domenica 26 ottobre 2008

Cosa canteremo il 4 Novembre?

di Bifo (da Rekombinant)



Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 Novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall'esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria.
Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare?
C'è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale?
C'è qualcosa della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale di cui andare orgogliosi?
In quali condizioni quella guerra si svolse?
Perché l'Italia partecipò a quella guerra?
Perché l'Italia scelse di partecipare dalla parte dell'Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell'Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un'alleanza?
Quanti italiani morirono in quella bella guerra?
E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra?
E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra?
Queste sono le domande alle quali il Ministro della Difesa Ignazio La Russa dovrebbe rispondere.
Ma siccome sappiamo che il Ministro non risponderà, siccome sappiamo che gli esperti che il Ministero della Difesa mobiliterà non risponderanno, allora a queste domande dobbiamo rispondere noi.



4 Novembre LEZIONI DI STORIA

postato da oniat alle ore 19:07 domenica, 26 ottobre 2008
Rinfrescare la memoria ogni tanto fa bene, se gli italiani fossero meno ignoranti  forse eviterebbero di farsi sempre del male.

Ciccio Matarazzofoto di Ciccio Matarazzo

COSA CANTEREMO IL 4 NOVEMBRE?
Di Bifo (da Rekombinant)

Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 Novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall'esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria.
Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare?
C'è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale?
C'è qualcosa della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale di cui andare orgogliosi?
In quali condizioni quella guerra si svolse?
Perché l'Italia partecipò a quella guerra?
Perché l'Italia scelse di partecipare dalla parte dell'Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell'Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un'alleanza?
Quanti italiani morirono in quella bella guerra?
E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra?
E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra?
Queste sono le domande alle quali il Ministro della Difesa Ignazio La Russa dovrebbe rispondere.
Ma siccome sappiamo che il Ministro non risponderà, siccome sappiamo che gli esperti che il Ministero della Difesa mobiliterà non risponderanno, allora a queste domande dobbiamo rispondere noi.

Breve storia di una lunga guerra

Quando, nel giugno del 1914 uno studente nazionalista serbo uccise l'arciduca Ferdinando, fratello dell'Imperatore d'Austria, l'Europa si trovò di fronte alla prospettiva di una guerra.
Il continente era a quel tempo diviso in due schieramenti opposti: in uno di questi si trovavano la Francia la Gran Bretagna e la Russia. Nell'altro si trovavano la Germania l'Austria e l'Italia.
Pochi giorni dopo l'assassinio dell'Arciduca l'Austria pose condizioni durissime alla Serbia, e la Serbia le accettò tutte, tranne una: gli austriaci avrebbero voluto entrare in Serbia per arrestare il colpevole, mentre la Serbia rispose lo arrestiamo noi ed effettivamente Gavrilo Prinzip, responsabile di quell'omicidio venne arrestato. Ma all'Austria non bastava, per cui l'Impero aggredì la Serbia. Dietro quella decisione c'era la fragilità dell'Impero austro-ungarico che cercava con una guerra di rinsaldare il suo potere declinante, e c'era soprattutto la pressione dell'imperialismo tedesco, che voleva modificare l'equilibrio europeo e si proponeva di umiliare la Francia, nemico da lungo tempo del Reich.
La Francia e la Russia erano alleate della Serbia, per cui nel 1914 si delineava una guerra franco-tedesca a occidente e una guerra austro-russa ad oriente. Che c'entrava l'Italia?
L'Italia era alleata dell'Austria, ma appena la guerra si presentò gli italiani si resero conto che non avevano nessuna voglia di combattere a fianco dei loro alleati. Il patto di alleanza li avrebbe costretti ad intervenire se la guerra avesse avuto carattere difensivo, ma siccome l'Austria aveva iniziato la guerra, ed era dunque il paese aggressore (anche se c'era stata una provocazione di cui la Serbia non era responsabile come stato). L'Italia aveva dunque buone ragioni per non intervenire a fianco dell'Austria. Semmai gli italiani avevano rivendicazioni da avanzare contro l'Austria, infatti l'Impero austro-ungarico manteneva il dominio dei territori del trentino e del triestino.
Quando l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, sapendo che gli italiani non avevano intenzione di seguirla, pensarono bene di evitare un tradimento completo degli italiani, e offrirono la garanzia che Trento e Trieste sarebbero state restituite alla fine della guerra se l'Italia si fosse astenuta dall'intervenire.
La neutralità era dunque la condizione naturale per l'Italia, e Giolitti, che era allora Primo Ministro italiano, fece del suo meglio per difendere questa posizione, appoggiato dai socialisti e dai cattolici che non volevano che il paese venisse coinvolto in una guerra che si annunciava dura, sanguinosa e che per l'Italia sarebbe soprattutto stata inutile.

Purtroppo esisteva in Italia una componente nazionalista che univa studenti esaltati desiderosi di menare le mani e borghesia industriale che sperava di poter guadagnare maggiori profitti dall'intervento che dalla neutralità. Inoltre un gruppo politico, guidato da un maestro elementare romagnolo di nome Benito Mussolini cominciò ad acquistare potere dall'incitazione quotidiana alla guerra. I nazionalisti accusarono Giolitti di essere un codardo e accusarono i socialisti di essere "panciafichisti". Solo partecipando alla guerra, secondo le loro menti irragionevoli, si sarebbe potuta realizzare una vera unità nazionale, e solo partecipando alla guerra l'Italia avrebbe conquistato il rispetto delle altre nazioni europee, e avrebbe potuto partecipare alle trattative per la spartizione post-bellica.
Dirigenti politici italiani incontrarono a Londra dirigenti francesi e inglesi che promisero mari e monti se l'Italia avesse attaccato da sud l'Austria che fino al giorno prima era un alleato, e che aveva promesso di cedere su tutte le richieste in cambio della neutralità.

Nel 1915, i nazionalisti riuscirono a imporre al Parlamento il rovesciamento delle alleanze. L'alleanza con Austria e Germania viene tradita a favore di un'alleanza con Francia e Inghilterra, e la guerra viene preparata apertamente.
In parlamento solo i socialisti si oppongono. Filippo Turati dichiara: "Noi restiamo socialisti. Faccia la borghesia italiana la sua guerra, nessuno sarà vincitore, tutti saranno vinti." Ma ormai gli eventi precipitano, il tradimento è compiuto.
Il 9 maggio Giolitti commenta le decisioni che si stanno prendendo in un parlamento ormai succube dei fanatici con queste parole: "Spezzare il trattato adesso, passare dalla neutralità all'aggressione è un tradimento come ce n'è pochi nella storia."
In un messaggio al popolo, Francesco Giuseppe, Imperatore austriaco dice:
"Il re d'Italia mi ha dichiarato guerra. Un atto di infedeltà, di cui la storia non conosce l'eguale è stato perpetrato dal regno d'Italia verso i suoi due alleati. Dopo un'alleanza di trenta anni durante la quale ha potuto accrescere il suo territorio e sviluppare un insospettato benessere, l'Italia ci ha abbandonati nell'ora del pericolo e a bandiere spiegate è passata nel campo dei nostri nemici. Noi non abbiamo minacciato l'Italia, non abbiamo toccato il suo prestigio, non abbiamo intaccato il suo onore e interessi, noi abbiamo seguito i doveri dell'alleanza e abbiamo offerto il nostro scudo quando è scesa in campo. Abbiamo fatto di più: quando l'Italia ha spinto il suo sguardo avido oltre i nostri confini ci eravamo decisi a grandi e dolorosi sacrifici per mantenere la pace e salvare l'alleanza. Ma l'avidità dell'Italia non poté essere placata perché pensava di poter sfruttare il momento."
Come negare che Francesco Giuseppe avesse qualche ragione? I nazionalisti italiani si resero in quel momento odiosi a chiunque non fosse indegno come loro. Odiosi agli austriaci e ai tedeschi traditi, ma anche odiosi per i francesi e gli inglesi, che usarono dei servigi militari (scarsissimi) che gli italiani poterono offrire, ma non li considerarono mai alleati bensì soltanto - quali erano - servi. E dimostrarono di disprezzare gli italiani quando, dopo la fine della guerra, al Congresso di Versailles, le richieste italiane vennero trattate con assoluta indifferenza da francesi inglesi e americani, che si consideravano, ed erano, i veri vincitori e consideravano gli italiani per quello che erano: degli utili traditori.

