giovedì 4 dicembre 2008

Berlusconi, Murdoch e l'Europa degloi ominicchi

QUELLO CHE MERITANO I QUACQUARACQUÀ

fox news


La penosissima vicenda Silvio-IVA-Sky riassume in modo esemplare la situazione del nostro sistema informativo.

Il Governo aumenta l'IVA sulle pay tv (cioè Sky) e l'opposizione “scopre” il conflitto di interessi, posizione squallidissima di gente che, quando si è ritrovata alla guida del paese, lavorava indefessamente a fare favori al Cavaliere Nero. I berluscoidi si attaccano all'Europa, che aveva imposto il riallineamento delle aliquote, ma non pensate che siano troppo condiscendenti: se l'Europa gli chiede di cacciare gli abusivi da qualche frequenza, non c'è problema, ne freghiamo una a RAIUNO...

E di tutto questo gli italiani che traggono la loro “informazione” dalla tv ne sanno poco o niente.

Come siamo fortunati noi happy few che in rete abbiamo tanto ben di dio: il solito Travaglio ci fa il riassunto, Miguel Martinez ci ricorda che genere di ceffo sia Murdoch, e tutti quanti scuotono il capo di fronte ai quacquaracquà del centrosinistra. No, sbagliano quelli che, come Carotenuto, dicono cose del tipo “per una volta che Silvio ne fa una giusta!” Noi, i privilegiati della Rete, possiamo sbertucciare l'affarismo rapinoso dei clientes berlusconiani e rinfrescarci la memoria sulle nefande attività di Murdoch. Schierarsi? Con quale criterio, quello di scegliere il meno fetente?

Come riporta Alberto Piccinini sul Manifesto di oggi, quando Berlusconi spiegò come mai (nel 1995) non avesse venduto parte della Fininvest a Murdoch, disse tra l'altro: “L'Italia ci vuole bene e questa tv se la merita.”

Parole sante!


Domenico D'Amico

mercoledì 3 dicembre 2008

Washball, Washball delle mie palle

Pensare male può far male
di Domenico D'Amico


Incappando nell'esaltazione della coreana Biowashball da parte di Beppe Grillo, ho immediatamente notato i classici segni dell'accricco-bufala.

La Biowashball si propone di sostituire, in tutto o in parte, il detersivo da lavatrice. Questa palla di gomma contenente palline di ceramica spezzerebbe le molecole d'acqua, emetterebbe raggi infrarossi, genererebbe acqua ossigenata, abbasserebbe il pH dell'acqua... Naturalmente, quando si arriva a descrivere i suoi effetti sull'aura dell'acqua, siamo arrivati al sintomo tipico dello pseudo-accricco, del genere braccialetto anti mal di mare. I dettagli li potete trovare qui.

In sé la cosa non è molto rilevante, non si tratta certo di vendere cure fasulle contro il cancro o praticare terapie pericolose e ingiustificate su bambini autistici...

Eppure...

Quelli che provano la washball dicono che funziona. Il problema non è capire come e perché funzioni (la sua azione consiste nell'aumento della movimentazione del bucato), quanto nel pensiero di chi la promuove. Che le dosi consigliate dai fabbricanti di detersivi siano dolosamente esagerate lo sa chiunque abbia mai seguito una delle innumerevoli trasmissioni “di servizio”, in tv o alla radio, degli ultimi vent'anni. Una quantità molto piccola basta e avanza. È imbarazzante che gli utilizzatori della washball additino come prova della sua efficacia il fatto che il bucato viene pulito usando una dose piccolissima di detersivo. Come a dire, per far sì che la gente usi meno detersivo non basta dirgli: ragazzi, mettetecene meno, che tanto pulisce uguale, e schiaffate nel cestello un paio di palle da tennis usate, che muoveranno i panni e il gioco è fatto. No, bisogna dirgli che esiste l'accricco meraviglioso, snocciolargli un po' di gris gris pseudoscientifico, e naturalmente, dulcis in fundo, la solita cospirazione di quelli che difendono gli interessi dei fabbricanti di sapone, che, si sa, non vogliono che il popolo conosca la verità (vedi Beppe Grillo che insinua “quelli del Salvagente sono della Coop, la Coop vende detersivi, ergo...”). Non è buffo? Chi esalta l'efficacia della palla di gomma da' per scontato che le dosi raccomandate dai produttori siano un dato attendibile. È il trionfo del cittadino-consumatore.

