venerdì 30 dicembre 2011

Jeremy Rifkin (seminario nello studio di Google)

I miei dialoghi con Bocca


Ho postato questo articolo perché ne viene fuori il lato umano di un uomo che dentro di me ho sempre ammirato e invidiato. Una persona dura, capace di fare scelte eroiche e di mantenere saldo il proprio punto di vista senza riguardi per nessuno. Alla fine però pur sempre un uomo con le sue  debolezze e i sui tic. Debolezze che non scalfiscono l'immagine di uno degli attori protagonisti di mezzo secolo di storia italiana, ma che invece la impreziosiscono.Ovviamente il mito segna sempre uno scarto con l'essere reale del personaggio, ma che importa, Bocca rimane sempre il montanaro burbero che ha fatto il partigiano e ha pungolato per anni i fianchi di questa italietta di mediocri e servi

di Massimo Fini da ComeDonChisciotte (ilfattoquotidiano.it)

Ho frequentato abitualmente Giorgio Bocca nei primi anni Ottanta. Umberto Brunetti, direttore di Prima Comunicazione, si era inventato una rubrica, 'Dialoghi sull'informazione', affidando il ruolo del protagonista a Bocca che era allora, insieme a Montanelli e Biagi, uno dei principi del giornalismo italiano. Ci voleva però uno sparring-partner. Bocca io l'avevo conosciuto nei primi mesi di Repubblica e, nonostante il quarto di secolo che ci divideva, fra noi era nata una simpatia istintiva. Così mi aveva indicato a Brunetti come spalla. Naturalmente, nella coppia, lo spazio del prim'attore spettava a lui, io avevo la parte del cretino dei fratelli De Rege, dovevo porgergli la battuta, però ci mettevo anche qualcosa di mio e i 'Dialoghi' ebbero un notevole successo.

Nella foto: Massimo Fini ai funerali di Giorgio Bocca (Milano, 27.12.2011)


Un piccolo imprenditore, Cariaggi, più noto peraltro per essere il marito di Lara Saint Paul, ci propose di riprendere la formula in una di quelle radio locali che allora stavano spuntando come funghi.

Arrivavo la mattina presto a casa di Bocca, in via Bagutta 12, e lo trovavo spesso indaffarato a mettere insieme dei ritagli pescati chissà dove. “Cosa stai facendo, Giorgio?”. “Una voce di enciclopedia”. “Hai tempo da perdere per queste cose?”. “Ma, sai, mi danno centomila lire” e calcava la voce sul 'centomila'. Anche se eravamo nei primi Ottanta una cifra del genere non era gran cosa, tantomeno per uno come lui che prendeva uno stipendio da Repubblica e un altro dall'Espresso. Non era propriamente avidità o taccagneria, piuttosto un sacro rispetto per il denaro. Non dimenticava di essere figlio della maestrina di Cuneo e questo rapporto col denaro, come forma di rassicurazione e conferma tangibile del suo successo, lo seguirà per tutta la vita.

Quando uscivamo dagli studi della radio lui si infilava in una misteriosa porticina. Io dovevo attenderlo fuori. Ci rimaneva cinque minuti, poi saliva sulla mia macchina e lo riportavo a casa. Una volta, mentre guidavo, non resistendo più alla curiosità, gli chiesi: “Che vai a fare in quel bugigattolo?”. “Prendo i soldi, subito, cash. Con quella gente non c'è mai da fidarsi”. In un'altra occasione eravamo a cena a casa sua. Lui era a capotavola, io sedevo alla sua destra. Uno dei suoi figli si era sposato da poco. Ad un certo punto avvicinò il suo viso al mio e coprendosi a metà la bocca con la mano per non farsi sentire dalla Giacomoni, la moglie, mi sussurrò: “ Sai, questo matrimonio mi è costato dieci milioni”. E calcò la voce sui 'milioni'. In questi casi c'era in lui qualcosa di infantile, quasi di birichino, come se l'avesse fatta grossa a sua madre, che muoveva a tenerezza. Una delle ultime volte che sono stato da lui mi raccontò che era andato a trovare Pericoli che si era ritirato in Umbria. Naturalmente non guidava più e nemmeno Silvia. Avevano dovuto prendere una macchina con autista. “Sai, io non sono abituato a queste cifre...”. Ma questa volta il tono era amaro, come si sentisse tagliato fuori dal mondo. “Il telefono non squilla più” aggiunse poco dopo.

In questa storia del rapporto col denaro sta anche, insieme a una buona dose di masochismo, la fascinazione che provava per i ricchi. Lo lusingava essere invitato a cena a casa dei Pirelli, dei Brion, della Crespi. Ma si annoiava a morte. Inoltre, com'è noto, la mensa dei ricchi, con la scusa della dieta, è sempre molto parca mentre a lui, da buon contadino che aveva nella memoria tempi di vacche magre, piaceva mangiare e bere (ma una volta Leopoldo Pirelli fu scoperto in cucina che si strafocava, di nascosto, un pollo, mentre ai suoi ospiti aveva fatto servire delle insalatine insaporite da qualche salsa). “Perchè ci vai, Giorgio?”. “Ma, sai, i Pirelli, i Brion...”. “Ma tu sei molto più importante di qualsiasi Brion o Pirelli o Crespi”.

Giorgio Bocca non si è mai reso conto appieno del ruolo che ha avuto per più di mezzo secolo nella vita intellettuale italiana. Psicologicamente era rimasto un provinciale, come ha scritto in uno dei suoi libri più belli (l'altro è la splendida e coraggiosa biografia di Togliatti). Il culmine del masochismo lo raggiungeva quando accettava l'invito che Giulia Maria Crespi faceva ogni anno ad alcuni importanti personaggi nella sua tenuta della Zelata, sul Ticino. La sadica 'zarina' costringeva gli uomini, quasi tutti in età, a una regata agonistica sul fiume. Lui ne tornava distrutto e furioso. “Perchè ci vai, Giorgio?”. “Ma, sai, la Crespi...”.

Quando facevamo i 'Dialoghi sull'informazione' si teneva piuttosto cauto sulla Repubblica e l'Espresso, i giornali per cui lavorava. Ma una volta, non potendone più, si lasciò andare a delle dure critiche su Zanetti, il direttore dell'Espresso. Io riportai tutto, diligentemente. Alle sei di mattina di qualche giorno dopo squillò il telefono di casa mia. “Ma che cazzo hai scritto?”. “Ma, veramente, quello che mi hai detto tu” balbettai insonnolito “ e non a tavola ma davanti al registratore mentre facevamo i 'Dialoghi'. Eppoi è la verità”. “Se tu alla tua età non hai ancora capito che non si può sempre scrivere la verità, sei un cretino”. E buttò giù la cornetta. Quella frase, detta da uno dei più coraggiosi giornalisti italiani, mi colpì. Il fatto era che Zanetti, per punizione, quella settimana gli aveva fatto saltare la rubrica. Ma mi perdonò quasi subito e i 'Dialoghi' continuarono regolarmente.

Bocca era un uomo ruvido, di poche parole, sbrigativo. In questo un cuneese purosangue. Ma la ruvidezza, come spesso accade, mascherava un'intima timidezza e anche una fragilità emotiva che contrastava con la sua figura di uomo solido, anche fisicamente (al Giorno quando c'era da fare un servizio faticoso, Rozzoni diceva: “Mandiamoci Bocca, che è robusto”). Un capodanno ero ospite dei Bocca a La Salle, sopra Courmayeur, insieme alla mia giovane moglie. Verso mezzanotte arrivò un'allegra comitiva non si sa bene invitata da chi. Fra i nuovi arrivati c'era una donna sulla quarantina, sciapa, che diceva di essere un'editrice. Chiese al padron di casa che lavoro facesse. Bocca, lì per lì, si incazzò di brutto. “Ma come, vieni a casa mia, dici di essere un'editrice e non sai nemmeno chi sono?”. Non mi ricordo cosa rispose la cretina. Giorgio si alzò e sparì nelle stanze interne. Dopo un po' andai a cercarlo. Si stava ubriacando di whisky. Non aveva retto che una squinzia qualsiasi, una stronzetta di cui poteva tranquillamente impiparsi, non lo avesse riconosciuto. Ci mettemmo a giocare a biliardo.

Quando ci capitava di camminare insieme per le strade intorno a via Bagutta, Bocca, ogni tanto, abbaiava. “Che fai, Giorgio?”. “Scarico la tensione, me lo ha consigliato il medico”. Non l'ho mai visto veramente disteso. “La mattina, quando mi alzo, mi prende l'angoscia: penso che non riuscirò a fare tutto quello che devo fare. Ma poi quando arriva la sera mi accorgo di avere fatto tutto”.

Con Montanelli si poteva parlare di tutto. Era un uomo completo. Con Biagi solo di giornalismo, era chiuso nella dimensione del cronista, in un modo arido. Bocca riluttava molto ad aprire la botola esistenziale, ma se lo si stuzzicava – e io lo facevo spesso, perchè a me questo solo interessa – non si tirava indietro. Però sempre nel suo modo concreto, pragmatico, realista, privo di qualsiasi sentimentalismo. Un giorno mi disse: “ Sai, ho capito che dopo una certa età se vuoi l'affetto devi pagartelo”. Intendeva proprio affetto, non il sesso (di questo mi aveva detto, tempo addietro: “Alla fine la fatica diventa maggiore del piacere e lasci perdere”). Io che avevo allora quarant'anni e stavo con una donna bella e affascinante ('la morona' come la chiamava lui, affettuosamente) inorridivo. Mi sembrava un atteggiamento troppo cinico. Ora che ho l'età che lui aveva allora so che aveva ragione. In realtà Bocca non era un cinico, era, al contrario, come ha scritto lui stesso di sé, in uno degli ultimi articoli, mettendosi a confronto con Berlusconi, “un cuor tenero pronto ai cedimenti”. Ma aveva il coraggio di guardare in faccia le cose per quelle che sono. Che è stata anche la sua fortuna di giornalista.