Chi pagò per quella guerra?

Ma chi pagò per quella guerra inutile? Come sempre nella guerra pagarono coloro che non c'entravano niente, coloro che non avevano nulla da guadagnare dalla guerra e che non l'avevano voluta: i contadini meridionali che non sapevano neanche cosa fosse l'Austria e gli operai che avevano manifestato sotto le bandiere pacifiste contro il nazionalismo.
La conduzione della guerra fu un esempio di viltà e di incompetenza da parte di coloro che avevano trascinato il paese nell'abisso. A Caporetto i morti italiani furono 11.000 i feriti 19.000, i prigionieri 300.000, 400.000 furono gli sbandati. Ancor più grave fu la battaglia di Gorizia, che costò 40.000 morti italiani.
Nel frattempo però la Francia e l'Inghilterra combattevano contro i tedeschi sul fronte occidentale, e gli americani si preparavano ad intervenire, dopo che i russi, in seguito alla rivoluzione comunista del 1917, avevano deciso di abbandonare la guerra. L'intervento americano fu decisivo e accelerò i tempi della sconfitta degli austro-tedeschi.
Non ci fu dunque nessuna vittoria italiana. Ci fu una vittoria degli alleati occidentali contro l'alleanza austro-tedesca. E i nazionalisti italiani- traditori che avevano sulla coscienza la morte di decine di migliaia di soldati, si fecero belli di una vittoria che non esisteva. Al Congresso di Versailles la falsità di quella vittoria imbecille risultò chiara. I francesi e gli inglesi si rifiutarono persino di stare ad ascoltare le richieste di Salandra e Sonnino, il nuovo Primo Ministro e il Ministro della Difesa del Regno d'Italia. Quei due rappresentanti di un paese straccione e codardo che aspirava ad essere un paese imperialista ed aggressore, volevano la Dalmazia, l'Albania l'Etiopia e chissà cosa d'altro. I paesi imperialisti e aggressori veri, coloro che nel crimine e nella sopraffazione erano dei professionisti risero dei dilettanti italiani e Salandra e Sonnino lasciarono il Congresso senza neppure essere salutati. Nasceva così il mito della vittoria mutilata, da cui trasse energia il Partito Nazionale Fascista fondato da Benito Mussolini sull'onda dell'umiliazione e del rancore.

Canteremo?

Qualcuno può pensare che questo cumulo di idiozia, tradimento ed infamia debba essere celebrato nelle scuole di un paese civile, come vorrebbe il Ministro della Difesa, questo signore col pizzetto che si chiama Ignazio la Russa? Qualcuno può cantare "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio" per celebrare quella vergogna e quel crimine?
Forse il 4 novembre canteremo, se ne avremo voglia. Ma per quel che mi riguarda io canterò


La mattina del cinque d'agosto
si muovevan le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì

Sotto l'acqua che cadeva a rovesci
grandinavan le palle nemiche
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letto di lana
venditori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a lottar

Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì

Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col suo nome nel cuor

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

Brevissima storia di quello che accadde dopo

L'infamia del comportamento dei nazionalisti che spinsero il paese a partecipare alla prima guerra mondiale è superata soltanto dall'infamia dei nazionalisti italiani che portarono l'Italia all'intervento nella seconda guerra mondiale.
In quell'occasione effettivamente ogni record di codardia e di imbecillità fu battuto.
L'entrata in guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940 con un discorso che rimane alla storia per la sua ipocrisia e per la sua falsità.
"L'ora delle decisioni irrevocabili è giunta" disse Mussolini che fino a pochi istanti prima aveva tentennato, e aveva pensato che forse non era il caso di entrare in quella guerra che Hitler aveva iniziato improvvisamente, cogliendo di sorpresa l'alleato italiano, che attendeva sì la guerra, ma l'attendeva per il 1942.
Mussolini sapeva che l'esercito italiano non era preparato, perciò aveva dichiarato in un primo momento che il paese sarebbe rimasto in una posizione di "non belligeranza".
Ma il 1 settembre 1939 le truppe di Hitler avevano invaso la Polonia, e in poche settimane avevano occupato tutto il territorio. Poi le truppe tedesche avevano attaccato e sottomesso la Norvegia, e infine nella primavera del 1940 avevano iniziato l'assalto contro la Francia, giungendo in poche settimane fino a Parigi, e sottomettendo il paese all'ordine militare nazista.
A quel punto Mussolini - spinto dai suoi seguaci più vigliacchi e più estremisti - pensò che Hitler avrebbe ineluttabilmente vinto la guerra, anzi che la guerra era già vinta. Perché non intervenire, allora? Non sarebbe forse stata una passeggiata? Non si sarebbe forse così aperta la strada a un ruolo egemone dell'Italia?
A un generale che gli faceva notare che avrebbe potuto esserci qualche problema perché l'esercito non era preparato al conflitto, Mussolini disse: "Ho bisogno solo di qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative."
Così pensano, così ragionano i fascisti: qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative.
E così il 10 giugno Mussolini dichiarò guerra alla Francia, il cui territorio era già interamente sottomesso alle truppe tedesche. I codardi da cui il Ministro La Russa discende aggredirono un paese già sconfitto, e qualcuno mormorò: "Vil Maramaldo, tu uccidi un uomo morto."
Come andarono poi le cose lo sappiamo. La partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale fu una spaventosa catastrofe. L'invasione della Grecia (cui Mussolini voleva spezzare le reni) si rivelò un rovescio perché la resistenza greca respinse gli aggressori. Poi la vittoria certa di Hitler si rivelò un'illusione e alla fine il conflitto costò centinaia di migliaia di morti, la rovina del paese, la guerra civile, l'umiliazione e la vergogna da cui solo la Resistenza - cui inizialmente parteciparono poche minoranze coscienti che non si erano piegate al consenso - riscattò, parzialmente, il paese.

Nota finale su quel che accade adesso

Ma fin qui si tratta di storia, ora parliamo del tempo presente.
Gli stessi codardi imbecilli che trascinarono l'Italia nella prima guerra mondiale, gli stessi che venti anni dopo trascinarono il paese nel secondo conflitto sono oggi al governo di Roma, sono oggi ministri della difesa e dell'istruzione, e mentre ci chiamano a cantare il Piave tutti in piedi e sull'attenti, stanno trascinando il paese in un nuovo conflitto, non meno criminale e non meno perdente dei due precedenti.
Come Mussolini trascinò l'Italia in una guerra che sembrava già vinta e invece si rivelò ben presto un inferno e si risolse in una sconfitta - così Berlusconi nel 1993 ha creduto alle parole del suo amico George W. Bush: Mission accomplished.
La guerra è già vinta, pensò il furbissimo Berlusconi, perché non approfittarne? E spedì le truppe italiane in Iraq. E, con l'accordo delle stesse opposizioni, spedì le truppe italiane anche in Afghanistan.
Non erano guerre vinte in partenza, come assicurava l'alleato americano?
Quelle guerre non solo non erano vinte in partenza, ma sei anni dopo tutti vedono bene che quelle guerre sono perse.
È persa la guerra in Iraq, che pure è costata diciassette morti all'Arma dei Carabinieri (diciassette morti che stanno sulla coscienza di Berlusconi e dei suoi amici, diciassette morti cui il tiranno ridente non ha ancora chiesto scusa).
È persa la guerra in Iraq, dopo centomila vittime civili innocenti, dopo violenze, torture, massacri che hanno avvelenato il rapporto tra l'Occidente e un miliardo di musulmani nel mondo.
Ma anche la guerra in Afghanistan si è rivelata un fallimento colossale. Quella guerra è nata dal desiderio cieco di vendetta da parte del gruppo dirigente repubblicano, incapace di arrestare il gruppo dirigente di al Qaida.
Sei anni dopo, quella vendetta si sta rivelando un terribile errore: l'Occidente sta perdendo quella guerra e al Qaida ha piegato il gruppo dirigente americano, lo ha sconfitto di fronte a tutto il mondo.
L'aggressione al popolo afghano ha permesso a un gruppo di criminali terroristi islamici di acquistare una statura gigantesca, la statura di un gruppo che riesce a sconfiggere la più grande potenza militare di tutti i tempi.
Bel risultato davvero.
L'idea che fosse possibile sottomettere un popolo con bombardamenti che hanno ucciso migliaia di civili, si è rivelata un'idea imbecille.
Ma quella guerra non è finita. Per quanto la sconfitta dell'occidente sia evidente, i fanatici militaristi non la vogliono ancora riconoscere. Truppe italiane sono impegnate su quel fronte, e non sappiamo quali sviluppi avrà la situazione nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Il Ministro della Difesa italiano, incurante del ridicolo e della vergogna, intende continuare nella sua guerra, intende rafforzare il contingente ed esporlo a pericoli crescenti. La guerra è del resto la sola prospettiva che rimane a questa classe dirigente, ora che hanno distrutto l'economia e si preparano a smantellare quel che resta delle strutture sociali.
Quando si fa la guerra è indispensabile mettere da parte l'intelligenza, è necessario che i cittadini si trasformino in sudditi ubbidienti, è necessario che nessuno abbia strumenti culturali per un pensiero indipendente.
Ecco allora che coloro che vogliono la guerra vogliono anche distruggere la scuola.
Ecco allora che le spese militari aumentano con i governi di destra come con quelli di centro sinistra (durante il governo Prodi la spesa militare italiana è aumentata del 23%, mentre la spesa per la scuola e la ricerca veniva ridotta).
Ecco allora che il Ministro dell'Istruzione vara una riforma che punta a distruggere la scuola pubblica proprio mentre il Ministro della Difesa invita gli studenti a cantare canzoni indecenti.