In fondo, però, che c'è di male? Voglio dire, molta gente userà meno detersivo, inquinando di meno, e avrà speso solo una quarantina di dollari per comprare la palla. Il risultato finale è positivo, no?

No.

Cosa succede quando si arriva a bersi le stesse scempiaggini sull'aura in questioni molto meno innocue, come la salute? Il fatto che Grillo porti come prova dell'efficacia della Biowashball la classica testimonianza dei “clienti soddisfatti” (come se stessimo parlando di qualche alga dimagrante) può far sorridere, così come sembra esagerata la proposta di qualcuno di realizzare esperimenti in merito con il metodo del doppio cieco. Ma ci sarebbe ben poco da ridere se, al posto della palla di gomma, stessimo parlando di qualche problema medico grave.

È dal tempo dei filosofi greci che cerchiamo di superare le difficoltà che i pregiudizi, i desideri, le aspettative, la percezione selettiva, oppongono alla nostra capacità di conoscere le cose.

Credere nella magia delle palle non aiuta.

lunedì 1 dicembre 2008

Perché non sono cristiano

RELIGIONE E RAGIONE:
PERCHÉ NON SONO CRISTIANO
di Bertrand Russell

Bertrand Russell
Questo discorso fu pronunciato il 6 marzo 1927 al Battersea Town Hall, sotto l’egida della South London Branch della National Secular Society


Vi spiegherò perché non sono cristiano. E qui bisogna subito chiarire il significato della parola. Oggi molti la usano non sempre a proposito. Certuni definiscono cristiano la persona che cerca di condurre una vita retta. Esisterebbero allora cristiani in ogni setta e credo religiosi. Forse che tra i buddhisti, i confuciani, i maomettani non figurano persone ammodo? Certamente non è questo il vero significato della parola. Per venire a buon diritto chiamati cristiani, occorre molta fede, e ben definita. La parola, ora, non ha la stessa chiara applicazione dei tempi di sant’Agostino e di san Tommaso, quando dogmi precisi erano accettati con profonda convinzione.

Che cosa è un buon cristiano?
Oggi bisogna essere più vaghi sul significato di cristianesimo. Vi sono, ad ogni modo, due elementi essenziali per definire un cristiano. Il primo, di natura dogmatica, è la sua fede in Dio e nell’immortalità. Il secondo, ancora più importante, è la necessità di credere in qualcosa che riguardi Cristo, com’è implicito nella parola stessa. Anche i maomettani, ad esempio, credono in Dio e nell’immortalità: tuttavia non sono cristiani. Per quanto riguarda Cristo, poi, se non lo si vuole riconoscere come essere divino, bisogna almeno vederlo come il migliore e il più saggio degli uomini. Se non ammettete questi princìpi, non vi potete chiamare cristiani. Nel Whitaker’s Almanach e nei testi geografici la popolazione del mondo viene suddivisa in cristiani, maomettani, buddhisti, feticisti, eccetera. Vi siamo compresi tutti: trattandosi però di una suddivisione geografica, la possiamo anche ignorare. Ora, vi dico perché non sono cristiano: in primo luogo, perché non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale.

L’esistenza di Dio

Per trattare in maniera adeguata il vasto e complesso problema dell’esistenza di Dio, dovrei trattenervi molto a lungo. Scusatemi, perciò, se procedo in modo sommario. Secondo la Chiesa cattolica l’esistenza di Dio può essere dimostrata con la semplice ragione. Questo dogma curioso venne introdotto dalla Chiesa cattolica quando i liberi pensatori cominciarono a sostenere che la mera ragione poteva dubitare dell’esistenza di Dio. La Chiesa cattolica comprese che doveva combattere costoro e stabilì che l’esistenza di Dio poteva essere dimostrata con la ragione enunciando gli argomenti per provarla. Ve ne sono molti, ma ne citerò soltanto alcuni.