Le mie tesi antimoderniste non le prendeva sul serio. “Tu sei un poeta, un pazzo. Poche balle, qui c'è da competere col Giappone” (allora il 'pericolo giallo' veniva dal Sol Levante).

Negli ultimi anni, se posso permettermi di dirlo, le sue posizioni si erano avvicinate parecchio alle mie. Ma non mi nominava mai. E io gli scrivevo dei bigliettini risentiti. Ma quando pubblicai Ragazzo. Storia di una vecchiaia scrisse sull'Espresso: “ Una lettura affascinante. Il 'ragazzo' mi spiega con fraterna sincerità cosa sono oggi”. Sulla pagina era rimasto lucido. Nella rubrica che manteneva sull'Espresso, 'L'antitaliano', raramente perdeva un colpo. Dietro l'opinionista, l'intellettuale, si sentiva sempre l'esperienza del grande inviato. Con le dita anchilosate dall'artrite batteva a fatica sui tasti del computer che aveva imparato a usare con grande sforzo, ma a differenza di Montanelli o di Biagi o di Feltri, aveva imparato, spinto dal suo doverismo masochista ma anche dall'umiltà del grande professionista. Sul lavoro non ci ha mai mollato. Ma fisicamente, negli ultimi anni, era invece crollato. Bocca 'il robusto' era diventato un omino mingherlino, fragilissimo, che si sarebbe potuto spazzar via con un soffio. Credo che non gli abbia giovato il trasferimento dalla storica abitazione di via Bagutta a via De Grassi. In via Bagutta poteva ancora uscire, entrare in qualche negozio, avere una parvenza di vita sociale. La De Grassi è una lunga strada privata dove ci sono solo lussuose abitazioni. Un tragitto ormai improponibile per lui. Era diventato un recluso.

L'ultima volta che l'ho incontrato è stato all'inizio della scorsa estate, a colazione a casa sua, con Silvia Giacomoni. Era vigile, attento, ma si stancava presto e preferiva far parlare noi. Così la conversazione l'abbiamo sostenuta soprattutto Silvia ed io che un tempo ci detestavamo cordialmente. Ma la vecchiaia ci aveva ammorbiditi entrambi.

Un segno della senilità di Bocca era che disprezzava in blocco il giornalismo italiano di oggi. “Possibile, Giorgio, che non ti piaccia nessuno dei nostri colleghi?”. “No”. “Nemmeno Travaglio?”. “Non si può scrivere un pezzo al giorno, non è professionale”. Allora ho spostato il discorso sul passato. “E di Montanelli che pensi?”. “Montanelli ed io siamo stati spesso accomunati, ma in realtà non c'entriamo niente l'uno con l'altro. Ciò che gli invidio è il giro di frase elegante, la battuta, ma non penso che fosse un uomo profondo”.

In quel pomeriggio luminoso, troppo luminoso, d'inizio estate, tutti e tre ci rendavamo perfettamente conto, anche per quel sole spavaldo fatto per altre età, di essere dei sopravvissuti. Bocca si è alzato per congedarsi. Gli ho chiesto: “Giorgio, hai 91 anni, che pensi della tua vita?”. “Penso che, tutto considerato, mi è andata bene” è stata la risposta.

Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
27.12.2011

giovedì 29 dicembre 2011

Il reddito promesso, il reddito frainteso. Brevi note sulla proposta di legge S1481 a firma Ichino + altri

