarburi e il detentore dei suoi giacimenti più cospicui.
 
 
La triade della reazione
Hugo Chavez viene attaccato da tre lati. Uno, del tutto irrazionale e irrilevante, popolare tra residui trotzkisti, è quello del massimalismo presunto marxista che gli imputa di non aver subito liquidato ogni proprietà privata, di essere affetto da caudillismo, di offrire un ulteriore alito di vita al capitalismo in crisi mortale. L’altro denuncia, con qualche fondamento, la formazione di una cosiddetta “boliburguesia”, con riferimento al consolidarsi di un ceto dirigente burocratico che mirerebbe essenzialmente alla conservazione dello status privilegiato acquisito all’ombra della ”rivoluzione”. Un fenomeno che conosciamo, in proporzioni sicuramente più gravi, in tutte le esperienze di “socialismo realizzato”, con particolare evidenza recente nella Cuba delle riforme di mercato. Qui il compito dell’alternativa bolivariana non poteva facilmente essere completato nei pur fattivi 13 anni del governo chavista. Si trattava di rivoltare come un calzino un paese le cui strutture erano corrose fino al midollo da una classe dirigente ladra, inetta e corrotta, prona a ogni diktat statunitense. Ci sarà pure un nuovo ceto medio “bolivariano” che ha avuto modo di inserirsi nei gangli dello Stato, ma non pare questa l’insidia maggiore. Piuttosto, con la lenta e faticosa formazione di nuovi quadri dirigenti rivoluzionari corre parallela anche la necessità di completare la bonifica di apparati, come il giudiziario e la polizia, intrisi di revanscismo  e sostenuti occultamente dai nemici interni ed esterni di Chavez. Il tridente d’attacco è completato dalle mene di Cia e Mossad, alimentatrici del grave problema di una sicurezza urbana compromessa dalla criminalità di strada e che tirano le fila delle costanti infiltrazioni terroristiche di paramilitari colombiani.
 

Vignetta del quotidiano padronale “El Universal”
Nessuna di queste armi controrivoluzionarie pare oggi in grado di sovvertire il pronostico elettorale e di destabilizzare in profondità l’assetto di Stato e società. Numerosi segnali, addirittura confortati da minacce di spericolati rappresentanti diplomatici Usa, indicano che nel Nord dell’emisfero ci si sia rassegnati alla stanca ripetizione di quanto tentato in precedenti elezioni, in particolare nel 2004, in occasione del referendum per la revoca del mandato di Chavez chiesto dall’oligarchia. Lo schemino è quello, alquanto logoro e screditato, messo in atto anche in Russia contro Putin e in Iran contro Ahmadi Nejad: vittorie eclatanti dei candidati sgraditi negate dall’accusa di brogli mosse dalle cancellerie occidentali, dai loro mercenari mediatici e da piazze incendiate per la bisogna. Grottesco, se si pensa alla limpidezza di elezioni condotte e risolte sotto il cappello a stelle e strisce, dal Messico all’Iraq, dall’Afghanistan all’Honduras, da Haiti alla stessa metropoli di Bush Primo e Secondo.
In Venezuela, nella carenza di altri strumenti propagandabili, si deve fare di necessità virtù e si punta alla migliore delle ipotesi: una jacquerie innescata da denunce di brogli urlate dal coro mediatico, tuttora sotto controllo oligarchico (nel sistema elettorale automatizzato giudicato il più trasparente e sicuro di tutto l’emisfero), che possa portare a interventi repressivi tali da poter gridare alla dittatura e invocare interventi esterni, diretti, o per interposta Colombia (a cui parecchio costerebbe, vista la funzione di quinta colonna interna che la sua robusta guerriglia e l’impetuosa nuova opposizione politica assumerebbero, sul modello del PKK curdo e delle sinistre in Turchia a contrasto del bellicismo antisiriano di Erdogan). Intanto, secondo molti, un campanello d’allarme e una prima prova di terrorismo destabilizzante sono stati, a fine agosto, l’esplosione e l’incendio di Amuay, la più grande raffineria del paese, una delle maggiori del mondo, garanzia del controllo nazionale sul ciclo petrolifero che prima era delocalizzato nelle raffinerie Usa. 40 morti  e scatenamento dell’informazione oligarchica su presunte responsabilità della gestione statale. Insicurezza e panico, basi su cui costruire un discontento di massa, campagne di demonizzazione e interventi esterni. L’inchiesta è in corso.
 
 
Voci della rivoluzione
Juan Contreras lo incontro a Caracas nel quartiere “23 gennaio”, casamatta rivoluzionaria fin dai tempi della lotta armata contro dittatori e despoti della seconda metà del secolo scorso. Militante rivoluzionario marxista, con la solita passione latinoamericana per Gramsci, è il fondatore e leader della Coordinadora Simon Bolivar. Il suo quartiere, roccaforte proletaria da quando il dittatore Jimenez sconvolse Caracas con il modernismo straccione dell’urbanistica da massimo sfruttamento del suolo, vanta la più bella distesa di murales della capitale. Narra le vicende di una lotta che origina nell’800 della liberazione anticoloniale e prosegue fino ai temi e obiettivi di oggi. Immancabile su tante pareti Che Guevara, mentre sulla parete in fondo alla sala delle assemblee, tra le tante di lotte in giro per il mondo, pende una bandiera dei nostri Cobas.
La base fondamentale del nostro processo è il movimento popolare che ha ancora molti compiti davanti a sé”, dice Juan. “Tra quelli principali è liberarsi della vecchia struttura dello Stato, marcata dalla logica del capitale. Chavez sottolinea il problema della transizione alla maniera di Gramsci: siamo intrappolati in uno Stato che rifiuta di morire e uno Stato che rifiuta di nascere. Dobbiamo liberarci delle vecchie strutture, quelle che impediscono l’avanzata del processo guidato da Chavez. Ci sono alcuni al vertice che pensano di poter imporre una rivoluzione dall’alto, ma noi ci troviamo in una fase di passaggio e senza la forza e le idee del movimento di massa non si andrebbe avanti. Dall’8 ottobre di quest’anno, il giorno dopo le elezioni presidenziali, il nostro obiettivo deve essere di contribuire a costruire una vera democrazia, rappresentativa e, come diciamo noi, protagonica. Protagoniste le masse. Il processo dal 1998 al 2012 è stato un processo di risveglio politico, di maturazione delle coscienze, di consegna alle masse di strumenti di riscatto sociale, economico e culturale. Ora è il tempo per passare all’incasso, con il popolo che assume il suo ruolo storico di protagonista. Non viviamo in una società perfetta. Abbiamo ancora un sacco di cose da fare, ma almeno conosciamo i nostri problemi. Stiamo costruendo una nuova società fondata sul lavoro di donne e uomini che, inevitabilmente, hanno debolezze.
Sono le idee e le parole di gente come Juan Contreras, e che lui auspica continuino ad essere quelle di Chavez e della sua squadra, che hanno posto il Venezuela al centro della geografia del pianeta. Sono i fatti e i propositi che mandano i brividi per la schiena di chi conta di trasformare questa geografia, la comunità sana dei popoli e delle classi, in dittatura dell’1%. Nel deserto che stiamo attraversando noialtri, dove non c’è riflesso d’acqua ma solo luci di miraggio, siamo al punto dove la speranza è l’ultima a morire. Ma dal Venezuela, dall’America Latina, si aprono sorgenti che promettono di far fiorire i deserti. Travolgendo coloro che ci vogliono convincere che l’ultima speranza è quella di morire.
 
 
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