mercoledì 29 dicembre 2010

Manganellatori democratici 2. Appello ai poliziotti

di Franco Cilli

Una volta vi consideravo nemici, voi poliziotti, il braccio armato del potere della borghesia a difesa di interessi di classe. Non mi inteneriva il discorso di Pasolini sui figli del popolo, né mi piaceva il suo disprezzo nei riguardi degli studenti borghesi del '68. Ero convinto che fare il poliziotto significasse comunque una scelta di campo, la quale, sia che fosse consapevole o meno, ti collocava “oggettivamente” dalla parte sbagliata della barricata, quella dei ricchi oppressori. Eppoi i poliziotti come direbbe qualcuno oggi, mi sembravano tutti “psicologicamente tarati”, vittime di una psiche malata e di una personalità lacunosa, perché mai altrimenti avrebbero scelto di indossare una divisa e portare armi?
Oggi, per dirla alla maniera di un mio amico americano, vi considero in certi momenti “a pain in the ass”, un fastidio da evitare durante le manifestazioni, così come si evita un terreno sdrucciolevole che può farti sbandare e uscire fuori strada. Oggi rifuggo dalla sociologia spicciola e dalle facili interpretazioni psicodinamiche. Semplicemente non mi interessano. Riconosco che in Italia c'è un problema di legalità, che travalica il senso della propria biografia personale e della propria identità politica, e riconosco che voi siete degli attori importanti in questo scenario fosco, dominato dalle mafie e dalla politica loro serva. Sono altresì consapevole che il nemico non siete voi, bensì un potere che cambia faccia, ma ha sempre l'aspetto vorace e sornione di chi si ingrassa a spese altrui. Non voglio cadere nella retorica e non sprecherò parole di commozione per le vostre fatiche di uomini perennemente a contatto con le miserie del mondo, voglio dire però che ho un debole per gli eroi e per questo motivo ammiro, seppur sommessamente, molti di voi che si comportano come eroici servitori dello stato a prezzo della loro pelle. Tutto questo però non può essere un alibi per giustificare il comportamento acritico di coloro che fra i poliziotti si comportano come robocop impazziti a causa di un microchip andato a male. Siete pur sempre un soggetto sociale e oserei dire anche politico e come tale avete l'obbligo di pensare e agire da esseri umani e non da marionette impazzite. Da un bel po' di tempo non siete più un corpo militare, vincolato ad un falso senso dell'onore e a regole assolute. Non potete trincerarvi dietro la scusa del “eseguiamo solo ordini”. Malmenare gli studenti, gli operai di Pomigliano e adesso i pastori sardi o chiunque disturbi la quiete del ducetto di Arcore è una responsabilità umana, civile e politica e vi rende strumenti passivi nelle mani di un potere che si fa sempre più pericoloso e violento. La soluzione autoritaria alla crisi di un modello sociale e politico e una vecchia ricetta, ma sempre attuale, i guizzi rabbiosi e prepotenti di un regime in piena incubazione, sono un segnale evidente. Quelle di Gasparri non sono boutade, ma sono la preparazione di un terreno di svolta in senso autoritario. Questi signori non hanno altra scelta del resto. Come considerare diversamente gli esiti politici di un'alleanza fra un partito nazistoide come la lega e una formazione politica che ha così forti legami con la mafia e apparati “deviati” dello stato?
Mi appello ai poliziotti democratici se questa parola ha un senso: avete delle rappresentanze sindacali, usatele per esprimere un vostro parere sulla repressione sociale e non solo per fare le vostre rivendicazioni di categorie. Bonificate tutti i focolai di fascismo all'interno dei vostri corpi, specialmente quelli più operativi: costringere qualcuno a cantare faccetta nera sotto la minaccia di sprangate in testa non è cosa civile. Richiedete un addestramento migliore, non è concepibile che vi si dia la licenza di portare un'arma dopo aver scaricato un solo caricatore su un bersaglio di cartone, senza nemmeno essere stati addestrati a gestire il conflitto e la paura, o semplicemente senza che sia stato instillato in voi il senso del servire la comunità. Smettetela col vostro spirito di corpo e non credete a La Russa, picchiare gli studenti non è una questione di par condicio. Avete il dovere di essere superiori allo spirito di vendetta e di sopraffazione.