L’argomento della causa prima

Forse è l’argomento più semplice e facile da comprendere. Ogni cosa di questo mondo ha una causa e, proseguendo nella catena di queste cause, si giunge ad una Causa Prima, cioè a Dio. Oggi questo discorso non ha molta importanza pratica. Filosofi e scienziati se ne sono occupati per confutarlo; ma il principio della Causa Prima non regge da se stesso. Quando ero giovane e studiavo questi problemi con molta serietà, ammisi per molto tempo il principio della Causa Prima. Un giorno, però, a diciotto anni, leggendo l’autobiografia di John Stuart Mill1, trovai questa frase: «Mio padre mi insegnò che la domanda: “Chi mi creò?” non può avere risposta, perché suggerisce immediatamente un nuovo interrogativo: “Chi creò Dio?”» Compresi allora quanto fosse errato l’argomento della Causa Prima. Se tutto deve avere una causa, anche Dio deve averla. Se niente può esistere senza una causa, allora perché il mondo sì e Dio no? Questo principio della Causa Prima non è migliore dell’analoga teoria indù, che afferma come il mondo poggi sopra un elefante, e l’elefante sopra una tartaruga. Alla domanda: «E la tartaruga dove poggia?» l’indù rispose: «Vogliamo cambiare discorso?» Non c’è dunque motivo per sostenere che il mondo debba proprio avere una causa ed un’origine. Potrebbe anche essere sempre esistito. È soltanto la nostra scarsa immaginazione che vuole trovare un’origine a tutto.

L’argomento della legge naturale

Questo fu uno degli argomenti preferiti durante il secolo diciottesimo, specie per l’influenza di Newton e della sua cosmogonia. A quei tempi il movimento dei pianeti attorno al sole si concepiva come comandato da Dio: i pianeti si muovevano in quel modo perché così dovevano. Semplice e comoda spiegazione che evitava un più profondo studio della legge di gravità. Oggi quel movimento lo si spiega con una complessa teoria enunciata da Einstein. Non possiamo dilungarci in particolari, ma è certo che ora non citiamo più quella legge naturale che vigeva nel sistema di Newton, secondo il quale, per motivi incomprensibili, la natura si comportava in modo uniforme. Ora appare evidente che molte delle cosiddette leggi naturali non sono altro che nostre convenzioni. Come sapete, anche nei più remoti spazi celesti, un metro si compone di cento centimetri: ciò, senza dubbio, è molto importante, ma voi certamente non lo chiamereste una legge di natura. D’altra parte, procedendo nella conoscenza dell’atomo, lo troverete molto meno soggetto a leggi di quanto potreste
1 John Stuart Mill (1806-1873), filosofo ed economista britannico. (N.d.R.) 7
pensare: le leggi alle quali si perviene sono medie statistiche come quelle che derivano dal calcolo delle probabilità. Se gettiamo i dadi, avremo il doppio sei circa una volta su trentasei. Non ce ne stupiamo. Al contrario, se il doppio sei uscisse tutte le volte, noi penseremmo subito all’esistenza di una legge vera e propria. Ci sono molte leggi naturali simili a questa. A parte ciò, il concetto che le leggi naturali richiedano un legislatore, è dovuto a confusione fra leggi naturali e leggi umane. Le leggi umane ordinano di comportarsi in un modo piuttosto che in un altro; le leggi naturali, invece, descrivono come avvengono i fenomeni. Non si può dedurne che tutto avvenga per un ordine superiore e, anche supponendolo, viene spontanea la domanda: «Perché Dio stabilì proprio queste cosiddette leggi naturali e non altre?» Se pensate che Egli abbia agito così soltanto per il proprio piacere, allora dovrete ammettere che c’è qualcuno che non soggiace a legge, e così la vostra serie di leggi naturali è interrotta. I teologi più ortodossi dicono che Dio aveva un motivo per concepire determinate leggi invece di altre: e cioè creare il migliore universo. A quanti, però, questo universo sembra il migliore? E poi, se Dio emanò leggi motivate, allora Dio stesso è soggetto a legge. Non Gli si fa gran credito introducendolo come mediatore tra legge e cosmo, postulando una legge superiore ed anteriore ai decreti divini. Dio non sarebbe più il primo e assoluto legislatore. In breve, anche questo argomento ha perduto la vitalità che poteva avere in altri tempi. Gli è che questi argomenti usati per dimostrare l’esistenza di Dio, mutano col mutare del tempo. Dapprima erano argomenti difficili e di carattere speculativo e comportavano errori ben definiti. Oggi hanno perduto anche molto del loro interesse speculativo, e riflettono sempre più concetti vagamente moralizzanti.

