giovedì 18 marzo 2010

Un Pd da rottamare

C'è un'umanità dotata di slancio creativo, di competenze politiche e di entusiasmo, nelle società italiana, in grado di crearsela da sola l'alternativa.

Il Veneto come la Lombardia è dato per perso. Abbandonato.
Una sorta di fatalismo che sembra pregustare l'apocalisse prossima ventura, ha di fatto consegnato questa regione alla barbarie senza battere ciglio.
Certo Massimo Carlotto ha ragione nel dire che i Lanzichenecchi in Veneto sono arrivati già prima dell'arrivo di Bossi, con Galan e la sua banda, ma ora sembra doversi compiere una specie di parabola, che dalla Serenissima, passando per gli austriaci prima e l'unità d'Italia dopo, approdi finalmente allo stato padano-veneto di Zaia.
Siamo talmente dominati da questo fatalismo che nessuno ne parla, nessuno a parte rare eccezioni, tenta una reazione.
Non vorrei sembrare ripetitivo, ma la colpa di tutto ciò è in gran parte del Pd, degli eredi del fu Partito Comunista. Lasciamo stare le analisi delle cause che hanno portato il partito di Berlinguer a diventare una sorta di chimera politica democristiana socialista, molto democristiana e molto poco socialista. Stiamo ai fatti. Un’opposizione ridicola e direi persino dilettantesca al regime berlusconiano. Una tremenda smania autolesionistica che solo la reazione della società civile riesce a tratti a tamponare. Un apparato i cui gangli vitali e le cui fibre nervose si intrecciano in maniera inestricabile con quelli di un regime partitocratico di cui ormai volenti o nolenti sono diventati parte.
Guardiamo queste elezioni regionali. La Calabria e la Campania, che avrebbero potuto essere conquistate agevolmente con un candidato unitario decente, perse quasi sicuramente.  Lazio e la Puglia consegnate a candidati acefali e frutto di strategie politiche da bar dello sport, riprese per il rotto della cuffia dalla sfrontatezza della Bonino e dalla tenacia di Nichi Vendola.
In Veneto e Lombardia neanche a parlarne. A Formigoni si oppone un Penati, in accordo con la leggenda che per battere un tizio di destra, che gode di un enorme consenso anche fra i ceti popolari, devi opporgli uno che è la sua esatta fotocopia, ma soltanto un po' più basso. A Zaia, guai a opporgli una Laura Puppato, una tizia un pelo più agguerrita di uno sbiaditissimo Bortolussi. Si potrebbe rischiare di pestare i piedi a qualcuno. Duole, in questa circostanza, constatare che nemmeno la società civile e i movimenti hanno saputo proporre un candidato alternativo, non fosse altro che per inviare un segnale serio di volontà di cambiamento.
Le astute mosse del Pd sono dettate da una provvidenziale illuminazione, arrivata mentre D'Alema e Bersani giocavano col pallottoliere: non si vince senza i numeri dell'UDC e quindi se c'è da sacrificare qualcuno lo si fa per un bene superiore. Geniale. Mi rincresce che anche una persona intelligente come Cacciari si sia fatto prendere la mano da questo pragmatismo di bassa lega. Cosa si vince con l'UDC? Il ricatto costante che se non fai come dico io, tutti a casa? Il Vaticano? Cuffaro? Qualche carrozzone clientelare che prima o poi creerà problemi giudiziari?
La morale della storia è che non dobbiamo più permettere al Pd di dettare alcuna strategia politica per un'alternativa al regime, alla quale accodarsi per amor di patria. C'è un'umanità dotata di slancio creativo, di competenze politiche e di entusiasmo, nelle società italiana, in grado di crearsela da sola l'alternativa. Al Pd deve essere permesso unicamente di assecondare l'impulso che viene dalla società civile, e non certo per la considerazione verso i suoi dirigenti, ma per rispetto verso i suoi militanti, che meriterebbero un partito migliore.
Se non fosse per loro, il Pd sarebbe un partito da rottamare all'istante.

sabato 6 marzo 2010

Economia criminale

Normalmente c'è un abisso, diciamo pure un cumulo di abissi, che ci separa da Maurizio Blondet, il suo fondamentalismo cattolico, l'antisemitismo, l'antievoluzionismo... Ma scambi di opinioni come quello che segue (le opinioni di un lettore e la risposta di Blondet) sono troppo limpide e chiarificatrici per non riportarle.

«Gentile Direttore,

sono felice di aver trovato questo articolo sui contenuti accessibili pubblicamente. Vorrei avanzare alcune osservazioni. Mi perdonerà la lunghezza della lettera; avrei piacere di saperla letta, non ho interesse alla pubblicazione.

