venerdì 26 febbraio 2010

Capo corrotto, nazione infetta


di Alberto Asor Rosa da  
Il Manifesto via Giornalismo Partecipativo

Sottoscrivo appieno

Un fiume di fango corre per l’Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli….). Altro che Tangentopoli! Quello era – o sembrava – un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.
La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d’essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall’arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e incostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant’è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d’un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d’Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s’appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori… Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l’altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d’impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l’incontenibile soppurazione, l’infezione lenta e inesorabile riprende.
Perché Lui è popolare
Di nuovo oggi c’è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l’etica del potere e le forme, lo spirito e l’etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com’è possibile che quest’Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. Quest’Uomo è così popolare non nonostante le sue colpe ma in virtù di quelle. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l’esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia coram populo e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un’inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l’Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, ‘ndrangheta, mafia) – le quali a loro volta, com’è ovvio, traggono alimento anch’esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante – piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l’impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d’imitare.
Il ceto politico corrotto
E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s’allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l’esempio e l’insegnamento dell’Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d’interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l’autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell’astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell’onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s’adatta o collude.
Ma c’è chi resiste
E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato – e ingiusto – non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l’una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d’interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall’esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall’esterno, anche se era un esterno che veniva dall’interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall’alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all’evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d’un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l’ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d’accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano.

venerdì 19 febbraio 2010

Cinema USA. District 9: i disastri della privatizzazione delle emergenze

district 9
Ma quale Avatar! Guardatevi District 9!”
Almeno, questa era la riflessione di un frequentatore dell'IMDb... E non aveva tutti i torti. Vediamo, il terreno comune c'è: terrestri militaristi e avidi contro extraterrestri che “non hanno un concetto preciso della proprietà privata”; un protagonista che ha tutte le intenzioni di approfittare dell'occasione lavorativa (che consiste nel fregare gli alieni, nel caso di District 9 con una specie di requerimiento); ma che poi viene contaminato dalla cultura aliena, combatte contro gli avidi umani e infine diventa un membro della specie extraterrestre. Tuttavia occorre notare che in Avatar l'umano viene semplicemente “trasferito” nella sua controparte bluastra [1], mentre in District 9 il protagonista, Wikus, si trasforma letteralmente in un alieno, a causa di una contaminazione che non ha nulla di culturale, ma è biologica, carnale al 100%.
Del resto gli alieni, i “gamberoni” (prawns) che arrivano in massa a Johannesburg, non sono nemmeno lontanamente definibili “nobili selvaggi” come i Na'vi di Avatar. Non sono alti, belli, cacciatori-raccoglitori: frugano nelle discariche, vanno matti per il cibo per gatti, compiono atti di violenza insensata, il loro linguaggio non è melodioso come un dialetto hopi, e non offre nemmeno perle di spiritualità semiotica tipo “io ti vedo”, al contrario, è sgradevole come il tramestio di uno scarafaggio in una lattina arrugginita; tra l'insetto e l'artropode, fanno decisamente schifo, hanno un colorito grigiastro marezzato di iridescenze plumbee, tentacoli vibranti sulla bocca, insomma sono la rappresentazione fisica dello slum in cui vivono (il Distretto 9 del titolo), sono proprio lo Straniero ingombrante, repellente, violento, cospiratore, trafficante e infido che infesta gli incubi bagnati dei nazi-leghisti.
Sarà anche per questo che la “conversione” di Wikus (che combatterà fino allo stremo per permettere agli alieni di avere una possibilità di tornare a casa e di sottrarsi alle mire malvagie dei capitalisti di turno) avviene suo malgrado, e non senza picchi di viltà e piccineria.
Naturalmente, nemmeno qui si brilla per originalità (il pensiero, naturalmente, va ad Alien Nation), ma è interessante che i cattivi non siano l'esercito, o una compagnia mineraria, ma una colossale corporation che opera nel campo del peace-keeping (oltre che nel settore delle armi: sono quelle aliene a farli salivare). Insomma, le Nazioni Unite che danno ai privati l'appalto per occuparsi delle “emergenze umanitarie”: vi ricorda qualcosa?
E infine no, non ha senso fare una graduatoria tra District 9 e Avatar, per quanto, personalmente, provi un po' di simpatia in più per Wikus, un “uomo del sottosuolo”, il cui traguardo non è impalmare la bellissima figlia del Capo, ma sopravvivere in pace per qualche anno, frugando nella monnezza.
Cat food, yum!

Domenico D'Amico

mercoledì 17 febbraio 2010

Acqua pubblica: verso il referendum. Zanotelli: Mobilitarsi per abrogare la legge Ronchi

Appello di padre Alex Zanotelli: «Questi anni di impegno e di sensibilizzazione sull’acqua, mi inducono ad affermare che abbiamo ottenuto in Italia una vittoria culturale, che ora deve diventare politica».

di Alex Zanotelli, da Nigrizia.it via Micromega


"Questo è l'anno dell'acqua, l'anno in cui noi italiani dobbiamo decidere se l'acqua sarà merce o diritto fondamentale umano.

Il 19 novembre 2009, il governo Berlusconi ha votato la legge Ronchi, che privatizza i rubinetti d'Italia. È la sconfitta della politica, è la vittoria dei potentati economico-finanziari. È la vittoria del mercato, la mercificazione della ‘creatura' più sacra che abbiamo:'sorella acqua'. Questo decreto sarà pagato a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, che, per l'aumento delle tariffe, troveranno sempre più difficile pagare le bollette dell'acqua (avremo così cittadini di serie A e di serie B!). Ma soprattutto, la privatizzazione dell'acqua, sarà pagata dai poveri del Sud del mondo con milioni di morti di sete.

Per me è criminale affidare alle multinazionali il bene più prezioso dell'umanità (l'"oro blu"), bene che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici (scioglimento dei ghiacciai e dei nevai) sia per l'incremento demografico. L'acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestito dai Comuni a totale capitale pubblico, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.

Purtroppo, il nostro governo, con la legge Ronchi, ha scelto un'altra strada, quella della mercificazione dell'acqua. Ma sono convinto che la vittoria dei potentati economico-finanziari si trasformerà in un boomerang.

È già oggi notevole la reazione popolare contro questa decisione immorale. Questi anni di impegno e di sensibilizzazione sull'acqua, mi inducono ad affermare che abbiamo ottenuto in Italia una vittoria culturale, che ora deve diventare politica.

Ecco perché il Forum italiano dei Movimenti per l'acqua pubblica, lancia ora il Referendum abrogativo della Legge Ronchi, che dovrà raccogliere, fra aprile e luglio 2010, circa seicentomila firme. Non sarà un referendum solo abrogativo, ma una vera e propria consultazione popolare su un tema molto chiaro: o la privatizzazione dell'acqua o il suo affidamento ad un soggetto di diritto pubblico.

Le date del referendum verranno annunciate in una grande manifestazione nazionale a Roma il 20 marzo, alla vigilia della Giornata Mondiale dell'acqua (22marzo). Nel frattempo chiediamo a tutti di costituirsi in gruppi e comitati in difesa dell'acqua, che siano poi capaci di coordinarsi a livello provinciale e regionale.

