mercoledì 29 luglio 2009

Donne uccise: i maschi non concedono neppure la semilibertà

di Enza Panebianco (da femminismo a sud via Gennaro Carotenuto)

Parliamo di femminicidio all’italiana. Lei è una martire o una arpia. Lui è sempre depresso. Nel giro di pochi giorni su parecchi quotidiani avete potuto leggere la storia di Mariagrazia, uccisa dal solito marito che dopo averle tolto la vita si è suicidato, di Rossana, uccisa dal convivente che dopo una fuga si è costituito, di Teresa, uccisa dal marito e poi perfino insultata (era un'arpia!), di una donna della quale nessuno scrive il nome, che viene massacrata a colpi di accetta da un uomo che aveva già tentato di uccidere la ex moglie, di Rosalia, morta a 17 anni perché è chiaro che "se mi lasci non vale", di Miriam e Anna, la prima morta per mano certa e la seconda ancora non si sa, di molte altre ancora che se sommate diventano un numero spaventoso del quale ci si rende conto solo a contarle ogni giorno.
Tra gli assassini ci sono i mariti depressi, quelli pietosi che tolgono la vita perché "lei era malata", quelli che "lei era un'arpia", quelli che "lei era una puttana e lo faceva impazzire", quelli che "lui l’amava troppo e lei voleva lasciarlo".
Normalmente ogni scusa viene usata come attenuante. Si descrive un sintomo per legittimare un gesto che limita la libertà altrui. Come quando si dice che certe cose le puoi fare se sei ubriaco. Chi beve però sa perfettamente che l’alcool non è una autorizzazione a fare come ti pare.
La depressione - e lo dico senza essere una esperta in materia – dicono sia una patologia che colpisce in maggior numero le donne. Eppure questo non si traduce in altrettanti omicidi. Le origini della depressione credo siano spiegate di modo che anestetizzino la società rispetto a problemi ben più gravi. Un giorno ti licenziano, non sai come mantenere la famiglia, non puoi pagare il mutuo e vai in depressione. Ci saranno mille altre ragioni ma tutte si traducono in una patologizzazione delle ragioni fortemente sociali che portano alla depressione.
Gli scienziati fanno una gran fatica per trovare l’origine di questo male in un difetto genetico, giusto per non dire che questa cosa dipende da noi, dagli umani, dai nostri comportamenti, da quello che subiamo o che infliggiamo agli altri. Dire di una persona che è "malata" è il modo migliore per deresponsabilizzare la società di una serie di problemi che non vuole risolvere. Perciò concede una tregua anche all’individuo e lo relega nell’angolo riservato agli scarti di produzione.
Una persona depressa per quanto ne so viene trattata con farmaci che rincoglioniscono un elefante, un anestetico che ti fa restare con il sorriso in bocca anche se arriva quello che ti pignora tutto e lo mette all’asta. Una cosa che spesso dicono in psichiatria è che: non sono importanti le cose che accadono ma come tu le affronti. Come dire: se non sai accettare un licenziamento, una società che ti massacra, ti usa e poi ti getta, se non accetti di essere molestata, violentata in vari modi, è e sarà sempre colpa tua. Non è il tuo datore di lavoro ad essere un bastardo, sei tu ad essere malata.
Se sei in mobilità, quasi al licenziamento, ti sfrattano da casa e ti suicidi: è certamente colpa tua, non del governo, né delle banche, né di ogni altro figlio di puttana che si arricchisce sulla tua pelle, ti spreme e poi ti butta via.
A leggere Foucault si capisce che l’anormalità è una cosa che esiste in ciascuno di noi, che la follia è stata una bella giustificazione morale per incarcerare e rinchiudere tanta gente che rifiutava di farsi "normalizzare". La psichiatria e il carcere stanno per lui infatti allo stesso livello.
La psichiatria moderna, quella dopo Basaglia, dopo la chiusura dei manicomi, ha fatto dei passi avanti ma la logica della normalizzazione permea un pezzo consistente del settore.
La spinta che c'è’ in questo momento va comunque in tutt’altra direzione. Raccolgo articoli e dettagli su donne uccise dai loro uomini da almeno 15 anni (non da un giorno, ma da 15 anni). Fatelo anche voi, andate in biblioteca e cercate fra gli articoli di cronaca. Fateveli dare dalle redazioni dei giornali. Adesso che i quotidiani pubblicano su internet cercateli in rete. Posso dirvi con certezza per esempio qual è l’andamento delle versioni che vengono fornite dalla stampa.