sabato 25 dicembre 2010

Basaglia non basta

postato su doppiocieco il 7 Febbraio 2010




Voglio dirlo con franchezza: stimo molto Basaglia, persona che per me è stata e continua a essere un punto di riferimento essenziale per la chiarezza del suo ragionamento e per la fattività del suo agire. La grandezza dell'uomo risiede principalmente nella sua capacità di interpretare con incredibile senso dei tempi il periodo storico in cui è vissuto, utilizzando quella “cassetta degli attrezzi” che la tecnologia sociale e le conoscenze scientifiche del tempo gli fornivano. Con altrettanta chiarezza devo però dire che non mi appassiona per nulla l’evocazione retorica di buoni sentimenti di stampo deamicisiano costruita attorno alla sua figura, e nemmeno la stucchevole rievocazione delle azioni di eroi muti e solitari contro il potere.

Trovo questo miscuglio grottesco di narrativa del cuore e manifesto politico, alquanto irritante, una roba utile a riprodurre dicotomie visionarie, buone a scaldare gli animi di chi ha bisogno di storie di oppressi e oppressori con l’immancabile lieto fine.
Si ignora o si finge di ignorare la complessità di un fenomeno che non può essere scorporato dai suoi aspetti biologici e psicologici e soprattutto da una seria analisi scientifica. Si ignorano altresì gli aspetti politici.
I manicomi andavano chiusi, erano un’aberrazione umana e un controsenso scientifico come lo stesso Basaglia sosteneva, e andavano sostituiti con strutture più idonee a soddisfare i bisogni di una società aperta, attenta e ai diritti delle persone, alla loro dignità e al loro benessere. Se gli strumenti adottati per rimpiazzare i manicomi e soprattutto la cultura che li sorreggeva, si sono rivelati inadatti e insufficienti, la colpa non può essere attribuita solo alla pigrizia intellettuale o alla perseverazione nell’uso di “cassette degli attrezzi” ancora pieni della ruggine manicomiale, ma al rifiuto per anni, di considerare la psichiatria in una visione unitaria, che oltre ad accogliere istanze sociali rispecchiasse un’organizzazione confacente alle sue diverse competenze e attitudini. Tutto ciò ha spesso determinato false dicotomie, come quelle fra psichiatria biologica e sociale, come se la malattia avesse una sola dimensione.
Le malattie psichiatriche hanno peculiarità che non sono paragonabili a quelle di altre malattie, per le loro conseguenze sociali e i loro risvolti psicologici, ma vanno tuttavia considerate in ambito unitario, pena la delega al sociale e a narrative consolatorie e intimistiche di tutto il carico di una sofferenza che non può essere affrontata con la retorica della partecipazione attiva delle comunità (sebbene indispensabile) o della dedizione di medici e operatori.
Questo discorso non vuole gli ignorare gli spetti restrittivi, coercitivi ed anche violenti della psichiatria, ma bisogna sgombrare il campo dalla retorica e dall’ideologia. La contenzione, per dirla in parole povere, il legare il paziente a letto, è una cosa obbrobriosa,...ma dobbiamo ragionare anche dell’aspetto terapeutico della contenzione, altrimenti sembrerà un arbitrio senza senso e una violenza gratuita. La contenzione è considerata una misura terapeutica ed esiste una gradualità basata sulla gravità dello stato di agitazione del malato, con cui va applicata. In altre parole la contenzione non è diversa concettualmente dal fare un’iniezione in caso di agitazione (quella che una volta veniva definita "camicia chimica"), sebbene si diversifichi enormemente da questa nei suoi aspetti simbolici. Non dimentichiamoci che la legge 180 di Basaglia, poi confluita nella legge 833 contemplava un aspetto fortemente coercitivo come il TSO. Se però consideriamo il contesto storico in cui è stato proposto ci accorgiamo che lo stesso costituiva un notevole avanzamento rispetto alla legislazione del tempo e che la sua filosofia ispiratrice era quella di consentire la cura anche di coloro temporaneamente non in grado di decidere per sé.