È la difesa del bene più prezioso che abbiamo (aria e acqua sono i due elementi essenziali per la vita!). Chiediamo a tutti i gruppi e comitati di fare pressione prima di tutto sui propri Comuni affinché convochino consigli monotematici per dichiarare che l'acqua è un bene di non rilevanza economica. Questo apre la possibilità di affidare la gestione dell'acqua ad un soggetto di diritto pubblico. Abbiamo bisogno che migliaia di Comuni si esprimano. Potrebbe essere questo un altr referendum popolare propositivo.

Solo un grande movimento popolare trasversale potrà regalarci una grande vittoria per il bene comune. Sull'acqua ci giochiamo tutto, anche la nostra democrazia. Dobbiamo e possiamo vincere. Ce l'ha fatta Parigi (la patria delle grandi multinazionali dell'acqua,Veolia, Ondeo, Saur, che stanno mettendo le mani sull'acqua italiana) a ritornare alla gestione pubblica. Ce la possiamo fare anche noi. Mobilitiamoci! È l'anno dell'acqua!"

mercoledì 10 febbraio 2010

Avatar e The Hurt Locker: Ecce Homo Yankee

Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, Kathryn Bigelow e James Cameron una volta erano marito e moglie (dal 1989 al 1991, ma a giudicare da The Abyss, che è dell'89, Cameron il divorzio se lo aspettava sin dall'inizio), e quest'anno si contenderanno l'Oscar con le loro ultime creazioni, The Hurt Locker e Avatar.
L'accostamento tra questi due film non è dovuto solo alle circostanze, ma a qualcosa di più essenziale.
Bigelow ci descrive ormai da decenni una figura piuttosto sofisticata di “vero uomo”. Tipi che possono buttarsi da un aereo senza paracadute, fare spallucce davanti alla morte, ma anche manifestare lacrime di fragilità. Cameron non è da meno (anche se può capitare che il “vero uomo” in questione sia Sigourney Weaver): addirittura, in personaggi come John Connor, il dubbio e la fragilità interiori assumono un tono da Getsemani.
E sono due veri, anzi verissimi uomini anche i protagonisti di Avatar e The Hurt Locker. Eppure non si direbbero, come dire, molto produttivi.
In Avatar, Sully in effetti è quello che organizza e scatena l'attacco dei nativi contro gli sfruttatori terrestri, ma tutte le sue azioni si rivelerebbero vane, se non fosse per l'intervento diretto della Gaia locale. È questo che distingue Avatar dagli altri film di indiani, vietcong e soldati blu vari. L'unione tra i nativi e la terra non è una concezione religiosa, o culturale, è un dato di fatto. Cameron non da' molto peso a questa differenza esiziale, che porta a far sembrare i nativi di Avatar particolarmente stupidi. A Sully basta manipolare i punti deboli delle loro credenze per riconquistarne la fiducia (se non l'obbedienza). I Na'vi sono talmente integrati nell'ecosistema da essere totalmente incapaci di fronte all'imprevisto, solo l'intervento di un terrestre li può salvare, o almeno metterli nelle condizioni di essere salvati dalla loro Gaia, perché a lasciarli fare...
Il protagonista di The Hurt Locker, dal nome evocativo di William James, disinnesca IED e autobombe in Iraq: palle d'acciaio, sbruffone, temerario fino all'incoscienza eccetera eccetera. Quello che fa lo fa per il gusto di farlo, niente di più. Certo, per lui il cameratismo conta, ma in secondo piano. James, in effetti, non percepisce la guerra, e sembra non dare nemmeno gran peso agli iracheni. Il termine sprezzante hadji viene usato sì, ma in modo spassionato. L'unico momento in cui James sembra avere un interesse al di fuori delle bombe è quando crede che il bambino iracheno che gli vendeva i dvd taroccati sia morto. Ma la sua azione risulta priva di risultati, e alla fine anche di senso (il bambino non è morto).
Sully e James, quindi, risultano protagonisti di un'azione che li vede fondamentalmente fallire, ed entrambi, posti di fronte all'alternativa tra due mondi, tra due esistenze, scelgono di abbandonare quella “normale”, la loro vita nativa, per immergersi totalmente in quella vibratile, iperreale, tridimensionale, che può dar loro un mondo “altro” (Pandora, Iraq).
E per l'ennesima volta l'Io diviso dell'uomo occidentale proietta la sua aspirazione di purezza e di integralità sulle vittime del suo imperialismo (culturale e non). Come facciano giornalisti come quelli del Manifesto a definire The Hurt Locker un film “contro la guerra”, resta al di là della mia comprensione. Qui non abbiamo una giustificazione della guerra, come nei film razzisti alla Chuck Norris, ma a un'esaltazione della guerra quale esperienza spirituale (come avveniva anche in Terrence Malick).
Quanto ad Avatar, certo, Pandora è una vera meraviglia, e mi cascano le braccia a sentire i soliti pietosi luoghi comuni alla Roberto Faenza. Tuttavia, diamine, l'ennesimo yankee che soccorre il buon selvaggio! E dai, un ultimo sforzo, Jim!

Domenico D'Amico

Viva Basaglia, abbasso i basagliani

postato da oniat alle ore 13:04 mercoledì, 10 febbraio 2010
Non sopporto la retorica basagliana, non sopporto chi fa vilipendio della scienza contrapposta alla libertà e alla dignità, non sopporto gli operatori di strada che mancano di umiltà e credono che il fare e l’ascoltare renda la gente più libera. Non sopporto tutto questo allo stesso modo in cui non sopporto chi nega libertà e dignità ai malati di mente, i riduzionisti, che riducono solo la loro capacità di ragionare, i camici inamidati che sanno solo di medicine e di trattati e niente di quel tanto di poesia che ammorbidisce la scienza e la rende più terrena.
Più di chiunque altro non sopporto gli ipocriti, quelli che nel nome di Basaglia costruiscono le loro fortune e speculano sulla speranza dei matti che la propria mansuetudine li renda meno vulnerabili e più degni di attenzione.