Al momento di marciare molti non sanno
Che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
È la voce del loro nemico
E chi parla del nemico
È lui stesso il nemico




Bibliografia per chi volesse saperne di più

Gian Enrico Rusconi: L'Azzardo del 1915, Bologna, 2005
R. Bencivenga: Saggio Critico sulla Nostra Guerra, Roma, 1930
M. Isnenghi, G. Rochat: La Grande Guerra. 1914-1918, Firenze, 2004
George Mosse: Le Guerre Mondiali. Dalla Tragedia al Mito dei Caduti, Bari, 2005
Renzo de Felice: Intervista sul fascismo, Bari 1999

L'Italia è in guerra anche oggi.
L'Afghanistan, la disfatta che cercano di nascondere.
Distruggono la scuola e preparano la guerra.

Cinema coreano 05



PROVACI ANCORA KWAK!
In un'altra occasione ho parlato di quel (ormai) classico della commedia romantica che è My Sassy Girl, ma non del suo regista, Kwak Jae-Yong, e dei film che ha fatto dopo Sassy.
Windstruck (내 여자친구를 소개합니다 2004), pur gradevole, sembrava uno strascico di Sassy, mirante a sfruttare fino all'osso la presenza di Jeon Ji-hyeon, dopodiché (a parte la partecipazione alla sceneggiatura del notevole Daisy, guarda caso pure questo con Jeon Ji-hyeon) abbiamo dovuto aspettare anni per vedere qualcosa di nuovo.
Ci si sono messi di mezzo problemi di produzione, che hanno fatto slittare di ben due anni (!) l'uscita di My Mighty Princess (무림여대생 2007), mentre Kwak, intanto, girava in Giappone. Perché in Giappone? Perché i suoi film (compreso Windstruck e l'opera prima, il commovente The Classic), se avevano fatto il botto in Corea, nelle sale nipponiche avevano fatto sfracelli inauditi. Per cui, a voler spaccare il capello in ventiquattro, l'ultimo film di Kwak non è un film coreano, ma giapponese. Pinzillacchere.

Cyborg She (僕の彼女はサイボーグ' 2008), chiamato anche Cyborg Girl e My Girlfriend Is a Cyborg (traduzione letterale del titolo giapponese) prende gli elementi di Sassy (la ragazza “bizzarra” e i viaggi nel tempo) e li porta alle estreme conseguenze.
La ragazza è più che strana, è un cyborg, e il viaggio nel tempo (che in Sassy, nonostante ci sia chi sostiene il contrario, era una metafora) è una realtà concreta. Incidentalmente, entrambi costituiscono un chiaro omaggio sia al ciclo di Terminator (la sfera di plasma della crononauta, e la citazione della Cyberdine) sia a Manga come Chobit, sia ad anime come Evangelion (la tuta da viaggio della cyborg e il pupazzetto di Rey Ayanami che il protagonista si regala all'inizio della storia).
Difatti, la radice della fabula è un classico: il protagonista (Jiro), vecchio e stroppiato nel futuro, manda nel passato un cyborg di sua fabbricazione, perché salvi il suo se stesso giovane da una sparatoria che lo lascerà menomato. Naturalmente la ragazza sintetica è poco avvezza agli usi umani, nonché piuttosto manesca. Gag in quantità. E naturalmente Jiro si innamora di lei, e lei comincia a sviluppare sentimenti umani.


 A un certo punto il loro rapporto conosce la crisi di prammatica, crisi che si risana proprio in coincidenza di un colossale terremoto che sbriciola Tokyo, durante il quale la cyborg subisce lo spiaccicamento pur di salvare il suo amato. Tutto qui? Ovviamente no. Il protagonista aveva incontrato per la prima volta la ragazza un anno prima che lei apparisse per salvarlo dalla sparatoria, e questa ragazza era completamente diversa dal cyborg di cui lui si innamorerà, era una che rideva, piangeva, si incazzava. Come mai? Naturalmente la spiegazione c'è, e il film termina con tutta una serie di rivelazioni e di svolte temporali (che, per correttezza, non posso riferire). Non è questo il punto. Il fatto che il Jiro non si accorga di questa colossale differenza caratteriale viene lasciato completamente senza spiegazioni. Forse è davvero un idiota.
My Mighty Princess, come detto più sopra, ha avuto un ritardo allucinante in postproduzione, per cui ce lo ritroviamo in contemporanea con Cyborg She.
Senza fare troppo i diacronici, possiamo dire che qui troviamo una variante leggermente più solare dell'accricco Sassy: la solita ragazza poco omologata e manesca è l'erede di una grande tradizione familiare di arti marziali. Il suo “disadattamento” deriva dal fatto che vorrebbe essere una ragazza “normale”, in modo da conquistare il tizio per cui ha una cotta (il titolo originale significa qualcosa come “La Studentessa Maestro di Arti Marziali”).

My Mighty PrincessMy Mighty Princess

Naturalmente le risulta difficile celare le proprie capacità (forza erculea, agilità e velocità straordinarie, capacità di ingurgitare senza danni enormi quantità di soju a 40 gradi, nonché una resistenza ai colpi che sfiora l'invulnerabilità – qualità sfoggiata in demenziali spettacoli da baraccone). Vai con le gag. E bisogna dire che in Mighty la caratura comica è maggiore, rispetto a Cyborg (la variante, rispetto al modello, consiste nel fatto che la figura maschile del “tiranneggiato” si sdoppia).
Ora, nel meccanismo narrativo che Kwak fa e rifà, la comicità ha un ruolo importantissimo, soprattutto perché i suoi film, verso la metà, hanno una svolta di umore piuttosto drastica verso il regno del dramma e del sentimento. E la differenza tra Cyborg e Mighty, in questo, è decisiva.
Cyborg She, rispetto a Sassy, mostra più opulenza scenica (e ti credo: un miliardo di Yen!), ma sono i protagonisti che, secondo il vostro umilissimo, danno un contributo insufficiente alla densità drammatica.
Keisuke Koide (Jiro in Cyborg She) non ha manifesta nemmeno lontanamente le goffaggini e la stupefazione che richiederebbe il suo ruolo di tenero baka. Il confronto con Cha Tae-hyeon (il protagonista maschile di My Sassy Girl – che fa un cameo, dopo quello in Windstruck, anche in Cyborg She) è catastrofico. Va un po' meglio con la ragazza-cyborg: Haruka Ayase, passato da gravure idol (pinup in costume da bagno) e poi da interprete acclamata di serie televisive, come attrice se la cava. Ma, forse per il semplice fatto di interpretare un androide dalla emotività larvata, più che roteare le palle degli occhi non può fare, dal lato comico, mentre la piega sentimentale le si addice molto di più.