Il problema vero è come eliminare gli aspetti coercitivi della psichiatra, tenendo conto dell’impianto fragile su cui poggia la maggior parte della psichiatria italiana, dove la coercizione assume spesso un ruolo di supplenza a carenze organizzative, di formazione del personale e insufficienza di mezzi. 
Parlando di coercizione, per scendere nel concreto, allo stato attuale dei fatti è praticamente impossibile non tenere chiuse le porte di un SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), perché malgrado i pazienti volontari usufruiscano del diritto di qualsiasi altro paziente ricoverato, compreso quello di uscire dal reparto, sappiamo benissimo che molti dei pazienti volontari di un reparto psichiatrico non sono affatto autonomi a causa del loro stato di angoscia e di dissociazione. La responsabilità dell’allontanamento di questi pazienti dall’Ospedale, con i rischi connessi al loro stato, ricadrebbe inevitabilmente su medici e infermieri, che ne dovrebbero rispondere alle autorità giudiziarie (malgrado l’assenza di qualsiasi reato) e soprattutto ai familiari dei pazienti, spesso molto poco comprensivi riguardo a presunte disattenzioni del personale di cura, quegli stessi familiari che magari in altri contesti si battono per maggiori diritti dei pazienti psichiatrici.
Gli operatori psichiatrici, eccezioni a parte, non sono un branco di aguzzini, ma subiscono anch’essi le contraddizioni di un sistema  in teoria valido, ma ormai cristallizzato in logiche che appaiono lontane dalla dimensione privata dei pazienti. Lo psichiatra si trova inevitabilmente fra incudine e martello, dovendo farsi carico di bilanciare gli aspetti coercitivi con quelli della tutela e del rispetto dell’individuo, sapendo che comunque agirà sarà esposta a critiche da un fronte o dall’altro.
Un Dipartimento Psichiatrico si definisce come un insieme di strutture semplici e complesse che in teoria dovrebbero agire in modo sinergico, allo scopo di affrontare la malattia mediante un approccio multidimesionale, dipendente dallo stato della malattia stessa e dalla sua complessità. La realtà dei fatti è che in molti casi gli organismi dei Dipartimenti assumono la forma di un fortino assediato, esposto all'assalto di nuovi conquistatori sul versante esterno e minato sul fronte interno da lotte intestine per il potere. Il rischio è che il malato e la sua sofferenza, contino ben poco. 
Tutta la medicina, psichiatria compresa è una enclosure recintata dalla politica e soggiace alle sue logiche lottizzatorie. È la realtà di tutte le istituzioni pubbliche italiane. Uno spazio di progettualità autonoma, separata dalle logiche della politica e centrata sui bisogni reali delle persone, è una rarissima eccezione. Le cose che si fanno nella pratica quotidiana sono spesso un fare per il fare il fare, buono per le manifestazioni pubbliche, dove ci si profonde in una retorica struggente con discorsi ricolmi di commozione (e di autoincensamento), magari dopo l’ennesima recita teatrale dei matti del proprio piccolo feudo o della mostra dei loro quadri.
Per essere chiari ed evitare possibili (nuove) denunce a questo blog, dirò che il mio discorso è assolutamente astratto e prescinde da realtà particolari.
La riabilitazione è una scienza "morbida" forse, ma non per questo meno seria. In alcuni servizi viene fatta seriamente e con impegno, in altri, chiamano riabilitazione è un misto di intrattenimento e buona volontà condite con pratiche ardimentose come la pet therapy, il torneo di calcetto, l'ippoterapia e la montagnaterapia. Il tutto in maniera totalmente indipendente da qualsiasi progetto individualizzato. I pazienti, a volte entusiasti  a volte annoiati, molto spesso sembrano un gruppo di vacanzieri da villaggi vacanze.