Dottor Nicodemo

martedì 9 febbraio 2010

L'Europa ha bisogno di Basaglia

Alessia De Stefano da CARTA

Contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e normali, nel vecchio continente. L'Oms però guarda al «modello italiano»: perché l'unico criterio di intervento, per la legge 180, è il bisogno di cura del paziente e non la sua pericolosità sociale
Da tempo in Europa si lavora alla definizione di leggi e norme che proteggano dignità e diritti dei pazienti psichiatrici: già nel 2000, la Commissione europea sulla psichiatria ha presentato un Libro bianco che annunciava le linee guida per un nuovo strumento legale del Consiglio di Europa sul trattamento sanitario obbligatorio [tso]. Cinque anni dopo, il Rapporto della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms], in un allegato dal titolo «Salute mentale: affrontare le sfide, costruire le soluzioni», ribadiva la necessità di promuovere trattamento e accesso volontari ai servizi psichiatrici. L’Oms auspicava dunque che il consenso libero e informato costituisse la base del trattamento e della riabilitazione per la maggior parte delle persone con disturbi mentali, lasciando alle misure coercitive uno spazio limitato a circostanze molto specifiche. Sottolineava inoltre come la legge italiana cosiddetta «180» fosse un vero e proprio modello, a partire dalla rete di servizi territoriali e istituzioni sanitarie integrate, in alternativa ai vecchi istituti psichiatrici. Secondo l’Oms, questa via garantisce ai pazienti la possibilità di reintegrarsi nella società. Pochi mesi dopo, una nuova pubblicazione della Commissione europea [«Migliorare la salute mentale della popolazione. Verso una strategia sulla salute mentale per l’Unione europea»] esplicitava il proposito di lanciare un dibattito su scala continentale.
Una progressiva armonizzazione legislativa dell’Europa sulla salute mentale sembra dunque inevitabile, ma per il momento le differenze prevalgono sui tratti comuni. Ovunque, però, continua a esistere l’ospedale psichiatrico, luogo separato dove trattare un grande numero di pazienti acuti. Spesso, certo non sempre, si tratta di un ospedale psichiatrico «umanizzato» e «moderno». Ma nella civile Europa del nord, ad esempio, contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e «normali». Ovunque meno che in Italia, dove a legge 180, che il mondo ci invidia e che qualcuno vorrebbe cancellare, impone che i reparti di psichiatria [con non più di quindici letti] facciano parte dei normali ospedali.
L’evoluzione, nel corso degli ultimi quarant’anni, delle legislazioni sul trattamento sanitario obbligatorio, in Europa e negli Stati uniti, è influenzata da specificità nazionali da un lato e dalla contestazione della seconda metà degli anni Sessanta dall’altro. Si apriva allora la grande stagione della critica alle istituzioni psichiatriche, della riscoperta dell’autonomia e dei diritti del paziente. Iniziato negli Stati uniti e poi in Gran Bretagna, con la costruzione delle prime comunità di pazienti, il processo si è rapidamente – e in forme molteplici – esteso all’Europa continentale.
In Europa esiste oggi una pluralità di meccanismi legali preposti alla regolazione dei trattamenti involontari. Ciò nonostante, è possibile individuare una caratteristica fondamentale che distingue [o accomuna] i diversi sistemi adottati, nelle condizioni che devono essere soddisfatte per praticare il trattamento sanitario obbligatorio [in pratica, la somministrazione di farmaci e il ricovero coatti]. Prima del 1969 la maggior parte delle leggi consegnava infatti al medico competenze esclusive nella decisione e nell’applicazione di trattamenti obbligatori: era quello che Mariagrazia Giannichedda ha definito il «patto tra psichiatria e Stato». In quell’anno la California introdusse un nuovo criterio: la persona deve essere costretta ad assumere farmaci e al ricovero se «pericolosa per sé o per gli altri». Da allora, questo modello è stato adottato in tutti gli Usa e nella quasi totalità degli stati europei, con le rilevanti eccezioni di Italia, Spagna e Svezia.
Concepito inizialmente come garanzia, nelle sue concrete applicazioni tale criterio appare caratterizzato dalla necessità di proteggere dalle conseguenze della malattia mentale tanto i pazienti quanto [e forse soprattutto] la società. Francia, Germania [dove la sanità, anche mentale, è competenza delle singole regioni] e Olanda hanno per esempio fatto questa scelta.
È di grande importanza sottolineare le ambiguità insite nella stessa nozione di «pericolo»: Irlanda e Cipro adottano ad esempio una definizione talmente larga da accettare come condizione la possibilità che la persona manifesti comportamenti «non accettati dalla comunità».
Italia, Spagna e Svezia, si diceva, hanno scelto invece una strada completamente diversa: la sola condizione ammessa qui è il bisogno di cura del paziente. Questo determina un’azione immediata da parte di uno psichiatra o comunque di un medico, che spesso può risolvere una situazione critica senza ricorrere all’ammissione obbligatoria. Una delle principali ragioni per l’introduzione del bisogno di trattamento era, lo ricordiamo, proprio il tentativo di fondare la relazione medico-paziente sull’obbligo «morale» di curare e su un impegno politico alla protezione della salute del cittadino, in alternativa all’obbligo legale di punire l’individuo e di proteggere la società. Con il vantaggio, come in particolare in Italia, di non lasciare alcuno spazio nel processo di decisione delle misure di emergenza a figure non mediche, come per esempio magistratura e forze dell’ordine.
La legislazione di Danimarca, Finlandia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda e Portogallo ammette entrambe le possibilità ed è interessante rilevare come anche in questo caso sia il criterio del pericolo a risultare dominante.
Chi decide però il trattamento? Nella maggior parte dei casi la responsabilità della proposta di ricovero o trattamento obbligatorio è lasciata alle autorità mediche. Generalmente il medico [che può anche non essere uno psichiatra] deve esaminare il paziente e decidere se proporre o meno il ricovero coatto. Talvolta, come in Italia, sono richiesti i pareri di due medici indipendenti, quasi sempre sono necessari l’opinione o il certificato di più di un esperto.
Quasi sempre però l’ultima parola spetta a giudici, procuratori o sindaci, con l’eccezione di Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia, dove la decisione finale è presa da uno psichiatra o da un’altra figura medica del Sistema sanitario.
Occorre comunque ricordare che a regole simili possono in realtà corrispondere pratiche cliniche concrete estremamente differenti. In Olanda per esempio di norma il giudice si reca personalmente in ospedale ed esamina il paziente prima di esprimere il suo accordo o meno, in Italia il sindaco ha un ruolo per lo più formale, e la decisione è in realtà presa da uno psichiatra o da un medico del Sistema sanitario nazionale.
L’intervallo tra la proposta e l’attuazione effettiva del ricovero è generalmente breve, ma nella stessa Unione europea può arrivare persino a quindici giorni.
A variare in maniera impressionante è piuttosto la durata massima consentita per trattamenti e ricoveri obbligatori medesimi: mantenendo lo sguardo sull’Europa, si va dai sette giorni dell’Italia agli incredibili due anni del Belgio. Talvolta essa non è neppure specificata [è il caso in Danimarca, Francia, Portogallo e Spagna] e in tutti i casi il trattamento può essere prolungato e stipulato a intervalli da un giudice o da altre autorità per periodi che possono andare da sette giorni a dodici mesi.
In alcuni paesi, infine, la decisione di porre un paziente in breve detenzione per cause di emergenza è presa da autorità distinte da quelle competenti per i casi ordinari. Per esempio a Parigi [diversamente dal resto della Francia] la polizia può in piena autonomia decidere il ricovero di una persona.
Come è naturale aspettarsi, il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria e di polizia è accompagnato dalla possibilità per i pazienti di avere rappresentanti o tutori legali, ma l’efficacia di tali misure resta molto dubbia, in particolare per le fasce meno abbienti della popolazione.
Sorprendentemente [o forse niente affatto] una valutazione comparativa dell’efficacia delle differenti misure è resa estremamente difficile dalla vergognosa scarsità e eterogeneità della raccolta di dati. A tutt’oggi non esistono standard comuni di valutazione, persino numeri e durata dei trattamenti obbligatori sono avvolti nelle nebbie di ricerche sporadiche e spesso approssimative.
Le rare eccezioni, tuttavia, indicano senza dubbio una preoccupante crescita dei trattamenti obbligatori, concentrata nei paesi che accettano il criterio del pericolo. Alcuni studiosi sembrano concordi nell’individuare la causa di questo fenomeno nel costante e pervasivo allarme [minaccia terrorista, violenza ecc. ecc.] che da qualche anno agita la società occidentale, un allarme percepito con la medesima intensità tanto dagli operatori quanto dalla società nel suo complesso. Di fronte al pericolo ci si difende, una logica che un po’ ovunque in Europa ha ripreso ad alimentare la vecchia idea che la malattia mentale sia sempre qualcosa di incontrollabile e pericoloso. Il «patto tra psichiatria e Stato», insomma, non è mai stato completamente spezzato, e nubi oscure si addensano all’orizzonte. Franco Basaglia ha ancora molto da dire, in Italia ma soprattutto in Europa.