Innanzitutto, se per ‘crisi’ prevista da Allais si intende la crisi del 2007-2009, beh, quella non è stata prevista (nemmeno) da lui. Nelle pagine riportate, Allais parla delle conseguenze del commercio internazionale. La crisi economica attuale è stata causata da - mi perdonerà se semplifico, ma è sufficiente per il mio punto - una serie di interferenze politiche nel mercato dei mutui americani, ed alcune altre concause nella regolamentazione dei mercati finanziari. La crisi è stata prolungata dalla politica della nuova Amministrazione americana. Il dibattito accademico sui dettagli di questa crisi prosegue mentre scriviamo: può facilmente trovare molti contributi scientifici on-line.

La ‘crisi’, intesa come crollo dei mercati azionari, non è prevedibile per definizione. Se io sapessi che domani il mercato crollerà, venderei subito; se tutti lo sapessero, il crollo sarebbe di oggi, e non di domani. Quando porta questo discorso alle estreme conseguenze, conclude che i prezzi di oggi riflettono già tutta l’informazione disponibile. Non è difficile, naturalmente, trovare persone che predicano crolli repentini dei mercati azionari: ma queste previsioni vengono celebrate solo quando si realizzano, mentre non vengono  criticate quando non si realizzano. Non mi dica, la prego, che sto cercando di difendere qualcuno: avrei scritto la stessa cosa se i nomi che menziona avessero sostenuto di aver previsto la crisi. Le sto solo riportando lo stato dell’arte nella scienza economica su questo punto.

Sul contenuto dell’articolo, che parla principalmente della relazione tra disoccupazione e integrazione internazionale, vorrei parlare un po’ più estensivamente. Credo di capire che Allais auspichi la creazione di zone con livelli di sviluppo economico omogenei, all’interno delle quali avere scambi liberi, e tra le quali avere scambi protetti. Mi pare che questa soluzione non convenga a nessuno. Non conviene certo ai Paesi in via  di sviluppo, chiamiamoli ‘Cina’. Questi Paesi hanno ottenuto enormi progressi nel tenore  di vita dei loro abitanti esattamente perché sono in grado di produrre merci di qualità comparabile a prezzi più bassi. Non conviene neppure ai Paesi sviluppati, chiamiamoli ‘USA’, o Francia, per Allais, o anche Italia, per noi. Il computer su cui io e lei scriviamo, per esempio, ci sarebbe costato molte volte di più. Va bene, dirà, ma qui stiamo guardando a noi come consumatori. Che succede al mercato del lavoro? Non c’è evidenza empirica di una relazione positiva tra livelli di disoccupazione di un Paese e livelli di integrazione commerciale su orizzonti di lungo periodo, 20-30 anni per esempio. Il motivo è che quando i lavori vengono distrutti in un settore particolare, i lavoratori si riallocano in settori diversi con occupazioni simili; se sono giovani, anche in occupazioni diverse - i lavori insegnano qualcosa anche ai lavoratori stessi. Su orizzonti più brevi non c’è molta ricerca empirica, ed il motivo è che - fino ad un periodo relativamente recente - non c’erano molti dati, e gli avanzamenti teorici sono stati limitati dalla complessità dei modelli necessari a studiare questi fenomeni. Noti che in ogni caso, se voglio sostenere che questi costi di breve termine sono ‘importanti’, devo dare un peso relativo a presente e futuro da un lato, nuove e vecchie generazioni dall’altro. Qual è il peso giusto? Non lo so. Ma non lo sa neppure Allais (torno sotto su questo punto).

La disoccupazione in Francia - cosi come in Italia - è causata da un mercato del lavoro estremamente rigido (mi perdoni, ma non capisco come leggere il suo grafico: cosa sono i numeri negativi?). Su questo sì, ci sono assodate ragioni teoriche ed evidenze empiriche. Le faccio un solo esempio: se fa un istogramma della dimensione delle imprese italiane in termini di numero di dipendenti, c’è un picco abnorme al numero 14. Il motivo è che il 15esimo dipendente è estremamente costoso (si applica lo Statuto dei Lavoratori su tutti e 15). Certo, saremmo tutti contenti di avere la stabilità del posto di lavoro: ma non la otteniamo per legge. Per legge, otteniamo che molte imprese si fermano a 14 dipendenti.

La storia che ho raccontato sul commercio è estremamente semplificata. Sono tutte rose e fiori? No, ovviamente. Ci sono moltissimi studi, pubblicati in tempi recenti e lontani, che parlano delle conseguenze della globalizzazione. Non li sto riassumendo, e non vorrei essere criticato per avere punti di vista ‘parziali’. Il campo di ricerca è estremamente attivo, e si è rinvigorito negli ultimi 10-15 anni per via di notevoli progressi teorici e maggiore disponibilità di microdati (dati a livello individuale, di impresa e di lavoratori). Molti studiosi hanno versioni non pubblicate dei loro lavori, molto vicine a quella finale, sulle loro homepage. Lo dico perché credo che un approccio scientifico a queste questioni aiuterebbe tutti. E vorrei assicurare che l’ideologia conta molto meno della reputazione: quando uno studioso va in una università a presentare una ricerca, viene facilmente ridicolizzato quando dice cose sbagliate.

