martedì 30 settembre 2008

Se questo è un romanzo



Non volevo farlo.
Sono stati i farmaci che prendo.
No, è stato il Dottore a costringermi.
Perché la colpa, sin dall'inizio, è stata sua. Figuriamoci se mi mettevo a scrivere un romanzo, io!
E invece, sempre per colpa del Dottore (che mi perseguitava e mi frustava se appena appena provavo a fare il lavativo), alla fine è venuto fuori l'oggetto, l'opera, la cosa.
Insomma, questo.
 
Razza Impura
 
Sì, lo percepisco: no, pietà, gli ennesimi scrittori della domenica (addirittura ci si sono messi in due!) che affardellano un malloppone con il distillato delle loro esperienze di fracasados.
In realtà si tratta di un thriller, dico sul serio. È un romanzo di fantascienza. È un pamphlet politicamente estremo. È un romance fiabesco, e pure epico (Wu Ming, perdonaci: non sapevamo quello che facevamo... E ultimamente i neuroni mi scappano dalle orecchie come il percolato da un monte di monnezza).
E adesso, sempre per colpa del Dottore, mi tocca pure parlare di Razza Impura, di promuoverlo!
Meglio cominciare con un estratto (e perdonate gli spazi dopo ogni a capo, ma non so come metter mano a certi aspetti della formattazione di Splinder).
 
«Non so da dove cominciare... Voi cosa sapete?»
 
 
 
«Non mi sembra il momento di mercanteggiare sulle informazioni.»
 
«Siete voi che siete venuti da me.»
«Non c'è nessun problema» intervenne il Dottore. «Sappiamo che lavoravi in un centro di ricerche in Arkansas, insieme a un tuo amico coreano, Jae-young Kwak. Sappiamo che molti, forse tutti quelli che operavano lì con te sono stati uccisi. Sappiamo dell'esistenza del Progetto Rattus. Sono cose che ci hai confermato appena adesso. Quanto al Progetto, si tratta di un'ibridazione uomo-ratto, o qualcosa del genere, e servirebbe a generare una stirpe di bestiame umanoide. Servi, assassini, sudditi, seguaci, diccelo tu...»
Gunnar scosse la testa.
«A quanto pare non sapete molto.»
«Allora» disse Estela, «gli uomini topo non esistono?» Si sentiva quasi offesa al pensiero che la morte della madre fosse dovuta a un semplice essere umano.
«Certo che esistono. Ma la loro creazione è solo una parte, anzi, direi che è solo un effetto secondario del Progetto...»
«Oddio» ruppe il suo silenzio Marina, che non riusciva a immaginare cosa ci potesse essere di peggio di un mostro mezzo uomo mezzo ratto di chiavica.
«E di che si tratta?» chiese il Dottore, che di colpo si domandò se questo ragazzone dalla faccia infelice fosse davvero chi credevano che fosse. Dopotutto, le informazioni di Andreas erano frammentarie, di terza mano. Ed era stato il loro misterioso insider ad averli indirizzati in mezzo ai sami. Anche a volersi fidare, niente obbligava Gunnar a essere sincero con loro.
«Per farvi capire devo parlarvi del lavoro di Molnar Dezsiderius...» Gunnar non sembrava disposto alla concisione.
Domenico sembrava sul punto di interromperlo per invitarlo a tagliare corto, ma il Dottore gli fece un piccolissimo cenno cogli occhi. Visto che lo svedese aveva tanta venerazione per Molnar, sarebbe stato meglio non contrariarlo.
«Immagino che sappiate cos'è il DNA mitocondriale» disse Gunnar.
 
 
 
 
 
E già, ecco la fantascienza. O almeno, una delle sue evenienze.
 
 
 
 
«Smettila, Esder» soffiò fuori dai denti. «Non siamo difettosi. Qualcosa vi sta sfuggendo di mano, questo è evidente. Non ti chiedi perché il raccolto sia diminuito quasi della metà, quest'anno? Perché i Fedeli che dichiarate difettosi o mettete in quarantena sono sempre più numerosi? Non siamo noi, siete voi a essere difettosi. È la nostra Fede a essere difettosa! E non parlare di pensionamento! Dì pure che quando non serviamo più veniamo buttati nel cesso!»
Luthar parlò facendo fluire liberamente le emozioni e quando terminò la frase fu sorpreso delle sue stesse parole. Un Supervisore ascoltava in silenzio da dietro la parete a specchio.
Già, qualcosa non stava funzionando e lui sapeva cosa, lo aveva sempre saputo. C'è un elemento che sfugge sempre anche alla più accurata selezione e programmazione: l'imponderabile, la mutazione casuale, il fato, Dio, gli si può dare il nome che si vuole.
E non c'è rimedio
Giotiana si alzò e guardò fuori della finestra. Il cielo nero aveva nascosto le stelle. Disattivò tutte le emozioni, escludendo la parte destra del cervello. Sfilò lo spillone che reggeva la sua acconciatura e si piantò lo spillone in gola, trapassando entrambe le carotidi, da destra a sinistra.
Quando Luthar arrivò, Giotiana era immersa nel sangue. La baciò, leccò le sue ferite, e dopo aver guardato in alto per un minuto si lacerò la gola con un gesto rapido delle mani. La cartilagine tiroidea andò in frantumi, la trachea apparve come il tubo strappato di un elettrodomestico in disuso.
Soffocò senza avvertire emozioni. Era la cosa logica da fare.
 
 
E naturalmente L'AZIONE!
 