C’è poi alla fine il capitolo sulla terapia farmacologica e sulle terapie somatiche. I farmaci servono? L’ECT e magari la TMS* servono o sono pratiche disumanizzanti? È un argomento che ho già affrontato in un precedente post e non credo sia il caso di ripetermi. Quello che vorrei fosse chiaro è che è indispensabile liberare la psichiatria dal morbo della politica e permettere un discorso serio sul suo ruolo e sui suoi approcci alla malattia in una visione unitaria.
Gli SPDC rappresentano a mio avviso una concezione da superare, sono l'esatta rappresentazione terrena dell'eterno conflitto fra libertà e necessità: necessità di cura e libertà di sottrarsi all'istituzione come dispositivo di controllo "biopolitico". Si può forse immaginare in alternativa all'SPDC una comunità aperta che accolga i malati in fase di acuzie, ma non si può ignorare la componente biologica della malattia e la necessità in taluni casi dell’approccio medico e farmacologico, e al momento l'SPDC appare l'unica soluzione praticabile. La coercizione si può evitare, ma chi glielo dice al manager della ASL che occorrerebbe il quadruplo del personale?
Riguardo poi al reinserimento in ambito sociale ed al recupero delle abilità perdute a causa della malattia, si può e si devono ampliare le risorse per la riabilitazione, ma lo si deve fare seguendo metodologie rigorose, senza lasciare spazio all’improvvisazione e soprattutto curando la formazione del personale.
Si può fare tutto questo senza ignorare che alcune malattie abbisognano di approcci che richiedono competenze diverse, dalla semplice empatia all'uso di presidi strumentali e farmacologici La depressione richiede cure adeguate, farmacologiche e psicoterapiche, auspicandis di non cadere nelle mani del lacaniano o del fagiolino di turno. Taluni sindromi neurologiche o mediche si manifestano con sintomi psichiatrici. Occorrono competenza clinica e capacità di diagnosi differenziale. Occorre infine dare spazio anche alla ricerca di laboratorio e all’epidemiologia per mettere a punto nuovi e più efficaci strumenti di cura. Quando parlo di visione unitaria in definitiva, mi riferisco a un contesto dove sia possibile mettere insieme competenze diverse in una visione laica e rispettosa della scienza.
Non ho affrontato il capitolo costi, ma è ovvio che un “progetto dedicato” per ogni singolo paziente ha dei costi elevatissimi. Se si vuole davvero evitare che l'ospedalizzazioni sia l'unica scelta occorrono investimenti ingenti. Se vogliamo evitare che gli aspetti coercitivi svolgano un ruolo di supplenza, occorre personale preparato e motivato, con un rapporto operatore/paziente di almeno 1 a 1. Laddove si riesca a stabilire una relazione centrata sui bisogni individuali, anche la coercizione, alla volte inevitabile, può assumere un senso.
Mi rendo conto che in poche righe sto cercando di comprimere una realtà difficile da afferrare nella sua interezza, ma è necessario che tutti noi facciamo uno sforzo di comprensione per non lasciare fuori aspetti della psichiatria niente affatto secondari. Il rischio è che sull’onda dell’emotività si privilegi l’aspetto della libertà in modo astratto, senza fare nulla di diverso per liberare realmente il malato psichiatrico dalla sua sofferenza.
Basaglia forse aveva ragione. È inutile interrogarsi sulle cause (spesso inconoscibili) delle malattie psichiatriche, quando abbiamo davanti agli occhi una sofferenza che non può essere curata indossando un camice, ma restituendo rispetto e dignità alle persone. Tuttavia sappiamo benissimo che molte delle persone che vivevano dei manicomi avevano perso anche la capacità di essere liberi e non è bastato aprire le sbarre per restituire loro dignità. 
I manicomi di oggi sono meno visibili e più subdoli, ma non meno rovinosi. Per fare in modo che siano aboliti del tutto dobbiamo aprirci anche a ciò che è apparentemente inconoscibile.   