Questo mi porta ad una ultimissima considerazione. L’argomento per il quale Allais è un premio Nobel, ergo Allais ha ragione (ma viene ignorato da tutti gli ideologi ufficiali), non è un argomento solido. Allais ha vinto il premio Nobel per importantissimi contributi alla formalizzazione matematica della scienza economica, il che non garantisce che sappia parlare di tutta l’economia in generale, e di integrazione internazionale in particolare. Tutti possono parlare di tutto, per carità. Il punto di vista di Allais è legittimo come quello di chiunque altro. Ma l’economia è specialistica (oggi molto più di 50-60 anni fa): se volessi curarmi l’ulcera, non andrei da un otorino.

Direttore, la rigrazio se avrà voluto leggere questa lettera fino in fondo. Ho scritto senza animosità, per darle il punto di vista di una persona che studia queste cose quotidianamente, e con il solo interesse ad avvicinarsi alla verità.

La saluto cordialmente.

Ferdinando»


Caro Ferdinando di Trieste,

non sono d’accordo con le sue osservazioni. Né Allais né (molto più modestamente) io intendiamo per «crisi» il crollo dei mercati azionari, imprevedibile per definizione. Intendiamo la grande depressione  che abbiamo sotto gli occhi, col crollo epocale del commercio, del credito, delle produzioni industriali, e le decine di milioni di disoccupati nei Paesi (ex) sviluppati. E questa crisi è provocata proprio e direttamente, come dice Allais, dal «commercio internazionale». Ossia dalla globalizzazione, che a sua volta consiste nell’eliminazione obbligatoria dei dazi sulle importazioni, e nel «libero movimento di capitali».

Provo ad illustrarle il perché.

Con la globalizzazione, il salario dell’operaio italiano, 1.200 euro mensili, viene messo in concorrenza diretta con il salario cinese, diciamo 70 euro mensili. Il calcolo delle multinazionali fautrici della globalizzazione era questo: produciamo i beni in Cina, dove la manodopera costa 70 euro, e li vendiamo in Europa e in USA, i Paesi ad alto potere d’acquisto.

Il guaio è che l’alto potere d’acquisto tende a sparire da Europa ed USA, perché i posti di lavoro per gli operai a 1.200 euro sono emigrati in Cina. Infatti, da noi, i salari stagnano o calano, e i lavori diventano sempre più precari, e la disoccupazione giovanile aumenta.

Come vendere le merci prodotto a buon prezzo in Asia?

Ecco la «soluzione» trovata dai globalizzatori: l’espansione del credito al consumo. Tu, lavoratore occidentale, con la tua paga non puoi permetterti il televisore Sony, il telefonino Nokia, l’auto coreana? Noi, banche, ti facciamo credito. Quel che il salario ti nega in potere d’acquisto stagnante o calante, le banche ti offrono facendoti prestiti facili. Ciò che perdi in busta paga, ti viene compensato dal credito. Su cui s’intende pagherai gli interessi.

Il trucco è stato applicato col massimo rigore teorico in USA e in Gran Bretagna, che non a caso sono i Paesi del massimo indebitamento privato. Il rischio che americani ed inglesi consumatori alla fine non riuscissero a pagare i ratei del mutuo o della carta di credito perché sovra-indebitati su salari calanti, non preoccupava le banche, perché avevano trovato un altro trucco: la cartolarizzazione, la securitisation. Le banche hanno trasformato i debiti dei consumatori in «titoli ad interesse», e li hanno rifilati a risparmiatori e fondi, che cercano appunto titoli che rendano interessi. Insomma, le banche si sono liberate dal rischio del prestare, e l’hanno passato ad altri.

Da qui la crisi dei mutui subprime. Una ragazza-madre negra, cameriera in un bar, 800 dollari al mese di reddito, viene attratta a contrarre un mutuo per una casa da 400 mila dollari. Ovviamente, la ragazza-madre finisce per non poter pagare, e tutto va a pallino. Lo stesso con le auto: in USA, i concessionari offrivano non solo la copertura al credito al 100%, ma persino 3 mila dollari in contanti a chi comprava l’auto nuova: torme di clandestini messicani si sono precipitati, non foss’altro per quei 3 mila dollari in contanti mai visti. Ovviamente, poi, non pagavano.

Che importa? Il loro debito era già in mano di decine di ignari «investitori», che volevano titoli per lucrare interessi.

Così l’insolvenza delle ragazze-madri e dei messicani clandestini, o la prodigalità dei detentori di cinque o dieci carte di credito, ha determinato il crollo dei mercati finanziari, dei titoli ad alto e sicuro rendimento.

Da dove trae, caro amico, l’idea che la crisi economica «è stata causata da una serie di interferenze politiche nel mercato dei mutui americani, ed alcune altre concause nella regolamentazione dei mercati finanziari»?