 
 
«E se si aziona il sistema antincendio?» chiese il Dottore guardando in alto.
Domenico fece una smorfia, levandosi il berretto di lana per grattarsi la pelata.
«Questi stronzi non hanno nessuna coscienza ecologica» disse. «Usano un impianto a gas halon...»
«E come mai non abbiamo dei respiratori?»
«Ehm... C'è stato un contrattempo, sai com'è. Ma tanto dopo quella svolta c'è la centralina di controllo. La sistemiamo, e poi possiamo appicciare tutti i focherelli che ci pare!»
L'interruzione delle comunicazioni e le detonazioni avevano fatto serrare automaticamente tutte le porte blindate, per cui la via più rapida per raggiungere l'obbiettivo (il gruppo di ricercatori che a quest'ora si ritrovava isolato negli ambienti centrali) era quella del corridoio esagonale che circoscriveva il laboratorio. Dopo aver distrutto il sistema antincendio, arrivarono alla paratia che li separava dal secondo quarto di corridoio.
«Tenete pronte le pistole» disse Domenico, mentre piazzava le cariche. «Non avendo informazioni sulla natura dell'attacco, gli altri uomini si saranno piazzati a difesa del laboratorio principale, dove dovrebbero essere i nostri bersagli... Ma non si può mai sapere, magari qualcuno si sta facendo una passeggiata.»
Ma una volta fatta saltare la paratia, non trovarono nessuno ad aspettarli. Percorso quasi tutto il secondo quarto di corridoio, il percorso faceva una breve curva ad angolo, proprio in direzione dell'interno dell'impianto. Erano tutti zuppi di sudore, i giubbotti sembravano di piombo e puzzavano come un letto di malattia.
«Questa è l'ultima» disse Domenico, dopo aver minato la porta.
La procedura si ripetè: detonazione, lancio di granate, irruzione. I colpi dei fucili a pompa russi sembravano colpi di mazza su una pietra.
«Ciao, ragazzi, siamo a casa» gracidò, agghiacciante, Domenico.
Al di là del caos di suppellettili polverizzate e di cadaveri letteralmente spaccati in due, i pannelli corazzati del laboratorio principale mostravano i volti pallidi di Thorton, Blunt e Koukopulos, rimasti bloccati in quella sezione dalla chiusura automatica delle porte blindate. Maria era appena visibile, accovacciata in un angolo, il volto tra le ginocchia.
 
Non vogliamo mica farci mancare un po' (anzi, un bel po') di politica, eh?
 
 
Due ore dopo, del tutto mutati d'aspetto, i quattro stavano per salire sul treno per Pescara, quando videro i primi giornali del mattino. Ne comprarono un paio.
 
 
 
 
 
ORRORE IN CITTÀ
L'onorevole Panetta e il professor Massimo Amodio, l’Assessore alle politiche sociali del Comune di Milano Tiziana Mariolo e la ex presidentessa alla Provincia di Milano Orietta De Collibus brutalmente assassinati in casa del leader radicaliberale. Si segue la pista islamica.
 
Il Professor Amodio, politologo vicino ai radicaliberali, era famoso per il suo libro Benedetti Americani, in cui tentava di ribaltare il clichè del malvagio e insaziabile imperialismo statunitense, attribuendo allo zio Sam il merito di essere stato un argine contro la barbarie e il terrorismo. I due uomini e le due donne erano stati colti di sorpresa da individui penetrati furtivamente in casa, ed erano stati uccisi con quattro precisi colpi di pistola alla fronte. Il leader radicaliberale giaceva riverso sul tavolo del soggiorno in una pozza di sangue, mentre il professore era seduto in poltrona con la testa reclinata all’indietro e lo sguardo attonito. Le due donne erano sedute sul divano e sembravano quasi stringersi in un ultimo abbraccio. Un lavoro pulito, da professionisti, niente tracce, nessun apparente movente. La pista araba era solo una vaga ipotesi originata da una recente polemica scatenata dai quattro nei confronti del leader libico Gheddafi e dal plauso dato a un'iniziativa di Oriana Fallaci, nota scrittrice ferocemente antislamica, che aveva provocatoriamente pubblicato vignette ritenute offensive per l’Islam.
«Ma pensa» commentò Domenico. «Allora noi eravamo solo la seconda portata, per il sestetto di ottoni. Mi sa tanto che il dossier Mithrokin 2 resterà solo una delle tante chiacchiere cospirazioniste che girano per la rete, e chiunque abbia ancora qualcosa in mano, se non ha già capito il messaggio, farà la fine di Panetta...»
«Vedremo cosa ci dira il commissario» disse il Dottore. «Ma mi domando una cosa.»
«E sarebbe?» chiese Estela.
«Perché il leader del centrosinistra, l'onorevole Dalmanera, ci vuole morti.»
 
 
Non so se lo avete capito, ma i protagonisti del romanzo siamo noi. Cioè Franco Cilli e Domenico D'Amico. No, non si tratta di una narrazione autobiografica (e non sarebbe educato tirare in ballo concetti come megalomania e mitomania): i personaggi di Razza Impura sono fittizi, pur conservando alcuni tratti dei loro omonimi terreni...
 
 
 
Infatti, il dottor Cilli (nella storia citato più che altro col sintetico appellativo di Dottore) è davvero uno psichiatra, e a me, Domenico D'Amico (svariatamente indicato come Orco o Cara de Lobo), piace davvero da matti abbuffarmi.
 
 
 
La Sosta era un locale accogliente, dall'atmosfera familiare, e il proprietario, tanto gentile quanto in carne, accolse Domenico e il Dottore come due ospiti d'onore, lanciando un'occhiata ammirata in direzione di Marina. I tre si persero in chiacchiere senza costrutto e ipotesi fantasiose, mangiando pasta alla chitarra con polpettine e stinco di vitello al forno con patate. Marina, dopo il primo bicchiere nel covo di Domenico, stava diventando sempre più socievole, e manifestò sghignazzando la sua meraviglia di fronte alla rabelaisiana voracità di Faccia di Lupo (così aveva cominciato a chiamarlo). In effetti Domenico sembrava preda di una fame multigenerazionale. Non solo azzannava enormi porzioni di cibo, ma sembrava assaporarle e fagocitarle come se fossero inestimabile ambrosia. Assumeva dosi di peperoncino al limite della letalità, e sembrava che la sua sopravvivenza dipendesse da quante patate al forno riuscisse a trangugiare. Quanto al vino, estinse da solo due bottiglie di Barone Cornacchia. E mentre mangiava, parlava. Con voce a volte sibilante a volte stentorea, lardellava lo scibile umano con osservazioni sia profonde sia oltraggiose, rimbalzando da un improperio contro Moby Dick (un romanzo, a quanto pare, che non aveva apprezzato più per motivi etici che stilistici) a un bislacco peana narratologico in onore del telefilm Buffy.
 