L’argomento del fine delle cose

L’argomento è abbastanza noto: ogni cosa è fatta in maniera tale da consentirci di vivere nel mondo, converge cioè a questo fine; un mondo diverso, invece, sarebbe privo di questa finalità. Questo, in sintesi, è l’argomento del fine delle cose. Questo fine delle cose si presenta talvolta in forma piuttosto curiosa; ad esempio, si dice che i conigli hanno la coda bianca per essere colpiti più facilmente. Chissà cosa pensano i conigli di questa interpretazione! L’argomento si presta alla parodia. Voltaire, ironicamente, dice che la forma del naso è dovuta alla necessità di adattarlo agli occhiali. Questa teoria, di vasta risonanza fino al secolo decimottavo, fu soppiantata da Darwin. Sono gli esseri viventi che si adattano al loro ambiente; non l’ambiente che si adatta agli esseri viventi. Da ciò non segue tuttavia che ci sia un fine delle cose. Approfondendo questo argomento, mi stupisco si possa credere che questo mondo, con tutti i suoi difetti, debba essere quanto di meglio onnipotenza e onniscienza siano state in grado di costruire in milioni di anni. Francamente non posso crederlo. Se voi aveste l’onnipotenza, l’onniscienza e milioni di anni a vostra disposizione, non fareste di meglio? Inoltre, se accettate le comuni leggi della scienza, dovete supporre che molto probabilmente la vita umana e la vita in generale su questo pianeta cesseranno: ci troviamo già in una fase del disgregamento del sistema solare. Osservando la luna, comprendiamo ciò che diventerà la terra: un pianeta deserto, 8
freddo e senza vita. Qualcuno dirà che questo pensiero è deprimente, toglie la gioia di vivere. Sciocchezze! Nessuno, in realtà, si affligge molto pensando a quanto avverrà fra milioni di anni. Chi dice di avere tali preoccupazioni inganna se stesso. Ci si occupa di pericoli imminenti o non molto remoti. Certamente è un poco triste pensare che tutto debba finire; però, osservando quale uso molta gente fa della propria vita, quel pensiero è quasi consolante.

L’argomento morale per dimostrare l’esistenza di Dio

Ora facciamo un passo avanti in quella che chiamerò la discesa intellettuale, compiuta dai teisti nelle loro argomentazioni per giungere ai cosiddetti argomenti morali dell’esistenza di Dio. Nei tempi passati si proponevano tre argomenti speculativi per sostenere l’esistenza di Dio. Kant ne parla nella Critica della ragion pura. A questi egli ne aggiunge un altro, di carattere morale, che lo convince appieno. Anche Kant, come tanti altri, era scettico per quanto riguarda gli argomenti intellettuali, ma abbracciava, senza riserve, i princìpi morali appresi da fanciullo, ciò che conferma la dottrina degli psicanalisti sulle esperienze dell’infanzia che lasciano tracce profonde nel carattere dell’adulto. Kant, dunque, propose un nuovo argomento morale per provare l’esistenza di Dio, che fu popolarissimo nel secolo decimonono. Questo argomento ha alcune varianti. Eccone una: non esisterebbero “giusto” ed “ingiusto” se non esistesse Dio. Per il momento trascuriamo pure la questione se vi sia differenza fra giusto e ingiusto. Il problema del quale voglio occuparmi è questo: fatta l’ipotesi che vi sia differenza fra giusto e ingiusto, mi chiedo se essa sia dovuta a Dio o no. Se è dovuta a Dio, allora per lui questa differenza non c’è e non si può più dire che Dio è buono. Se dite, come dicono i teologi, che Dio è buono, allora ne consegue che giusto e ingiusto sono in qualche modo indipendenti dalla volontà di Dio, e che non è per volontà di Dio che esiste questa differenza, ma che essa è logicamente anteriore a Dio. Si potrebbe naturalmente asserire che c’era una divinità superiore al Dio che fece questo mondo, oppure che questo fu fatto dal diavolo in un momento in cui Dio si riposava. Quest’ultima opinione, professata da alcuni gnostici, spesso l’ho condivisa. Su quest’impostazione del problema ci sarebbe molto da dire e per il momento non mi preoccupo di confutarla.