Da un po’ di anni, da quando cioè esiste una forte spinta autoritaria che insiste su soluzioni farmacologiche anche per punire gli stupratori, da quando nelle carceri si è ricominciato a sedare pesantemente i reclusi perché stranieri e perché non si è fatta alcuna fatica a comprenderli, la versione della stampa circa i femminicidi è peggiorata.
La componente razzista spinge alla formulazione di accuse piene di distinguo. Il marocchino che ammazza è solo un assassino. L’italiano che ammazza è depresso. Non c'è dunque alcun interesse ad indagare le cause reali del femminicidio. Nessun interesse. C'è’ anzi l’interesse esplicito a giustificare il femminicida (lei era un’arpia!), a compatirlo (lui è depresso!), a legittimarlo (lui aveva ragione di essere geloso!).
In tutti i casi la ragione precisa, la costante che si ripresenta come fosse una inevitabile condanna a morte è la decisione della donna di lasciare il marito, il fidanzato, rifarsi una vita, allontanarsi, fare altro. Oppure è semplicemente la decisione della donna di reagire dopo aver subito ogni genere di angheria compresa quella psicologica (anche quella volgarmente legittimata dallo stato di salute del marito).
Volendo patologizzare il problema, di quale uomo che uccide una donna o la picchia selvaggiamente o la stupra per punirla potresti dire che sta bene?
Quante sono invece le donne che vivono da "depresse" perché non possono, non sanno, liberarsi in una situazione di schiavitù? Quante sono le donne "depresse" che ammazzano i mariti per reagire alle angherie che subiscono? Chi è dunque, all’interno delle relazioni tra un uomo e una donna, ad essere in stato di soggezione? Inequivocabilmente la donna.
Sono le donne ad essere educate per accogliere e prendersi cura di uomini di qualunque specie. Sono le donne che devono sopportare qualunque tipo di situazione familiare. Le donne sempre colpevolizzate se non si prendono cura di tutti. Le donne alle quali lo stato assegna il ruolo di ammortizzatrici sociali a partire dalla loro condizione di schiavitù.
Lo stato non indaga sui femminicidi semplicemente perché ne è complice. La verità sta tutta qui. Ne è complice e non demorde anzi insiste nell’attribuire un ruolo che non può essere tradito pena la diserzione.
Come non ricordare le accuse di tanti uomini che massacravano le mogli scritte nero su bianco su certi giornali: "lei non aveva cucinato", oppure "lei non pulisce mai la casa".
Come può osare dunque una donna scegliere di lasciare l’uomo che le ha catturate come proprietà a tutto servizio?
Non può. Se una donna lo fa, in certe condizioni, la donna deve pagare. Paga perché la società non l’aiuta, perché gli uomini la perseguitano, perché non c'è’ lavoro, non c'è’ casa, perché la società e lo stato non offrono alternativa, come se le porte fossero tutte chiuse perché ti sei comportata male. Pagano perché gli uomini considerano gli "alimenti" una quota di partecipazione all’uso del tuo corpo. Se non possono usarlo non te li danno, neppure quando quegli alimenti riguardano i bambini, neppure se sono il surrogato di quello che lo stato dovrebbe darti per ritornare ad essere autonoma. E come può lo stato pretendere che la donna separata riacquisti autonomia se a pagare quella autonomia è l’ex marito? Un paradosso infatti che si rivela in tutta la sua drammaticità perché mantiene un legame con uomini che ritengono di avere una opzione su di te. Lui paga per risarcirti degli anni che hai speso per costruire anche la sua fortuna e tu gli appartieni. Le donne pagano perchè per restare tranquille dovrebbero non dover stabilire più nessun legame con gli uomini violenti e invece lo stato decide che i mariti violenti possono avere diritto all’affido condiviso dei figli. Le donne pagano con la vita, troppo spesso, quasi sempre.
La cultura sulla quale si fonda uno stato patriarcale è tesa a creare giustificazioni morali al femminicidio. Si dice sia colpa della moglie se il marito era geloso perché la moglie doveva avere cura di indossare un burqa o di restare chiusa in casa. Si dice che sia colpa delle donne se lui non si sente sicuro perché le donne devono vivere le relazioni come fossero costanti sedute di terapia psicologica per i loro uomini.