di Luca Santini da bin-italia.org


ABSTRACT 
Riflessioni sulla proposta Ichino della riforma del mercato del lavoro e la questione del reddito garantito.
La strada imboccata con decisione dall'Esecutivo Monti verso la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali non mancherà a breve di tradursi in proposte e articolati di legge concretamente valutabili. Ad oggi possiamo confrontarci con semplici dichiarazioni alla stampa, allusioni in trasmissioni televisive, generici programmi di riforma. La concentrazione del dibattito sul "superamento" della tutela reale prevista dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, nonché la forte esposizione mediatica recentemente rafforzata del Senatore PD Pietro Ichino, lascerebbero però pensare che la vera bozza legislativa allo studio del Governo sia modellata sulla proposta di legge n. 1481 depositata in Senato (a firma Ichino + altri),  intitolata "disposizioni per il superamento del dualismo del mercato del lavoro, la promozione del lavoro stabile in strutture produttive flessibili e la garanzia di pari opportunità nel lavoro per le nuove generazioni".
Una riflessione un poco più ravvicinata su questo disegno di riforma sarà quindi utile per contribuire criticamente allo sviluppo del dibattito. La decisione del Governo di intervenire sulla materia spinosa e magmatica del mercato del lavoro non può giustificare, infatti, una levata di scudi a difesa dell'esistente. Occorre prendere atto la via su cui lo sviluppo dei rapporti sociali pare già incamminato condurrà naturaliter all'esaurimento delle garanzie consolidate del diritto del lavoro (e in primis della tutela reale contro il licenziamento), nonché anche al progressivo estinguersi della tutela pensionistica come forma specifica di assicurazione contro la vecchiaia. Rispetto alla condizione sociale di milioni di lavoratori (non più così giovani, ormai) dispersi in micro-imprese in appalto, cooperative, datori di lavoro capaci di offrire soltanto contratti a termine o a progetto, non ha più un significato concreto il richiamo all'articolo 18; e lo stesso può già dirsi per la previdenza pubblica, resa incapace dalle riforme degli ultimi anni di fungere da garanzia tangibile per la dignità della persona nella fase di riposo dalla vita lavorativa. Non c'è spazio dunque per la difesa dell'esistente, c'è un bisogno pressante, al contrario, di nuovi diritti e nuove tutele. Da questo punto di vista il ddl menzionato, sicura fonte di ispirazione per l'azione del Governo, merita di essere valutato attentamente quanto meno per l'effetto di rottura dall'inerzia che promette di produrre.
Il puto cruciale della nuova disciplina proposta sta nel superamento dei vincoli alla cosiddetta flessibilità in uscita (licenziamenti più "facili", dunque), in cambio di una sostanziosa indennità di disoccupazione della durata di quattro anni, pari al 90% dell'ultimo salario percepito nel corso del primo anno, e poi a scalare pari all'80, al 70 e al 60 per cento negli anni successivi al primo. Inoltre il lavoratore licenziato gode al momento dell'interruzione del rapporto lavorativo di una buonuscita una tantum pari a una mensilità di salario per ogni anno di anzianità aziendale. Questo nuovo regime caratterizzato da ammortizzatori sociali sensibilmente più generosi di quelli oggi disponibili si applica solo ai lavoratori che siano riusciti a superare un anno di anzianità di servizio all'interno di una stessa azienda. In cambio di questa maggiore generosità nell'accesso al sussidio il disoccupato deve acconsentire a stipulare un accordo di ricollocazione con una apposita agenzia privata, che gli eroga il sussidio (anche con proprie risorse, aggiuntivamente alle risorse provenienti dal sussidio oggi a carico dell'INPS) e che ha un interesse economico a situare velocemente il lavoratore in un nuovo contesto produttivo.
Su questo disegno di riforma, qui velocemente tratteggiato, si rassegnano di seguito alcune brevi osservazioni.
1)     Il progetto di legge in oggetto mira ad introdurre una semplificazione del mercato del lavoro mediante una drastica riduzione delle forme contrattuali esistenti. Sia le forme contrattuali subordinate che quelle parasubordinate dovrebbero confluire nel nuovo "contratto di transizione" destinato a diventare forma contrattuale tendenzialmente unica per tutta la popolazione attiva e in posizione economicamente dipendente. Resterebbero in vigore soltanto i contratti a termine (ma ridotti nel numero perché ricondotti alla presenza di esigenze produttive realmente temporanee), alcune forme di lavoro interinale e forse l'apprendistato. La proposta di un "contratto unico" è stata avanzata anche da altri commentatori (primi fra tutti Boeri e Garibaldi) ed apre una prospettiva interessante e da discutere in modo costruttivo. Il rischio sotteso a simili progetti è quello di una eccessiva astrazione dai reali rapporti produttivi, poiché se è vero che negli ultimi anni il legislatore si è spinto decisamente troppo in là nell'invenzione di tipologie contrattuali sempre nuove, è vero anche che imporre a forza un unico modello contrattuale a un mercato del lavoro che comunque esprime un'esigenza di flessibilità potrebbe non essere rispondente alle reali esigenze dei produttori. Forse perché consapevole di questi rischi la proposta Ichino (diversamente da quella Boeri-Garibaldi che impone il "contratto unico" ope legis a partire da una certa data e per le nuove assunzioni) lascia alla contrattazione collettiva (e individuale) la scelta per il nuovo "contratto di transizione", scommettendo sulla sua convenienza per imprese e lavoratori.
2)     Il disegno di riforma prevede dunque un progressivo ampliamento del nuovo strumento contrattuale, una sua applicazione a macchia d'olio, fino all'integrale sostituzione di tutte le forme contrattuali vigenti. Anche qui si vede una certa astrattezza di impostazione, che non tiene conto delle specificità talora spiccate dei vari contesti produttivi. In particolare non è ben chiara la convenienza per le piccole imprese (sotto i 15 dipendenti) a entrare nel nuovo regime. Se infatti per le grandi imprese l'interesse sta nel superamento della tutela reale contro i licenziamenti prevista dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, lo stesso non può dirsi per le unità produttive più piccole. Il ddl prevede infatti, a vantaggio delle sole imprese sotto i 15 dipendenti, il versamento di un contributo statale in favore dell'agenzia di ricollocamento - vi è dunque un trasferimento di risorse pubbliche per incentivare  l'attivazione di uno speciale rapporto contrattuale di natura privatistica tra il dipendente licenziato e l'agenzia di ricollocamento. Ma pur con questo incentivo non è per nulla certo che la piccola impresa trovi conveniente abbandonare il regime esistente fondato su contratti a termine, forme parasubordinate, precariato. E' dunque assai probabile che il nuovo "contratto di transizione" non riesca a raggiungere la semplificazione sperata, ma che al contrario finisca per un creare un'ennesima figura contrattuale - modulata sugli interessi della grande impresa - da affiancare a tutte le altre oggi esistenti.
3)     Il proposito della riforma è quello di superare il dualismo del mercato del lavoro, caratterizzato - secondo quanto si dice nella relazione introduttiva - da una vera e propria apartheid tra lavoratori protetti e lavoratori precari che portano da soli tutto il peso della flessibilità. La risposta che si tenta di dare a questa condizione sta nella creazione di una forma di tutela uniforme, che si colloca a un livello "mediano" rispetto alla polarizzazione oggi esistente. Rispetto a questa analisi, ancora una volta, è forse il caso di delineare un'immagine più realistica della realtà del lavoro nel nostro paese, che non è tanto caratterizzato da un dualismo, quanto piuttosto da una moltiplicazione indefinita delle posizioni, fino quasi a un'individualizzazione della situazione di ciascuno. E anche qui: se in parte vi è stata una cedevolezza eccessiva da parte del legislatore alle esigenze dell'impresa, in parte questa situazione è anche lo specchio fedele di una produzione che si è fatta "liquida", non catalogabile, irriducibile a macro schemi unificanti. Non di dualizzazione, dunque, si deve parlare, piuttosto di propagazione indeterminata di rapporti contrattuali sempre diversi e cangianti (forse la condizione singolare di ciascuno è ancora più ricca rispetto alla pur abbondantissima offerta legislativa di ben 44 forme contrattuali ammesse). Mettere un programmatore di computer nella stessa casella del fattorino ed entrambi loro in quella della colf o dell'operaio edile rischia di essere un'iniziativa velleitaria e disperata. Siamo dunque destinati alla balcanizzazione delle tutele e delle società? Niente affatto, il punto sta nell'accordare un livello universale di tutele che faccia da contraltare alla molteplicità delle esperienze contrattuali individuali. Con alcune garanzie forti, valide per tutti e introdotte per legge (e non con la sempre più fragile contrattazione collettiva), si potrebbe guardare alla segmentazione esistente con meno allarme, perché sarebbero esclusi alla radice i rischi di dualizzazione. 
4)     Le tutele universalistiche da introdurre per legge sono la previsione di un salario minimo orario (che il ddl S1481 non contempla, ma che è oggetto di altro ddl degli stessi proponenti), di sostegni formativi e in generale welfaristici per i lavoratori in fase di transizione occupazionale, di una tutela compiuta ed efficace del reddito in tutte le fasi della vita produttiva e non. Solo quando sarà realizzato questo obiettivo di "dare forza" al cittadino produttivo anche fuori e oltre la sfera lavorativa, si potrà dire superata la condizione di precarietà esistenziale che oggi affligge gran parte della popolazione più o meno giovane. Occorre insomma rendere garantito per il lavoratore, anche fuori dal rapporto contrattuale con l'impresa, un livello minimo e intangibile di diritti, così da portarlo a un livello di sostanziale parità con l'imprenditore nel momento della contrattazione delle condizioni di lavoro (e senza più timori, a questo punto, per la fioritura esasperata di modelli contrattuali diversi). Un incontro finalmente alla pari tra domanda e offerta di lavoro potrebbe dare luogo a dinamiche sociali fortemente innovative, capaci di coniugare le esigenze di flessibilità delle imprese con le incomprimibili (e rigide) esigenze vitali dei cittadini lavoratori. 
5)     Il ddl in questione, occorre dirlo, è totalmente refrattario rispetto a questo nuovo e urgente obiettivo di crescita civile e sociale. Nonostante il richiamo alla flexicurity scandinava, la riforma è saldamente ancorata alla concezione - prevalentemente diffusa nei paesi anglosassoni - del welfare to work, che viene peraltro proposta in una forma coercitiva raramente riscontrabile nei paesi europei. Siamo qui assai distanti da quell'ipotesi patrocinata dai giuslavoristi più avvertiti (il più eminente dei quali è forse Alain Supiot, ma qui da noi si veda pure Massimo Paci o anche Massimo D'Antona) di rispondere alla crisi del lavoro, andando "al di là del lavoro", cioè fornendo riconoscimento e garanzie alle attività oggi considerate extramercantili ed extralavorative. Al contrario la proposta in commento mira a stringere i vincoli sul lavoro mediante una più intensa mercificazione e  un più veloce turnover della forza lavoro da un settore all'altro o da un impiego all'altro. In cambio di una relativa sicurezza in termini di reddito e in termini sociali, il lavoratore si presta a una totale disponibilità nei confronti del datore di lavoro (che può licenziarlo senza giusta causa monetizzando la sua uscita dall'impresa) o dell'agenzia di ricollocamento (che può a sua volta allontanarlo se non viene accettata una proposta di impiego). Occorre infatti chiarire che l'agenzia di collocamento (pur avocando a sé la funzione finora di natura pubblicistica svolta dai Centri per l'Impiego) agisce con strumenti senz'altro privatistici ed è  orientata al profitto (prima riesce a ricollocare il lavoratore e più guadagna); il rapporto che la lega al lavoratore licenziato è di diritto privato, esercita su di lui un potere direttivo e può licenziarlo a sua volta se il lavoratore non si mostra abbastanza disponibile. Non è preso in considerazione nel progetto di legge alcun parametro idoneo a definire la "congruità" della proposta di impiego offerta al lavoratore dall'agenzia (anche se su questo aspetto non è da escludere lo svilupparsi di una contrattazione collettiva di un certo interesse), e ciò perché se il lavoratore lo desidera può sottrarsi dal rapporto che lo lega con l'agenzia (e in tal caso, se ne ha diritto, continuerebbe a percepire il sussidio di disoccupazione pubblico). L'effetto finale della riforma sarebbe però di fatto quello di consegnare anche i sussidi esistenti (magri certo, ma pur sempre a carattere pubblico) nelle mani dell'agenzia privata. Di fatto, anche se il "contratto di transizione" prevede tutele crescenti al protrarsi del rapporto, è facile ipotizzare un uso strumentale e distorto nel nuovo potere di licenziamento offerto alle imprese, che risulterebbero incentivate a modificare continuamente la composizione della forza lavoro per eludere i maggiori oneri conseguenti all'allungamento del periodo di presenza del lavoratore all'interno dell'azienda. Non sembra peregrina l'eventualità di una strategia aziendale improntata a una gestione "duale" della manodopera, con un nucleo di lavoratori fissi e di fatto inamovibili, da affiancare a un segmento in continua fuoriuscita dopo brevi esperienze occupazionali.
6)     Comprensibilmente in questo disegno non c'è spazio per un'idea esigente di reddito minimo - e questo non perché, banalmente, un tale proposito sarebbe fuori tema rispetto all'oggetto specifico del ddl in questione. Il tema del reddito minimo come diritto soggettivo (e in generale quello dei diritti sociali di cittadinanza) non c'è perché scardinerebbe tutta la filosofia dell'intervento: se il disoccupato potesse svicolarsi dal rapporto contrattuale con l'agenzia e transitare in un sistema di garanzia pubblico più liberale e adeguatamente generoso, non vi sarebbero margini plausibili per l'accettazione e la diffusione del "contratto di transizione".
In definitiva l'elemento di criticità che più vistosamente emerge dalla lettura della proposta risiede nel feticcio della ricollocazione a tutti i costi,  rapida ed efficiente del lavoratore disoccupato, come se la mera introduzione di incentivi economici  e di criteri d'azione imprenditoriali in luogo di quelli pubblicistici potesse da sola tenere luogo a una politica industriale degna di questo nome. La risposta alla crisi produttiva e alla conseguente moria di posti lavoro sta dunque nella mera attivazione, su un piano volontaristico, dell'attitudine del lavoratore a rendersi disponibile a nuove esperienze formative e/o  di impiego. Si dovrebbe vedere abbastanza chiaramente l'insufficienza di tale impostazione. Di fronte alle minacce di una povertà di massa, esposti ai venti di una crisi galoppante, nella spirale di provvedimenti che conducono allo smantellamento della tutela pensionistica, la prima e irrinunciabile esigenza per la preservazione dei nostri sistemi sociali sta nella garanzia universalistica, di base, tendenzialmente incondizionata dei mezzi di esistenza. Adempiuta questa assoluta priorità si potrà affrontare forse più serenamente il capitolo della riforma del mercato del lavoro.

Il Pd contro Englaro e Bellocchio

di Matteo Pucciarelli da Micromega 


Questo 2011 si chiude con l'ennesima conferma di quello che un po' tutti pensano, magari anche di nascosto da se stessi. Il Pd è sì un grande partito, è sì moderno, ma soprattutto non è più di sinistra (sempre se mai lo fosse stato). Lasciando perdere per un attimo l'appoggio al governo di Mario Monti (che non è poco, ma è argomento ormai inflazionato), siccome sono le "piccole" cose che spiegano ben più delle grandi analisi, basta andarsi a rivedere quanto succede nel tanto decantato "Pd dei territori".

In Friuli Venezia Giulia il partito di Bersani vota con Pdl, Udc, Fli (che poi cosa c'è da stupirsi? Governano già insieme l'Italia...) e anche con la cattivissima e anti-nazionale Lega Nord un ordine del giorno presentato dai cattolici di Casini che vietano alla regione di finanziare il film di Marco Bellocchio su Eluana Englaro. Non sia mai che questo bellissimo clima di "unità e coesione nazionale" venga disturbato da quelle noiosissime discussioni su libera scelta, testamento biologico e laicità. Meglio un bel bagno di ipocrisia perbenista e ovviamente "democratica", facendo franella (in Toscana sta per "amoreggiare") con i seguaci di quell'uomo (Berlusconi, chi sennò?) che ebbe il coraggio di dire che Eluana, da 17 anni su un letto in stato vegetativo, poteva addirittura procreare. Ecco, il Pd ha il fegato di votare con chi direttamente o meno pronunciava tali bestialità, che blasfeme lo sono davvero ma nei confronti della vita stessa.