Queste sono giustificazioni alla Giavazzi, che accusa «lo Stato» e le supposte interferenze politiche per assolvere i «mercati» finanziari. Lei legge troppo i libri di Giavazzi. La vera causa, la causa di fondo della grande crisi in corso, è la perdita del potere d’acquisto dei consumatori-lavoratori occidentali, causata a sua volta dalla concorrenza asiatica sui salari, e «compensata» con l’espansione inverosimile, e irresponsabile, del credito facile.

Un insieme di trucchi che non era sostenibile. E la cui insostenibilità era perfettamente prevedibile a menti intellettualmente oneste come Allais.

Oggi viviamo la distruzione di intere economie reali avanzate che finisce per nuocere alle banche stesse. Oggi, per esempio, in Italia, i giovani entrano tardissimo nel mondo del lavoro o non ci entrano mai (perché i lavori sono emigrati in Asia), e restano precari a vita: e a dei precari permanenti le banche non possono accendere mutui, nè fare prestiti al consumo. Del resto, anche la richiesta di credito si è ridotta al lumicino, nella grande depressione in corso.

Allais propone zone di libero commercio solo tra Paesi a tenore di vita comparabile, come sarebbe l’Europa occidentale. Lei obietta: «Mi pare che questa soluzione non convenga a nessuno. Non conviene certo ai Paesi in via di sviluppo, chiamiamoli ‘Cina’. Questi Paesi hanno ottenuto enormi progressi nel tenore di vita dei loro abitanti esattamente perché sono in grado di produrre merci di qualità comparabile a prezzi più bassi. Non conviene neppure ai Paesi sviluppati, chiamiamoli ‘USA’, o Francia, per Allais, o anche Italia, per noi. Il computer su cui io e lei scriviamo, per esempio, ci sarebbe costato molte volte di più».

Ancora una volta, lei fa il ventriloquo di Giavazzi. E’ il robot Giavazzi che, di fronte ai disoccupati nazionali, che hanno perso i posti di lavoro andati in Cina e in Romania, replica: «Ma i cinesi, i romeni  stanno meglio». E chi se ne frega dei cinesi, se qui i nostri figli non trovano lavori qualificati. L’economia politica non è la stessa cosa che l’economia aziendale. Le aziende possono «esternalizzare» i costi, licenziare i lavoratori poco produttivi o in sovrappiù. Uno Stato non può esternalizzare i suoi lavoratori, i suoi vecchi, i suoi disoccupati, i suoi bambini in età pre-lavorativa: sono «costi» che deve continuare ad accollarsi.

Lei si rallegra: «Il computer su cui scriviamo, senza la globalizzazione, ci sarebbe costato molto di più». Anche i telefonini, se è per questo. Magari non tanto di più, visto che avevamo industrie di questo settore, devastate dalla competizione asiatica. Mettiamo il 10% in più. Un telefonino da 100 euro, Made in Europe, 110 euro. Ma per risparmiare 10 euro su un telefonino, abbiamo sacrificato generazioni di giovani ingegneri che non trovano lavoro qualificato per il quale hanno studiato. Per risparmi sui consumi elettronici, abbiamo  ceduto competenze umane e professionali, necessarie ad una nazione e all’Europa, e che sarà molto difficile ricostruire, e forse non ricostruiremo mai più. Perché oggi solo i taiwanesi e i cinesi o gli indiani sanno ancora fabbricare computers, TV hd a cristalli liquidi, software e microchip, mentre noi non li sappiamo più fare. Ma li sapevamo fare, anzi in gran parte erano invenzioni europee o americane.

Questo è il «costo» che i Giavazzi non calcolano mai, caro lettore: l’impoverimento delle risorse umane, delle intelligenze e delle competenze professionali, tecniche e scientifiche, che l’Europa (e l’America) hanno perso cedendo le produzioni industriali ai Paesi a basso salario. Una perdita irreversibile dopo due o tre generazioni che si abituano ad non aspettarsi nessun altro lavoro se non i call center o le veline in discoteca.

In Italia, l’ignoranza dei giovani diventa ogni giorno più abissale – lo constato dalla lettere che ricevo – ma il motivo di fondo è sempre  quello: la globalizzazione. Perché dovrebbero studiare ingegneria elettronica, faticare a imparare la chimica fine, l’ingegneria nucleare o la matematica avanzata, o anche il latino e il greco antico, se poi i posti di lavoro per queste competenze rare non si trovano più? Se gli sbocchi sono solo lavori precari nel «terziario»?

Questa perdita è immensa, perchè porta gli europei a ridursi al livello degli indios peruviani, a vivere di stracci e di pannocchie, da residuati di una civiltà migliore e superata.

Se l’Europa avesse messo i dazi sui televisori hd, sui telefonini e i laptop, caro amico, per un po’ li avremmo pagati di più, ma avremmo sviluppato e lasciato crescere le nostre industrie in questo settore. Avremmo impiegato competenze e professionalità e creatività; e col tempo, anche i nostri computer sarebbero diventati competitivi. E avremmo dato dignità e fiducia in sè a generazioni che oggi si sentono prive di futuro, senza scopi nella vita, e invecchiano da bamboccioni senza spina dorsale e senza carattere: perché è il lavoro che dà dignità e carattere, è la coscienza del senso della propria fatica che fa maturare e diventare adulti.