lunedì 8 febbraio 2010

Ciancimino: "Forza Italia è nata grazie alla trattativa mafia-Stato"

Finalmente il segreto di pulcinella è svelato. Quello che i cittadini accorti sapevano da tempo e i disonesti fingevano di ignorare è venuto finalmente a galla. Ma da dove poteva provenire un partito del genere se non da un sottobosco mafioso? A chi poteva dare i voti la mafia se non a Forza Italia?
Adesso ovviamente ribadiranno che lui non è il vero Ciancimino, che quello vero è suo padre, cioè quello che non parla, Vito buonanima. Diranno che vuole difendere solo il suo tesoro nascosto (il famoso tesoro di Ciancimino). Naturalmente Minzolini ci metterà la pezza, affermando che sono tutte calunnie prive di riscontri (se dirà qualcosa), un gradino al di sotto del gossip. Ci saranno i soliti  garantisti e i grilli parlanti  di turno che ci dispenseranno le loro analisi pacate, ispirate per carità solo alla ragionevolezza e non alla partigianeria, per dimostrarci che il giustizialismo se applicato ai potenti e non agli immigrati può danneggiare il dialogo fra maggioranza e opposizione e arrecare gravi danni al tessuto democratico. Già me li vedo i Panebianco e i Pierluigi Battista.
C'è da sperare che almeno se ne parli e che tale notizia non scompaia in fretta dai telegiornali.
Ovviamente Ingroia è una "toga rossa". 

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: "La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992". Un pizzino di Provenzano diretto a Dell'Utri e Berlusconi.
di Salvo Palazzolo da Repubblica

"Nel 1994, l'ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell'Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all'epoca era in carcere. Mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell'Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi".  Massimo Ciancimino torna nell'aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l'ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell'ex sindaco, ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.
"E' rimasta solo una parte di quella lettera - dice Ciancimino - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell'ambito di un'altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo".
In ciò che è rimasto nella lettera si legge: «... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive». Massimo Ciancimino spiega: "Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre. In fondo, questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l'aveva suggerito lo stesso mio padre a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti".
Insorge in aula l'avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: "Cosa c'entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso?". Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l'opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: «E' comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo», dice.
Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una «terza fase»: «A Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell'Utri», è l'accusa del figlio dell'ex sindaco.

