lunedì 10 settembre 2012

Crisi e teorie economiche, cambia il vento?

A cinque anni dallo scoppio della crisi il bilancio sull'efficacia delle contromisure che sono state adottate appare completamente negativo. C'è però una ragione di ottimismo: il dibattito tra gli economisti si è riaperto. Anticipiamo l'intervento che terrà Roberto Petrini al convegno “La crisi finanziaria e i suoi sviluppi: gli insegnamenti di Hyman Minsky” organizzato dalla Fondazione A.J. Zaninoni e da “Economia Civile” (10 settembre, ore 16.00 Sala delle Colonne, Camera dei Deputati piazza Poli 19, Roma)

di Roberto Petrini da Micromega
Pochi giorni fa, la più grande crisi economica dopo il 1929, ha compiuto cinque anni. Sono passati esattamente cinque anni infatti da quel 31 luglio del 2007 quando due hedge fund di Bear Stearns dichiararono bancarotta: pochi giorni dopo, il 9 agosto, ci fu il primo crollo di Wall Street. Il resto è storia nota: una enorme crisi, misurabile in una straordinaria contrazione del prodotto e una gigantesca perdita di posti di lavoro, che si è ribaltata dagli Stati Uniti all’Europa.

Si può tentare un bilancio sulle cause, sugli effetti, sull’efficacia delle contromisure, sulle implicazioni per la teoria economica. Il bilancio appare naturalmente negativo su tutti i fronti. Tranne uno: il dibattito tra gli economisti si è riaperto, il conformismo si è spezzato e si cerca un nuovo paradigma.

E’ evidente come la crisi abbia avuto come causa scatenante aspetti reali dell’economia: negli Usa la polarizzazione dei redditi ha reso necessario un sostegno della domanda basato sui debiti (mutui subprime, carte di debito e crediti al consumo). In Europa la polarizzazione dei redditi tra Stati più competitivi con bilance commerciali in surplus e stati poco competitivi e in perenne deficit, ha gonfiato i debiti dei paesi mediterranei detenuti all’estero provocando il “botto” del 2009-2010.

Qual è stato il segno comune delle due crisi? La risposta è: la finanza. L’economia di carta è plasticamente rappresentata dai 600 trilioni di titoli derivati che galleggiano sul pianeta e dai 52 mila miliardi di dollari di titoli di Stato emessi nel mondo (8.000 solo in Europa).
Ma veniamo agli aspetti teorici.

La matrice teorica nell’ambito della quale la crisi si è potuta incubare, sviluppare ed esplodere, in assenza di sensibili allarmi preventivi, è stata – come ha spiegato Alessandro Roncaglia nel libro “Economisti che sbagliano. Le radici culturali della crisi” – quella del liberismo. Nella prima metà degli Anni Duemila i maggiori economisti mainstream americani da Robert Lucas al banchiere centrale Alan Greenspan descrivevano una economia destinata ad un futuro stabile e di “grande moderazione”. L’Europa pensava di aver raggiunto la stabilità con il rigore di Maastricht, con la presunta convergenza di tassi d’interesse e inflazione e con la prospettiva di un salvifico mercato unico che avrebbe evitato gli shocks asimmetrici. Tutti avevano una sconfinata fiducia nelle capacità del mercato di autoregolarsi, senza necessità di interventi esterni.
Malafede? Ideologia? Errori da matita blu? Si può dar credito alla felice osservazione di Minsky – riabilitato da Martin Wolf sul Financial Times già dal novembre del 2008 – contenuta in “Keynes e l’instabilità del capitalismo”:

“Se per trent’anni la storia non genera fenomeni che pur vagamente somiglino a una crisi finanziaria o a una profonda depressione, può facilmente farsi strada l’ipotesi che, in realtà, crisi e depressioni siano solo miti, anomalie del passato”.
Invece la crisi c’è stata e sulla sbarra oggi ci sono le disuguaglianze economiche, la chimera del Dio Mercato in grado di consegnarci il migliore dei mondi possibili e il sistema della turbofinanza radicale in grado di spalmare il rischio per il pianeta e assicurarlo contro ogni instabilità o fallimento.

Negli ultimi tempi, a far data dalla supremazia del pensiero liberista in economia cominciata negli Anni Ottanta, l’egemonia è stata completa: basti pensare, come esempio, all’aggregato di potere culturale e finanziario rappresentato, fino a qualche tempo fa, da Standard and Poor’s, McGraw-Hill e Business Week, agenzia di rating, casa editrice di testi universitari di economia e periodico di informazione economica.

Oggi il vento è cambiato – e forse è questo è l’unico aspetto positivo di questa crisi.
Negli Stati Uniti, sebbene non manchino le critiche, Obama ha rimesso lo Stato al centro dell’azione politica. Si elencano: l’intervento di salvataggio del sistema finanziario e industriale, gli stimoli all’economia, la riforma sanitaria, il blocco della riduzione delle tasse, l’aumento del tetto al debito pubblico, il ruolo determinate della Fed come prestatore di ultima istanza. Negli Usa la crisi è nata ma si può dire che è stata combattuta in modo appropriato: basta guardare i dati del Pil.

Sul piano dei valori che sottendono all’economia non si può evitare di ricordare la suggestiva enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, uscita poco dopo lo scoppio della crisi, che invita a mitigare il profitto con il concetto di bene comune e scaglia anatemi contro la finanza predatoria.

La crisi europea ha provocato un profondo ripensamento nel linguaggio e nel pubblico dibattito. Solo un paio di anni fa il Sole 24 Ore, ospitava in prima pagina un editoriale di Luigi Zingales che si intitolava “Speculatori, vil razza dannata (ma utile)”. Un altro articolo di un altro editorialista recitava: “Come molti economisti, anch’io credo nel ruolo positivo della speculazione in mercati concorrenziali e trasparenti”.

Oggi la stessa Europa sembra aver cambiato paradigma: lo spread non è più il termometro dello stato canaglia, ma frutto evidente della speculazione. Tant’è che lo si vuole raffreddare attraverso interventi della Bce e si è creato – con la modifica dell’articolo 136 del Trattato – un fondo per la “stabilità della zona euro” che per statuto può intervenire sul secondario e sul primario dei titoli di Stato. Evidentemente non si considera più sacro il verdetto dei mercati che il governatore della Bce Draghi ha definito “irrazionali” e che il premier Mario Monti ha così descritto: “I mercati non vanno demonizzati ma neanche ‘angelizzati’ perché non esprimono sempre la reale situazione dei paesi”. Accantonato il mito dell’efficienza assoluta dei mercati oggi anche la cancelliera Merkel non usa mezzi termini e li ha bollati come “nemici del popolo”. C’è addirittura il rischio che il vento cambi in modo troppo violento o scomposto? 
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