Passiamo in Emilia Romagna, patria del glorioso socialismo municipale che mezza Europa invidiava all'Italia. Ora nessuno ce lo invidia più, anche perché di socialismo non c'è più neanche la minima traccia. Tanto per dire, laggiù il Pd ha appena votato l'aumento delle tariffe dell'acqua del 6%. Questo perché l'esito del referendum di giugno che diceva "no" alla privatizzazione dei servizi idrici è stato bellamente cestinato praticamente ovunque (salvo che a Napoli). L'acqua emiliana è rimasta in mano a un'azienda privata (la Hera) a partecipazione pubblica. E pretende di guadagnarci. Chi se ne frega del voto dei cittadini di soli sei mesi fa. E chi se ne frega se lo stesso Pd, molto furbescamente, aveva messo il cappello su quella battaglia referendaria. La coerenza in politica, si sa, per D'Alema Veltroni e company è roba da mammolette. La cronaca di Italia Oggi raccontava di cittadini inferociti che dopo la riunione dei 32 sindaci e presidenti delle province locali li hanno accolti gridando "ladri, ladri, siete come Craxi" (uno giustamente si domanda: ma un cittadino, per essere rispettato nelle proprie scelte avvenute in democrazia come ad esempio un voto referendario dall'esito così chiaro e schiacciante, cosa deve fare?).

Le cose basta saperle. Nessuno si strappa le vesti se il Pd ha perso ogni legame ideale con il proprio passato. Da anni i raffinati ed arguti strateghi "riformisti" si lamentano di non avere in Italia un centrodestra moderno europeo e liberale. Non si erano accorti di avere la soluzione a portata di mano: il centrodestra sono loro.

mercoledì 28 dicembre 2011

Roma, gestione di famiglia L'impero di Alemanno e Polverini: parenti, amici e spese folli.

Tempo fa, quando ci furono le elezioni regionali, feci la mia piccolissima parte per dissuadere i cittadini laziali dal votare Renata Polverini, denuncianto le sue amicizie pericolose e i gli appoggi di cui godeva negli ambienti  vaticani. Purtroppo il combinato disposto di un controllo capillare del territorio da parte dei vari Fazzone e compagnia, l'attivismo delle curie, intenzionate a fare di tutto per impedire alla "laicista" Bonino di prendere le redini della regione santa d'Italia, la simpatia di cui godeva la signora Polverini anche in ambienti di sinistra, solo perché urlava meno di Cicchitto e appariva più "umana", e infine la complicità  del Pd, hanno permesso ad un personaggio così ambiguo di accomodarsi sulla poltrona di governatore del Lazio. Oggi vediamo i risultati.


Roma è loro. Tra favori a parenti e amici e spese pazze, il sindaco Gianni Alemanno e la governatrice del Lazio Renata Polverini dominano insieme la Capitale. L'ultimo “regalo” ai romani riguarda i conti dell'Agenzia del territorio diretta, guarda un po', dalla sorella di Gianni, Gabriella. La quale, come se non bastasse, oltre a uno stipendio da 300 mila euro l'anno, ha speso migliaia di euro in pranzi e cene di rappresentanza pagati con la sua carta di credito aziendale.
VINI PREGIATI E TÈ PREZIOSI. Nel bilancio, reso noto da Il Fatto Quotidianoc'è di tutto: pranzi con bottiglie di Tignanello da 185 euro e tè da Babington's, a piazza di Spagna, da 115 euro; incontri a tavola con prefetti e dirigenti in giro per l'Italia, e persino 30 uova di struzzo decorate per 3 mila e 240 euro dalla gioielleria Peroso, da offrire come cadeau agli ospiti, hanno riferito dal Catasto. Tutto, ovviamente, a carico dei contribuenti, grazie agli Alemanno brothers.
Da Atac ad Ama, la bufera Parentopoli
Il punto è che la Parentopoli capitolina non finisce certo qui, anzi. Dopo l'elezione dell'ex ministro alle Politiche agricole al Campidoglio all'Atac, la società romana di trasporto pubblico, furono assunte oltre 850 persone: tutte, fu appurato da un'inchiesta giornalistica nel 2010, sbarcate alla partecipata per chiamata diretta e legate da rapporti familiari o politici a esponenti del centrodestra locale, dirigenti aziendali e sindacalisti.
DAGLI EX TERRORISTI ALLE CUBISTE.Tra i nomi c'erano ex terroristi neri, cubiste e pure il figlio del caposcorta del sindaco. Per non parlare della fidanzata, la segretaria, la figlia della segretaria e altri parenti dello staff di Sergio Marchi, allora assessore, guarda un po', alla Mobilità. Sospetta risultò pure l'assunzione della cognata dell'assessore all'Ambiente Fabio De Lillo. Tutte coincidenze? Un po' difficile da credere, anche per i più garantisti.
Anche perché, poco dopo, venne fuori un'altra vicenda simile, questa volta relativa all'Ama, altra società partecipata del Comune, che si occupa della nettezza urbana.
I NUOVI CONTRATTI. Tra i circa 1.400 nuovi contratti firmati in due anni compaiono moltissimi nomi sospettati di collegamenti più o meno diretti con il primo cittadino e la sua cerchia: il genero di Franco Panzironi, braccio operativo della Fondazione Nuova Italia che guarda caso fa capo proprio ad Alemanno; la compagna di Dario Rossin, ex capogruppo Pdl in Campidoglio aprodato a La Destra, un foltissimo gruppo di mogli, cognati e cugini di vario grado di altrettanti esponenti del Pdl non troppo noti, ma assai utili quando si tratta di racimolare voti sul territorio.
L'Ama respinse ogni accusa fornendo una spiegazione sulla procedura di selezione. Ma tant'è, nella lista c'era pure l'altra figlia del caposcorta del sindaco Giancarlo Marinelli, che poco dopo si dimise dall'incarico tornando in polizia.
Sulla scia della polemica, partirono le indagini della Procura della Repubblica e della Corte dei Conti, volte ad accertare eventuali responsabilità sotto il profilo penale e del danno erariale. Lo scorso gennaio Alemanno fu costretto, per uscire dall'impasse, ad annullare la sua giunta e a procedere con un primo rimpasto. Ma non è bastato a frenare l'emorragia di consensi.
La battaglia di Renata per avere Marco Müller
Gli amici degli amici però non popolano solo il Comune. Lo scorso ottobre l'opposizione in Regione ha sollevato una bufera per la nomina a capo della Struttura Verifica dell'attuazione delle Politiche regionali e del programma di governo di una donna fino a quel momento in forza alla Regione Campania. L'interessata altre non era che la compagna di Salvatore Ronghi, segretario regionale di Polverini, napoletano con una lunga militanza in Ugl, il sindacato della governatrice. Accuse rispedite al mittente dai diretti interessati, ovviamente.
LA TESTA DI DETASSIS. Intanto Renata ha trovato un nuovo nome da sponsorizzare: Marco Müller, direttore uscente del Festival di Venezia che vuole, e pare avrà, il posto di Piera Detassis alla guida della rassegna cinematorafica di Roma. E ha pure convinto Gianni, che invece si era schierato a difesa della critica.
Scelta di alto profilo, per carità, peccato che fino a una manciata di giorni fa Müller andasse vantando la superiorità della kermesse del Lido, bollando il festival romano come «inutile». Critiche feroci che hanno fatto discutere, ma che il direttore è stato pronto a rimangiarsi ora che Venezia non lo vuole più e che al suo posto ha nominato Alberto Barbera.
L'attuale presidente dell'evento capitolino, Luigi Rondi, dovrebbe invece essere sostituito dall'ex presidente Rcs libri, Paolo Mieli. Ovviamente con la benedizione dei padroni di Roma.

lunedì 26 dicembre 2011

L’austerità è un errore

di Paul Krugman da Micromega ( la Repubblica 4 Dicembre 2011)

L'euro può essere salvato? Non molto tempo fa si diceva che la crisi poteva portare, nel peggiore dei casi, al default della Grecia. Ora si profila l'evenienza di un disastro di proporzioni assai maggiori. È vero che la pressione sui mercati si è un po' allentata mercoledì. si è allentata dopo il sensazionale annuncio dell'estensione delle linee di credito da parte delle banche centrali. Ma persino gli ottimisti ormai considerano l'Europa avviata alla recessione, mentre i pessimisti lanciano l'allarme sull'eventualità che l'euro diventi l'epicentro di una nuova crisi globale.

Come mai siamo arrivati fin qui? La risposta più comune è che l'origine della crisi dell'euro va individuata nell'irresponsabilità fiscale. In tv è un gran vociare di esperti: in assenza di tagli alla spesa pubblica l'America finirà come la Grecia. Ma è vero quasi l'opposto. Benché i leader europei identifichino il problema nella spesa pubblica troppo alta dei Paesi debitori, la realtà è che in Europa la spesa è troppo bassa. E imporre una maggiore austerità è stata una mossa negativa, che ha peggiorato la situazione.

Riassumendo. Negli anni precedenti alla crisi del 2008 in Europa, come in America, il sistema bancario era fuori controllo e il debito galoppava. In Europa però, gran parte dei prestiti erano transfrontalieri, i fondi tedeschi finivano al sud. L'operazione veniva considerata a basso rischio. I destinatari in fondo facevano tutti parte dell'area dell'euro, che cosa mai poteva succedere? In massima parte, detto per inciso, i prestiti non erano diretti ai governi, ma al settore privato. Solo la Grecia ai tempi d'oro presentava gravi deficit di bilancio statale. La Spagna, alla vigilia della crisi, vantava addirittura un surplus.

Poi la bolla scoppiò. La spesa privata nei Paesi debitori crollò. I leader europei avrebbero dovuto riflettere su come impedire che questi tagli alla spesa provocassero una recessione in tutta Europa. Invece risposero all'inevitabile conseguente crescita del deficit imponendo a tutti i governi – non solo a quelli dei Paesi debitori – di tagliare la spesa pubblica e aumentare l'imposizione fiscale. Non tennero conto dei moniti di chi pronosticava un aggravarsi della depressione. «La tesi secondo cui le misure di austerità potrebbero innescare un processo di stagnazione non è corretta», dichiarò Jean-Claude Trichet, all'epoca presidente della Bce. Il motivo? Perché «da politiche che stimolano la fiducia verrà un impulso, non un ostacolo alla ripresa economica».