Dalle rassegne stampa si capisce quale sia l’andamento di una società. Dal modo in cui viene tollerata la violenza contro le donne si capisce persino quale tipo di governo si insedierà: se è democratico, assistenzialista, cattolico, fascista, autoritario, oligarchico, progressista, etc etc.
Le donne non vengono uccise perché gli uomini sono depressi. Le donne vengono uccise perché lo stato non le vuole libere. Perché agevola la spinta al possesso, l’orrendo modo di relazionarsi di tanti uomini, perché li usa come aguzzini per tenere in piedi una struttura sociale nella quale la regola è: unirsi, contribuire alla crescita demografica, partorire operai e consumatori, crepare.
Tutti quelli che non assolvono a questa funzione non esistono, sono trasgressori, eretici, vittime dell’inquisizione: così le donne che vogliono liberarsi, e le lesbiche, e i gay, e le trans, e gli uomini che dissentono e non si fanno carcerieri delle donne, e chiunque non sia disposto ad essere considerato un numero.
Una società che si fonda sulla schiavitù degli esseri umani, le donne schiave tra gli schiavi, non ha interesse a liberare nessuno.
Quello che fanno ora – sicurezza, certezza della pena, etc etc – è solo un pessimo modo per tenere le cose esattamente come stanno. Come quando dentro un carcere il direttore scrive regole che fanno l’occhiolino ai cattivi mentre lui finge di minacciarli affinché i buoni continuino a spazzare pavimenti, lavare i cessi e lavorare come muli.
Volessero darci una mano lo avrebbero già fatto. Non vogliono e i maschi lo sanno.
Perciò è necessario che noi ammettiamo la nostra corresponsabilità e che ci diamo da fare:
prevenire – fare attenzione alla persona con cui decidiamo di stare – provando a non infognarci in storie con persone aggressive, violente, gelose, asfissianti, possessive, morbose, solo perché riteniamo di poterli cambiare o di non poter meritare di meglio;
reagire – far crescere la nostra autostima – considerandoci belle per quello che siamo, perseguendo un futuro che ci dia prospettive di autonomia, vicino o lontano da casa, rivolgendoci ad altre donne se necessario, stabilendo alleanze, anzi sorellanze con altre, chiedendo aiuto se serve senza vergognarci;
parlare – esplicitare, comunicare tutto – raccontare quello che ci succede, se lo raccontiamo alle altre dobbiamo dirlo a noi stesse, consegnare dettagli alla persona di cui ci fidiamo, amica o estranea che sia, non vergognarci di niente, non considerare quello che ci succede come un errore che riguarda solo noi, che dipende da noi.
Noi non ne abbiamo colpa, non potevamo saperlo, e se anche lo sapevamo e abbiamo ugualmente scelto di restare non dobbiamo mai pensare di doverne pagare le conseguenze con la vita. Dobbiamo andare via orgogliose di avere capito, di avere una occasione di riscatto, di poter rinascere, di ricominciare, di poter assumerci la responsabilità delle nostre vite. Sicure di poter trovare un futuro differente e migliore e molte altre persone che ci ameranno molto di più.
Diamoci, datevi una mossa sorelle, qui non ci salva nessuno, bisogna fare tutto da sole. Questa è già autodifesa. Noi la pratichiamo da sempre.
Fate attenzione ad ogni cosa che vi dicono, alle foto che vengono pubblicate accanto ad ogni notizia di violenza che vi riguarda: voi sempre vittime, persone da proteggere, schiave di uomini consegnate ad altri uomini, mai grintose, orgogliose, vive, fiere, solidali, mai una immagine che faccia crescere la vostra autostima e che vi rappresenti per quello che siete. Donne di resistenza che non smettono mai di resistere anche se piegate-sfinite-massacrate, persone coraggiose che sopravvivono a tutto e che sacrificano la vita ogni giorno per ottenere un pezzo di libertà, eroine di una quotidianità brutale, forti e tenaci, determinate e piene di talento. Non martiri che fanno del proprio martirio una ragione di vita ma donne resistenti che si liberano dallo stato di schiavitù per poter essere libere.
Parlate, urlate, mettetevi in contatto con altre sorelle, alzate la testa e reagite. Siete vive e siete libere. Indecorose e libere!