 
 
 
 
 
Ma di che accidenti tratta questo romanzo?
Essenzialmente vede il Dottore, che all'inizio conduce una vita relativamente normale, coinvolto e fagocitato in un groviglio di cospirazioni, complotti politici, trame terroristiche, apocalittiche rivelazioni riguardanti la biologia molecolare e sconvolgenti dissidi spirituali. Tutto questo gliommero lo porta in giro per il mondo, aiutato da una scombiccherata compagnia di fenomeni (tra cui il mio doppio narrativo, che non è solo appassionato di cibo, ma anche di armi ed esplosivi): Spagna, Svezia, Cuba, Stati Uniti.
Ci sono scene caratterizzate da violenza e oscenità, ma, insomma, non si può fare una frittata senza rompere qualche cranio.
In attesa di una migliore collocazione, il libro ce lo siamo autoprodotto, utilizzando una di quelle copisterie-editrici online (cliccate sul topo in cima o qua sotto).
 
 
Per finire, un ultimo spizzico.
 
 
 
 
Il Presidente del Consiglio era rinculato fuori del bar, respirando con difficoltà, il corpo oscillante, semicurvo. Brandiva per il collo una bottiglia di Blue Curaçao. Il Dottore rimase dov'era.
 
«La prego di non rendersi ulteriormente ridicolo, presidente» disse. «Siamo qui per avere qualche chiarimento, non per farle del male. Per quel che riguarda gli attentati del (...), non si dia pena di negare o inventarsi storie alternative...»
«È così che si chiamano le stronzate, adesso?» commentò Domenico, ingollando la seconda vodka.
«...dato che conosciamo già i particolari della sua complicità. No, siamo qui per sapere qual è il suo referente nella faccenda. Chi le ha dato l'imbeccata?»
 
Per non parlare del [nostro] faccia a faccia con Fidel Castro!
Dulcis in fundo, una breve carrellata delle copertine scartate prima di arrivare a quella definitiva.
 
Domenico D'Amico
 
razza impura
 
razza impura
 
razza impura
 
razza impura
 
razza impura
 
razza impura

lunedì 29 settembre 2008

Lo Zen e Bifo


Pubblico questo post per gli argomenti esposti più che per una condivisione di quanto Bifo dice e va dicendo. Non mi convince lo stile (che c'entra lo stile, direte. C'entra, c'entra), e non mi convincono le suggestioni apocalittiche senza dati di conforto e soprattutto senza una prospettiva credibile come alternativa.
Bisogna riconoscere però che almeno Bifo ci sta provando a fare qualcosa di diverso.
 
SECONDO MOVIMENTO
Allegro ma non troppo

Pensiamo a quel che potrà accadere nei prossimi mesi ed anni.
L'intervento dello stato americano è finalizzato a salvare il ceto finanziario facendo pagare il costo ai contribuenti, alle imprese e ai consumatori. Non fermerà di certo la crisi economica, anzi. Si calcola che il salvataggio di Wall Street (che comunque non avverrà) costerà 2000 dollari ad ogni americano. L'economia americana non potrà certo riprendersi dato che il salvataggio della finanza rapina e distrugge le risorse per gli investimenti e per un rilancio della domanda.
L'effetto del salvataggio della finanza sarà quindi un prosciugamento delle risorse disponibili per la società.

Su Le Nouvel Observateur di questa settimana l'economista Michel Aglietta analizza la crisi, l'intervento statale e le probabili  conseguenze prevedibili dell'intervento statale americano.
"Questa crisi segna il fallimento dell'idea secondo cui il sistema finanziario può autoregolarsi."
D'altra parte, però
"Il primo effetto dell'intervento dello stato americano sarà la rarefazione del credito...
E la caduta del mercato immobiliare riduce la ricchezza delle famiglie che si sono indebitate pesnatemente sul valore di un bene deprezzato. Il consumo che già aveva patito dell'aumento dei prezzi delle materie prime è destinato a cadere ancor di più."

Il cataclisma economico è destinato a estendersi ed approfondirsi, è destinato a prolungarsi nel tempo. Si tratta di un fenomeno che non ha paragoni nella memoria del passato.
L'esito di questo cataclisma è imprevedibile: esso potrà produrre effetti completamente diversi.
Potrà produrre effetti di egoismo disperato e aggressivo, movimenti populisti e razzisti che individuano capri espiatori nei migranti, (razzismo) nei nemici esterni (estensione del fronte della guerra infinita), nei disfattisti interni (fascismo e repressione del dissenso).
Ma è anche vero che potrà creare le condizioni per un riemergere della cultura della solidarietà e della condivisione. Perché questo divenga possibile si dovranno affermare due processi di trasformazione culturale dei quali noi siamo responsabili, come intellettuali, come attivisti, come movimento.
Il primo processo va in direzione della redistribuzione del reddito e della riduzione del tempo di vita-lavoro.
L'altro va in direzione (in apparente contraddizione ma reale coerenza) di una cultura dell'indipendenza dal bisogno, dell'ascetismo e del godimento del tempo.

Dovremo lanciare una campagna per l'aumento generalizzato dei salari, per l'appropriazione delle merci disponibili, per l'occupazione delle case e degli spazi pubblici. I beni che il ceto predone ha sottratto alla società debbono tornare alla società, possibilmente in maniera pacifica. Dovremo lanciare una campagna per la riduzione del tempo di lavoro, per l'abolizione degli straordinari. La società deve comprendere che chi chiede di  fare straordinario è un criminale, un nemico del bene comune.  Il Protocollo sul welfare approvato dal governo Prodi e votato dai rappresentanti della sinistra è la pietra tombale sulla sinistra italiana. La complicità delle sinistre nell'estensione dell'orario di lavoro è la colpa che non si potrà mai loro perdonare.

Al tempo stesso dovremo lanciare una campagna per la riduzione del peso dell'econmia nell vita sociale, per l'autonomia dal bisogno, per l'ascetismo come godimento del tempo di vita fuori dalla merce.
Comunità extra-economiche si moltiplicheranno, per sperimentare forme di sussistenza e di condivisione (si pensi alla diffusione della moda degli orti urbani, gli allottments londinesi e così via).
A coloro che ci diranno che bisogna salvare l'economia dovremo rispondere che l'economia capitalista è il nemico della società e della vita felice.