Ma questa magica fiducia non si è materializzata. E c'è di più. Negli anni del denaro facile, i salari e i prezzi in Europa meridionale sono cresciuti assai più velocemente rispetto al nord Europa. Ora bisogna ridurre il divario calando i prezzi al sud o, in alternativa, alzandoli al nord. E la scelta è importante: se l'Europa meridionale è costretta a ridurre la propria competitività pagherà un caro prezzo in termini di occupazione, e vedrà aumentare il debito. Si avrebbero possibilità di successo maggiori se il divario venisse ridotto aumentando i prezzi a nord.

Ma per far questo i policymaker dovrebbero accettare temporaneamente un aumento dell'inflazione nell'intera eurozona, mentre hanno già ribadito di non averne alcuna intenzione. Ad aprile, la Bce ha iniziato ad aumentare i tassi di interesse, pur essendo palese a gran parte degli osservatori che l'inflazione, semmai, era troppo bassa. Non è stata una coincidenza che proprio ad aprile la crisi dell'euro sia entrata in una nuova, terribile fase. Lasciamo stare la Grecia. Come economia, confronto all'Europa, è paragonabile all'area di Miami rispetto agli Stati Uniti. A questo punto i mercati hanno perso la fiducia nell'euro in generale, portando i tassi di interesse a salire anche in Paesi come l'Austria e la Finlandia, non certo noti per la loro sregolatezza. L'appello all'austerità generale associato al morboso terrore dell'inflazione da parte della banca centrale fanno sì che ai Paesi indebitati sia impossibile sfuggire alla trappola del debito. Questa accoppiata è quindi garanzia di default sul debito, corsa al ritiro dei depositi bancari e crollo finanziario generale. Mi auguro, sia per il bene dell'America che dell'Europa, che gli europei invertano la rotta prima che sia troppo tardi. Ma, in tutta sincerità, non credo che lo faranno. È molto più probabile che noi li seguiamo sulla strada della rovina.

Perché negli Usa , come in Europa, l'economia è trascinata nel baratro dai debitori morosi, nel caso americano soprattutto proprietari di casa. E anche in questo caso c'è assoluto bisogno di politiche fiscali e monetarie espansionistiche a sostegno dell'economia, mentre i debitori lottano per rimettersi finanziariamente in salute. Ma, da noi come in Europa, il dibattito pubblic
o è dominato dalle ramanzine sul deficit e dall'ossessione dell'inflazione. La prossima volta che vi diranno e che in assenza di tagli alla spesa l'America farà la fine della Grecia, rispondete pure che tagliando la spesa in corso di depressione economica faremo la fine dell'Europa.
 

domenica 25 dicembre 2011

L'antipsichiatria vista da uno psichiatra americano

 da currentpsychiatry (via Doppiamente)


L'antipsichiatria vista da uno psichiatra americano



Notare la sciatteria e le falsità a buon mercato di questo personaggio quando parla di Basaglia


The antipsychiatry movement: Who and why
Although irritating, antipsychiatry helps keep us honest and rigorous about what we do


Henry A. Nasrallah, MD 

Psychiatry is the only medical specialty with a longtime nemesis; it’s called “antipsychiatry,” and it has been active for almost 2 centuries. Although psychiatry has evolved into a major scientific and medical discipline, the century-old primitive stage of psychiatric treatments instigated an antagonism toward psychiatry that persists to the present day.
A recent flurry of books critical of psychiatry is evidence of how the antipsychiatry movement is being propagated by journalists and critics whose views of psychiatry are unflattering despite the abundance of scientific advances that are gradually elucidating the causes and treatments of serious mental disorders.
What are the “wrongdoings” of psychiatry that generate the long-standing protests and assaults? The original “sin” of psychiatry appears to be locking up and “abusing” mentally ill patients in asylums, which 2 centuries ago was considered a humane advance to save seriously disabled patients from homelessness, persecution, neglect, victimization, or imprisonment. The deteriorating conditions of “lunatic” asylums in the 19th and 20th centuries were blamed on psychiatry, not the poor funding of such institutions in an era of almost complete ignorance about the medical basis of mental illness. Other perceived misdeeds of psychiatry include:
  • Medicalizing madness (contradicting the archaic notion that psychosis is a type of behavior, not an illness)
  • Drastic measures to control severe mental illness in the pre-pharmacotherapy era, including excessive use of electroconvulsive therapy (ECT), performing lobotomies, or resecting various body parts
  • Use of physical and/or chemical restraints for violent or actively suicidal patients
  • Serious or intolerable side effects of some antipsychotic medications
  • Labeling slaves’ healthy desire to escape from their masters in the 19th century as an illness (“drapetomania”)
  • Regarding psychoanalysis as unscientific and even harmful
  • Labeling homosexuality as a mental disorder until American Psychiatric Association members voted it out of DSM-II in 1973
  • The arbitrariness of psychiatric diagnoses based on committee-consensus criteria rather than valid and objective scientific evidence and the lack of biomarkers (this is a legitimate complaint but many physiological tests are being developed)
  • Psychoactive drugs allegedly are used to control children (antipsychiatry tends to minimize the existence of serious mental illness among children, although childhood physical diseases are readily accepted)
  • Psychiatry is a pseudoscience that pathologizes normal variations of human behaviors, thoughts, or emotions
  • Psychiatrists are complicit with drug companies and employ drugs of dubious efficacy (eg, antidepressants) or safety (eg, antipsychotics).
Most of the above reasons are exaggerations or attributed to psychiatry during an era of primitive understanding of psychiatric brain disorders. Harmful interventions such as frontal lobotomy—for which its neurosurgeon inventor received the 1949 Nobel Prize in Medicine—were a product of a desperate time when no effective and safe treatments were available. Although regarded as an effective treatment for mood disorders, ECT certainly was abused many decades ago when it was used (without anesthesia) in patients who were unlikely to benefit from it.
David Cooper1 coined the term “antipsychiatry” in 1967. Years before him, Michel Foucault propagated a paradigm shift that regarded delusions not as madness or illness, but as a behavioral variant or an “anomaly of judgment.”2 That antimedicalization movement was supported by the First Church of Christ, Scientist, the legal system, and even the then-new specialty of neurology, plus social workers and “reformers” who criticized mental hospitals for failing to conduct scientific investigations.3
Formerly institutionalized patients such as Clifford Beers4 demanded improvements in shabby state hospital conditions more than a century ago and generated antipsychiatry sentiments in other formerly institutionalized persons. Such antipathy was exacerbated by bizarre psychiatrists such as Henry Cotton at Trenton State Hospital in New Jersey, who advocated that removing various body parts (killing or disfiguring patients) improved mental health.5
Other ardent antipsychiatrists included French playwright and former asylum patient Antonin Artaud in the 1920s and psychoanalysts Jacques Lacan and Erich Fromm, who authored antipsychiatry writings from a “secular-humanistic” viewpoint. ECT use in the 1930s and frontal leucotomy in the 1940s understandably intensified fear toward psychiatric therapies. When antipsychotic medications were discovered in the 1950s (eventually helping to shut down most asylums), these medications’ neurologic side effects (dystonia, akathisia, parkinsonism, and tardive dyskinesia) prompted another outcry by antipsychiatry groups, although there was no better alternative to control psychosis.
In the 1950s, a right-wing antipsychiatry movement regarded psychiatry as “subversive, left-wing, anti-American, and communist” because it deprived individuals of their rights. Psychologist Hans Eysenck rejected psychiatric medical approaches in favor of errors in learning as a cause of mental illness (as if learning is not a neurobiologic event).
The 1960s witnessed a surge of antipsychiatry activities by various groups, including prominent psychiatrists such as R.D. Laing, Theodore Lidz, and Silvano Arieti, all of whom argued that psychosis is “understandable” as a method of coping with a “sick society” or due to “schizophrenogenic parents” who inflict damage on their offspring. Thomas Szasz is a prominent psychiatrist who proclaimed mental illness is a myth.6 I recall shuddering when he spoke at the University of Rochester during my residency, declaring schizophrenia a myth when I had admitted 3 patients with severe, disabling psychosis earlier that day. I summoned the chutzpah to tell him that in my experience haloperidol surely reduced the symptoms of the so-called “myth”! Szasz collaborated with the Church of Scientology to form the Citizens Commission on Human Rights. Interestingly, Christian Scientists and some fundamental Protestants3 agreed with Szasz’s contention that insanity is a moral, not a medical, issue.
A major impact of the antipsychiatry movement is evident in Italy due to the efforts of Franco Basaglia, an influential “psychiatrist-reformer.” Basaglia was so outraged with the dilapidated and prison-like conditions of mental institutions that he convinced the Italian Parliament to pass a law in 19787 that abruptly dismantled and closed all mental hospitals in Italy. Because of uncontrolled psychosis or mania, many patients who were released ended up in prisons, which had similar or worse repressive conditions as the dismantled asylums. Many chronically hospitalized patients died because of self-neglect or victimization within a few months of their abrupt discharge.
Finally, the antipsychiatry movement aggressively criticizes the pharmaceutical industry’s research, tactics, and influence on psychiatry. Also included in the attacks are academic psychiatrists who conduct FDA clinical trials for new drugs and educate practitioners about the efficacy/safety and indications of new FDA-approved drugs. Although industry research grants are deposited at the investigators’ universities, critics mistakenly assume these psychiatrists personally benefit. The content of all educational programs about psychiatric drugs is strictly restricted to the FDA-approved product label, but critics assume that expert speakers, who are compensated for their time and effort, are promoting the drug rather than educating practitioners about the efficacy, safety, tolerability, and proper use of new medications. Part of the motive for attacking this collaboration is the tenet held by many in the antipsychiatry movement that medications are ineffective, unnecessary, or even dangerous. I wish antipsychiatrists would spend a week on an acute psychiatric unit to witness the need for and benefit from psychotropic medications for psychotic, manic, or depressed patients. Although psychiatric patients experience side effects, they are no worse than those experienced by cancer, arthritis, or diabetes patients.
The antipsychiatry movement is regarded by some as “intellectual halitosis” and by others as a thorn in the side of mainstream psychiatry; most believe that many of its claims are unfair exaggerations based on events and primitive conditions of more than a century ago. However, although irritating and often unfair, antipsychiatry helps keep us honest and rigorous about what we do, motivating us to relentlessly seek better diagnostic models and treatment paradigms. Psychiatry is far more scientific today than it was a century ago, but misperceptions about psychiatry continue to be driven by abuses of the past. The best antidote for antipsychiatry allegations is a combination of personal integrity, scientific progress, and sound evidence-based clinical care.