E non è sufficiente, a energizzare la commedia, il piccolo ruolo di Naoto Takenaka (mitico interprete di quella pietra miliare di Swing Girls).
Invece Sin Min-ah (la protagonista di My Mighty Princess) riesce ad essere addirittura esilarante.


Non mi voglio sbilanciare, comunque, e non dirò che l'un film sia migliore dell'altro, ma visto che Kwak Jae-Yong sembra deciso (nulla di male) a narrare sempre la medesima storia, la mia impressione è che debba ancora trovare la miscela giusta per cucinare un'altra Sassy Girl, o magari qualcosa di ancora meglio.
Prova e riprova, Kwak. Hai visto mai.

Domenico D'Amico

sabato 25 ottobre 2008

SOTTO L'EGìDA DI GELMINI

Le cifre sono queste, non si discute. Perchè, molti si chiedono, si vuol rovinare una delle poche cose (la scuola elementare) che funzionano in Italia? La risposta secondo me è semplice: chi riunisce in sé grettezza, incompetenza e cattiva coscienza, non può che comportarsi così. Facciamo cassa con la scuola, avranno pensato, tanto alla Confindustria la scuola non serve, e poi comunque la privatizziamo.
All'italiano medio, a sentire i sondaggi, sembra che importi solo del grembiulino e del decisionismo muscolare: se è vero, l'italiano medio come al solito non ha capito niente e il suo abbrutimento non ha confini.
Una cosa non mi va giù dell'Università, cifre a parte: i baroni. L'Università, come tutti settori della nostra amministrazione, è lo specchio di una società nepotistica e mafiosetta. La casta è anche la casta dei docenti universitari, non c'è dubbio, e il fatto che a Bari il 50% dei professori abbia lo stesso cognome la dice lunga. Queste cose mi irritano profondamente e sono le uniche cose che ultimamente mi inducono a scrivere. Se fossimo un paese civile faremmo di tutto perchè uno diventi ricercatore o docente universitario per i suoi meriti scientifici e didattici (possibilmente prima dei 60 anni, e in ogni caso senza essere ritenuto intoccabile), e non perchè figlio di quel professore o affiliato di quel partito.
Le Università, la ricerca, i docenti, dovrebbero per forza di cose essere sottoposti a criteri di verifica. Da noi, però, una cosa apparentemente così semplice pare impossibile. È un discorso complicato, alla cui radice sta il sistema Italia, un guazzabuglio verminoso e inestricabile. Un mio amico dice che tutto cambierà  quando rimarrà solo la polvere.





L'OCSE SBUGIARDA LA GELMINI: OTTIMA LA SCUOLA ELENTARE
dal sito No alla Gelmini!

Per fortuna che c’è l’Ocse. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo sbugiarda il maestro unico della Gelmini. La scuola elementare italiana è una delle migliori al mondo, sostiene il rapporto che rapporta i paesi del mondo. Il problema? Non la disciplina, ma i bassi stipendi degli insegnanti.
L’Italia investe più della media Ocse negli alunni delle elementari ma perde poi terreno a livello di studi secondari e finisce nelle retrovie per le spese in licei e università. Alla boa dei 15 anni, gli studenti italiani si ritrovano così svantaggiati rispetto ai pari-età Ocse soprattutto nelle materie scientifiche e il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a. È nettamente inferiore alle media ocse, a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei primi della classe, i finlandesi. Sono queste alcune delle conclusioni del rapporto sulla scuola pubblicato a Parigi dall’Ocse.
Secondo i dati dell’organizzazione di Parigi, l’Italia spende 6.835 dollari per ogni suo alunno del ciclo primario contro una media Ocse di 6.252 dollari. A livello secondario il vantaggio tuttavia è già annullato con una spesa per studente pari a 7.648 dollari e una media Ocse di 7.804 dollari. Ma è al terzo gradino della scala educativa, che si produce il gap: a fronte di una media Ocse di 11.512 dollari, in Italia la spesa si assesta a 8.026 dollari. Un dato questo che tuttavia deve tener conto dell’anomalia Stati Uniti dove i prezzi delle università superano ampiamente i 20.000 dollari l’anno facendo dunque salire la media Ocse. In Italia, nota l’Ocse, i prezzi sono invece calmierati dal fatto che gli stanziamenti statali a favore delle università crescono solo modestamente e al tempo stesso gli atenei pubblici non possono aumentare oltre una certa soglia le rette che fanno pagare agli studenti. Un duplice trend che rischia di risultare in uno scadimento di lungo periodo dell’istruzione universitaria. Le cifre, prosegue l’Ocse, possono inoltre essere lette in diverse maniere. L’Italia infatti spende cumulativamente per ogni suo studente tra i 6 e i 15 anni 70.126 dollari, oltre 2mila in più della media Ocse di 67.895 dollari, ma se si guarda all’incidenza delle spese in istruzione rispetto al pil, l’italia appare in netto ritardo. Mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del pil nel proprio sistema scolastico, in italia questa percentuale scende al 4,7%. E ancora: se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento è rimasto contenuto al 12%.
A livello di stipendi pagati agli insegnanti, l’Italia offre remunerazioni relativamente basse al suo corpo docente. Lo stipendio di un maestro di scuola elementare con 15 anni di esperienza si assesta attorno ai 29.287 dollari, in sesta posizione nella classifica Ocse ma con un trend che preoccupa: gli stipendi infatti crescono ogni anno meno della media Ocse. Se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%.
A sorpresa i docenti e gli istituti scolastici sembrano invece godere della fiducia dei genitori. Secondo le indagini Ocse, infatti, l’80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%. Per quanto riguarda la formazione degli adulti, la percentuale di italiani di età compresa tra i 25 e i 34 che persegue o hanno completato studi terziari rimane ampiamente al di sotto della media euro: 17% contro il 33% Ocse. L’introduzione della laurea breve ha permesso all’Italia di raddoppiare la percentuale di quanti finiscono gli studi universitari, dal 19% al 39% contro una media Ocse del 37%, ma l’Italia rimane indietro negli studi più brevi per la qualificazione professionale al lavoro.
L’Italia inoltre continua ad avere il maggior numero di studenti che non terminano gli studi universitari: in Italia arriva alla laurea solo il 45% degli iscritti al primo anno contro una media Ocse del 69%. L’università italiana infine rimane una destinazione secondaria per gli studenti internazionali. Nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di venire in Italia. A paragone il 20% è andato negli USA, il 9% in Germania e l’8% in Francia.

giovedì 23 ottobre 2008

Macrcriminalità. I boss di FMI e Banca Mondiale beccati come Al Capone


parassita
I boss di FMI e Banca Mondiale beccati come Al Capone

di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo Partecipativo)

Nel giro di pochi mesi prima il presidente della Banca mondiale, l’estremista neoconservatore Paul Wolfowitz, e poi il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, sono stati colti con le mani nel sacco per brutte storie di abuso di potere e di sesso.

Wolfowitz è già stato costretto a dimettersi nel 2007, Strauss-Kahn è in una posizione insostenibile e dovrà farlo a breve.

Giova ricordare che le organizzazioni che Wolfowitz ha presieduto, e Strauss-Kahn ancora presiede, sono colpevoli della carestia indotta dal neoliberismo, che ha causato la morte di decine di milioni di persone nel Sud del mondo da Bretton Woods in avanti.

Giova ricordare che le politiche imposte da FMI e BM hanno causato decine di milioni di morti nell’ambito di una politica criminale tendente ad imporre condizioni usuraie sul debito estero dei paesi del Sud del mondo per potersi appropriare, per conto dei paesi ricchi, delle ricchezze di questi, in una maniera del tutto analoga alla criminalità organizzata che utilizza l’usura per appropriarsi delle ricchezze dei propri clienti.

Pertanto i boss di FMI e BM, presenti e passati, dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità da un tribunale penale internazionale.