I Giavazzi non tengono conto di questi costi – i costi della distruzione delle speranze e prospettive di intere generazioni – perché non sono monetizzabili, e non vengono quotati in Borsa. Ma sono proprio i valori non quotati quelli più inestimabili.

E’ per questo che non sono d’accordo quando mi dice che «l’economia è specialistica» e «ha fatto grandi progressi» da quando Allais ha preso il Nobel. Negli ultimi decenni, gli «economisti» che hanno preso i Nobel erano tutti matematici, specialisti in sistemi per vincere in Borsa, praticamente di sistemi per vincere nel gioco d’azzardo; privi dell’esperienza umana, umanistica, che richiede l’economia politica, l’economia a cui deve guardare lo Stato, inteso come il garante nei secoli di una comunità. A questi Nobel non importava nulla se l’America e l’Europa si impoverivano di competenze e di dignità e di intelligenze. Inoltre, per loro, il «rischio» di credito era solo un parametro, utile a chiedere maggior interessi: tutta una «scienza» economica, dei derivati e dei CDS (Credi Default Swaps), è nata per valutare questo «rischio» inteso come occasione di maggiori interessi.

Piccolo particolare: questi genii ignoravano che nell’economia reale, un «rischio di credito» che si avvera significa la chiusura di aziende per fallimento, il licenziamento di lavoratori, il collasso del potere d’acquisto e alla fine, anche la bancarotta degli «operatori finanziari» che avevano assicurato il «rischio».

Ed oggi, a che si riduce tutta la scienza di questi genii dei mercati?

In USA, si riduce a prendere a prestito dalla Federal Reserve denaro a tassi dello 0,5%, e a investire questo denaro in Buoni del Tesoro americani al 3,75%. Capirai. Ovviamente, questa operazione non porta alcun valore aggiunto all’economia, anzi avviene a spese dei contribuenti. E’ un comportamento criminale, ancorché «scientifico».

Studi anche un po’ di economia politica, caro giovane lettore Ferdinando. Studi i testi di Friedrich List, il grande avversario di Adam Smith, che insegnò a tutti gli Stati europei a creare ricchezza, modulando i dazi.

Lo dico a lei: perchè temo molto che le «competenze» che lei sta acquistando con lo studio quotidiano dell’economia liberista «scientifica», presto non varranno più molto sui «mercati».

Maurizio Blondet

mercoledì 3 marzo 2010

Il braccio violento della psichiatria


da il Manifesto

In una stanza al primo piano della clinica universitaria di Roma, l'11 aprile del 1938, un uomo sulla quarantina canta a squarciagola e urla che lo stanno uccidendo. L'uomo è stato fermato qualche giorno prima alla stazione ferroviaria da un paio di agenti, che lo hanno trovato abbastanza stravagante da sottoporlo all'esame dei medici. I medici, a loro volta, gli hanno diagnosticato una schizofrenia. La stanza in cui ora è disteso sul lettino viene sorvegliata dagli infermieri, mentre all'interno il dottor Ugo Cerletti gli strofina le tempie con un tampone e gli dice di stare tranquillo. Sono le undici e un quarto del mattino. Dopo tre scosse di corrente alternata l'uomo non muore, in effetti, ma non manifesta neppure le convulsioni epilettiche che Cerletti confidava di procurargli. A farsi venire in mente di curare la schizofrenia con quelle convulsioni era stato, solo due anni prima, l'ungherese Ladislas von Meduna, ma sembra che sia l'intero decennio a credere nella possibilità di sconfiggere le patologie nervose con la somministrazione di una dose scientifica e sperimentale di distruzione. Se le terapie di shock erano già inscritte nel corredo cromosomico della scienza psichiatrica e nel passaggio, operato da Esquirol, dal trattamento morale di Pinel al metodo della perturbazione, sono proprio gli anni '30 del '900 a decretarne il successo. Ci ha già provato con l'insulina il viennese Manfred Joshua Sakel, nel 1933, opponendo alla schizofrenia l'induzione di un ciclo di novanta stati di coma ipoglicemico. Poi è stata la volta di Meduna, con l'iniezione per via endovenosa di un succedaneo della canfora, il cardiazol, che un momento prima di scatenare la crisi epilettica procurava all'alienato una vera e propria esperienza del trapasso.