Fino a questo momento abbiamo assistito ad una forma di crescente instabilità senza soggettivazione. Le forme di resistenza che si sono manifestate hanno avuto per lo più un carattere difensivo, polarizzato su forme culturali derivate dalle ideologie novecentesche.
La dissoluzione della sinistra va considerata come un fenomeno essenzialmente positivo, perché libera il campo dalla resistenza passatista e rende possibile l'apertura di una nuova progettualità.
Ma come agire in questa situazione?
E' necessario inventare forme adeguate al divenire catastrofico, piuttosto che attardarsi a ripresentare un ritorno di forme passate.
L'alternativa tra liberismo e statalismo - eredità della sinistra novecentesca - si rivela oggi insensata, dal momento che la presidenza americana sta proponendo il più grande intervento statale nell'economia di tutti i tempi, al servizio degli interessi del profitto finanziario e della grande proprietà privata.

Né Stato né privatizzazione. Appropriazione collettiva e ricchezza ascetica.

da Rekombinant

sabato 27 settembre 2008

Il furto dell'Onaosi

L'ONAOSI è uno dei tanti balzelli che hanno come unico scopo, quello di togliere soldi dalle tasche di qualcuno per fare arricchire qualcun altro.
L'articolo che segue illustra in maniera chiara il meccanismo di questo prelievo indebito ai danni di medici, farmacisti e veterinari italiani.
Contro l'ONAOSI è in atto un'iniziativa legale, portata avanti da un folto gruppo di sanitari e patrocinata dall'avvocato Caravita: it.wikipedia.org/wiki/Beniamino_Caravita_di_Toritto.
Chiunque fosse interessato a tale iniziativa e intendesse aderire, può contattare l'avvocato Annalisa D'Urbano: a.durbano@studiocaravita.it
          

STORIA DEL'ONAOSI
Cosa è e cosa fa

L'Opera Nazionale per l'Assistenza agli Orfani dei Sanitari Italiani (ONAOSI) è un Ente senza scopo di lucro nato da un'idea di un medico di Forlì, Luigi Casati. Con il Regio Decreto 20 luglio 1899, che ne approva lo Statuto organico, l'Opera è eretta in Ente morale con la denominazione di "Collegio-Convitto per i figli orfani dei Sanitari italiani in Perugia".

Con la Legge 7 luglio 1901 n. 306 "portante provvedimenti per il Collegio-Convitto per i figli dei Sanitari italiani in Perugia" il Parlamento rende obbligatorio il contributo per questa fondazione a carico di tutti "i medici chirurghi, veterinari e farmacisti esercenti nel Regno alle dipendenze di pubbliche amministrazioni". Tutti gli altri Sanitari "liberamente esercenti" possono contribuire volontariamente.

Questa legge all’art. 1 recitava: “Il Collegio-Convitto per gli orfani dei sanitari italiani in Perugia, eretto in ente morale con regio decreto 20 luglio 1899, provvederà, a norma del suo statuto di fondazione, al mantenimento, alla educazione ed alla istruzione così degli orfani che delle orfane bisognosi dei medici, chirurghi veterinari e farmacisti gravati del contributo obbligatorio o volontario di cui all'articolo seguente".

Nel 1977, in occasione del riordino degli Enti di assistenza e beneficenza, il Legislatore, con il D.P.R. n. 616 statuisce che una serie di Enti pubblici ritenuti "inutili", tra cui l’ONAOSI, devono essere soppressi. Nel 1991, dopo varie vicissitudini politiche, la Legge n. 167 consente all’ONAOSI di continuare nelle sue attività. Nel 1995, in base al decreto legislativo n. 509/1994, l’ONAOSI si trasforma da Ente Pubblico in “Fondazione Privata”. Il 30 ottobre 1995 i Ministeri competenti approvano il primo statuto ed il regolamento della "privatizzazione".

Nonostante la privatizzazione l’obbligo di mantenere questo Ente rimane in capo ai sanitari dipendenti di pubbliche amministrazioni, equiparando forse l’ONAOSI, più che ad un'Opera Pia, ad una sorta di mutua società di assicurazione. Rimane comunque la possibilità di adesione volontaria per i Medici convenzionati ed i liberi professionisti.

Nel corso degli anni l’ONAOSI ha sempre stabilito l’importo della contribuzione da detrarre dalle buste paga dei sanitari dipendenti pubblici. Tali importi, continuamente superiori al reale fabbisogno, ha fatto rilevare alla Corte dei Conti nella sua Relazione al Parlamento che l’ONAOSI, nel corso degli anni, “ha accumulato un grande patrimonio mantenendo” però “moderato il livello delle prestazioni assistenziali” (Atti Parlamentari XIV Legislatura Doc. XV n° 52 del Senato).

Nonostante ciò il Consiglio di Amministrazione, detenuto saldamente in mano da poche persone, ha sempre lavorato per cercare di ampliare il bacino di contribuzione e quindi avere maggiori risorse da gestire.

Ciò riesce nel 2002, quando si arriva all’approvazione di una piccola norma inserita nella Finanziaria per il 2003 (art. 52 c. 23 della L. 289/2002) che, di fatto, modifica la legge n. 306 del 1901 ed estende a tutti i sanitari liberi professionisti iscritti agli Ordini dei Farmacisti, Medici Chirurghi, Odontoiatri e Veterinari la contribuzione obbligatoria a favore di questo Ente, demandando sempre al suo Consiglio di amministrazione la determinazione dell’ammontare del contributo e delle modalità di riscossione.

L’ONAOSI oggi si ritrova quindi a ricevere contribuzioni non più da 130.000 aderenti, ma da ben oltre 450.000 fra medici, odontoiatri, farmacisti e veterinari coattivamente obbligati al suo mantenimento con una quota annua pro capite per il 2005 di euro 120,00. Nel 2004 fu di euro 144,00.

L’ estensione della contribuzione appare comunque ingiustificata dal punto di vista del bilancio, sia in relazione al volume delle prestazioni rese, che al numero degli orfani potenzialmente assistibili (non è detto poi che tutti gli orfani chiedano il sostegno dell’ONAOSI e non è detto che tutti siano bisognosi).