Che Wolfowitz e Strauss Kahn vengano beccati per storielle a luci rosse, in entrambi i casi hanno malversato fondi in favore di loro amanti, è una ben magra soddisfazione che ricorda il caso di Al Capone (nella foto), il capo della mafia italo-statunitense degli anni ‘20 a Nuova York, che al tempo del proibizionismo fu infine condannato solo per evasione fiscale. Meglio di niente?

mercoledì 22 ottobre 2008

Scienza precaria

Quello di Prasher è un aneddoto curioso e interessante. Non c'è un insegnamento che si possa trarre da questa storia, se non che la realtà alle volte riproduce la struttura delle favole. Secondo uno schema proppiano, Prasher adesso dovrebbe tornare, vendicarsi dei nemici e sposare la principessa. È difficile che questo accada, staremo a vedere.
fluorescenza
Qualche giorno fa il New York Times pubblicava un curioso articolo in cui veniva celebrata la figura di Douglas C. Prasher, scienziato che ha isolato il gene di una medusa che produce una proteina fluorescente. A questa ricerca  di Prasher hanno in seguito attinto Roget Tsien e Martin Chalfie, che si apprestano a ritirare il premio Nobel per la chimica.

Si badi: non si tratta di un caso di plagio. Il nostro Prasher ha lavorato regolarmente con Chalfie, firmando i propri articoli, e ha fornito un contributo fondamentale e indiscusso al filone che porterà in seguito Chalfie e Tsien al Nobel.

Ciò che invece stupisce e fa notizia è che Prasher attualmente lavora come autista presso un rivenditore di auto in Alabama guadagnando, a 57 anni, 10 dollari l'ora. Ovviamente ai giornalisti non può sfuggire la sproporzione clamorosa tra i 450 mila dollari del premio Nobel che aspettano Martin Chalfie e la dura giornata lavorativa dell'autista Douglas Prahser.
Ma se i giornalisti hanno bisogno di fatti freschi, da cogliere con tempismo, capaci di produrre una rapida folata di stupore o di indignazione, chi riflette da anni sul general intellect dovrebbe approfittare dell'occasione per intuire la trama di significati nascosta dietro  "l'uomo che morde il cane". Il caso Prasher, inutile dirlo, non è né nuovo né particolarmente sconvolgente, la storia della scienza è costellata di episodi analoghi, in cui figure che hanno dato contributi essenziali alla ricerca sono state ignorate o neglette.
L'analogia che viene più facilmente alla mente, qui in Italia, è quella tra il caso di Prasher e quello dell'assistente di laboratorio che scoprì quel sistema di istofluerescenza che, in seguito, valse il Nobel per la medicina a Camillo Golgi (1905). Del resto molte autorevoli persone che si sono occupate di storia della scienza, da Stephen J. Gould a Bruno Latour, hanno sottolineato più volte come la scoperta sia di solito l'esito di circostanze assai più complesse di qualsivoglia "lampo di genio" di questo o quello scienziato.

Se dunque ciò che si nota e colpisce prima facie è l'ingiusta sproporzione tra il destino di Prasher e quello di Chalfie e Tsien, ciò che incuriosisce il lettore più posato e riflessivo è invece il fatto che un personaggio del genere sia rimasto senza fondi. È possibile che un talento del genere, una simile risorsa, venga trascurata e sciupata in questo modo? E come spiegare che un Prasher non è riuscito a trovare (almeno) un mestiere vicino ai suoi interessi e alle sue competenze?

In questi giorni di schermaglie su ricerca e finanziamenti domande di questo genere incuriosiscono e fanno rifilettere. Ci si potrebbe chiedere, ad esempio, se qualche varietà nostrana di Prasher possa nascondersi dietro il ghigno del conducente dell'autobus o dietro la voce della telefonista del call center dell'assistenza auto.

Il fatto è che in Italia per pubblicare a livello Prahser si deve essere figure istituzionali, ed è molto raro che una figura istituzionale possa trovarsi fuori del circuito dei garantiti. Nei fatti un caso Prasher in Italia difficilmente potrebbe verificarsi: se esistesse un Prasher sarebbe titolato, istituzionalizzato e garantito, se non lo fosse non sarebbe in grado di fare ricerca a un livello così alto.

In un certo senso si può arrivare a dire che da noi un caso Prasher è molto improbabile, se non impossibile.

La cosa si spiega con il fatto che negli USA, crisi economica o meno, le fondazioni sono capaci di creare un circuito parallelo a quello delle università. Per cui si possono incontrare persone molto titolate ma non per questo garantite, come appunto Prasher. Gente che ha lavorato su progetti a termine e, quando sono finiti i fondi, ha dovuto arrangiarsi.

Dunque non ci sono talenti nascosti dietro l'autista del pulman o la telefonista? In realtà i talenti molto probabilmente ci sono, ma non sono in condizione di arrivare dov'è arrivato Prasher. La questione sarebbe allora chiedersi come individuarli. Non è un discorso utilitaristico o strumentale: Prasher s'è dichiarato contento di aver fatto quel che ha fatto e non ha manifestato invidia o risentimento nei confronti dei suoi più fortunati colleghi.
Un atteggiamento, il suo, per certi versi anche comprensibile: lui, almeno, può dire di non aver fatto l'autista tutta la vita. Sul piano della soddisfazione personale può affermare che i suoi geni di medusa sono stati all'origine di consistenti progressi nella ricerca. Ma i nostri Prasher? Quelli che hanno studiato neutroni e neutrini e finiscono con il passare la loro vita in un call center?

Le meduse fluorescenti avrebbero potuto perfino estinguersi, e nessuno in quel caso avrebbe potuto catturarne gli affascinanti misteri.
Perfino i nostri scienziati mancati sono, a ben guardare, un po' come le meduse fluorescenti. La loro luminescenza è in via di estinzione.
Riuscire a coglierne i bagliori nascosti è un rompicapo affascinante. Come scrisse un poeta: «il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello di un fiammifero».

Rattus

da Rekombinant

lunedì 20 ottobre 2008

Fondazioni e ricerca

Riportiamo una parte dell’intervento che il Prof Di Orio, rettore dell’Università dell’Aquila, ha tenuto in occasione della “Conferenza Programmatica Regionale”- Il Cantiere del Programma - di Rifondazione Comunista a Pescara, il giorno 4 Ottobre. Uno dei temi toccati è rappresentato dalle fondazioni, un argomento molto in voga ultimamente.

wisdom

UNIVERSITÀ E RICERCA

Il problema fondamentale per il sistema dell’ “innovazione ricerca sviluppo” riguarda sostanzialmente l’acquisizione di risorse soprattutto finanziarie, ma anche umane e organizzative, alla scala necessaria per conseguire le indispensabili masse critiche.

In tale prospettiva, possono svolgere un ruolo importante le Fondazioni universitarie, che possono rappresentare strumenti essenziali per il reperimento di nuove risorse finanziarie e per l’utilizzazione dei risultati della ricerca scientifica.
Le Fondazioni Universitarie rappresentano ormai una realtà consolidata. Previste dalla Legge Finanziaria 2001 e dal DPR 254/2001, sono state promosse sinora da molti Atenei con le finalità di acquisire risorse finanziarie per il sistema universitario, di favorire la ricerca applicata e la formazione, di diffondere una cultura per lo sviluppo economico, anche attraverso iniziative congiunte tra università, aziende, istituti bancari, centri di ricerca ed enti pubblici.
Le Fondazioni già costitute sono 12 (Fondazione Politecnico di Milano; Fondazione Marco Biagi – Modena; Fondazione Università IULM – Milano; Fondazione Università degli Studi di Salerno; Fondazione Università G. D’Annunzio; Fondazione Università Teramo; Fondazione dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fondazione Politecnica delle Marche; Fondazione N. Copernico – Ferrara; Fondazione Universitaria Azienda Agraria – Perugia; Fondazione Università Mediterranea –Reggio Calabria; Fondazione Università IUAV - Venezia).
Mentre altre quattro sono in via di costituzione (Fondazione Università di Padova; Fondazione Università della Basilicata; Fondazione Università di Palermo; Fondazione Università di Pavia).
In questa sede mi limiterò a ricordare tra le attività esercitabili dalle Fondazioni previste dall’art. 2 comma 2 quelle più importanti ai fini del rapporto tra Università e sviluppo del Territorio:

A) Promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici  e privati locali, nazionali, europei ed internazionali da destinare agli scopi della fondazione;

B) Stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;
C) Amministrare e gestire beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;
D) Sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche degli enti di riferimento;
E) Promuovere la costituzione o partecipare a consorzi, associazioni o fondazioni che condividano le medesime finalità, nonché a strutture di ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico in Italia e all’estero…

L’esigenza di garantirne una maggiore incisività e un migliore coordinamento a livello nazionale alle Fondazioni esistenti, è stata recentemente riconosciuta attraverso la recente costituzione di un’Associazione che dovrà svolgere una funzione determinante nell’ulteriore crescita, anche numerica, delle Fondazioni stesse, nella condivisione delle loro esperienze e nella promozione di iniziative connesse allo sviluppo della società della conoscenza.