References

  1. Cooper DG. Psychiatry and antipsychiatry.London, United Kingdom: Tavistock Publications; 1967.
  2. Rabinow P, ed. Psychiatric power. In: Foucault M. Ethics, subjectivity, and truth.New York, NY: The New Press; 1997.
  3. Dain N. Critics and dissenters: reflection on “anti-psychiatry” in the United States. J Hist Behav Sci. 1989; 25(1):3–25.
  4. Beers CW. A mind that found itself.Pittsburgh, PA: University of Pittsburgh Press; 1981.
  5. Freckelton I. Madhouse: a tragic tale of megalomania and modern medicine (Book review). Psychiatry, Psychology, and Law. 2005;12:435–438.
  6. Szasz T. The myth of mental illness. American Psychologist. 1960;15:113–118.
  7. Palermo GB. The 1978 Italian mental health law—a personal evaluation: a review. J R Soc Med. 1991;84(2):99–102.

venerdì 23 dicembre 2011

Nonna, ti spiego la crisi economica

(Il Più Grande Crimine spiegato agli anziani, agli adolescenti e a persone del tutto digiune di economia)

salamandra

Nonna: Paolo, chi ci dà i soldi? Insomma, perché non ne abbiamo mai abbastanza? E poi adesso c’è anche la crisi e come si fa?
P. Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo capire un paio di cose prima. Abbi pazienza. Allora: prendi una nazione e pensa a come è fatta. C’è un territorio con delle frontiere, e dentro ci sono solo due cose: il governo e tutta la sua roba, cioè le sue proprietà, aziende, uffici, scuole ospedali ecc.; e il resto dei cittadini privati, con le loro proprietà, le loro aziende, uffici, negozi ecc. e la gente che lavora. Quindi in una nazione c’è il settore governativo pubblico, e il settore dei cittadini privati. Non ce ne sono altri.
Ora immagina questi due settori come dei contenitori, proprio immagina due cassetti. Entrambi contengono ricchezze, cioè palazzi, terre, case, fabbriche, attività. Entrambi contengono denaro. Bene. Prendi il contenitore dei cittadini privati che è quello dove io e te e tutti quelli che conosciamo vivono. Pensa a cosa succede in esso quando qualcuno fa soldi.
Nonna: Qualcuno chi?
P. Può essere semplicemente un negoziante che ha venduto un paio di scarpe, oppure un dentista che ha curato un paziente, oppure un industriale che ha fatto successo coi suoi jeans. In quei casi tutto quello che è accaduto è che a) un cliente ha sborsato i soldi delle scarpe, b) un paziente ha sborsato i soldi per l’otturazione, c) molte persone hanno sborsato i soldi per quei jeans. Cioè, i soldi che vengono guadagnati sono sempre soldi che qualcun altro ha perduto (speso). Per forza. Anche gli stipendi  degli operai della fabbrica di jeans sono alla fin fine soldi che qualcun altro ha sborsato (perduto), cioè i compratori dei jeans. Nel contenitore dei cittadini privati ogni soldo incassato corrisponde sempre a un soldo perduto (speso) da qualcuno, quindi la ricchezza in denaro che sta in quel contenitore gira sempre in tondo, passa dalle tasche di uno a quelle dell’altro, dall’altro a uno, sempre così. Anche quando un tizio come Barilla fa milioni, da dove vengono? Da tantissime tasche di cittadini che hanno speso i loro soldi per comprargli la pasta. Barilla ha + 10 milioni, noi consumatori abbiamo - 10 milioni.
Nonna: E bè, cosa c’è di nuovo?
P. Aspetta, scusa, ma non lo vedi? Se il denaro che sta nel nostro contenitore è sempre lo stesso che gira in tondo, passa dalle tasche di uno a quelle dell’altro, dall’altro a uno ecc.,  questo significa che noi cittadini privati con tutto quello che facciamo e produciamo non siamo in grado DA SOLI di aumentare la quantità dei soldi totali che girano nel nostro contenitore. Se, fa conto, abbiamo 1000 soldi, quelli sono e quelli rimangono. E allora come fa una nazione a diventare più ricca scusa? Se i 100 soldi che avevate voi nel 1950 rimanevano sempre quei 100, come facevate a fare gli aeroporti, gli ospedali, i milioni di case nuove, i vestiti per tutti i nuovi nati, e così via? Qualcuno che non eravate voi cittadini ve li ha dati...
Nonna: Sono aumentati gli stipendi, me lo ricordo, infatti mi ricordo che quando iniziai la sartoria si prendevano 5 mila lire, poi piano piano mi diedero 10 mila e poi mi ricordo le prime 100 mila. Quando ero ragazza le calze erano un lusso impossibile, poi arrivarono per tutte...
P. Esatto, i soldi aumentarono per tutti in Italia. Ma allora come fecero i cittadini privati a diventare TUTTI almeno un po’ più ricchi? Ricordati che “diventare più ricchi tutti” vuol dire che si incassano soldi senza che nessuno fra loro li debba prima perdere (spendere). Abbiamo detto che nel contenitore dei cittadini privati se aumentano i soldi di qualcuno è sempre perché qualcun altro li ha perduti (spesi). Allora? Allora la risposta, nonna, è semplice: ci vuole qualcuno che sta FUORI dal contenitore dei cittadini privati e che gli metta dentro dei soldi NUOVI. E chi c’è là fuori che può fare questo? Solo due tizi: il governo col suo contenitore e il suo denaro, e le altre nazioni col loro denaro. Se per esempio il governo decide di comprare qualcosa che si produce nel contenitore dei cittadini privati (scarpe, oppure anche le prestazioni di un medico), succede che i soldi del governo verranno versati nelle tasche del cittadino privato che produce quella cosa (o del medico) SENZA che nessun altro cittadino abbia contemporaneamente perso (speso) un solo centesimo. Se un Paese straniero compra un’altra cosa prodotta da un cittadino privato, o il lavoro di quel medico, accade la stessa cosa, cioè i soldi di quel Paese finiscono nelle tasche del cittadino privato o del medico SENZA che nessun altro cittadini abbia perso (speso) un solo centesimo. Ecco che la ricchezza in denaro nel contenitore dei cittadini privati AUMENTA AL NETTO.
Allora nonna, via a dire a quei fessi che vogliono eliminare il governo e che dicono che i privati ci faranno diventare tutti più ricchi: “Con gli stessi soldi che girano sempre in tondo si fa un fico secco!”. E anche un’altra cosa, nonna: dei due tizi che ci possono far avere soldi NUOVI, al NETTO, le nazioni straniere non sono affidabili. Perché magari quelli domani decidono che vanno a comprare i prodotti dei cittadini privati o il lavoro dei professionisti in altri Paesi, che magari gli costano di meno. E’ inutile: l’unico tizio che sta sempre lì e che può sempre comprare i nostri prodotti o i nostri servizi dandoci denaro nuovo al netto è il governo. Punto.
Nonna: Il governo? Ma se ci ruba solo? Altro che soldi nuovi…
P. Sta buona un attimo, non parlo di morale, ti dico cosa può succedere tecnicamente, se poi quelli non lo fanno è un’altra storia. Anzi, è importantissimo che tu capisca cosa può veramente fare un governo onesto, così poi possiamo pretendere che lo faccia. E il bello della storia è che un governo può versare soldi nuovi al netto nel nostro contenitore di cittadini quasi senza limiti, cioè ci può versare un bel mucchio di soldi quando vuole e come vuole. Può comprarci le auto che facciamo, le scarpe che produciamo, le pere, le mele, il pesce, può pagare i nostri medici, insegnanti, e spazzini, può pagare le imprese edili private così che ci facciano scuole, ponti, strade e ospedali, le case per chi non le ha, e può, nonna, sborsare tutti gli stipendi necessari a dar lavoro a tutti i disoccupati che abbiamo. Zero disoccupazione!
Nonna: Sì, e poi chi paga? Tu? Così sono capaci tutti. Compra, compra, spendi e spandi, poi alla fine ci dicono che abbiamo un debito che non si sa più come fare. Il governo non ha più un soldo…
P. Nonna cara, è proprio questo il punto, e tu non immagini neppure la sorpresa. Il fatto è che la storia del debito è una bugia grande come Giove. Non c’è nessun debito per noi, e il governo può veramente mettere tutti quei soldi nel nostro contenitore, senza grandi problemi. Non lo fa perché qualcuno non vuole, ma questo te lo racconto un altro pomeriggio. Per ora ricorda: senza il governo, o le nazioni straniere, nessuno di noi cittadini privati nel contenitore in cui viviamo può creare soldi nuovi al netto che finiscano nelle nostre tasche, quindi non possiamo divenire TUTTI un po' più ricchi (che significa che tutti incassiamo qualcosa SENZA che altri debbano spendere). Ripeto nonna: i soldi che chiunque di noi incassa, dall’operario al milionario, sono sempre gli stessi 1000 soldi che girano in tondo e che si spostano dalle tasche di qualcuno a quelle di qualcun altro, e infatti se aumentano i milionari aumentano allo stesso tempo i poveri. A meno che il governo o le altre nazioni non spendano comprando la nostra roba o il nostro lavoro. E qui sta la sorpresa. Ma la storia ha anche un lato scuro, terribile, purtroppo. Alla prossima. Baci.
 