*La Stimolazione magnetica transcranica (TMS) è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale. Mediante questa tecnica, è possibile studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali all'interno del cervello, provocando uno squilibrio piuttosto ridotto e transitorio. È possibile adottare anche questa tecnica in modo ripetuto, ciclicamente, per trattare disturbi psichiatrici e neurologici quali la depressione, le allucinazioni, il morbo di Parkinson etc.; gli studi su questi presunti effetti terapeutici sono stati tuttavia condotti, finora, sono su scala ridotta ed hanno dato risultati contrastanti

mercoledì 22 dicembre 2010

Antipsichiatria


L’antipsichiatria è un’ideologia come tante altre e non è dissimile da quelle ideologie e sistemi di pensiero che l’hanno generata.
Suonerà strano che un blog che dichiara la sua appartenenza all’area della cosiddetta sinistra, prenda di mira l’antipsichiatria, visto che “l’antipsichiatria” è stata sempre identificata con l’essere alternativi al sistema dominante. Questo blog, d’altro canto, vuole andare al di là dei luoghi comuni che vedono la cultura antagonista fatalmente legata a ideologie e ciarlatanerie varie. Ci interessa in altre parole snidare quelle forme di irrazionalità che rappresentano, purtroppo da tempo, il marchio di fabbrica di una certa sinistra, costringendola dentro la morsa di automatismi beceri e controproducenti, i quali hanno ben poco di alternativo.

L’antipsichiatria è un’ideologia che paradossalmente adopera le stesse armi che la propaganda di regime utilizza quando vuole screditare un gruppo politico o un orientamento di pensiero: prendono alcuni casi singoli, con evidenti connotazioni tragiche, vittime innocenti e inconsapevoli della crudeltà psichiatrica, e generalizzano a più non posso, dimostrando che la psichiatria fa solo del male: contemporaneamente affermano aprioristicamente che la psichiatria non ha alcuna base scientifica e il gioco è fatto.

In primo luogo, mettere in risalto gli aspetti negativi di qualsiasi disciplina è tanto facile quanto scorretto: se volessi dimostrare che la chirurgia fa solo del male potrei presentare milioni di casi di persone danneggiate o uccise dalla chirurgia, aggiungendo statistiche perlomeno azzardate, che dimostrano che se nessuno al mondo venisse operato alla fine il saldo fra quelli che si giovano della chirurgia e quelli che ne sono vittime sarebbe senz’altro a sfavore della chirurgia (un po’ difficile, per la verità, ma mai sottovalutare la propaganda).


In secondo luogo, dire, come fanno alcuni, che la psichiatria non ha basi scientifiche non significa nulla, specie se comprovato dal fatto che gli psichiatri intervistati si rifiutano di rispondere alla domanda: “Qual è secondo lei la base scientifica della psichiatria?”
Provate a pensare se una simile domanda fosse stata posta a freddo, che so, a dei cardiologi: cosa avrebbero risposto i malcapitati? Probabilmente avrebbero balbettato o avrebbero citato a memoria un manuale di cardiologia. Non c’è alcuna “base scientifica” di nessuna disciplina, se considerata in astratto, nemmeno nella fisica. Esistono teorie, ipotesi, leggi che costituiscono l’armamentario di tutte le scienze, e tali leggi, ipotesi e teorie sono utilizzate come strumenti per raggiungere degli obiettivi di ricerca. Esistono inoltre ipotesi di lavoro concernenti un particolare ambito, come può essere ad esempio l’ipotesi di alcuni deficit cognitivi specifici nella schizofrenia o particolari conformazioni anatomiche esaminate alla RNM tipiche di quest’ultima, ma è assurdo pretendere che ogni “disciplina medica” abbia una base scientifica propria, e men che meno, allo stato attuale della conoscenza scientifica,  che ciascuna malattia abbia una spiegazione chiaramente dimostrata in termini eziopatogenetici. Provate a dire, che siccome non esiste una dimostrazione “basata scientificamente” dell’ipertensione arteriosa essenziale - nessuno ne conosce la causa ed è per questo che si definisce essenziale - allora la terpia antiipertensiva non ha senso e di conseguenza nemmeno una buona fetta della Medicina Interna ha senso.
Sarebbe assurdo e causerebbe milioni di morti. Alle volte la cura delle malattie consiste nell'aggredirne i sintomi, nell'attesa che nuove scoperte  aprano nuovi orizzonti terapeutici. Allo stesso modo non si può pretendere che la schizofrenia abbia un’eziologia chiara e inequivocabile: per poter essere definita è sufficiente che determinate manifestazioni di essa, o se preferite sintomi, rientrino in un contesto che definiremmo patologico. Direi forse che dovremmo trovare un’intesa su cosa definire patologico e cosa no, inoltre dovremmo stabilire cosa rientra in un normale pattern di diversità fra gli individui, ma credo che non ci sia dubbio alcuno sul fatto che sofferenze atroci dovuti a deliri e allucinazioni e l’elevato grado di disabilità che ne consegue non possano non essere definiti eventi patologici. Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder) serve proprio a questo: tramite il metodo deduttivo si stabilisce se il comportamento di un paziente sia inseribile in un quadro sindromico statisticamente rilevante, a prescindere dal substrato culturale dell'esaminatore.