La foto è di claudia pajewsky e fa parte di una raccolta che racconta un pezzo di manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 25 novembre 2008 organizzata dalla rete nazionale femministe e lesbiche sommosse. Il nostro slogan era: Indecorose e libere.

sabato 25 luglio 2009

Chi saranno gli evangelisti?



Paolo Barnard ha ragione. O no. O forse è chiederselo che non ha senso.
Le vere e proprie invettive che Barnard ha lanciato contro gli idioti che deviano le (scarse) risorse dell'opposizione popolare verso obbiettivi futili, trascurando le minacce esiziali che incombono, hanno creato qualche trambusto. Molti aficionados di Grillo e Travaglio si sono mostrati permalosi in modo ingiustificato. Hanno le loro ragioni, non dico di no, ma Paolo Barnard non è un blogger qualunque, e se l'autore del fondamentale e indispensabile Perché ci Odiano ti dice qualcosa che ti destabilizza, be', sarebbe meglio che riflettessi a fondo prima di replicare.
I sostenitori dell'opposizione Grillo-Travaglio-Di Pietro fanno benissimo a ricordare che non ci sono solo le ossessioni antiberlusconiane, ma anche iniziative concrete (l'acqua pubblica, la raccolta differenziata eccetera) che, vuoi o non vuoi, non si possono liquidare come irrilevanti.
E infatti Barnard non dice che le iniziative di questa opposizione siano irrilevanti in assoluto. Dice che, nel loro insieme, queste iniziative stanno monopolizzando l'energia della collettività "contro", non lasciandone alcuna per i problemi davvero fondamentali, tipo il devastante imperialismo neoliberista.
In quello che dice Barnard c'è parecchio di vero, solo che la soluzione che auspica (una sorta di evangelizzazione diffusa in partis infidelibus, paziente, umile e capillare) mi sembra alquanto disperata.
Intendiamoci, se la ritenessimo davvero fuori dalla realtà non staremmo a fare un blog dove parliamo anche delle cose che (d'accordo con Barnard) riteniamo importanti. Ma non esiste, a nostro avviso, un aut aut. La questione Berlusconiana, che ovviamente non si riduce alla sua persona, ma riguarda una praticabilità minima della vita istituzionale e civile di una nazione, non rappresenta certo tutto l'universo mondo, ma non è nemmeno irrilevante.
Paradossalmente, l'inciampo vero, ideologico e tattico, alla strategia di Barnard, non viene dai vari grillini, ma da alcuni che (all'interno della galassia "contro") si dichiarano d'accordissimo con le invettive del giornalista.
Sul sito ecumenico ComeDonChisciotte abbiamo potuto leggere l'energico appoggio alle tesi di Barnard da parte di Antonella Randazzo. Questo è positivo, nel vortice di indignazione grillista che offuscava l'atmosfera.
Il bello, però, è che gli argomenti che, nell'ottica di Randazzo, davvero contano, coincidono con quelli di Barnard molto parzialmente. Un elenco delle questioni giudicate cruciali da Randazzo:

- Progetto stegocratico di una dittatura globale con un unico centro di potere.
- Signoraggio.
- Verità sull’11 settembre.
- Repressioni attuate dagli eserciti occidentali nei paesi del Terzo Mondo.
- Vero significato del termine “terrorismo” (vedi a questo proposito http://www.disinformazione.it/significato_terrorismo.htm ).
- Scie chimiche.
- Sistemi dittatoriali creati e controllati dalle autorità statunitensi.
- Vero volto degli organismi internazionali (FMI, BM. ecc.).
- Verità sullo Stato d’Israele.
- Verità sulla condizione coloniale dell’Italia.
- Verità sui legami fra mafia e autorità statunitensi.
- Vera autodeterminazione dei popoli.
- Tecniche di controllo mentale per evitare che il sistema possa essere minacciato.
- Crimini dei cartelli farmaceutici.
- Uso criminale della Scienza e della produzione alimentare.

Dubitiamo fortemente che Barnard ci si ritroverebbe, lui che ha detto a chiare lettere cosa ne pensa dei "truther" dell'11 settembre.
Non è certo il caso di Randazzo, ma purtroppo è vero che molti, all'interno dell'arcipelago "contro", coltivano una filosofia decisamente postmoderna e irrazionalistica (che arriva agli estremi demenziali dell'oncologia fungina)
Non sono anche queste energie sprecate su obbiettivi irrilevanti (in questo caso inesistenti)?
E allora?
E allora, nel nostro piccolo, noi continueremo a parlare della finanza internazionale, dell'imperialismo, di Palestina, di Cuba, di Iran, e continueremo a linkare i video di Paolo Barnard, e continueremo a parlare di Berlusconi, e della sinistra, e continueremo a parlare di scienza e pseudoscienza.
La testimonianza non è né sacra né inconcludente.
La si fa e basta.