Mario Fiamberti, nel 1937, riformava il recentissimo sistema di trapanazioni e lobotomie messo a punto dalla psicochirurgia portoghese per praticare una iniezione di alcol direttamente nel lobo prefrontale, al quale accedeva perforando le orbite dei pazienti con ago e martello. Dunque, quando l'uomo sorpreso in sintomatologia di reato alla stazione di Roma si distende sul lettino, il dottor Cerletti sta semplicemente sperimentando un trattamento più umano di quanto non lo siano quelli predisposti dal paradigma terapeutico dell'epoca, connaturato - si direbbe - al valore della guerra come unica igiene del mondo. Se l'ipotesi di mobilitare l'epilessia contro l'insensatezza gliel'ha suggerita Meduna, in una genealogia della cura quantomeno equivoca ma confortata dal precedente dei malati di paralisi progressiva guariti in seguito all'inoculazione della malaria (un precedente che nel 1927 è valso il Premio Nobel al neurologo austriaco Julius Wagner von Jauregg), ora un'idea assolutamente originale lo coglie nel corso di una visita al mattatoio di Roma. Nei maiali elettrizzati prima di venire uccisi, infatti, Cerletti riconosce le stesse convulsioni che da tempo andava cercando nei suoi esperimenti sui cani ed è solo così, grazie ai maiali, come lui stesso preciserà dieci anni dopo, che nell'autunno del 1938 la ditta Arcioni di Milano può mettere in commercio una valigetta che contiene il contributo dell'Italia fascista allo sviluppo della psichiatria mondiale: l'elettroshock.
Ma il 1938 è soprattutto l'anno delle leggi razziali, che si abbattono come una mannaia sui maggiori centri di diffusione della psicoanalisi, la più avanzata e combattiva tra le possibilità di interferenza al programma di assoggettamento della malattia mentale al controllo tanto assoluto quanto ingiustificato della medicina. Un programma, questo, che molti anni prima di trovare nell'elettroshock lo strumento più adatto a rimuovere qualsiasi implicazione soggettiva dal rapporto tra medico e paziente, si era già imposto nella storia della scienza unitaria al momento della costituzione della Società italiana di freniatria, nel 1873. Freniatria, appunto, che della psichiatria cambiava solo il nome per rimarcare il proprio distacco da una radice etimologica che si era coniugata nella tradizione dei poeti, dei santi e dei filosofi. Perché adesso l'origine di tutto ciò che si manifestava alla superficie dei comportamenti e delle curvature esistenziali andava scovata «nella trama intima dei tessuti», vincolando la ricerca all'ambito delle localizzazioni e delle lesioni della corteccia cerebrale. Con l'affermazione dell'organicismo, però, mentre i compiti che si era assunto in sede congressuale si trasferivano progressivamente nel campo d'azione della neurologia, allo psichiatra non rimaneva molto altro da fare che governare la vita dei manicomi. Un governo nobilitato dalle aperture esclusivamente teoriche ai modelli dell'open-door e del no-restraint, ma che di fatto si riduceva all'impiego di un armamentario ottocentesco che anche i giornali, all'inizio del '900, cominciano a denunciare.
Da qui, dalla paradossale contemporaneità di una impostazione teorica integralmente organicista e di una legge che nel 1904 riconosce alla psichiatria un potere assoluto nella somministrazione di sbarre, catene, «camiciole», bagni terapeutici e punizioni corporali, parte la storia che Valeria Babini ha ricostruito in Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento. Una contemporaneità, questa, che rimarrà inalterata fino al 10 maggio del 1978, quando la Commissione igiene e sanità del Senato presieduta da Adriano Ossicini approverà la legge n. 180 in materia di trattamenti sanitari obbligatori. Così, il lavoro di Babini si può leggere anche come una rassegna di appuntamenti mancati e di ritardi endemici, legittimati ogni volta dalla riaffermazione di una fede nel modello anatomo-patologico che proprio in mancanza di una applicazione diretta sulla cura degli internati ne perpetua l'esclusione. Anche quando i due conflitti mondiali e l'emergenza delle «nevrosi di guerra» non lasciano più dubbi sul fatto che le emozioni possano essere altrettanto devastanti delle alterazioni morfologiche, la psichiatria italiana resta indifferente al vento di riforme che pure attraversa il Portogallo, l'Inghilterra, la Norvegia, la Svezia, gli Stati Uniti, la Francia e la Germania. Per modificarne gli assetti, allora, bisognerà attendere che il manicomio finisca nelle mani di uno psichiatra detto «il filosofo» e estraneo alla vita accademica, a ulteriore conferma di una verità che - anche in questi giorni di celebrazioni - rischia di non risultare abbastanza clamorosa. Perché uno dei meriti principali della ricerca di Valeria Babini consiste proprio nell'aver documentato come le condizioni disumane in cui sono stati tenuti i pazzi, prima di Franco Basaglia, non abbiano solo a che fare con un generico meccanismo di controllo sociale, ma chiamino direttamente in causa le responsabilità, la legge e i criteri di promozione del luogo in cui venivano mistificate: l'università italiana.