Ricerca, innovazione e sviluppo economico

È stato osservato come tra l’andamento della ricerca (numero di articoli scientifici) e l’andamento dei brevetti vi sia tra Europa e Stati Uniti un comportamento divergente e cioè in Europa sono in crescita gli indicatori che misurano l’output della ricerca (numero di articoli, impact factor, ecc.) mentre negli Stati Uniti è in crescita il numero di brevetti che è l’indicatore principale per valutare il trasferimento tecnologico. Ciò vuol dire che in Europa e, in modo ancora più stridente in Italia, l’aumento nella produzione di conoscenza non si straduce in un maggior utilizzo della conoscenza stessa.

Contemporaneamente, si è assistito ad un fiorire di istituzioni di varia natura a livello europeo (come il Technological Tranfer Networks - TTN), nazionale e regionale (agenzie regionali o nazionali di trasferimento tecnologico, parchi scientifici tecnologici, stazioni sperimentali ecc.).
Compito di queste istituzioni è di organizzare dall’alto l’interazione fra impresa e ricerca pubblica, favorire la diffusione della conoscenza del patrimonio di know-how tecnologico disponibile nel territorio, indirizzare la ricerca pubblica verso obbiettivi industriali, far collaborare fra loro le imprese e le università. Nella sostanza si cerca di ottenere con una pianificazione dall’alto, e con strutture appositamente costituite, quei trasferimenti tecnologici che il sistema non ha prodotto spontaneamente.
In Italia, a livello centrale, e in alcune regioni a livello periferico (Emilia Romagna e Lombardia per citare gli esempi più emblematici) sono nate una pluralità di iniziative di creazione di interfacce dell’innovazione. Poco è stato fatto con la dovuta continuità per fare in modo che all’interno del mercato, del sistema industriale e di quello finanziario si sviluppino le condizioni - e i finanziamenti necessari - per il trasferimento tecnologico. In Italia occorrerebbe in primo luogo rimuovere quelle situazioni che scoraggiano investimenti nella ricerca di frontiera e negli spin-off di alta tecnologia, in particolare:

1.  I diritti di proprietà intellettuali non sono protetti sufficientemente;

2.  Le leggi fiscali, non creano sufficienti incentivi per gli investimenti in ricerca e sviluppo;
3.  Il capitale di rischio, come già detto, è quasi impossibile da ottenere.

Le politiche necessarie per promuovere meccanismi di trasferimento sono state già individuate e richiedono:

•  una legislazione sui diritti di proprietà intellettuale nei brevetti che protegga l’attività inventiva di tutti i ricercatori, privati e pubblici, e consenta loro di fruire adeguati ritorni economici;
•  incentivazioni economiche per l’attività di brevettazione altrimenti possibile solo nelle imprese medio grandi ma inaccessibile alle piccole imprese, alle Università e ai ricercatori universitari;
•  l’ampliamento della base di deducibilità delle erogazioni delle imprese a favore della ricerca pubblica;
•  la concessione di crediti di imposta a fronte delle spese sostenute dalle aziende per attività di ricerca;
•  leggi di incentivazione che favoriscano gli investimenti in iniziative di ricerca o ad alto rischio tecnologico effettuate dal sistema finanziario;
•  leggi sugli intermediari finanziari che facilitino la creazione di società di venture capital orientate alle imprese hi-tech;
•  la creazione di una Borsa azionaria dedicata a imprese hi-tech.
Il finanziamento diretto delle imprese, erogato a livello nazionale, sembra essere meno efficace in quanto non risulta mai accompagnato da una seria attività di controllo che è l’unica che garantisce che le iniziative finanziata si traducano effettivamente in attività di ricerca e trasferimento tecnologico.
Diverso è il discorso dell’intervento a livello regionale, in questo caso l’attività di controllo e pianificazione sarebbe possibile e potrebbe essere efficace.
È di esempio per tutti il modello dell’Emilia Romagna in cui gli interventi regionali sono riusciti ad aggregare le imprese a livello locale sia tramite centri di servizi alle imprese che tramite il potenziamento dei distretti produttivi utilizzando la legge 317/1991 e da ultimo tramite i sistemi territoriali locali in cui accanto alle imprese si inseriscono i centri di ricerca pubblici e le Università.



La rottura di vecchi schematismi nel rapporto tra Università e Industria

Il fenomeno “spin-off”, con la presenza di società al confine fra Università ed industria, pur nella attuale limitatezza numerica, ha rappresentato un fattore di rottura di vecchi schematismi presenti sia all’interno del sistema universitario sia di quello produttivo.

In ambito industriale, infatti, per anni è stata sottovalutata l’esigenza del continuo aggiornamento delle conoscenze come elemento di competitività delle imprese, con la conseguente necessità di un rapporto costitutivo con Università e centri di ricerca. L’industria ha, invece, privilegiato la collaborazioni con singoli ricercatori per consulenze o l’utilizzazione di laboratori per prove specifiche nella forma di prestazione in conto terzi.
In modo speculare l’Università è stata sin qui permeata da una cultura che vedeva il ricercatore come parte di una comunità scientifica, i cui criteri metodologici, la valutazione del merito, i valori epistemologici, morali e sociali avevano valenza universale e non interagivano con la natura dei problemi espressi dal territorio e dal tessuto economico. Allo stesso modo alla ricerca scientifica non veniva attribuita alcuna accezione di tipo utilitaristico. Questo modello, che è stato validissimo per molti aspetti ed ha prodotto ricerca anche di elevatissima qualità, è stato però deficitario in un punto cruciale: non è riuscito ad interagire in modo significativo con il sistema industriale, ha vissuto in modo parallelo ad esso e quindi non ha prodotto innovazione tecnologica.
La presenza di società di spin off universitario, alcune delle quali insediati nel territorio e nelle zone industriali, il loro muoversi contemporaneamente nel mondo universitario e in quello dell’impresa tendono a scardinare questa separazione e tendono a porre in modo diverso e di maggior efficacia il rapporto impresa-università.
Ciò a maggior ragione in un momento storico in cui il progresso della società è basato sul binomio conoscenza-innovazione e, conseguentemente, viene attribuito un valore economico alla conoscenza e in generale a tutto ciò che costituisce un “bene immateriale”.


Una legge regionale per la ricerca, l’innovazione e l’Università

Per troppo tempo la Regione Abruzzo ha dimostrato scarso interesse nei confronti del sistema universitario, che oggi con i suoi tre Atenei e con i numerosi poli decentrati, è diffuso su tutto il territorio regionale. Il recente svolgimento della “Prima Conferenza sulle strategie per la ricerca e l’innovazione in Abruzzo” svoltasi all’Aquila il 19 maggio 2006, promossa e organizzata congiuntamente dal Comitato di Coordinamento regionale delle Università Abruzzesi e dalla Regione Abruzzo, ha rappresentato una significativa inversione di tendenza.

In tale prospettiva, la formulazione di una legge regionale finalizzata alla promozione, valorizzazione, sviluppo e diffusione della cultura umanistica e scientifica, della ricerca e dell’innovazione tecnologica; al sostegno dei luoghi dove si formano, si condividono e si diffondono le conoscenze scientifiche; a favorire l’interazione fra i saperi, al servizio dello sviluppo culturale e socio-economico del territorio e al miglioramento della qualità della vita; a creare e potenziare reti di eccellenza e incrementare gli scambi e la cooperazione scientifica internazionale.
Una Legge regionale in grado di assicurare risorse ai Centri di eccellenza e alle Università abruzzesi e che, nella finalità di regolamentazione e  implementazione di tutto il sistema regionale abruzzese delle ricerca e dell’innovazione, abbia ben chiaro il legame strettissimo e irrinunciabile tra questo, la Scuola e le Università pubbliche.
Un Osservatorio regionale per l’Università può inoltre rappresentare l’organo di supporto alle decisioni e alla programmazione in materia di sviluppo del sistema universitario, dei servizi per il diritto allo studio e all’implementazione dei rapporti tra Atenei, Amministrazioni pubbliche, forze sociali ed economiche, popolazione studentesca.