Del rimedio contro l’ingiustizia

Un altro curioso aspetto dell’argomento morale è questo: si dice che l’esistenza di Dio è necessaria per ristabilire la giustizia nel mondo, dove c’è tanta ingiustizia: i buoni spesso soffrono, i malvagi prosperano, e non so cosa sia più fastidioso; perciò, dicono, deve esserci una vita futura che ristabilisca un certo equilibrio. Quindi ci deve essere un Dio, ci devono essere necessariamente un paradiso e un inferno. Argomento alquanto specioso. Dal punto di vista del buon senso, si dovrebbe dire piuttosto: alla fin fine io conosco soltanto questo mondo. Non so nulla del resto dell’universo, ma quel che vedo in questo mondo mi basta e sopravanza per concludere che, se non c’è giustizia qua, non c’è giustizia nemmeno altrove. Se aprite una cassa di arance, e trovate che le prime sono cattive, non pensate certo che quelle sotto siano migliori, per amor di equilibrio: è molto più probabile che tutte siano cattive. La stessa cosa può dirsi dell’universo. Nel mondo non regna certamente la giustizia e questo, anziché a favore, è un argomento contro l’esistenza di Dio. Gli argomenti speculativi non spingono gli uomini a credere in un Dio: molti vi credono perché non sanno liberarsi degli insegnamenti appresi nell’infanzia. Nell’uomo c’è il desiderio di credere in Dio per bisogno di sicurezza e di protezione.

Il carattere di Cristo
Vorrei ora dire qualcosa su un argomento non sufficientemente trattato dai razionalisti: cioè se Cristo fu il migliore e il più saggio degli uomini. Si potrebbe credere che tutti siano d’accordo sull’affermativa, ma io non sono d’accordo. In molte cose potrei seguire Cristo, molto più di tanti che si professano cristiani. Ricordate che egli disse: «Non contrastate al male, anzi se qualcuno ti percuote su una guancia, tu porgigli anche l’altra». Questo precetto, non nuovo e già enunciato da Lao-Tze e da Buddha cinque o sei secoli prima di Cristo, non è certo accolto dai cristiani. Senza dubbio, il primo ministro Stanley Baldwin, ad esempio, è un convinto cristiano, ma non vi consiglio di andare a colpirlo su una guancia: vi direbbe che il principio di Cristo va inteso in senso figurato. C’è poi un altro punto che giudico molto significativo. Cristo disse: «Non giudicate acciocché non siate giudicati». Non è stato certamente questo principio ad ispirare i tribunali dei paesi cristiani. Ho conosciuto molti giudici di indiscussa fede, che giudicando non dubitavano, nemmeno lontanamente, di non agire secondo i princìpi della loro religione. Un altro precetto di Cristo, molto generoso, è questo: «Da’ a chi stende la mano e non respingere chi ti chiede un prestito». Non è il caso qui di parlare di politica: però non posso fare a meno di osservare che le ultime elezioni furono imperniate sulla questione di come rifiutare un prestito. Cosicché si deve dedurre che i liberali e i conservatori del nostro paese, in quell’occasione, si sono comportati da persone che non seguono l’insegnamento di Cristo. C’è infine un’altra massima: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, e donalo ai poveri». Principio, questo, ben poco popolare fra alcuni nostri amici cristiani. Tutte queste massime sono ottime, ma non vengono quasi mai messe in pratica. Non dirò certamente che sono io a metterle in pratica, ma, dopo tutto, io non mi dico cristiano.