L’ONAOSI nel 1977 aveva 3.068 assistiti, nel 1991 questi erano 3.950, e nel 2003, prima quindi della contribuzione obbligatoria, ne aveva 3.560 (dal sito www.ONAOSI.it). Dopo l’obbligatorietà della contribuzione ha aumentato il numero di assistiti a 3.973. Solo 413 in più rispetto al 2003 ma quasi simile al numero di assistiti del 1991.

Eppure il nuovo obbligo di contribuzione esteso a tutti i sanitari porta nelle casse dell’Ente circa 70 milioni di euro l’anno, fra contributi e rendite finanziarie, circa 30 milioni di euro in più rispetto a quanto appare nei bilanci sino al 2000 (fonte Relazione della Corte dei Conti al Parlamento esercizio 2000 www.corteconti.it o www.camera.it ).

Sorge spontaneo chiedersi come è stata e sarà impiegata questa grande differenza che ogni anno si versa nelle casse dell’ONAOSI. La risposta potrebbe essere ricercata nella modifica dello Statuto e dell’oggetto sociale dell’Ente quando sono state inserite delle prestazioni che nulla hanno a che vedere con l’originaria missione della Fondazione.

L’ONAOSI oggi ha (fonte Relazione della Corte dei Conti al Parlamento esercizio 2004) un Consiglio di Amministrazione di 23 persone, una Giunta Esecutiva composta da 9 membri, un Collegio Sindacale di 5 persone e un Direttore Generale. Tutti ricevono indennità e gettoni di presenza. Il Presidente ha un emolumento di euro 72.000 annue (anno 2003). Gli altri consiglieri ed i sindaci seguono a ruota con importi leggermente inferiori. E’ inoltre previsto per ognuno un gettone di presenza di euro 360 a riunione (anno 2003). Tutti restano in carica cinque anni e sono rieleggibili per uguale periodo.

I meccanismi di nomina dei membri di questi organismi sono complessi: secondo lo Statuto, 12 membri del Consiglio di Amministrazione vengono “designati” da vari Ordini, Commissioni e Ministeri. Altri 10 sono eletti dai Presidenti Provinciali dei singoli Ordini sulla base di un non precisato elenco di candidati, non si conosce la modalità di nomina del 23° membro.
Per i membri da eleggere non si conoscono le modalità di candidatura.

La base dei contribuenti è totalmente estranea ed estromessa dalle nomine in Consiglio di Amministrazione non essendovi alcuna consultazione prima delle nomine.

Lo Statuto prevede che in seno al Consiglio di Amministrazione vi siano dei posti riservati a rappresentanti degli Ordini professionali dei Medici, dei Farmacisti e dei Veterinari di Perugia, nonché degli Ordini dei Medici di Torino e di Ancona, con ciò creando delle evidenti disparità con gli altri Ordini Professionali, disparità forse normale in un Ente a contribuzione volontaria ma che non appare equa per un Ente "universale" sostenuto dal contributo di tutti.

Il Collegio sindacale è composto di 5 membri, due dei quali designati da due Ministeri e 3 dal Consiglio di Amministrazione che nomina anche il Presidente.

Il Collegio Sindacale, che “esercita il controllo sulla gestione economica e patrimoniale della Fondazione” e quindi sull’operato del Consiglio di Amministrazione, è da questi nominato e a questi deve riferire. Come dire che il controllato controlla il controllore.

È di tutta evidenza quindi che, escludendo il mero controllo contabile effettuato dalla Corte dei Conti, nessuno degli obbligati al mantenimento dell’ONAOSI ha facoltà di verifica sul suo operato o di partecipazione alla nomina dei componenti il Consiglio di Amministrazione.

I bilanci dell’ONAOSI non sono divulgati e non sono pubblicati sul sito istituzionale dell’Ente. Alcuni dati sono estrapolabili da altre fonti accreditate.

L’ONAOSI, nel 2004, aveva 240 dipendenti (fonte Relazione della Corte dei Conti al Parlamento esercizio 2004) per un onere totale, nel 2004, di euro 10.170.000.

Le attività patrimoniali, sempre in aumento, hanno raggiunto il valore di euro 340.000.000 (fonte Relazione della Corte dei Conti al Parlamento esercizio 2004) con un patrimonio immobiliare enorme che ogni anno si accresce in virtù del flusso contributivo difficilmente spendibile nel corso dello stesso anno.

La Fondazione ha in proprietà una residenza per anziani a Montebello (PG) che offre soggiorni a prezzi ridotti (fonte sito www.ONAOSI.it). Sfugge come tale progetto sia conforme alla missione originaria dell’Ente di assistenza agli orfani dei sanitari.

La Fondazione ha anche in proprietà dei gradevoli centri vacanze, da offrire a pagamento a prezzi ridotti ai sanitari contribuenti o ai loro figli. Sfugge come anche questa offerta turistica possa essere riconducibile alla originaria missione di assistenza agli “orfani bisognosi”.

Oggi l’ONAOSI ha quindi in proprietà e gestisce in tutta Italia a pagamento, a tariffe agevolate, residenze universitarie, convitti, centri vacanze e centri per anziani. Le attività gratuite sono decisamente limitate e con particolari norme di accesso. Le attività di assistenza agli orfani si limitano alla erogazione di borse di studio. Inoltre, con le modifiche allo statuto, le borse di studio sono erogate anche a non orfani.

La limitata disponibilità di posti non consente comunque a tutti i contribuenti di usufruire di tutti i servizi offerti. Inoltre le regole di accesso ad alcuni servizi prevedono un minimo di anni di contribuzione. Questo limite, per evidenti motivi anagrafici, non è raggiungibile da molti dei Sanitari obbligati al versamento del contributo.

In buona sostanza l’ONAOSI è un ente che, di fatto, esercita anche attività commerciale i cui mezzi patrimoniali sono però forniti, per legge, da un’intera categoria professionale. Si potrebbe anche ipotizzare una concorrenza sleale fra l’ONAOSI e le altre aziende private che esercitano la medesima attività tramite Collegi per studenti e Residenze Sanitarie per Anziani ma con capitale privato e con il rischio imprenditoriale.