Considerazioni conclusive

Il complesso di dati qui sinteticamente evidenziati permette di delineare un quadro di difficoltà strutturale del Mezzogiorno, cui si è accompagnato nell’ultimo quinquennio anche un peggioramento congiunturale dei livelli relativi, in particolare nei confronti delle regioni più deboli dell’Unione. In questo contesto nazionale e meridionale, non può essere di conforto il fatto che l’Abruzzo si posizioni, rispetto a molti indicatori, al vertice delle regioni meridionali. L’analisi degli indicatori consente di individuare alcune aree specifiche di debolezza competitiva, e quindi di delineare una sorta di “agenda prioritaria” di intervento: Il deficit di dotazione di infrastrutture strategiche; l’insufficiente livello di spesa pubblica per ricerca e sviluppo; la bassa quota di laureati in materie scientifiche; l’insufficiente volume di investimenti esteri; la scarsa apertura dei mercati. Questi punti sinteticamente rappresentati devono diventare target da monitorare al fine di verificare la reale capacità della politica di coesione nazionale e regionale di incidere sulle determinanti del ritardo di sviluppo.

In Abruzzo, nel processo di interazione tra ricerca, formazione, trasferimento tecnologico operano una pluralità di attori di cui i principali sono il sistema formativo – ed in particolare le le UniversitàAbruzzesi - il sistema delle autonomie locali, e gli enti che esplicitamente sono stati creati per iltrasferimento tecnologico e per il supporto delle imprese. È necessario che queste diverse forze acquistino la capacità di fare sistema e cioè di coordinare in modo esplicito gli sforzi per il  raggiungimento di un obiettivo. Il sistema formativo ed in particolare l’Università rappresentano punti di forza – sebbene non esclusivi – del sistema abruzzese, che sicuramente potrà e dovrà ulteriormente rafforzarsi in futuro, anche in relazione ad una nuova mission emergente dell’Università, che consiste nella valorizzazione economica dei nuovi saperi e nella loro trasformazione in risorsa strategica per ilterritorio.
Se investire ancora di più sull’istruzione e sulla formazione rappresenta un elemento necessario, può tuttavia non essere sufficiente per garantire lo sviluppo del sistema, senza una contemporaneapresa di coscienza da parte dell’impresa e di tutto il sistema produttivo, finalizzata alla crescita economica e alla predisposizione di adeguate politiche industriali e di sviluppo. Ciò significa anche investire su strumenti innovativi di azione che colleghino più direttamente il sistema formativo con il tessuto economico territoriale (crediti per la formazione, prestiti d’onore per progetti individuali di formazione e stage, spin-off per l’innovazioni tecnologica derivati dalla ricerca universitaria, ecc.), e consentano di mettere in rete le Università, i Centri di ricerca presenti sul territorio e il sistema produttivo. Tra i possibili campi di interazione con il territorio sono: il trasferimento tecnologico, il partenariato con le imprese e l’incubazione di nuove imprese; la diffusione della cultura scientifica; il dialogo tra ricercatori e cittadini; la promozione del lavoro intellettuale; la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale; la vivibilità urbana e la sostenibilità dello sviluppo territoriale; l’attenzione alla salute e la sicurezza dei cittadini, la cura e i servizi alla persona.
L’attività di trasferimento tecnologico al sistema produttivo può determinarsi anche mediante percorsi formativi sul campo che, prendendo origine dall’Università stessa, portino i giovani a svolgere tesi di laurea mirate allo specifico progetto di ricerca, per svilupparsi con contratti di progetto post-laurea e completarsi poi con il definitivo ingresso dei “giovani tecnologi” all’interno del sistema produttivo. Perché quanto prima esposto possa davvero diventare prassi consolidata anche in Abruzzo, è necessario che il sistema “innovazione-ricerca-sviluppo” abruzzese si proponga, con indipendenza e autorevolezza, al rapporto e al confronto con la società, con le altre istituzioni, con l’opinione pubblica, con il contesto regionale nella sua globalità, declinando il suo ruolo di servizio in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo.

venerdì 17 ottobre 2008

Derivati


FuturesCOSA SONO I DERIVATI
di Vincenzo Comito


Si chiamano così quegli strumenti finanziari il cui valore deriva da quello delle attività sottostanti, quali valute, merci, titoli, crediti, indici finanziari o di altro tipo, o anche altri derivati (!!). Sono nati per coprire le imprese ed altre istituzioni da una serie di rischi legati alle loro attività, quali il rischio di cambio, quello di tasso di interesse, il rischio di oscillazione dei prezzi delle materie prime e si sono poi estesi ad altre aree, quale quella del rischio di credito (di questi ultimi contratti si è molto parlato negli ultimi tempi in relazione alla crisi finanziaria del luglio scorso). Oggi vengono però usati anche per fini diversi da quello della protezione, alcuni dei quali certamente meno nobili.
Le principali categorie di derivati di base utilizzate oggi sono:

- gli swap

- i future
- i forward (molto simili al future concettualmente ma differenti nell'operatività)
- le opzioni

Esistono poi innumerevoli prodotti derivati da quelli base, tra i quali ricordiamo i forward rate agreement, i warrant, i cap, i floor, i collar, i titoli cosiddetti sintetici. In gergo si parla anche di contratti plain vanilla, per caratterizzare quelli più semplici, di base, e di contratti esotici, con riferimento a quelli più sofisticati. La maggior parte dei giornalisti non ha assolutamente idea di quel che dice quando usa questi nomi a farcitura di fumosi articoli sulla finanza. Proviamo quindi a fare un po' di chiarezza.


I CONTRATTI DI SWAP

vengono stipulati tra due controparti che hanno accesso a due situazioni finanziarie distinte (a livello di tasso di interesse o di valute), a condizioni differenti l’una dall’altra.
Con questi contratti si possono scambiare un tasso di interesse fisso con uno variabile, un importo in una valuta con un importo in una valuta diversa. Ad esempio, un’impresa italiana che abbia esportato merci negli Stati Uniti con pagamento in dollari a sei mesi (periodo nel quale dovrebbe quindi affrontare il rischio che il dollaro si deprezzi nei confronti dell’euro) potrebbe cancellare tale rischio scambiando questo importo con quello di un’impresa statunitense che abbia esportato merci in un paese europeo con pagamenti in euro, sempre a sei mesi. I due contraenti normalmente non si conoscono ed ecco allora intervenire una banca o un’istituzione finanziaria che funge da intermediario.
Naturalmente, bisognerà pagare alla stessa banca una commissione per il suo servizio.

I FUTURE

sono contratti per l’acquisto o la vendita di quantità standardizzate di merci, di valute, di attività finanziarie, ad un prezzo ed ad una data futura prestabiliti. Sono trattati in borse specializzate, con l’apprestamento di una serie di strumenti di tutela per i contraenti. Esiste una gamma molto vasta di future.

L'OPZIONE

a sua volta, consiste in un diritto, ma non in un obbligo, a comprare o a vendere un certo bene (adesempio, un titolo azionario) ad un prezzo prefissato, entro o ad una certa data. Si distinguono opzioni call, che danno il diritto di comprare un certo bene, da opzioni put, che danno invece il diritto di vendere. Le opzioni presentano alcune caratteristiche specifiche, quali quella della perdita limitata - le perdite sono circoscritte alla somma pagata per acquistare l’opzione - mentre si può beneficiare di un elevato profitto potenziale legato all’andamento del titolo sottostante; la caratteristica della perdita limitata non si estende peraltro a tutti i tipi di derivati, anzi in alcuni casi tali perdite possono essere molto importanti - nonché quella dell’elevato potenziale di leva a fini speculativi - per ottenere cospicui profitti può bastare l’impiego di una somma di denaro relativamente ridotta.
Qualche brevissima informazione sugli altri prodotto elencati: con il contratto cap si stabilisce che, in una data futura prefissata, se il tasso di interesse concordato alla stipula di un contratto, ad esempio di prestito, supera un valore di riferimento prestabilito, il venditore pagherà all’acquirente un importo pari al differenziale tra i due tassi.
Il contratto floor è l’opposto di quello cap e scatta quando il tasso di interesse effettivo si dimostra inferiore a quello prestabilito.
Il collar unisce le caratteristiche del cap e del floor e consiste così nel predeterminare una banda vincolata di oscillazione per il tasso di interesse, con un livello minimo ed uno massimo di tassi di interesse stabiliti con criteri ex-ante.