Chi vorrebbe che la psichiatria sparisse dalla circolazione, dovrebbe dirci in primo luogo cosa intende fare con persone che in ragione del loro “diverso modo di stare la mondo” soffrono pene inaudite, come quegli schizofrenici che si sentono costantemente perseguitati da entità aliene o dalle copie dei loro familiari che altro non sono che malvage entità che tramano contro di loro. Che fare poi di quegli  psicotici che si sentono manovrati a distanza da persecutori ignoti, o addirittura violentati sessualmente da personaggi invisibili? E di quei maniacali che sfrecciano a 300 all’ora con le  loro automobili, mettendo a repentaglio la propria vita e quella altrui, per rincorrere missioni impossibili o per parlare con la Regina Elisabetta, o di quelli che regalano case e proprietà al primo venuto? Vogliamo parlare di coloro che improvvisamente, senza alcun motivo logico, sentono di essere caduti in un baratro di dolore senza speranza e che per essi e per i loro familiari non c’è altro rimedio che la morte? Vogliamo considerare queste persone parte di una gioiosa biodiversità? Pensate che gli psichiatri se la godano a torturare la gente e che si divertano a cercare col lanternino chi delira? Credete che coloro che soffrono di disturbi mentali vogliano solo essere lasciati in pace e godersi il loro delirio?
La psichiatria è un lavoro faticoso, che come tutte le attività ha i suoi lati oscuri, come quello di una criminale connivenza con le case farmaceutiche, le quali condizionano le scelte e gli orientamenti degli psichiatri. Affermare però, che gli psicofarmaci sono assolutamente dannosi, in base a teorie strampalate sulla non esistenza delle malattie mentali o sulla loro non “naturalità” o in base alla convinzione che sono l’arma diabolica in mano a sadici psichiatri, non ha alcun senso. Gli psicofarmaci servono eccome: sono indispensabili in caso di depressione severa (direi che in questo caso possono essere definiti un farmaco salvavita), sono indispensabili nei casi di mania, sia in fase acuta che nella profilassi (il litio è efficacissimo e per la gioia dei naturisti potrebbe essere definito un prodotto naturale: esistono le acque litiose). Gli psicofarmaci infine sono utilissimi  per alleviare l’angoscia psicotica e negli attacchi di panico. Certo, anche qui bisogna distinguere il buon uso dal cattivo uso. Imbottire un paziente di farmaci perché è la risposta più facile al suo disagio è quantomeno disonesto; molti sintomi sono facilmente controllabili attraverso una relazione terapeutica empatica e un’accurata analisi dei fattori ambientali. Fare cocktail farmacologici ardimentosi, senza alcun razionale, al solo scopo di soddisfare le aspettative delle case farmaceutiche è criminale, non c’è dubbio. Da qui, però, alla completa eliminazione degli psicofarmaci ce ne passa. Certo, c’è chi si arricchisce producendo psicofarmaci, ma c’è anche chi si arricchisce vendendo farina, ciò non significa che non sia necessaria. Non voglio, in questa circostanza, riproporre il vecchio discorso sulla esistenza o meno della malattia mentale, ma sento da più parti un tipo di critica secondo la quale non esistono malattie mentali, ma solo contesti sociali differenti in cui certi comportamenti etichettati come insani si collocano. Una critica che a me sembra infondata, poiché si preoccupa di tutelare una presunta diversità di coloro che sono giudicati malati, rispetto alla necessità di dare una risposta a chi sta male e ti chiede aiuto. L’equivoco spesso nasce dal fatto che alcuni malati non chiedono aiuto e dichiarano esplicitamente di essere vittime della psichiatria. In alcuni casi ciò è senz’altro vero, sebbene tali casi siano una minoranza, ma nella maggior parte di casi si tratta di assenza di consapevolezza di malattia o di difficoltà ad accettare di avere una malattia psichica.