 
Seconda Parte

 
Nonna: Paolo, tu spieghi tante cose, ma insomma, mi dici perché c’è la crisi?
P. Nonna, io te la spiego, ma prima devi aver pazienza e capire delle cose. Poi ci arriviamo.
Nonna: Ci ho pensato a quello che mi hai detto l’altra volta, sai? Quando ti portavamo a Cesenatico da bambino stavamo in albergo in quattro dal primo al 20 agosto, e poi una settimana nella pensione in montagna col nonno. Oggi chi se lo può permettere fra la gente come noi? Il governo che ci dava i soldi, hai detto. Ma dove li prendeva?
P. Vero nonna, verissimo. Una cosa alla volta. Ti ricordi che ti ho detto che voi nel 1950, voi nel contenitore dei cittadini privati, avevate, fa conto, 100 soldi e che poi sono diventati molti di più? Ti ho detto anche che solo il governo e le nazioni straniere possono mettere soldi nuovi al netto nel contenitore dei cittadini, che se no si passano sempre gli stessi soldi fra di loro. Ok, infatti in quegli anni fu proprio un governo, il nostro, e una nazione straniera, l’America, che ci resero più ricchi. Il baby boom… i governi italiani degli anni ’50 e ’60 spesero la lira a frotte, poi c’erano gli americani che ci compravano le cose a frotte, e investivano da noi.
Nonna: Anche se c’erano i comunisti… lo diceva sempre il nonno “totta colpa dal sindaché”…
P. Bè, no. Guarda che i comunisti anche allora, sotto sotto, avevano rassicurato sia gli Agnelli che gli americani che il capitalismo era ok per loro, poi in piazza facevano i sovietici... vabbè, questa è un’altra storia. Come ho detto, furono proprio due contenitori esterni al contenitore di noi cittadini privati che ci diedero i soldi del baby boom, il governo e l’America. Intendo soprattutto loro, per essere semplice.
Nonna: Ma con che soldi? E dove sono oggi quei soldi, che siamo con sto debito pubblico che dicono tutti che è un disastro?

giovedì 22 dicembre 2011

La partita doppia dei Veltroni e dei Napolitani

Intollerabile. È l'unico termine che mi pare adeguato a descrivere una situazione dove chi ha meno avrà sempre meno e chi ha di più avrà sempre di più, tutto ciò con la giustificazione paradossale dello stato di necessità. 8% in meno di spese in meno a Natale per i regali, ma stranamente in controtendenza l'acquisto dei beni di lusso, aumentati non so bene di quanto. Quale che sia ad ogni modo la cifra contabile, la spesa natalizia è un'istantanea fulminante di questo presunto stato di necessità imposto dalla crisi: è necessario chissà perché togliere ai poveri per dare ai ricchi.
Lo voglio dire con chiarezza, non stimo affatto il presidente Napolitano, ex migliorista filocraxiano dei tempi che furono. È stato il principale ispiratore di questa filosofia mercatista e principale sponsor dei professori, con la scusa della salvezza della patria. Meno ancora stimo un tipo come Veltroni, che considero al pari di un'invasione di cavallette o di una pestilenza. Si è vantato pubblicamente di aver proposto già nel '99 il passaggio dal retributivo al contributivo e di avere anticipato parecchi dei provvedimenti dell'attuale governo in tema di riforma del mercato del lavoro, ovviamente per “modernizzare” l'Italia, tralasciando di dire che della modernità lui ha preso solo il peggio. Si è affermato il principio tanto semplice quanto apparentemente logico e giusto del tanto mi dai, tanto ti rendo. Ma l'errore grosso che, è alla base di questa logica, è il pensare che il rapporto cittadino stato sia un rapporto puramente contabile o un interscambio alla pari. Forse questo è ciò che pensano alcuni pazzoidi libertarian, ma è un concetto estraneo alla nostra cultura europea: compito dello stato così come espresso dalla costituzione “moderna” degli stati nazionali, frutto di lotte costate dolore e sangue, è la tutela degli interessi comuni, è il concetto di spesa come perseguimento del benessere del cittadino e di assistenza in tutte le fasi della sua vita. La “retribuzione” pensionistica , non è una voce neutra di una partita doppia, è la spesa necessaria per vivere una vecchiaia decente. Chi afferma il contrario è un bieco reazionario, non un “modernizzatore”. Pensate al caso di un cittadino che debba eseguire un trapianto cardiaco ad esempio: i costi che lo stato affronta per l'intervento potrebbero superare di gran lunga l'intero ammontare dei contributi che il cittadino ha pagato per il sistema sanitario nell'intero arco della sua vita. Seguendo la logica del tanto mi dai, tanto di rendo, lo stato dovrebbe condannarlo a morte con altri milioni di persone insieme a lui. La cosa è ancora più odiosa se si pensa a quante persone ricche non pagano un centesimo per sostenere le spese dello stato, pur usufruendo di servizi.

Aver considerato gente come Veltroni degli interlocutori indispensabili per un progetto politico alternativo è stato un gravissimo errore di cui siamo tutti o quasi tutti colpevoli, sebbene si possano trovare mille giustificazioni, prima fra tutti l'impossibilità di escludere una fetta così consistente del popolo di sinistra da un qualsivoglia programma di cambiamento. Inoltre la mediazione come agire politico e come strategia di lungo termine appariva inevitabile. Questo però è il punto nodale: qui non c'è nessuna mediazione, perché non c'è nessuno scontro di culture o di orientamenti politici: il gioco si svolge esclusivamente all'interno del campo liberista. Il liberismo è la regola del gioco, poi si può anche fare qualche piroetta se si vuole, ma sempre rispettando le “regole del gioco”.
Smarchiamoci da questa gente il prima possibile, prima dell'Apocalisse prossima ventura.

martedì 20 dicembre 2011

Cosa ci auguriamo per il 2012

di Michael Hardt e Antonio Negri (da Adbusters)

(traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico)


Alcune delle lotte sociali più incoraggianti del 2011 hanno posto la democrazia in cima alla lista

Sebbene siano il prodotto di condizioni molto diverse, questi movimenti - dalle insurrezioni della Primavera Araba alle lotte sindacali nel Wisconsin, dalle proteste studentesche in Cile a quelle negli USA e in Europa, dai disordini del Regno Unito alle occupazioni degli indignados spagnoli e dei greci di Piazza Syntagma - condividono un'istanza negativa: Basta con le strutture del neoliberismo! Non si tratta solo di una protesta di tipo economico, ma è di già una protesta politica, diretta contro la falsificazione della rappresentanza. Né Mubarak, né Ben Ali, e nemmeno i banchieri di Wall Street, non i media di élite, e neanche presidenti, governatori, membri del parlamento o altri funzionari elettivi - nessuno di essi ci rappresenta. La forza straordinaria del rifiuto è molto importante, ovviamente, ma il calore di dimostrazioni e scontri non dovrebbe farci perdere di vista un elemento che va al di là di protesta e resistenza. Questi movimenti condividono anche l'aspirazione a un nuovo genere di democrazia, un'aspirazione a volte esitante e incerta, a volte dichiarata e potente. Gli sviluppi di questa aspirazione costituiscono la traccia che siamo più ansiosi di seguire nel corso del 2012.

Una fonte di antagonismo che tutti questi movimenti dovranno affrontare, perfino quelli che hanno rovesciato delle dittature, è l'insufficienza delle moderne costituzioni democratiche, particolarmente la loro gestione del lavoro, della proprietà e della rappresentanza. Innanzitutto, in queste costituzioni il lavoro salariato è la chiave di accesso al reddito e ai fondamentali diritti di cittadinanza, un collegamento che ha funzionato ben poco per quelli fuori dal regolare mercato del lavoro, inclusi i poveri, i disoccupati, le lavoratrici donne senza salario, gli immigrati e altri ancora. Ma oggi tutte le forme di impiego sono diventate ancor più precarie e insicure. Nella società capitalistica il lavoro continua a essere la fonte della ricchezza, naturalmente, ma sempre di più al di fuori della relazione col capitale e spesso al di fuori di uno stabile rapporto col reddito. Ne risulta che la nostra costituzione sociale continua a richiedere il lavoro salariato per l'acquisizione di diritti e partecipazione a una società in cui un tale lavoro è sempre meno disponibile.

La proprietà privata è il secondo fondamentale pilastro delle costituzioni democratiche, e oggi i movimenti sociali contestano non solo i regimi nazionali e globali di gestione neoliberista, ma anche le regole della proprietà nel loro insieme. La proprietà non solo perpetua divisioni sociali e gerarchie, ma genera anche alcuni dei vincoli più tenaci (spesso forme perverse di relazione) che condividiamo gli uni con gli altri e con le nostre società. Eppure, la produzione sociale ed economica contemporanea rivela sempre più un carattere comune, che sfida e oltrepassa i vincoli della proprietà. L'abilità del capitale di generare profitti sta declinando, dato che sta smarrendo la sua capacità di iniziativa imprenditoriale e il suo potere di amministrare la disciplina sociale e la cooperazione. All'opposto, il capitale accumula ricchezza sempre di più attraverso la rendita, molto spesso organizzata attraverso strumenti finanziari, attraverso i quali esso si appropria di un valore che viene prodotto socialmente, e in maniera relativamente indipendente dal potere dello stesso capitale. Ma ogni istanza dell'accumulazione privata riduce il potere e la produttività del bene comune. La proprietà privata diviene così ancora di più non solo un parassita ma anche un ostacolo per la produzione sociale e il suo welfare.