L’estensione del contributo a tutti i sanitari italiani ha quindi poco a che vedere con l’assistenza agli orfani bisognosi, ma rappresenta un programma d’espansione estraneo alla originaria missione dell’Ente. Tale programma di espansione è confermato dalle variazioni apportate allo statuto dell’ONAOSI nel febbraio 2004, subito dopo la promulgazione della legge che ha esteso la contribuzione obbligatoria.

All’art. 2, modificato, si legge che la condizione di bisogno prescritta all’art. 1 della L. 306 del 1901 (istitutiva dell’Ente ed ancora in vigore) non è più necessaria: per ottenere l’assistenza basta essere orfani, indipendentemente dal reddito. Il regolamento di altri Enti assistenziali (ad esempio dell’ENPAF per i farmacisti ma della stessa ONAOSI prima della modifica) prescrive che lo stato di bisogno deve essere “comprovato”. Oggi possono quindi accedere alle prestazioni anche soggetti economicamente benestanti.

All’art. 6, lettera b, anche la condizione d’orfano non è più fondamentale. È stato esteso il beneficio ai figli di sanitari inabili, sempre indipendentemente dalle condizioni di bisogno.

Sempre all’art. 6, lettera c, è stata anche superata la condizione d’essere figli di sanitari inabili, essendo sufficiente essere figli di contribuenti viventi e abili.

All’art. 7, punto 2, è anche dichiarato che “la fondazione, nell’ambito delle proprie finalità ed entro i limiti di bilancio, eroga, altresì, prestazioni e servizi, anche a pagamento, cui possono accedere i figli di contribuenti viventi, obbligatori o volontari, gli stessi contribuenti e i loro coniugi.

Con le modifiche sopra indicate sono stati sostanzialmente mutati gli scopi della fondazione che, ricordiamo, era quella di provvedere “al mantenimento, alla educazione ed alla istruzione così degli orfani che delle orfane bisognosi dei Medici, chirurghi veterinari e farmacisti”.

Tali modifiche hanno inoltre violato e snaturato anche la vigente Legge n. 306/1901, istitutiva dell’Ente, ed hanno traviata la motivazione per cui si era giunti alla imposizione obbligatoria avvenuta con l’art. 52 c. 23 della L. 289/2002: con le modifiche adottate nel 2004 il Consiglio di Amministrazione dell’ONAOSI ha praticamente cancellato dallo statuto della Fondazione le parole “orfani” e “bisognosi”, ed ha esteso il diritto alle prestazioni anche a soggetti che non sono né orfani né bisognosi e che non hanno alcuna necessità di atti di solidarietà.

La Legge del 2002 voleva ampliare la base su cui poter distribuire l’onere del mantenimento, lasciando invariato il sostegno agli orfani bisognosi riducendo al contempo il carico impositivo sino ad ora in capo ai soli dipendenti pubblici.

Alla luce di quanto accaduto, sembra evidente che prima si è fatto in modo di rendere obbligatoria la partecipazione di tutti i sanitari italiani alla vita dell’ONAOSI, e poi si è modificato l’oggetto sociale per adeguarlo al nuovo fiume contributivo, diventato eccessivo rispetto alla reale necessità di assistenza agli orfani.

Infine giova ricordare che di norma gli Enti di Previdenza ai quali sono (anche a questi!) obbligatoriamente iscritti i Professionisti iscritti nei relativi Albi Professionali, prevedono non solo una prestazione certa ad un determinato momento della vita (una pensione) ma anche degli aiuti ai superstiti dei propri iscritti.

L’ENPAM (Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Medici), ad esempio, ha previsto statutariamente (art. 31 /4) “l’istituzione annuale di sussidi a favore di studenti orfani degli iscritti da concedere in considerazione dello stato di bisogno e dei meriti scolastici dei richiedenti” nonché di “concedere al pensionato, al suo coniuge o al coniuge superstite, che versano in grave stato di bisogno, sussidi a titolo di concorso nel pagamento di rette di ammissione in case di riposo pubbliche e private di accertata serietà”.
L’ONAOSI invece prevede solo delle prestazioni integrative e non previdenziali e anche queste non per tutti gli obbligati alla contribuzione. Vi sono situazioni di disparità nel godimento delle prestazioni: lo Statuto prevede ad esempio che anche Medici viventi possano usufruire delle prestazioni dell’Ente purché iscritti da almeno 30 anni. Ciò comporta che tutti i sanitari iscritti coattivamente in epoca attuale dovranno pagare i contributi senza però poter godere di tali prestazioni, né, in gran parte, potranno goderne in futuro per ovvi motivi anagrafici. Si viene a verificare, insomma, un trattamento privilegiato di pochi, sostenuto dai contributi di tutti.

mercoledì 24 settembre 2008

Obiettivo: distruggere il tessuto sociale 3


L'ultimo «bingo» turbocapitalista
di Paolo Cacciari (dal Manifesto)