domenica 7 febbraio 2010

Basaglia non basta


TMS
Voglio dirlo con franchezza: stimo molto Basaglia e per me è stato e continua a essere un punto di riferimento essenziale per la chiarezza del suo ragionamento e per la fattività del suo agire. Considero grande il personaggio di Basaglia perché ha saputo interpretare con incredibile senso dei tempi il periodo storico in cui è vissuto, utilizzando quella “cassetta degli attrezzi” che la tecnologia sociale e le conoscenze scientifiche del tempo gli fornivano. Ma… Non mi piace l’evocazione retorica di buoni sentimenti di stampo deamicisiano, costruita attorno alla sua figura, e la rievocazione seriale delle azioni di eroi muti e solitari contro il potere.
Trovo questa brodaglia nauseabonda, poiché serve solo a riprodurre schemi narrativi buoni a scaldare gli animi di chi ha in testa solo storie di oppressi e oppressori con l’immancabile lieto fine.
S’ignora o si finge di ignorare la complessità di un fenomeno che non può essere scorporato dai suoi aspetti biologici e psicologici e soprattutto da una seria discussione scientifica. S’ignorano altresì gli aspetti politici.
I manicomi andavano chiusi, erano un’aberrazione umana e antiscientifica come lo stesso Basaglia sosteneva, e andavano sostituiti con strutture più idonee a soddisfare i bisogni di una società aperta, attenta e ai diritti delle persone, alla loro dignità e al loro benessere. Se gli strumenti adottati per rimpiazzare i manicomi e soprattutto la cultura che li sorreggeva, si sono rivelati inadatti e insufficienti, questo non è stato dovuto alla pigrizia intellettuale o alla perseverazione nell’uso di “cassette degli attrezzi” ancora pieni della ruggine manicomiale, ma al rifiuto per anni, di considerare la psichiatria in una visione unitaria, che rispecchiasse un’organizzazione confacente alle sue diverse competenze e attitudini. Tutto ciò ha spesso determinato false dicotomie come quelle fra psichiatria biologica e sociale, come se la malattia avesse una sola dimensione.
Le malattie psichiatriche hanno peculiarità che non sono paragonabili a quelle di altre malattie, per le loro conseguenze sociali e i loro risvolti psicologici, ma vanno tuttavia considerate in ambito unitario, pena la delega al sociale e a narrative consolatorie e intimistiche, di tutto il carico di una sofferenza che non può essere affrontata con la retorica della partecipazione attiva delle comunità (sebbene indispensabile) o della dedizione di medici e operatori.
Questo discorso non vuole gli ignorare gli spetti restrittivi, coercitivi ed anche violenti della psichiatria, ma bisogna sgombrare il campo dalla retorica e dall’ideologia. La contenzione, per dirla in parole povere, il legare il paziente a letto, è una cosa obbrobriosa, ma dobbiamo ragionare anche dell’aspetto terapeutico della contenzione, altrimenti sembrerà un arbitrio senza senso e una violenza gratuita. La contenzione è considerata una misura terapeutica ed esiste una gradualità basata sulla gravità dello stato di agitazione del malato, con cui va applicata. In poche parole la contenzione non è diversa concettualmente dal fare un’iniezione in caso di agitazione (quella che una volta veniva definita "camicia chimica"), sebbene si diversifichi enormemente da questa nei suoi aspetti simbolici. Non dimentichiamoci che la legge 180 di Basaglia, poi confluita nella legge 833 conteneva un aspetto fortemente coercitivo come il TSO. Se però consideriamo il contesto storico in cui è stato proposto ci accorgiamo che lo stesso costituiva un notevole avanzamento rispetto alla legislazione del tempo e che la sua filosofia ispiratrice era quella di consentire la cura anche di coloro temporaneamente non in grado di decidere per sé.
Il problema vero è come eliminare gli aspetti coercitivi della psichiatra tenendo conto dell’impianto fragile su cui poggia la maggior parte della psichiatria italiana, dove la coercizione trova un ruolo di supplenza a carenze organizzative, di formazione del personale e insufficienza di mezzi, e tenendo conto anche delle aporie al suo interno.
Parlando di coercizione, per scendere nel concreto, allo stato attuale dei fatti è praticamente impossibile non tenere chiuse le porte di un SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), perché malgrado i pazienti volontari usufruiscano del diritto di qualsiasi altro paziente ricoverato, compreso quello di uscire dal reparto, sappiamo benissimo che molti dei pazienti volontari di un reparto psichiatrico non sono affatto autonomi a causa del loro stato di angoscia e di dissociazione. La responsabilità dell’allontanamento di questi pazienti dall’Ospedale, con i rischi connessi al loro stato, ricadrebbe inevitabilmente su medici e infermieri, che ne dovrebbero rispondere alle autorità giudiziarie (malgrado l’assenza di qualsiasi reato) e soprattutto ai familiari dei pazienti, spesso molto poco comprensivi riguardo a presunte disattenzioni del personale di cura, gli stessi familiari che magari in altri contesti si battono per maggiori diritti dei pazienti psichiatrici.
Come si vede gli operatori psichiatrici, eccezioni a parte, non sono un branco di aguzzini, ma subiscono anch’essi le contraddizioni di un sistema buono solo in teoria, ma ormai cristallizzato in logiche che appaiono avulse dai bisogni dei pazienti. Lo psichiatra si trova inevitabilmente fra incudine e martello, dovendo farsi carico di bilanciare gli aspetti coercitivi della psichiatria con quelli della tutela e del rispetto dell’individuo, sapendo che comunque agirà sarà esposto a critiche da un fronte o dall’altro.
Un Dipartimento Psichiatrico si definisce come un insieme di strutture semplici e complesse che in teoria dovrebbero agire in modo sinergico, allo scopo di affrontare la malattia mediante un approccio variabile, dipendente dallo stato della malattia stessa e dalla sua complessità. La realtà dei fatti è che nella maggior parte dei casi ciascuna struttura dei Dipartimenti, è una specie di fortino, una roccaforte assediata dall’esterno da nuovi conquistatori e rosa all’interno da lotte intestine per il potere. Il malato e la sua sofferenza, per la verità non contano niente. Tutta la medicina, psichiatria compresa è una enclosure recintata dalla politica e soggiace alle sue logiche lottizzatorie. È la realtà di tutte le istituzioni pubbliche italiane. Uno spazio di progettualità autonoma, separata dalle logiche della politica e centrata sui bisogni reali delle persone, è una rarissima eccezione. Le cose che si fanno sono pura apparenza, buona per le manifestazioni pubbliche, dove ci si profonde in una retorica d’accatto con discorsi ricolmi di commozione (e di autoincensamento), magari dopo l’ennesima recita teatrale dei matti del proprio piccolo feudo o della mostra dei loro quadri.
Quella che chiamano riabilitazione è un misto di buone intenzioni di operatori zelanti, d’improvvisazioni e di mode del momento. Si va dalla pet therapy, al torneo di calcetto, al corso di scacchi, alla musicoterapia, al corso di ceramica, di cucina, fino al corso di tombolo (sic). Il tutto in maniera totalmente indipendente da qualsiasi progetto individualizzato. Il paziente, spesso recalcitrante, viene reclutato solo per fare numero. L’importante è avere una carta dei servizi dove si offre di tutto e di più e che soprattutto ti dia la giusta risonanza sulla stampa locale. 
Qualcuno tenta di fare anche riabilitazione in modo serio, attingendo con buona volontà e con qualche corso rimediato alla meglio, alle tecniche di Brenner, di Spivak, di Ciompi o ai Social Skill training. Ma la riabilitazione è una cosa complessa e richiede mezzi, strutture, personale e un’organizzazione adeguata, altrimenti è un puro scimmiottare tecniche che si conoscono a malapena.
C’è poi alla dine il capitolo sulla terapia farmacologica e sulle terapie somatiche. I farmaci servono? L’ECT e magari la TMS* servono o sono pratiche disumanizzanti? È un argomento che ho già affrontato in un precedente post e non credo sia il caso di ripetermi. Quello che vorrei fosse chiaro è che è indispensabile liberare la psichiatria dal morbo della politica e permettere un discorso serio sul suo ruolo e sui suoi approcci alla malattia in una visione unitaria.
Gli SPDC sono delle piccole galere, sono la linea di confine fra lo spazio esterno apparentemente libero e quello interno della necessità della cura. Come si sa libertà e necessità sono antitetiche. Certo si può immaginare in alternativa all'SPDC una comunità aperta che accolga i malati in fase di acuzie, ma non si può ignorare la componente biologica della malattia e la necessità in taluni casi dell’approccio medico e farmacologico, e al momento l'SPDC appare l'unica soluzione praticabile. La coercizione si può evitare, ma chi glielo dice al manager della ASL che occorrerebbe il quadruplo del personale?
Riguardo poi al reinserimento in ambito sociale ed al recupero delle abilità perdute a causa della malattia, si può e si devono ampliare le risorse per la riabilitazione, ma lo si deve fare seguendo metodologie rigorose, senza lasciare spazio all’improvvisazione e soprattutto curando la formazione del personale.
Si può fare tutto questo senza ignorare che alcune malattie abbisognano di approcci che richiedono competenze diverse dalla sola presenza e disponibilità a stare accanto al paziente e condividere la sua sofferenza. Le depressioni richiedono cure adeguate, farmacologiche e psicoterapiche, sperando di non cadere nelle mani del lacaniano o del fagiolino di turno. Taluni sindromi neurologiche o mediche si manifestano con sintomi psichiatrici. Occorrono competenza clinica e capacità di diagnosi differenziale. Occorre infine dare spazio anche alla ricerca di laboratorio e all’epidemiologia per mettere a punto nuovi e più efficaci strumenti di cura. Quando parlo di visione unitaria in definitiva, mi riferisco a un contesto che sappia interfacciare un insieme di competenze e di esperienze e metterle al servizio del paziente.
Non ho affrontato il capitolo costi, ma è ovvio che un “progetto dedicato” per un paziente ha dei costi elevatissimi. Se si vuole davvero evitare che prevalgano le ospedalizzazioni sugli interventi sul territorio occorre investire molto e liberare risorse ingenti per la psichiatria. Se vogliamo evitare che gli aspetti coercitivi svolgano un ruolo di supplenza, occorre personale preparato e motivato, con un rapporto operatore/paziente di almeno 1 a 1. Laddove si riesca a stabilire una relazione centrata sui bisogni individuali, anche la coercizione, alla volte inevitabile, può assumere un senso.
Mi rendo conto che in poche righe sto cercando di comprimere una realtà difficile da afferrare nella sua interezza, ma è necessario che tutti noi facciamo uno sforzo di comprensione per non lasciare fuori aspetti della psichiatria niente affatto secondari. Il rischio è che sull’onda dell’emotività si privilegi l’aspetto della libertà in modo astratto, senza fare nulla di diverso per liberare realmente il malato psichiatrico dalla sua sofferenza.
Basaglia forse aveva ragione. È inutile interrogarsi sulle cause (inconoscibili) delle malattie psichiatriche, quando abbiamo davanti agli occhi una sofferenza che non può essere curata indossando un camice, ma restituendo rispetto e dignità alle persone. Tuttavia sappiamo benissimo che molte delle persone che vivevano dei manicomi avevano perso anche la capacità di essere liberi e non è bastato aprire le sbarre per restituire loro dignità. I manicomi di oggi sono meno visibili e più subdoli, ma non meno rovinosi. Per fare in modo che siano aboliti del tutto dobbiamo aprirci anche a ciò che è apparentemente inconoscibile.   
 