Rispetto al contesto, questo è sì determinante, ma non in relazione all’insorgenza della malattia (prescindendo ovviamente dalle grosse calamità o da eventi fortemente stressanti) bensì riguardo all’evoluzione del disturbo. Il primo rapporto OMS sulle malattie mentali, ad esempio, mette in rilevo che la prognosi è migliore nei cosiddetti PVS a causa di un minore stigma sociale e di un maggiore effetto protettivo della coesione dei gruppi sociali. Lo stesso studio dimostra che ciò che chiamiamo schizofrenia è una costante a tutte le latitudini e in tutti i contesti geografici esaminati, e si manifesta con i medesimi sintomi, fatte salve le peculiarità di carattere culturale.

In definitiva, quello che si può dire è che esiste una buona psichiatria e una cattiva psichiatria, gli antipsichiatri se ne facciano una ragione: la psichiatria esiste ed è meglio così. Il problema è migliorarla e dedicarle più fondi e allargare la sua base sociale il più possibile invece di cancellarla: solo così si potranno evitare gli abusi e le cattive pratiche. Un solo paziente richiede risorse ingenti, un trattamento individualizzato e molte persone che si dedichino ad esso, in un approccio multidisciplinare, psicoterapeutico, farmacologico, riabilitativo e anche umano. Bisogna evitare comportamenti irrazionali, basati solo sull’emotività: l’antipsichiatria è solo una delle tante ciarlatanerie che girano nel mondo occidentale, e non aiuta a conquistare nuovi diritti né a risolvere problemi seri, ma solo a diffondere la piaga dell’antiscientismo. A voler essere poco educati si può inoltre tranquillamente affermare che i padri dell’antipsichiatria non è che abbiano combinato un granchè: che io sappia le comunità di Laing sono state un vero fallimento e Cooper e Szasz hanno lasciato tracce solo sui libri. In quanto a Basaglia, considerato a torto il padre dell’antipsichiatria italiana, persona che per inciso io stimo molto, nessuno sa che la legge 180 (in realtà non esiste una legge 180: i suoi contenuti sono stati recepiti nella legge 833 del 1978) che porta il suo nome conteneva, insieme a molte indicazioni lodevoli sulla necessità di diffondere servizi territoriali e superare il manicomio, anche articoli  riguardanti il TSO. Tali articoli prevedono il ricovero in regime di trattamento obbligatorio per qui pazienti che mostrino “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall'infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”(art. 34). Perché una norma così apparentemente liberticida? La legge Basaglia  rappresenta in realtà il superamento dello spirito delle leggi precedenti in ambito psichiatrico (legge del Febbraio 1904 e legge Mariotti del 1968). Sebbene la legge Mariotti contenesse molte innovazioni riguardanti l’aspetto sociale della malattia  mentale e tentasse di recidere il cordone ombelicale che legava la psichiatria alla pubblica sicurezza, preservava ancora residui evidenti di  una concezione repressiva legata all’idea di pericolosità del malato psichiatrico (i manicomi, del resto, erano sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno). La 180 sposta l'asse del discorso sulla cura, legando l’obbligatorietà della cura stessa non alla pericolosità del malato, bensì al diritto di tutti, anche di coloro che sono temporaneamente privati della loro capacità critica a causa della malattia, ad avere cure adeguate.E' quindi una questione di maggiori diritti e non di negazione di questi. Il problema è: sono davvero adeguate queste cure? È qui che dovrebbe incentrarsi il discorso, e non su inutili romanticherie che invocano una sorta di stato di natura inesistente.
Ma questo è un altro discorso.
Franco Cilli