Ho l'impressione che la «casta degli oligarchi», la nuova élite di «mega-ricchi» come li definisce Hervé Kempf - che governa l'economia mondiale abbia messo a segno il più grande colpo della storia. Se non ho capito male, alla fine della giostra, un colossale flusso di denaro, da 600 a 1.000 miliardi di dollari, secondo le diverse stime, transiterà dalle casse delle banche centrali americane ed europee - cioè dalle riserve statali accumulate con i proventi fiscali dei cittadini - ai portafogli dei grandi investitori finanziari. In realtà i mutui degli americani poveri non c'entrano nulla. Pensate a quale piano planetario di edilizia economica e popolare si sarebbe potuto realizzare con solo una parte delle somme sborsate! I mutui sono stati il veicolo con cui creare ad arte una esposizione debitoria inesigibile - drogando i prezzi di mercato degli immobili e, di conseguenza, sopravalutando i titoli ipotecari nelle mani degli istituti di intermediazione. Un gioco da ragazzi, una «shock economy», direbbe Naomi Klein, pianificata e provocata dalle stesse autorità monetarie «regolatrici» dei mercati e dalle agenzie di rating e di controllo. Basta seguire i movimenti di quel Alan Greenspan, già presidente della Federal Reserv, ritenuto l'inventore della linea dei «consumi in deficit» e accostato dal nostro Tremonti a Bid Laden come principale nemico dell'America, che è ora il consulente del più grande Hedge Fund (lo Jp Morgan) che sta comprando le banche in fallimento. Ovviamente, con il sostegno in denaro della stessa Federal Reserve. Insomma, ci stanno turlupinando. Oggetto degli spettacolari salvataggi con i nostri soldi non sono né i mutui dei «poveri» americani, né le «generose» banche di intermediazione che li hanno concessi, né le «sprovvedute» società di assicurazione che hanno stipulato polizze contro le bancarotte. Temo che i veri beneficiari, in ultima istanza, siano coloro che hanno preso nel loro portafoglio i «titoli spazzatura» e che pretendono comunque gli interessi e le rendite pattuite. Sono i grandi investitori istituzionali, i fondi pensione, le fondazioni, i fondi sovrani dei paesi orientali, gli sceicchi del petrolio... tutti coloro, insomma, che stanno finanziando gli investimenti produttivi, industriali, infrastrutturali, militari negli Stati Uniti. E non possono fallire perché lascerebbero a secco «la più grande economia del mondo», la nostra protettrice e il nostro faro di civiltà. La crisi finanziaria in corso non è altro che un giro tortuoso per saldare una tranche dei loro crediti. Sono sicuro che i maghi della finanza creativa (la «setta degli avidi» che dirigono il tavolo da gioco degli hedge fund) stanno già studiando quale dovrà essere la prossima «bolla speculativa» da gonfiare e far saltare - assieme alle casse degli stati - al momento buono. Il dubbio che mi tormenta è che a sinistra si creda ancora nella «patologia» della crisi, come eccesso speculativo dell'arciliberismo, e non si veda invece nella «sequenza delle crisi» (come ci dice cinicamente Cipolletta) la patologia del turbocapitalismo, insaziabile divoratore di risorse e di umanità.

dal Manifesto del 21/09/2008

martedì 23 settembre 2008

Obiettivo: distruggere il tessuto sociale 2


Telecomando di Ricino
di Alessandro Robecchi

Che bisogno c'è di usare il manganello quando già si impugna un telegiornale? È innegabile che il trucchetto del capro espiatorio non solo funziona, ma si allarga a macchia d'olio. È passato appena un anno da quando i cattivi da eliminare erano i lavavetri di Firenze. Dài e dài, come la goccia scava la roccia, la propaganda convinceva tutti che del declino di una città fossero responsabili quattro straccioni. Era un inizio in sordina. Poi vennero gli zingari, gli stranieri in generale, i senza diritti, i senza garanzie. Il sistema funziona così bene che ce lo troviamo oggi applicato ai lavoratori dell'Alitalia (per esempio), dipinti ogni giorno come vampiri della loro azienda, gente che fa il nababbo mentre tutto affonda, per cui si sente parlare di assistenti di volo e hostess come si parlasse di Briatore. Se il capo del governo vede andare in crisi il suo truffaldino piano di salvataggio, va trovato un colpevole: la Cgil, i lavoratori. Il manganello picchia lì. Altro esempio, la polemica sui famosi fannulloni, che ha partorito Brunetta e creato la sensazione diffusa che chiunque lavori per la pubblica amministrazione stia lì a rubare lo stipendio. Lo stesso succederà tra breve, quando si tratterà di licenziare alcune decine di migliaia di maestre elementari. Si dirà che non sono all'altezza del compito (la Gelmini l'ha già detto), che costano e non producono. Il manganello mediatico comincerà a lavorare sodo: sono troppe, lavorano quattro ore al giorno, il tempo pieno allontana i bimbi dalle famiglie, eccetera eccetera, finché un sondaggio decreterà che l'80% degli italiani non ne può più delle maestre! E poi? E poi avanti un altro, la platea dei manganellandi è infinita. La chiamano modernizzazione, e hanno ragione: prendere l'olio di ricino col telecomando è una bella comodità.

dal Manifesto del 21/09/2008

venerdì 19 settembre 2008

Aspirazioni politiche (Valentina Vezzali aspirerebbe...)

VUOI METTERE


Accade, in un paese sottosviluppato (mi pare sia il Berluskhistan, non un paese civile come il nostro, per carità!), che campionesse olimpioniche pluridecorate si trovino ad affrontare il vuoto esistenziale del dopo. Dopo la gloria delle medaglie, l'eccitazione del podio, le lacrime, l'inno nazionale e i saluti alla mamma (che, si sa, devo tutto a lei), dopo il clamore dei trionfi, l'ebrezza del successo, le luci della ribalta, ecco il buio dell'oblio e delle bollette da pagare. Un buio pesto e malinconico, dove si intravede come unica lucina soltanto una carriera di allenatrice in una palestra ammuffita, satura di olezzi adolescenziali, frequentata da bambini obesi con lo sguardo bovino, i cui genitori sono abilissimi nel saltare le quote mensili. È qui, in quello stato di alterazione mentale dove echi lontani delle glorie passate rimbalzano sulle loro malridotte sagome del presente, che le pluridecorate maturano l'idea malsana che tutto sommato farsi toccare dal premier del suddetto staterello e fare carriera in politica sarebbe la soluzione ideale al loro dramma. Vuoi mettere, c'è l'eventualità di diventare persino ministra se gli fai un succhiotto come si deve. È un dato di fatto, non è delirio o pura fantasia, c'è l'esempio di altre due brave donne che adoranti e arrendevoli si sono fatte toccare dal premier, e che  grazie al suo tocco sono diventate ministre. Oltre al tocco contano anche le aspirazioni, naturalmente, e in quanto a ciò le ministre aspiravano eccome. Pare che una di queste, forse spinta dal rimorso e da un senso di pietas, durante un toccamento molto spinto si aggrappasse al crocefisso appeso al collo del premier. Roba da paesi sottosviluppati, naturalmente. Se una cosa del genere succedesse da noi, causerebbe un terremoto politico di proporzioni bibliche, e la folla inferocita caccerebbe le empie ministre e il lascivo premier a forconate.
Meno male che viviamo in Italia.