*La Stimolazione magnetica transcranica (TMS) è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale. Mediante questa tecnica, è possibile studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali all'interno del cervello, provocando uno squilibrio piuttosto ridotto e transitorio. È possibile adottare anche questa tecnica in modo ripetuto, ciclicamente, per trattare disturbi psichiatrici e neurologici quali la depressione, le allucinazioni, il morbo di Parkinson etc.; gli studi su questi presunti effetti terapeutici sono stati tuttavia condotti, finora, sono su scala ridotta ed hanno dato risultati contrastanti

L'Europa ha bisogno di Basaglia

Alessia De Stefano da CARTA

Contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e normali, nel vecchio continente. L'Oms però guarda al «modello italiano»: perché l'unico criterio di intervento, per la legge 180, è il bisogno di cura del paziente e non la sua pericolosità sociale

Da tempo in Europa si lavora alla definizione di leggi e norme che proteggano dignità e diritti dei pazienti psichiatrici: già nel 2000, la Commissione europea sulla psichiatria ha presentato un Libro bianco che annunciava le linee guida per un nuovo strumento legale del Consiglio di Europa sul trattamento sanitario obbligatorio [tso]. Cinque anni dopo, il Rapporto della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms], in un allegato dal titolo «Salute mentale: affrontare le sfide, costruire le soluzioni», ribadiva la necessità di promuovere trattamento e accesso volontari ai servizi psichiatrici. L’Oms auspicava dunque che il consenso libero e informato costituisse la base del trattamento e della riabilitazione per la maggior parte delle persone con disturbi mentali, lasciando alle misure coercitive uno spazio limitato a circostanze molto specifiche. Sottolineava inoltre come la legge italiana cosiddetta «180» fosse un vero e proprio modello, a partire dalla rete di servizi territoriali e istituzioni sanitarie integrate, in alternativa ai vecchi istituti psichiatrici. Secondo l’Oms, questa via garantisce ai pazienti la possibilità di reintegrarsi nella società. Pochi mesi dopo, una nuova pubblicazione della Commissione europea [«Migliorare la salute mentale della popolazione. Verso una strategia sulla salute mentale per l’Unione europea»] esplicitava il proposito di lanciare un dibattito su scala continentale.
Una progressiva armonizzazione legislativa dell’Europa sulla salute mentale sembra dunque inevitabile, ma per il momento le differenze prevalgono sui tratti comuni. Ovunque, però, continua a esistere l’ospedale psichiatrico, luogo separato dove trattare un grande numero di pazienti acuti. Spesso, certo non sempre, si tratta di un ospedale psichiatrico «umanizzato» e «moderno». Ma nella civile Europa del nord, ad esempio, contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e «normali». Ovunque meno che in Italia, dove a legge 180, che il mondo ci invidia e che qualcuno vorrebbe cancellare, impone che i reparti di psichiatria [con non più di quindici letti] facciano parte dei normali ospedali.

giovedì 4 febbraio 2010

Noam Chomsky: la partecipazione diretta alla creatività

Intervista a Noam Chomsky
darevista-amauta via INFORMARE PER RESISTERE
 
I settori del potere non vorranno che la dissidenza cresca per lo stesso motivo per cui le aziende non metteranno i loro annunci su giornali come La Jornada”
Creare qualcosa di nuovo in mezzo a tanto rumore. Questo è quanto ci proponiamo in Amauta: immaginare che un giornale che dia lo spazio per discutere seriamente sulla sofferenza, le oppressioni, i dubbi e speranze di chiunque voglia partecipare. Siamo costantemente bombardati di informazioni, ma non ci sentiamo bene informati, e teoricamente, la conoscenza porta potere, ma non ci siamo mai sentiti così impotenti. Queste frustrazioni che sentiamo sono reali. Ma da dove vengono e perché non possiamo affrontarle adeguatamente?
C’è troppo rumore. Ci lanciano bombe di informazione da ogni parte che ci attaccano il corpo fino a paralizzarci. Prima credevamo in tutto quanto ci veniva detto, e adesso non crediamo in nulla. Alla fine, l’effetto è lo stesso. Non vogliamo partecipare né controllare i nostri destini, allora diamo il potere sulle nostre vite a politici e a corporazioni attraverso il voto o l’acquisto dei loro prodotti. E loro prendono le decisioni e creano le strutture che formano la nostra vita giornaliera. Se decidono male, possiamo dargli la colpa e ci sentiamo contenti e superiori ché noi l’avremo fatto meglio.
Sono colpevoli, perché la responsabilità e la capacità di distruzione dei loro atti cresce con la quantità di potere che gli diamo, ma lo siamo anche noi. Preferiamo rifugiarci in spazi d’informazione sempre più chiusi e ristretti dove incontriamo gente che la pensa come noi, dove ci sentiamo comodi e non dobbiamo sopportare alcuna critica. Siamo diventati bolle erranti dove possiamo ascoltare soltanto noi stessi.
Preserviamo il nostro individualismo e varietà d’opinione, ma alla fine arriviamo ad essere lo stesso: gente che non può ascoltare gli altri e rendersi conto che condividono realtà simili,gente che continua divisa perché può solo ascoltare il rumore della propria voce, gente che continua dominata perché non può formare l’azione collettiva necessaria per recuperare il potere che abbiamo regalato. Quelli che hanno il controllo sulla nostra vita vogliono che ci manteniamo isolati perché non ci sia la possibilità di una svolta totale.
E per questo Amauta vuole aprire lo spazio, conversare con gli altri, formare una comunità dove tutti possiamo partecipare da eguali, arrivare a trovare informazioni che ci portino a questionare le nostre idee e credo fino ad avere il desiderio di agire insieme per potere, in qualche momento,ristabilire il controllo delle nostre vite. Qui in questo momento, parlandoci, creiamo il primo atto della nostra esistenza.
Ma per la creazione di un simile spazio, che si occupa di conoscere e capire come e perché i mass media attuali contribuiscono al nostro dominio. Da loro dobbiamo ottenere la nostra informazione, la quale influisce sulle nostre idee sulla realtà e fondiamo la nostra relazione col mondo e la forma determinata di come agiremo in esso. Se le notizie che riceviamo dai mass media dicono, ad esempio, che l’unico modo di salvare l’economia , e anche noi stessi, è comprando sempre più, allora seguiremo questa raccomandazione.
E’ qualcosa di così fondamentale per il nostro tipo di vita che la nostra posizione sociale, e la nostra felicità, si possono garantire solo attraverso la capacità che abbiamo di poter acquistare. E siccome crediamo completamente in questa dottrina del consumismo, abbiamo sfruttato e abusato delle nostre risorse fino al punto di distruzione, che abbiamo difficoltà a smettere.
Abbiamo sottovalutato le esigenze dell'ambiente, allo stesso modo dei bisogni del resto dell’umanità, per cercare l’illusione della sicurezza personale che porta il nostro benessere materiale. I mass media hanno diffuso questa idea in ogni angolo del pianeta perché è la “verità” a cui è stata permessa di attraversare i differenti filtri di potere perché risuonasse attraverso la società, convertendosi, in questo modo, nell’unica opzione realista per le nostre vite.
Questa è, nella maggior parte dei casi,la nostra realtà. Ma non deve esserla. Semplicemente è quello che ci hanno detto, e per questo vediamo il mondo in quella maniera. Per smascherare le influenze che dominano la struttura dei nostri mass media attuali (ed in questo modo le verità che sono permesse nella nostra società) e poter confrontarci con esse per cambiarle, decidiamo (ed abbiamo avuto la grande opportunità di) parlare con uno degli intellettuali pubblici e linguisti che hanno studiato il tema in profondità: Noam Chomsky.