Difetti nell’insegnamento di Cristo

Ho ammesso che queste massime sono eccellenti: ora ve ne cito però alcune che difficilmente permettono di riconoscere a Cristo la massima saggezza e la massima bontà. Storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza. Non tratterò, quindi, questo difficile argomento. Parlerò di Cristo soltanto come ci appare dai Vangeli dove si trovano passi non molto felici. Ad esempio, egli era certo che la sua seconda venuta, nella gloria celeste, si sarebbe compiuta prima della morte dei contemporanei. Infatti Cristo dice agli Apostoli: «Voi non avrete visitato le città d’Israele prima che il Figliolo dell’Uomo non sia venuto». E poi: «Ci sono alcuni qui presenti che non gusteranno la morte, fino a che non abbiano veduto il Figlio dell’Uomo venire nel suo regno». E ci sono tanti altri passi che ribadiscono la stessa certezza che era alla base del suo insegnamento. Quando diceva: «Non preoccupatevi del domani» ed altre cose del genere, pensava che tutto ciò che era materiale non aveva importanza, perché la seconda venuta era molto prossima. So di cristiani che la ritengono imminente. Conobbi un parroco che atterriva i suoi fedeli col pensiero di questa seconda venuta; ma quelli si tranquillizzavano quando lo vedevano piantare alberi nel suo giardino. Invece i primi cristiani vi credevano realmente, e non piantavano alberi. Sotto questo aspetto, Cristo non è stato poi tanto saggio.

Il problema morale

Guardiamo, ora, il lato morale di questo insegnamento. C’è un grave difetto nella morale di Cristo: egli predicava l’inferno. A mio giudizio, chiunque abbia in sé un poco di umanità non può credere nel castigo eterno. Egli, invece, credeva nel fuoco infernale e, stando ai Vangeli, scagliava le sue invettive contro coloro che non lo ascoltavano. Atteggiamento, questo, comune a molti predicatori, ma non certo saggio e lodevole. Socrate, ad esempio, non si lasciò mai prendere dall’ira, ed anche in punto di morte usò molta dolcezza con tutti, anche con gli avversari. A coloro che non apprezzavano la sua parola, Cristo diceva. «Serpenti, progenie di vipere, come sfuggirete al castigo dell’inferno?» Celebre è la sua condanna del peccato contro lo Spirito Santo: «Chi pecca contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo mondo, né in quello futuro». Codesta minaccia ha causato sofferenze indicibili in molti che temevano di aver commesso peccati contro lo Spirito Santo. Frasi di questo genere hanno recato paura e terrore all’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò. E ancora: «Il Figlio dell’Uomo invierà i suoi angeli, ed essi raduneranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente. Ivi sarà pianto e stridor di denti». Queste ultime parole vengono ripetute varie volte, sicché è palese una certa soddisfazione nel pensare a questo spettacolo. Ricordate, inoltre, la parabola del pastore che separa le pecore dai capretti: anche Cristo separerà gli uomini alla sua seconda venuta. Ai cattivi dirà: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno. E questi andranno nel fuoco eterno». Altro passo significativo: «Se la tua mano ti fa peccare, tagliala; è meglio per te entrare monco nel regno che andare con due mani nell’inferno, dove il fuoco non si estingue e il verme non muore». E lo dice e lo ripete. Questa del fuoco infernale, come punizione al peccato, è una dottrina che ha attizzato la crudeltà. E se il Cristo dei Vangeli fu veramente come ci è descritto dai suoi biografi, ne è in parte responsabile. Tante altre cose si potrebbero ricordare. C’è, ad esempio, l’episodio dei maiali di Gerasa: i demoni furono costretti ad entrare nel corpo di maiali, che poi precipitarono nel mare. Tutto ciò non fu molto gentile nei riguardi dei maiali, tanto più che, data la sua onnipotenza, Cristo poteva semplicemente scacciare i demoni, senza disturbare i poveri animali. C’è poi la parabola del fico: «Egli ebbe fame; e vedendo di lontano un fico fronzuto, andò a vedere se vi fosse anche frutto; ma essendosi avvicinato, non vi trovò che foglie; perché non era la stagione dei fichi. E Gesù prese a dire al fico: “Nessuno mangi più del tuo frutto”»... E Pietro... gli disse: «Maestro, il fico che tu maledicesti, è seccato». Racconto alquanto deprimente e che mi ha sempre lasciato perplesso. Quale colpa aveva l’albero, se non era la stagione dei frutti? Concludendo, la storia ci presenta persone ben più sagge e virtuose di Cristo; citerò soltanto Buddha e Socrate, che, sotto questo aspetto, mi appaiono molto superiori.