La violenza della malattia

hand on fire
Tempo fa ho visto un episodio del Dr House, che in preda ad allucinazioni visive terrificanti (vedeva la ragazza morta del suo migliore amico), credendo di essere diventato schizofrenico, malgrado la consapevolezza di malattia non si associ alla schizofrenia, si provoca un coma insulinico per scacciare il fantasma che lo perseguita e guarire così dai sintomi di quella malattia così come si guarisce da una polmonite.
House è l’esempio perfetto del pragmatismo che utilizza tutti i mezzi a disposizione per risolvere un problema nella maniera più efficace senza troppe complicazioni di tipo ideologico o deontologico.
Il gesto di House, aldilà dell’aspetto fantasioso e troppo rigidamente consequenziale delle sue deduzioni, da l’idea di come sia impossibile considerare determinati fenomeni in campo medico, al di fuori di un contesto sociale e culturale che ne definiscono non tanto l’attendibilità in termini scientifici, quanto l’alone emotivo e i contenuti di potere che essi esprimono.
Il ruolo dei medici e degli psichiatri dei primi del novecento riflette un’asimmetria all’interno del corpo sociale, dove il “tecnico” deputato alla cura, nella fattispecie il medico alienista, era anche depositario di un potere assoluto sui malati delle classi inferiori. Un potere che si esercitava col diritto di abusare del malato e sperimentare su di lui qualsiasi cura. Il primato della medicina era anche il predominio sulle vite dei matti appartenenti ai ceti bassi, che rivestivano il ruolo ambivalente di malati e perturbatori sociali al tempo stesso. Elementi infetti da tenere isolati dal resto della società.
L’errore più grande è quello di associare le pratiche che i medici usavano ai ruoli e alle finalità di una società classista e razzista ed anche a un milieu intriso di terrore e di intimidazioni. Presi di per sé le terapie somatiche quando non sono eccessivamente brutali rivestono un ruolo neutrale. Certo il coma insulinico è brutale, ma anche gli interventi chirurgici o la chemioterapia lo sono, eppure nessuno si sognerebbe di proibire né gli uni né l’altra.
Intendiamoci non voglio affermare l’idea che bisognerebbe rivalutare il coma insulinico o l’ETC, voglio solo affermare che la violenza della psichiatria è stata e continua ancora oggi a essere principalmente una violenza istituzionale e sociale, che deve essere disgiunta dalle pratiche da essa adottate, almeno da quelle che non hanno un valore punitivo ma esclusivamente terapeutico. Per queste ultime vale il principio dell’efficacia provata con i criteri della scienza e non quello della ripulsa scatenata dalle immagini cruente che essi evocano. Il loro contenuto di violenza e di abuso è commisurato unicamente alla loro inutilità e all’arbitrarietà con cui vengono usate.
Purtroppo quando si parla di psichiatria si finisce per considerare un solo aspetto di questa, ed è quello riguardante la seconda parte della biografia di chi è affetto da malattie mentali, quello cioè inerente alla stratificazione della malattia e alle modificazioni irreversibili che essa provoca nella personalità dell’individuo.
Basaglia si è occupato di questo secondo tempo, ed ha ritenuto giustamente che nella fase di cronicità della malattia mentale, l’aspetto preponderante è il recupero della libertà e della dignità dell’individuo, poiché il problema a quel punto è unicamente quello di fare in modo che il malato e la società in cui egli è cresciuto, riescano a convivere nella maniera migliore possibile con ciò che l’individuo stesso è diventato. Lo stigma sociale e l’istituzionalizzazione inoltre, erano considerati essi stessi fattori favorenti l’instaurarsi di processi di cronicizzazione della malattia, da qui l'abolizione dei manicomi.
Si dirà che ciò che uno diventa è anche il frutto del contesto sociale in cui vive, e quindi diventa prioritario cambiare alla radice quello stesso contesto, ma tutto ciò è riduttivo e ci riporta alle sciagurate tesi della malattia mentale come prodotto della divisione in classi della società. L’atteggiamento della società nei confronti della malattia mentale e l'ordinamento sociale su cui essa si regge, condizionano il destino delle persone in maniera decisiva, ma raramente  sono causa diretta di malattia.
I basagliani odierni sono in larga parte ignari dei progressi della ricerca in campo medico-scientifico e sono tremendamente sospettosi verso qualsiasi fenomeno o atteggiamento in odore di organicismo. Se consideriamo la psichiatria come in ogni altra branca medica, non possiamo non tener conto che esiste una fase acuta della malattia e una fase cronica. L’aspetto terziario della malattia coinvolge processi di natura sociale e politica, e qui occorre certamente intervenire, ma l’aspetto primario richiama principalmente l’essenza biologica dell’umano, un’essenza che contiene in fieri la possibilità di ammalarsi a prescindere dalle appartenenze di classe e dal contesto sociale in cui vivi. Non possiamo ignorare quest’aspetto a meno di non voler considerare la cura del malato psichiatrico una ritualità che potrà essere addolcita dall’umanità di psichiatri democratici, ma non porterà mai a nessun reale progresso.
La violenza della malattia non è inferiore alla violenza delle istituzioni, anche se è una violenza neutrale.

lunedì 1 marzo 2010

Renata Polverini: "la pupa dei gangster 2".