Coautore insieme a Edward S. Herman de
I Guardiani della Libertà (in inglese, Manufacturing Consent: The political Economy of the Mass Media) e autore di opere come Illusioni Necessarie, Propaganda e l’Opinione Pubblica (attraverso le interviste di David Barsamian), Chomsky dimostra come i mass media sono stati strumenti di propaganda che filtrano i pensieri “inadeguati” e così propagano le idee dominanti di quelli, che per circostanze economiche o (e) politiche, hanno le risorse per occupare posti sociali che danno l’accesso ad ampliare la loro voce, mentre il resto ha diritto (o dovere) di ascoltarli.
Lui non crede che queste idee dominanti siano uguali tra di loro (possono esserci differenze tra interessi statali e corporativi, per esempio) o che i giornalisti non stiano esercitando la loro professione con onestà ed una certa indipendenza, o che ci siano piccoli gruppi di potere che pianificano cospirazioni e sono decisi ad ingannare e manipolare su grande scala per il loro proprio profitto. Pensa che i parametri di controllo che limitano la discussione si impongono attraverso un sistema basato sull’accumulo delle risorse: chi ha più soldi e più potere avrà accessi migliori ai mass media per esprimere le sue preferenze e ideologie.
Ci riesce perché, semplicemente, può comprare quello spazio e restringere la competitività solo a quelli che pensano di dedicare questa informazione a scopi commerciali o valori “accettabili” come mantenere l’ordine sociale, la conformità e il consumismo come il ruolo indiscutibile nella nostra vita. Così lo spiega Chomsky in una nostra recente conversazione:
Molte persone nei mass media sono persone molto serie, e oneste, e ti diranno, e credo che abbiano ragione, che nessuno li forza a scrivere nulla (…). Quello che non ti diranno, e forse non sono coscienti di questo, è che li lasciano scrivere con libertà perché si conformano alle norme, i loro credo si conformano…alla dottrina del sistema, e allora sì, li lasciano scrivere in libertà e senza pressioni. Le persone che non accettano la dottrina del sistema cercheranno di sopravvivere nei mass media ma è molto difficile che ci riescano…
Tutta la cultura intellettuale ha un sistema che filtra, comincia quando si è piccoli a scuola. Si spera che si accettino certi credi, stili, modelli di comportamento, e così via. Se non li accetti, può darsi che ti dicano che sei un problema, che hai un comportamento problematico, e ti eliminano. Questo succede nelle università. Ma, è una tendenza, allora ci saranno eccezioni, e a volte le eccezioni sono molto sorprendenti. Ad esempio, questa università (Massachyìusetts Institute of Technology), negli anni 60, nel periodo degli attivisti del '60, l’ università fu finanziata quasi di un 100% dal Pentagono. E’ stato anche uno dei principali centri accademici di resistenza contro la guerra (Vietnam)...
Le tendenze sono molto forti e le ricompense per la conformità sono abbastanza alte, mentre le sanzioni per non conformarsi possono avere delle serie conseguenze. Non è come se ti mandassero in una camera di tortura (….) ma potrebbe ostacolare la tua crescita nella società, potrebbe colpire il tuo lavoro, potrebbe influire nel modo in cui sei trattato, come il disprezzo, il rifiuto, la diffamazione e la denuncia”.