Domenico D'Amico

mercoledì 8 luglio 2009

Gramsci è armato e pericoloso

di Domenico D'Amico
 

Gramsci che impugna due MP5K (ma senza dito sul grilletto) sembrerebbe una visione inquietante per qualcuno.
Il punto non erano le armi, ma la sovrapposizione (suggerita dal pezzo per cui ho fatto il photoshopping) tra Gramsci e il personaggio fittizio Morpheus (dalla trilogia The Matrix). Come dire: abbiamo bisogno di una figura autorevole (e magari, perché no, carismatica) che possa offrire, e soprattutto diffondere, una narrativa disvelatrice del reale. Questo comporta che i ragionamenti, le analisi, gli approfondimenti sono importanti, sì, ma una percezione alternativa della realtà non si fa strada attraverso la riflessione, ma attraverso il simbolico, o addirittura il mitologico.
Non si tratta di fare l'apologia dell'irrazionalismo, si tratta della banale constatazione del fatto che il sistema imperiale liberale utilizza magistralmente la propaganda e l'indottrinamento per fare appello alle budella delle masse, in modo che esse abbiano sempre un qualche capro espiatorio per le mazzate che ricevono.
Per scuotere quelle interiora non basta la ragionevolezza. Occorrono simboli.
Ma questo riguarda noi, pidocchi sul dorso peloso e unticcio del Leviatano.
Noi possiamo gingillarci con concetti quasi totalmente privi di consistenza come quello che probabilmente avrà allarmato il nostro anonimo lettore alla vista di un Gramsci pronto a far fuoco sui nemici del proletariato.
Questo concetto è la nonviolenza.
Feticcio inane di neoliberali e Radicali (per non parlare delle penose conversioni bertinottiane), la nonviolenza, nella sua efficacia come pratica di lotta politica, è in effetti un puro costrutto ideologico.
Come spiega William P. Meyers, la nonviolenza non viene predicata ai governi o alle forze di polizia (cioè alle entità che utilizzano la violenza in modo sistematico), ma ai movimenti di opposizione.
Spassoso.
Meyers sottolinea anche la totale falsità dell'efficacia della lotta nonviolenta, proprio negli esempi più citati, Gandhi e Martin Luther King. La storia dell'indipendenza indiana è lunga e complessa, e la pratica nonviolenta di Gandhi (quando la praticò) vi ebbe un ruolo marginale. Quanto a King e alle leggi Jim Crow, occorre ricordare che fu la Guardia Nazionale a far entrare gli studenti neri nelle scuole segregazioniste?
In breve: al meglio, la nonviolenza è un sistema di pressione psicologica e morale per far sì che qualcun altro (di solito i governi) utilizzino la violenza ad un certo fine; al peggio, è una favoletta per tener buoni i facinorosi con troppi grilli per la testa (con l'aggravante che, in ogni caso, i No dal Molin di turno verranno comunque manganellati ed etichettati come sovversivi, qualsiasi scelta tattica pratichino).
Non esiste pratica politica di opposizione al potere stabilito che non implichi violenza, per il semplice fatto che il potere stabilito, di per sé, è violenza legittimata.
Bloccare il traffico (su una strada o una ferrovia), spargere letame, fare un picchettaggio, sono atti di violenza tanto quanto incendiare cassonetti o spaccare vetrine. Lo stesso sciopero in sé è un atto violento, ed è proprio per questo che liberisti e libertarian lo odiano tanto: per loro l'unica violenza è quella dell'individuo contro l'individuo e quella dello Stato contro l'individuo entrepreneur, la violenza economica (a cui lo sciopero risponde con un'azione di legittima difesa) rimane al di là della loro sfera percettiva.
La nonviolenza di stampo neoliberale e Radicale è ben lieta di ignorare i secoli di lotte violente e sanguinose che hanno permesso, in occidente, la conquista della giornata lavorativa di otto ore e tanti di quei "diritti umani" la cui difesa, ovviamente, neoliberali e Radicali sono prontissimi ad affidare alle bombe dell'Impero. Questo perché la nonviolenza neoliberale e Radicale è totalmente integrata con la violenza imperiale. Difatti, a chi vanno i consigli sulla lotta nonviolenta? A palestinesi e iracheni (o meglio, al massimo ai primi: l'invasione di un paese e la macellazione di centinaia di migliaia di persone non turba la sensibilità neoliberale e Radicale sufficientemente da far loro ipotizzare che gli iracheni possano "resistere"). Già, se vengo invaso militarmente, occupato, colonizzato, oppresso e umiliato e ammazzato ogni santo giorno, il mio primo pensiero è resistere e contrattaccare, ma devo essere un imbecille: la risposta è la pratica nonviolenta. Oh, gli occupanti se la stanno già facendo sotto!
Come disse un resistente guatemalteco: "Il 3 per cento dei proprietari terrieri possiede il 65 per cento della terra. Negli ultimi quindici anni ci sono stati 150.000 omicidi politici e sparizioni... Non mi parlare di Gandhi: qui non sarebbe sopravvissuto nemmeno una settimana. Un movimento progressista pacifico ce l'avevamo. È stato distrutto. Noi siamo stati distrutti. Perché il metodo di Gandhi funzioni ci dev'essere un governo capace di provare vergogna. Qui non l'abbiamo."

lunedì 6 luglio 2009

Rifondazione e Terra

di Alessandra Daniele (da Carmilla)

gramsci nonviolenza mp5 domenico d'amico

Compagni, ho da darvi due notizie, una cattiva, e una buona.
La notizia cattiva è che i comunisti non torneranno in Parlamento per moooolto, moooolto tempo, e questo a prescindere da quanti voti riusciranno mai a recuperare, perché PDL e PD, di comune accordo, continueranno ad alzare la
sbarra dello sbarramento in modo da tenerli fuori comunque.
PDL e PD non sono che le due facce dello stesso paperdollaro di Paperopoli, due facce come il culo. Finora l’unico motivo di vero dissenso fra loro è stata qualche escort che ha usato la lingua anche per parlare.