Renata Polverini mostra ogni giorno di più il suo volto mendace e la sua credibilità costruita a tavolino. Ieri ha sostenuto che coloro che dovevano presentare la lista provinciale di Roma del Pdl, negli uffici dell’apposita commissione elettorale, sono stati “fisicamente impediti di consegnare la lista”. Le fanno scudo le numerose dichiarazioni dello stesso tenore di esponenti del Pdl come l’ex radicale Peppino Calderisi, che parlano apertamente di golpe. Ancora più pateticamente la “pupa dei gangster” si è appellata a Napolitano perché impedisca che la competizione sia falsata da un banale disguido dovuto a quello che Capezzone ha definito “formalismo giuridico”. Mi ricorderò di tutte queste sagaci argomentazioni quando un vigile mi farà la multa perché la mia macchina sostava un minuto in più dell’orario segnato dal parcometro, o quando l’INPS mi chiederà la mora per ritardi dei pagamenti di contributi e quant’altro. Chissà se Napolitano mi ascolterà o se il vigile urbano sarà un aderente al movimento del formalismo giuridico, una corrente che si oppone al dadaismo legislativo berlusconiano.
Battute a parte la candidata presidente sa ben che non si è trattato né di sequestri di persone, né di violenze fisiche e nemmeno da quanto maligni ben informati affermano, di una crisi da astinenza da panino alla porchetta, bensì del tentativo all’ultimo momento da parte del Milioni (quello che doveva materialmente consegnare la lista) di depennare due indesiderati dalla lista dei candidati. Uno di questi sarebbe Simone Piccolo, il consigliere più votato al comune di Roma (12 mila preferenze), in quota Opus Dei, sgradito sia al Pdl che a Milioni. Possono essere degli incapaci, ma pare davvero strano che uno si perda un appuntamento così importante a causa di un panino.
Renata Polverini è il bastione che vaticano e camorra uniti nella lotta hanno eretto per fermare l’avanzata delle armate di miscredenti che vorrebbero la fine del malaffare, e magari qualche diritto in più per chi non crede che le tonache abbiano la patente dell’infallibilità sui temi etici.
Spero che quanti a sinistra hanno preso l’abbaglio di considerare la Polverini una persona affidabile solo perché si comporta bene a Ballarò ci ripensino, magari aiutati dal video in circolazione in questi giorni che mostra lo scempio della sanità dei suoi amici. Eppure basterebbe solo il fatto che è appoggiata dal Pdl, cioè da Berlusconi, a dissuadere chiunque abbia un minimo di buon senso,  poco importa che sia amica di Fini. Ammettiamo pure, volendo adottare una visione iperrealista, che favorire la Polverini risponda a una strategia astuta, poiché il suo successo garantirebbe il successo di Fini e quindi finalmente la caduta del caudillo di Arcore. Se anche ciò fosse vero,  al massimo avremo come già detto una grosse koalition con l’UDC di Cuffaro e magari il PD o parti di esso. Ci conviene? Dico a noi gente di sinistra o semplicemente di retti principi?
Fantasie a parte, crediamo davvero che Fazzone, il Ras di Fondi, comune che avrebbe dovuto essere sciolto per camorra, oppure Marco Verzaschi, altro collettore di voti della Renata, ex Forza Italia e ora in quota Udeur di Mastella, condannato per aver ottenuto dall’imprenditore Renato Mongillo una mazzetta di 200 mila euro, stiano lì per giocare a risiko con Fini e la Polverini? A loro interessa solo continuare a sguazzare nella melma.
Lo ammetto gli spin doctors dell’ex sindacalista dell’Ugl stanno facendo un gran lavoro d’immagine. Hanno costruito un’icona attraente e dal fascino ambiguo, sovrapponendo al timbro ruvido e quasi maschile della sua voce, una grazia muliebre che evoca il ritratto perfetto della fecondità, esaltata da camicette e vestiti aderenti che ben evidenziano le sue forme prosperose.
Che questo sia il riflesso di una sua ambivalenza politica? In fondo l’ambiguità fa guadagnare voti sia a destra che a sinistra. Guardiamo ad esempio il parere della nostra sulle coppie di fatto. Lei dice: “beh in fondo sono d’accordo sui Dico!”. “Eh No!” Ribattono gli alleati codini attaccati alle tonache dei porporati, “ questo non va bene, ritratti!”. “Non è argomento in discussione”, chiosa un altro dei compari che ha un passato da socialista. In questo modo contenti tutti, destra, sinistra e centro.
A me Emma non è particolarmente simpatica, e certamente come donna ha un fascino meno coinvolgente della sua avversaria, ma l’elezione a Presidente di una giunta regionale non è la nomination del “Grande Fratello” o l’esibizione di “Ballando sotto le stelle”. 
Intellettuali, attori ed anche persone comuni ci pensino bene: malgrado le sue contraddizioni Emma può scalfire il muro di gomma, la Polverini non può far altro che prendere ordini da chi l’ha presa per la giacchetta e l’ha buttata nella melma.