Ma Chomsky insiste sul fatto che questo è successo in ogni società attraverso la storia. La persecuzione di coloro che hanno messo in discussione le credenze oppressive che le autorità dettano si osserva fin dalla Grecia antica e l' era biblica perché “i settori del potere non vogliono che cresca la dissidenza per lo stesso motivo che le aziende non metteranno degli annunci in giornali come La Jornada”.
A metà settembre, per l’anniversario dei 25 anni de La Jornada, Chosmky è stato uno degli invitati d’onore, giornale che considera come “l’unico indipendente in tutto l’emisfero”. Ma, dice che si sorprende per il successo che questo giornale messicano ha, non solo perché sopravvive senza molta pubblicità, ma anche perché tocca argomenti di grandissima importanza fuori dai limiti di ciò che è considerato come “accettabile” e continua ad essere una delle principali e più popolari fonte d’informazione nel paese.
Normalmente, come nel suo stesso paese, gli USA, i mass media come il New York Times e la CBS News, compiono una funzione fondamentale sostenendo i settori del potere perché il loro “liberalismo” li trasforma in
guardiani delle entrate” che marchiano cosa può essere pubblicato e cosa no.
Credo che sono moderatamente critici dentro i margini. Non sono totalmente sottomessi al potere ma sono ben controllati sapendo fino a dove possono arrivare”, dichiara Chomsky. Cita l’esempio della guerra contro il Vietnam, dove i mass media non questionavano le intenzioni del governo, perchè credono che stia sempre cercando di “fare il bene”, ma si arriva a criticare i piani, strategie e, forse, gli abusi commessi quando fallivano nella missione o quando muore tanta gente che è impossibile occultare oltre.
Anche Obama è stato chiamato “liberale”, dice Chomsky, perché ha criticato il governo precedente per i gli errori strategici e non tanto perché abbia pensato che la guerra in Iraq o in Afghanistan siano cattive in se. In questi momenti, dopo la scalata dell’esercito in Afghanistan, Chomsky ha dimostrato di avere ragione: Obama è “liberale” non perché questiona le intenzioni belliche dello stato ma perché pensa di poterlo fare meglio.
Vengono chiamati “liberali” non perché lo sono, ma perché è quanto di più estremo a sinistra si possa arrivare dove i settori del potere continuano ad essere ancora comodi e che non ci sarà qualcosa che colpisce la gerarchia stabilita. In base ad uno studio del Pew Research Center, solo il “29% degli statunitensi dicono che le notizie riportano i fatti correttamente” mentre “più del doppio (degli intervistati) dicono che la stampa è più liberale di quanto si dica che sia conservatrice”.
Al massimo, il popolo statunitense, vede i mass media come entità liberali, c’è una spinta verso la destra da parte di molte risposte. Sia in radio che nella televisione i lavoratori di questi settori di destra degli USA, hanno un
messaggio uniforme” che attira una grande audience” perché si rivolgono alle lamentele autentiche” dei loro ascoltatori, dice Chomsky.
“Mettiti nella posizione di una persona, presumibilmente lo statunitense comune: “Sono un buon lavoratore e cristiano devoto. Mi prendo cura della mia famiglia, vado a messa, sai, faccio tutto “bene”. E vengo derubato! Negli ultimi trent’anni, le mie entrate sono ferme, le mie ore di lavoro aumentano e i miei benefici sociali diminuiscono. Mia moglie deve avere due lavori per poter portare cibo a casa. I bambini, Dio, non c’è chi se ne prenda cura, le scuole sono terribili e cosi via. Cosa ho fatto di male? Ho fatto tutto quanto dovevo fare, ma qualcosa d’ingiusto sta succedendo. “E allora i giornalisti di destra hanno una risposta per loro…..”
Quei giornalisti si approfittano e sfruttano lo scontento legittimo dei colpiti dalle false promesse dei governanti, le bugie dei mass meda e i furti delle corporazioni. Non si fidano perché hanno dipinto loro una vita che non esiste ai loro orizzonti, perché la loro realtà è un’altra, più dura ma disinfettata in modo che chi ha potere possa cambiare le loro circostanze e possano inghiottire la storia che l’attuale sistema funziona perfettamente.
Per i settori del potere, il capitalismo ha funzionato ed è stato meraviglioso, e come quella è la loro realtà, questo è quello che credono e predicano. E siccome hanno il controllo degli apparecchi possono farsi ascoltare in modo esteso, questo è l’unico rumore che in verità si innalza sugli altri.
Per molti, come lui stesso, riconosce Chomsky, “ci sta andando bene. Per esempio ci sono molte lamentele sul sistema sanitario, ma io ricevo assistenza medica stupenda. La nostra assistenza medica si distribuisce in base alla ricchezza e per (un certo tipo di persone) tutto è ok. Ma non per coloro che ascoltano questi programmi, e quella è una grande fetta della popolazione”.
Allora quei giornalisti riescono, per il semplice motivo di ammettere che esistono problemi, a trasformarsi in una potente voce in difesa di coloro che sono stati relegati al margine della società, e così, ironicamente, accumulano il loro proprio potere e molto denaro commercializzando il sostegno e la fiducia degli ascoltatori.
Mentre loro si arricchiscono, offrendo false soluzioni che si concentrano sulla rabbia populista contro gli “immigranti” o “socialisti” o “femministe” che teoricamente hanno il controllo totale del governo, e così creano discussioni tra le persone con problemi simili e distraggono dal fatto che questi teorici leader si arricchiscono anche con l’attuale sistema e promuovono, piuttosto, un mondo dove le loro idee, degli uomini bianchi e ricchi, sia legge suprema. Cioè, quello che stanno facendo è di rinforzare il sistema esistente per escludere molte più persone di prima che avevano pochi benefici. Ma queste contraddizioni si perdono nella grida che sono bloccate, annegando nel rumore della paura e della rabbia.
Come possiamo quindi affrontare e resistere alle idee facili che tendono ad ingannarci e ad ostacolare un autentico cambiamento? Si potrà? Si è ottenuto?
(Questi modelli) si sono rotti fino ad un certo punto. E’ per questo che non viviamo più in tirannie, sai, il re non decide quello che ha permesso, e c’è molta più libertà di quanta ce n’era in passato. Allora si, questi modelli si possono alterare. Ma mentre esiste la concentrazione del potere in un modo o in un altro, sia di armi, di capitale o un’altra cosa, mentre c'è concentrazione del potere, queste conseguenze (le tendenze per conformarsi dentro del quadro sociali) sono prevedibili”.
Chomsky dice di trovarsi con una certa frustrazione nei circoli intellettuali di sinistra nel suo recente viaggio in Messico perché sentono
che c’è una certa inquietudine e attivismo popolare, ma molto frammentato”. Che questi gruppi abbiano agende molto limitate e specifiche verso certe lotte e non si relazionano e collaborano tra loro. Bene, questo è qualcosa che bisogna superare se si vuole costruire un movimento popolare ampio. E i mass media possono aiutare….” Ma richiede organizzazione. L’organizzazione e l' educazione, quando interagiscono una con l’altra si fortificano tra di esse, si sostengono mutuamente”.
Amauta allora vuole tentare di creare lo spazio dove diverse persone e gruppi possano discutere, qualunque sia l’ideologia, intorno ai problemi sinceri della nostra comunità e non come strumento di propaganda o di interesse personale. Dove, forse, possiamo essere i padroni delle nostre voci, e la nostra parola valga più che la parola dei politici in tv, e i nostri discorsi ci informino più di quanto lo possano fare i mass media attuali. Ma principalmente, vogliamo espandere il dialogo in ogni angolo possibile per collaborare e partecipare insieme in un movimento o vari movimenti che perturbino e cambino lo stato attuale del nostro mondo.
Come ha scritto Chomsky nel suo libro
Democrazia e Educazione ”un movimento di sinistra non ha opportunità di successo, e non la merita, se ottiene un intendimento della società contemporanea ed una visione per un ordine sociale futuro che sia convincente per la maggior parte della popolazione. Le sue mete e strutture organizzative si devono formare attraverso la partecipazione attiva del popolo dentro le lotte popolari e la ricostruzione sociale. Una cultura radicale autentica solo si può creare attraverso la trasformazione spirituale di un enorme gruppo di persone, nel quale l’elemento principale di qualsiasi rivoluzione sociale è quello di estendere la creatività umana e la libertà”.
Per riprendere la nostra voce e convertirci in artisti, giornalisti, creatori della nostra verità e propulsori del cambiamento, Chomsky ci dà un esempio pratico di quello che considera
una partecipazione diretta nella creatività”.
Racconta che circa 15 anni fa, in Brasile, Lula da Silva, allora sindacalista e non presidente, lo portò in un quartiere fuori Rio de Janeiro dove c’era uno spazio aperto, un piazza.
E’ un paese semi- tropicale, tutto il mondo è fuori, è di notte. Un piccolo gruppo di giornalisti di Rio, professionisti, sono usciti quella notte con un camion che parcheggiarono in mezzo alla piazza. Il camion aveva uno schermo su di se, e gli strumenti per una trasmissione televisiva. E quello che stavano trasmettendo erano opere, scritte dalla gente della comunità, attuate e dirette dalle persone della comunità. Allora le persone del quartiere stavano presentando queste opere, e una delle attrici, una ragazza, forse diciassettenne, stava camminando in mezzo alla gente con un microfono, chiedendo alle persone che facessero dei commenti- ci sono molte persone lì, e sono interessate, guardando, c’è gente seduta al bar, gente camminando- allora hanno fatto i loro commenti.
E siccome c’era uno schermo, si trasmetteva dal vivo quello che la gente diceva su quell’opera, e dopo altri rispondevano a quanto si era detto, e così via. E queste opere erano sostanziali….Trattavano argomenti seri. Alcune delle opere erano commedie, sai, ma trattando argomenti come la crisi del debito pubblico, o l’AIDS…E’ stata una partecipazione diretta nella creatività. E credo che è stato qualcosa di molto ingegnoso”.

Adesso tocca a noi. Vogliamo quella piazza, quello spazio pubblico dove la comunità si unisca per creare qualcosa di primordiale. Cercare attivamente sempre più persone che partecipino direttamente per incitare una trasformazione comune, e forse un giorno, un’autentica rivoluzione. Se vuoi unirti, benvenuto.


Fonte: 
http://revista-amauta.org/archives/9731

Traduzione per 
Voci Dalla Strada a cura di VANESA