La notizia buona è che c’è vita anche fuori dal Parlamento. C’è aria respirabile, anzi, molto più respirabile. Come molti benemeriti militanti di base già sanno, è soprattutto lì che si può e si deve fare politica, tornando all'essenza di quello che è, che deve essere un comunista, sostenendo e organizzando i lavoratori, i discriminati, gli sfruttati, restituendogli coscienza di sé.
Ci sono milioni di italiani che si interrogano sul cazzo di Berlusconi, senza rendersi conto di avercelo nel culo. Ci sono intere generazioni di precari cottimisti che non hanno idea di appartenere di fatto alla classe operaia, definizione che associano soltanto all'immagine sfocata di omini in blu, reali quanto il Dr. Manhattan e i puffi. Si credono ''ceto medio'': non arrivano alla seconda settimana, ma si sentono rappresentati politicamente
dai loro stessi sfruttatori. Polli che votano per lo spiedo, e ci si infilano da soli sognando il tacco a spillo della Marcegaglia.
E' una catastrofe culturale, prima ancora che politica.
Quindi agire sulla realtà non basta, se non si agisce anche sulla
percezione della realtà.
Ciò che rende le destre oggi così apparentemente invincibili, quello che fa sembrare patetici i tentativi di sfidarle frontalmente a volte persino a chi li compie, è ciò che Gramsci chiamava
Egemonia Culturale, e che Morpheus chiama Matrix. Sì, per quanto sia difficile immaginarsi Gramsci in latex nero e mirrorshades, il concetto di base è lo stesso: il potere di controllare la percezione della realtà.
E chi controlla la percezione della realtà, di fatto controlla la realtà.
Decenni di palinsesti Rai-set hanno piantato nei cervelli degli italiani l'idea che essere un cazzone/una troietta egoista e ignorante è bello, è giusto, è figo, è
l’unica scelta vincente. Allevando così intere generazioni di pseudo individualisti che si credono lupi, e sono invece perfette pecore da macello.
Questo condizionamento non può essere combattuto solo a livello cosciente, perché è stato radicato nell'inconscio, attraverso la continua, martellante, ossessiva imposizione di determinati modelli. Una pianta maligna fertilizzata con quintali di merda.
L'unico sistema di combatterla efficacemente è agire contemporaneamente sul reale, e sull’immaginario collettivo, che oggi accorda ai comunisti la stessa credibilità che dà alle vittime di rapimenti alieni. Alla prossima scissione subatomica fra nanopartiti comunisti, la loro infinitesimale percentuale di consenso diventerà impossibile da calcolare per via del principio di indeterminazione di Heisenberg.
Cosa potrebbero fare i comunisti per uscire dagli X Files? Innanzitutto cacciare a calci in culo TUTTI i loro dirigenti. E in malo modo, scaraventandogli la scrivania fuori dalla finestra, davanti alle telecamere.
Immaginatevi la scena: uno sconosciuto militante di base, neo eletto portavoce, dichiara al Tg ''Sì, abbiamo rinnovato tutto il vertice,
gli altri lo dicono, noi lo facciamo davvero'', e sullo sfondo Diliberto o Ferrero, in maniche di camicia, che raccoglie i cocci della sua roba dal marciapiede. L'anchorman Rai-set commenta sarcastico ''guardate i comunisti come si sono ridotti'', la signora Pina però guarda la Tv e ridacchia pensando ''però, figo cacciarli così...''
Deciderà perciò di votare comunista?
Questo non ha nessuna importanza.
Se vogliono tornare a cambiare davvero qualcosa, i comunisti devono smettere di partecipare alla circense Campagna Elettorale Perenne.
Lascino a Sansonetti il ruolo di comunista di peluche da talk show elettorale.
Smettano di rincorrere gli zero virgola, e sventolare loghi disegnati con Paint.
Ogni comunista deve poter dire al lavoratore, allo sfruttato, al discriminato, ''io non sono qui per dare la caccia al tuo voto, ma per darti un aiuto concreto. Quando le istituzioni se ne fottono, le ONLUS si arrendono, e i sindacati se ne sbattono le palle, cerca me. Cerca un comunista.
La tua battaglia è la mia, è la nostra. Questo è quello che ‘comunista’ significa”.