E infine, terzo pilastro delle costituzioni democratiche e, come abbiamo detto più sopra, oggetto di crescente antagonismo, è l'insieme dei sistemi di rappresentanza con la loro falsa pretesa di stabilire una gestione politica democratica. Mettere fine al potere della rappresentanza politica professionale è uno dei pochi slogan della tradizione socialista che possiamo condividere con tutto il cuore nella nostra situazione attuale. I politici di professione, insieme ai leader d'impresa e ai media di élite, svolgono solo la forma più debole di funzione rappresentativa. Il problema non è tanto che i politici siano corrotti (per quanto in molti casi anche questo sia vero), quanto piuttosto che la struttura costituzionale isola i meccanismi del potere decisionale politico dalle forze e dai desideri della moltitudine. Qualsiasi autentico processo di democratizzazione nelle nostre società deve per forza di cose attaccare la mancanza di rappresentanza e le false pretese di rappresentanza annidate nel cuore della costituzione.
Riconoscere la razionalità e la necessità di una ribellione incardinata lungo questi tre assi e molti altri ancora, alla base di molte lotte in corso, costituisce comunque solo il primo passo, il punto di partenza. Il fuoco dell'indignazione e la spontaneità della ribellione devono essere organizzati al fine di proseguire nel tempo e di concepire nuove forme di esistenza, formazioni sociali alternative.

I segreti di questo prossimo passo sono tanto rari quanto preziosi [1].

In campo economico è necessario scoprire nuove tecnologie sociali per una libera produzione in comune e per una ricchezza equamente distribuita. Come possono le nostre energie produttive e i nostri desideri venire impegnati e incrementati in un'economia non fondata sulla proprietà privata? Com'è possibile erogare a tutti un welfare e le risorse sociali di base in una struttura sociale che non sia regolata e dominata dalla proprietà statale? Dobbiamo concepire i rapporti di produzione e di scambio così come le strutture di un welfare sociale che siano consistenti e adeguate al bene comune. [that are composed of and adequate to the common]

Le sfide in campo politico sono altrettanto ardue. Alcuni dei più incoraggianti e innovativi eventi e rivolte dell'ultimo decennio hanno radicalizzato la pratica e il pensiero democratici, occupando e organizzando uno spazio, ad esempio una pubblica piazza, con assemblee e strutture aperte e partecipative, praticando queste nuove forme di democrazia per settimane o mesi. In effetti, l'organizzazione interna degli stessi movimenti è stata costantemente sottoposta a processi di democratizzazione, nello sforzo di creare strutture di rete a partecipazione orizzontale. [horizontal participatory network structures] Le ribellioni contro il sistema politico dominante, i suoi politici di professione e le sue illegittime strutture di rappresentanza non sono in tal modo dirette alla restaurazione di qualche immaginario sistema legittimo di rappresentanza del passato, ma piuttosto alla sperimentazione di nuove forme democratiche di espressione: democracia real ya. Come possiamo trasformare l'indignazione e la ribellione in un processo costituente duraturo? Come possono questi esperimenti democratici diventare potere costituente, che non renda democratici una pubblica piazza o un quartiere soltanto, ma riesca a ideare una società alternativa autenticamente democratica?

Per affrontare questi temi, noi, insieme a molti altri, abbiamo proposto alcuni possibili primi passi, quali l'istituzione di un reddito garantito, il diritto a una cittadinanza globale, e un processo di riappropriazione democratica del bene comune. Ma non ci illudiamo di possedere tutte le risposte. Ci sentiamo invece incoraggiati dal fatto di non essere gli unici a porsi queste domande. Siamo in fatti fiduciosi che coloro che sono insoddisfatti dalla vita offertagli dalla nostra società neoliberista contemporanea, indignati per le sue ingiustizie, in rivolta contro il suo potere di dominio e sfruttamento, e che agognano a un sistema di vita democratico e alternativo, basato sulla ricchezza comune che condividiamo - saranno costoro, ponendosi queste domane e perseguendo i loro desideri, che concepiranno nuove soluzioni che noi non riusciamo nemmeno a immaginare.
Ecco i nostri migliori auguri per il 2012.

Michael Hardt è un filosofo politico e teorico letterario statunitense. Antonio Negri è un filosofo marxista italiano. Alla fine degli anni 70 Negri venne accusato di essere il grande vecchio dietro il gruppo terroristico di sinistra Brigate Rosse. Negri emigrò in Francia dove insegnò, a Parigi, insieme a Jacques Derrida, Michel Foucault e Gilles Deleuze. Hardt e Negri hanno pubblicato quattro importanti lavori di critica alla globalizzazione e al tardo capitalismo: Labor of Dionysus: A Critique of the State-Form (1994) [Il Lavoro di Dioniso, per la Critica dello Stato Postmoderno - Manifestolibri, 2001], Empire (2000) [Impero – BUR 2003], Multitude (2004) [Moltitudine, Guerra e Democrazia nel Nuovo Ordine Imperiale – Rizzoli 2004] e Commonwealth (2009) [Comune, Oltre il Privato e il Pubblico – Rizzoli 2010]. Queste quattro opere sono state molto apprezzate dagli attivisti politici contemporanei. Empire, ad esempio, è stato salutato come "niente di meno che una riscrittura del Manifesto Comunista per i nostri tempi" dal filosofo lacaniano Slavoj Žižek.

Nota del traduttore
[1] The secrets to this next step are as rare as they are precious. Credo che questa espressione enfatica si debba interpretare nel senso che le strutture di nuova democrazia che l'autore auspica saranno il frutto di ideazioni estremamente significative e inedite (quindi “rare”) quanto fondamentali (quindi “preziose”).

lunedì 19 dicembre 2011

Ancora sull'operaia leghista

Un blogger dovrebbe essere accurato nel riferire le notizie e sebbene non sia un giornalista ha comunque il dovere di verificare le fonti. Nel caso dell'on Munerato, citata nel precedente post, ho affermato che non fosse un'operaia, ma bensì una negoziante di vini, avendola conosciuta come tale. Ho però colpevolmente trascurato un piccolo dettaglio logico: nulla impedisce infatti a chi commercia vini di essere stato o di essere allo stesso tempo un operaio. Si da il caso che da quanto ho appreso che la sig Munerato sia stata anche operaia in una qualche stagione della sua vita, non sono riuscito ad appurare se prima, dopo o durante la sua attività di commerciante di vini.
La sostanza non cambia di molto, l'on Munerato non è un operaia e non lo sarà mai più, da quanto si dice vuole restare in politica, o comunque non lo è più da tempo, è una donna che ha sfruttato furbescamente aspetti del suo passato per attuare una messinscena a uso e consumo della sua formazione politica, un partito razzista e xenofobo, che rappresenta l'Italia peggiore e che improvvisamente si finge paladino dei più deboli.
Rimane l'ipocrisia e il cattivo gusto della mascherata dell'on Munerato, ma rimane ahimè anche il mio, seppur parziale, errore.
Di questo faccio ammenda e chiedo scusa a quei tantissimi fra blogger e comuni cittadini che hanno letto e continuano a leggere il mio post, per la mia imprecisione, ma per fortuna non è successo nulla di grave: in fondo sono sempre leghisti con o senza sceneggiate.

domenica 18 dicembre 2011

Il "cattivo senso" dei blogger

Noi blogger non siamo niente di speciale: siamo semplici cittadini che invece di limitarsi ad esprimere le proprie opinioni al bar a scambiare battute col portinaio e il tassista, riversano le proprie idee anche nel cyberspace. Non c'è niente in noi del luogo comune del solipsimo o di una sorta di autismo che ci vede relegati in un cantuccio a scrivere pur di evitare le relazioni sociali, è semplicemente una forma di espressione che ci si aggrada più di altre e si confà maggiormente alla nostra indole riflessiva e vorace di novità, e ci piace per il senso di aliena compartecipazione alla vita. Eppure è proprio questo “distacco interessato” che a mio parere ci permette di cogliere l'essenziale, e che in un continuo interscambio di opinioni e di confronto in tempo reale del dato, ci consente di mettere a nudo una realtà depurata dagli psicologismi e dai propagandismi dei servi del regime, capaci di infondere in noi il senso patriottico del luogo comune o della necessità inderogabile. “Monti è l'amara medicina che dobbiamo ingoiare e tutti anche i meno abbienti devono fare la loro parte”. Incredibile, ma un simile messaggio così crudelmente ingiusto rispetto alla realtà delle condizioni di vita di milioni di persone, viene contrabbandato per una verità alla quale dobbiamo avvicinarci senza esitazioni, vincendo la nostra naturale ritrosia per il “buon senso” delle istituzioni, dei mercati edelle banche, accompagnati amorevolmente per mano dai grandi saggi della nazione, cioè fior di mascalzoni miliardari che ci hanno succhiato il sangue per una vita.
Nessuno sa veramente andare contro questo “buon senso” e inviarci un messaggio di cambiamento vero, tranne poche eccezioni come De Magistris a Napoli. Nessuno, nemmeno Vendola con il suo profluvio verbale che sembra nascondere tattiche desuete e ambiguità mai risolte, né Di Pietro con il suo ardore popolano e l'abaco in mano per contare i voti dei vari Razzi e Scilipoti, nella logica del voto che non olet; purtroppo neanche Ferrero col suo restare ancorato ad un secolo troppo breve e troppo tormentato per poter dare risposte per il futuro.
Noi blogger come molti dei comuni cittadini sappiamo cosa ci vorrebbe per uccidere il gattopardo, incenerirlo ed evitare che resusciti, ma non possiamo molto contro il buon senso. Anche noi però abbiamo i nostri fantasmi da affrontare, conosciamo il nostro potere, ma sappiamo benissimo che la nostra onda formidabile può essere cavalcata da una nuova elite che rimpiazza quella vecchia con la scusa del nuovo che sa di primavera. Per questo alle volte siamo vinti da un responsabilità troppo grande per la modestia delle nostre idee, che diventano grandi solo grazie alla rete. 
Quello che possiamo dire adesso e quello che continueremo a dire anche domani è che né Monti né altri come lui ci convinceranno mai che una strage si innocenti sia l'unica strada percorribile per la salvezza.
Una volta i medici curavano le malattie col salasso, una cura che non faceva altro, tranne in rarissimi casi, che accelerare la morte del malato, oppure amputavano le gambe fratturate, non sapendo che steccate e immobilizzate potevano essere salvate. Monti vuole ancora convincerci che salassi e amputazioni siano i rimedi migliori. 
Non c'è storia, noi stiamo col “cattivo senso”.