Un po’ di storia
I contratti derivati hanno una storia molto lunga. Già nel Medioevo e nel Rinascimento forme relativamente semplici di tali tipologie di contratti erano usati, tra l’altro, in alcune città italiane, che erano allora alla guida dell’economia europea. Forme sofisticate di opzioni e future si ritrovano poi utilizzate ampiamente, nel Seicento, alla borsa di Amsterdam.
Tali complesse tecniche diedero anzi lo spunto a Josè Penso de la Vega, un ebreo portoghese rifugiatosi ad Amsterdam per sfuggire agli orrori delle persecuzioni religiose, nello scrivere un volume dall’espressivo titolo: Confusion de Confusiones, nel quale si dissertava con ironia e disprezzo su tali complicati ed astrusi meccanismi.
Naturalmente, già allora tali tecniche si prestavano facilmente ad abusi, truffe, manipolazioni. Così in Inghilterra, nel 1733, dopo uno scandalo borsistico, la legge proibì alla borsa londinese la contrattazione di opzioni e future.
Venendo a tempi almeno relativamente più recenti, negli Stati Uniti un mercato dei future sulle merci agricole è esistito sin dai primi anni dell’Ottocento, mentre nello stesso paese un mercato future dei prodotti finanziari si è affermato a partire dal 1972, in coincidenza con le incertezze sugli andamenti dei tassi di interesse, di inflazione, di cambio, portate dalla soppressione del sistema dei cambi fissi di Bretton Woods. La necessità di meccanismi di protezione si fa più accentuata con la crisi petrolifera del 1973 ed opzioni sui titoli azionari sono state lanciate nello stesso anno al Chicago Board Options Exchange. Presso tale mercato oggi si trattano opzioni sulle azioni, sulle obbligazioni, sulle monete, sui metalli e su vari tipi di indici. Tali prodotti si sono diffusi poi, più o meno velocemente, al resto del mondo, sino ad acquisire oggi un’importanza fondamentale.
I derivati comportano un forte legame tra i singoli mercati; i mercati dei derivati e quelli delle borse, quelli monetari e delle diverse valute e dei diversi paesi, sono resi interdipendenti da una fittissima rete di contratti e di connessioni.
Essi oggi vengono negoziati sia nei mercati ufficiali, in borsa, sia nei mercati over the counter, cioè fuori borsa, tramite in sostanza reti telefoniche attivate in genere dalle banche o da altre istituzioni specializzate.
L’insieme degli strumenti elencati ha avuto un fortissimo sviluppo nell’ultimo periodo.
Già nel giugno 2004 il mercato over the counter aveva raggiunto, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, un valore totale di 220 mila miliardi di dollari; alla fine del giugno 2007 eravamo ormai a 430 mila miliardi. Va peraltro ricordato che le statistiche ufficiali hanno rilevanti difficoltà a registrare la reale dimensione e natura delle transazioni che si svolgono in tale mercato.

I vantaggi ed i problemi

Tale importante sviluppo del mercato si spiega, oltre che con la possibilità di mitigare alcuni rischi, anche con la riduzione dei costi di copertura, con l’incremento che essi comportano nella liquidità e quindi nel funzionamento dei mercati finanziari, con i progressi recenti nel campo della teoria finanziaria, che permettono misure dei rischi e del valore dei vari strumenti molto più precise di una volta - di recente è stato anche assegnato un premio Nobel per l’economia ad uno degli inventori di una formula matematica in grado di permettere di calcolare il valore di un’opzione - nonché, infine, con le grandi possibilità di arbitraggio offerte dalle differenze di regolamentazione a livello internazionale.
Ma va anche ricordato che la creazione di tali strumenti non ha avuto soltanto effetti positivi. In effetti, mentre il loro scopo di base sarebbe quello di ridurre il rischio delle imprese e di altre istituzioni, non sempre con le singole operazioni si riesce a farlo completamente; d’altra parte, l’utilizzo di tali strumenti tende a gonfiare l’attivo e il passivo di bilancio, sia delle imprese produttive che di quelle bancarie, e pertanto, paradossalmente, tende adaumentare la necessità di un’efficace gestione del rischio complessivo, mentre rende di più difficile comprensione i dati di bilancio stessi.
Uno dei dati della crisi finanziaria di luglio-agosto 2007 è proprio quello che, a forza di usare derivati sempre più complessi, molte banche non sanno più alla fine quanti debiti hanno e verso chi. L’emergere di questi nuovi strumenti contribuisce ad aumentare la volatilità dei mercati, spostando contemporaneamente l’attenzione degli operatori dal mercato di base del risparmio e dell’investimento e accrescendo quella verso la speculazione, nonché, più in generale, verso i rendimenti e l’ottica di breve termine. Mentre, in effetti, l’obiettivo originario dei derivati è quello di strumenti di tutela contro i rischi, essi possono essere anche adoperati a fini speculativi, anzi sono ormai molto più adoperati a fini speculativi che a fini di protezione.
Negli ultimi anni essi sono anche stati usati per nascondere delle perdite di bilancio, per spostare in avanti un indebitamento difficilmente affrontabile sul momento - cosa che è, tra l’altro, successa di recente a molti enti pubblici italiani, come ci mostrano le cronache di queste settimane - per eludere le leggi nel settore finanziario, per evadere le tasse, ecc. Si tratta, per la verità, come già accennato, di strumenti spesso di difficile o difficilissima comprensione in tutte le loro implicazioni e questo spiega il fatto che essi possono portare, paradossalmente, a perdite enormi ed, in caso di crisi dell’economia, possono accentuare, attraverso la stretta connessione che essi attuano tra i vari mercati finanziari, l’instabilità sistemica.
Grandi perdite, dovute a frodi da parte di alcuni operatori e/o ad un’insufficiente comprensione del funzionamento dello strumento da parte degli utilizzatori - anche negli ultimi anni, non soltanto nel Seicento e Settecento - hanno costellato la storia dei mercati, dallo scandalo della Long Term Capital Management - nella cui direzione pure prestavano la loro opera due premi Nobel per l’economia - , a quello della Enron, a quello infine della Italease; essi hanno attirato l’attenzione sui derivati più sofisticati, ma possono registrarsi, attraverso tali strumenti, anche rischi di credito, rischi legali, rischi di mercato, rischi di sistema, come, di nuovo, la recente crisi finanziaria ha ampiamente mostrato.
La difficoltà di comprensione piena di tali strumenti da parte degli operatori ha comportato a suo tempo, quando essi hanno cominciato ad essere importati in Italia dalle grandi banche anglosassoni, la conseguenza che banche italiane hanno pagato costi pesantissimi a quelle estere prima di riuscire ad impadronirsi in qualche modo dello strumento; molte di esse, ora, insieme a quelle straniere, stanno cercando apparentemente di fare la stessa operazione con gli enti pubblici del nostro paese, dopo averlo fatto con il sistema delle imprese, in particolare di quelle piccole e medie.
Così, secondo l’Adusbef, l’associazione di tutela dei consumatori, le imprese del Nord-Est hanno perso di recente su tale fronte tra i 5 e i 7 miliardi di euro. Uno dei problemi che possono emergere riguarda il fatto che, almeno agli occhi di una persona o di un ente non troppo esperti della materia, il costo vero di un contratto può essere mascherato da un prezzo offerto dalla controparte bancaria che nella sostanza è diverso, e di solito maggiore, di quello di mercato. Si parla anche a questo proposito di costi “impliciti”.

da www.finansol.it