Il fattore emotivo

Come ho detto, il vero motivo per cui si accetta una religione non ha niente a che fare con le argomentazioni. L’adesione si basa su fattori emotivi. Si dice che non bisogna combattere la religione perché questa rende l’uomo virtuoso. Io non la penso così. Ricordo la gustosa parodia che di questo argomento fa Samuel Butler nel suo libro Erewhon Revisited. Il protagonista, un certo Higgs, dopo aver trascorso qualche tempo in un lontano paese, fugge su un pallone. Quando ritorna, vent’anni dopo, trova che è sorta una nuova religione, che lo venera come Figlio del Sole, salito in cielo. Si sta per celebrare la festa dell’ascensione; i professori Hanky e Panky, eminenti sacerdoti della nuova religione, stanno discorrendo fra loro e si rallegrano che Higgs non si sia fatto più vedere. Indignato, Higgs si avvicina e minaccia di svelare al popolo di Erewhon tutti i loro imbrogli. Essi lo pregano di non farlo, perché sul mito della sua ascesa in cielo si regge tutta la moralità del paese, e la corruzione dilagherebbe se la verità fosse risaputa. Higgs si lascia persuadere e se ne va via tranquillo. Con un ragionamento analogo, si bolla di malvagità chi non aderisce alla religione cristiana. Spesso, invece, è vero proprio il contrario. Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere. Ricordiamo tutti il periodo dell’Inquisizione: tante povere donne bruciate perché considerate streghe, e mille altre torture inflitte in nome della religione. In ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte delle Chiese contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario: dalla riforma delle leggi penali ai tentativi di evitare le guerre; dal miglior trattamento delle razze di colore all’abolizione della schiavitù. Il cristianesimo, così com’è organizzato, è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale nel mondo.

Perché la Chiesa ha ritardato il progresso

Penserete che mi spingo troppo oltre, dicendo che è così anche ora. Vi citerò un esempio, e scusatemi se l’argomento è poco piacevole. Supponete che una ragazza inesperta si sposi con un sifilitico. Ogni tentativo di sciogliere il matrimonio ed evitare così la nascita di figli ammalati, riuscirà vano, perché «il matrimonio è un sacramento indissolubile, e deve durare tutta la vita». Questa è la cruda risposta della Chiesa cattolica. Chiunque abbia un poco di cervello, e non sia annebbiato da dogmi, deve riconoscere quanto iniqui siano certi rigori. Questo è soltanto un esempio, ma sono innumerevoli le sofferenze non necessarie e non meritate che la Chiesa provoca in nome della sua morale. Questa morale si basa su un certo numero di regole che non hanno niente a che vedere con la felicità dell’uomo, e che contribuiscono ad aumentare le sofferenze dell’umanità. E se qualcuno suggerisce innovazioni per rendere più armoniosa la vita la Chiesa risponde che lo scopo della morale non è la felicità.

Il timore, fondamento della religione

Secondo me la religione si basa, essenzialmente, sulla paura. In parte è il terrore dell’ignoto, in parte, come ho già detto, il bisogno istintivo di immaginare qualcuno che ci aiuti e ci protegga nei pericoli: suppergiù una specie di fratello maggiore. In principio, dunque, fu la paura: paura dell’occulto, paura dell’insuccesso, paura della morte. La paura porta alla crudeltà, ed è per questo che crudeltà e religione stanno bene insieme. Oggi, tanti fenomeni non sono più misteriosi grazie alla scienza, che si è opposta alla religione cristiana, alle Chiese, e a tutti i princìpi anacronistici. La scienza può aiutare l’umanità a superare questa vile paura, nella quale ha vissuto per tante generazioni. Con l’aiuto della scienza e del nostro cuore, impareremo a non cercare aiuti immaginari, a non inventare alleati in Cielo, ma piuttosto a valerci delle nostre forze per rendere questo mondo più piacevole e diverso da quello che è divenuto, in questi secoli, sotto l’influsso delle Chiese.