F.C.

giovedì 18 settembre 2008

Scienza di sinistra II




IDOLATRIE CONTEMPORANEE - ALLA RICERCA DI UNA SINISTRA ANCORA POSSIBILE

Senza concedere nulla a un'astratta fiducia nella tecnologia, c'è la possibilità di ricostruire una pratica di democrazia economica che contrasti la mortifera supremazia del capitalismo come nuova scienza assoluta. Ma è un percorso politico che non può essere lasciato a se stesso.

seconda parte

di Marcello
Cini

In sostanza il capitalismo del XXI secolo si sta dimostrando incapace di far fronte alle emergenze che si profilano all'orizzonte in tempi brevi rispetto alla durata della vita umana. Incapacità che rispecchia l'intreccio di tutte le questioni cruciali dei prossimi vent'anni l'alimentazione, l'energia, il clima, la pace e la guerra, le migrazioni - e rappresenta il segnale che il sistema economico del capitale globale sta correndo senza controllo verso il baratro. Di questo baratro parla un libro recente di Jacques Attali intitolato Breve Storia del Futuro. Senza entrare in dettagli accenno soltanto che l'autore vede prossima la crisi alla quale va incontro l'attuale impero americano. Il cammino percorso nel secondo dopoguerra verso l'estensione del mercato e della democrazia rischia dunque di arrivare al suo termine nel giro di due o tre decenni. «L'acqua e l'energia si faranno più scarse, il clima verrà posto in pericolo le disuguaglianze e le frustrazioni si aggraveranno, i conflitti si moltiplicheranno, si innescheranno grandi movimenti di popolazione». Il mondo diverrà provvisoriamente policentrico, un "iperimpero", controllato da una striminzita decina di potenze regionali
». Infine, tuttavia, «a meno che l'umanità non scompaia prima sotto un diluvio di bombe, né l'impero americano, né le fasi successive di instabilità e di conflitti saranno più tollerabili». E prosegue: «Istituzioni, mondiali e continentali, organizzeranno allora grazie alle nuove tecnologie, la vita collettiva. Porranno dei limiti all'artefatto commerciale alla modificazione della vita e alla valorizzazione della natura, favoriranno la gratuità, la responsabilità, l'accesso al sapere. Renderanno possibile la nascita di una intelligenza universale, mettendo in comunicazione le capacità creatrici di tutti gli esseri umani, per superarle. Si svilupperà una nuova economia, detta relazionale producendo servizi senza cercare di trarre profitti, in concorrenza con il mercato». I forti sui deboli
Non intendo qui discutere i tempi e i modi di questi scenari, che ovviamente posssono essere messi in discussione e contestati, nel metodo e nel merito. Il valore di queste prefigurazioni, tuttavia, proprio perché non si tratta di previsioni certe e di scadenze fissate, sta infatti nella possibilità di fare qualcosa perché se ne evitino gli scenari più catastrofici e se ne anticipino quelli «a lieto fine». Emerge infatti in modo chiaro che i primi sono frutto della concezione dell'uomo e della società caratteristica della cultura della destra, mentre la realizzazione degli scenari «a lieto fine» richiederebbe la diffusione e l'affermazione nella società di valori antitetici. La concezione oggi dominante è infatti fondata da un lato sulla teorizzazione del dominio dei forti sui deboli, sulla diffidenza di ognuno verso gli altri e sulla divisione della società tra vincenti e perdenti, con la conseguente competizione sfrenata tra gli individui per entrare a far parte dei primi calpestando i secondi. Dall'altro è fondata sull'idolatria del Pil come unica misura del benessere e della ricchezza, sull'ossessiva coazione al consumo di beni sempre più sofisticati e inquinanti, con la marginalizzazione, fino alla eliminazione fisica, della massa dei non consumatori, e sull'illusione della sostituibilità delle relazioni emotive e affettive fra esseri umani con l'acquisto di merci che ne dovrebbero svolgere le stesse funzioni. E' una concezione, infine, fondata sulla determinazione dei potenti a imporre questi «valori» con qualunque mezzo, incluse le armi più letali, a tutto il genere umano.

Senza Progetto
La sconfitta della cultura della destra richiederebbe invece l'affermazione dei valori che hanno caratterizzato gli ideali del socialismo e del comunismo. Non nascondiamoci però che nè l'una nè l'altra di queste forme di organizzazione sociale sarebbero oggi in grado di fornire strumenti validi per affrontare i problemi del capitalismo del XXI secolo. Riconoscere la vetustà degli strumenti pratici e teorici di queste tradizioni non è dunque una forma di opportunismo, ma un giudizio realistico di inadeguatezza rispetto al fine di contrastare l'avverarsi degli scenari peggiori previsti da Attali, (e non solo da lui). Qualcuno spera tuttavia che gli strati popolari colpiti dal peggioramento delle proprie condizioni di vita, dall'emarginazione sociale ed economica e dalla perdita di fiducia nelle possibilità di un futuro migliore per sé e per i propri figli, troveranno autonomamente gli strumenti, i mezzi e le energie umane per contrapporre al disegno del capitale forme di autoorganizzazione di ispirazione socialista. La storia ci insegna tuttavia che, senza la presenza attiva di una sinistra portatrice di un progetto credibile e di valori egemoni tra gli strati popolari della società, la disperazione senza speranza conduce a destra. E nemmeno le catastrofi, piccole o grandi, alle quali il mondo andrà incontro se continua così, porteranno a correzioni automatiche della politica economica nella direzione giusta. Ce lo ha spiegato Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, nel quale documenta come proprio le catastrofi naturali siano un'occasione per il capitale di spazzar via gli ostacoli alla sua corsa, eliminando socialmente e addirittura fisicamente, i poveri e i diseredati. «Siamo finalmente riusciti - ha dichiarato per esempio un parlamentare repubblicano dopo l'uragano Katrina - a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi». La strada è dunque tutta in salita. Ma non si parte da zero. La situazione di oggi potrebbe essere simile a quella che ha portato alla fine dell'Ottocento alla nascita delle prime organizzazioni degli operai e dei braccianti: società di mutuo soccorso, cooperative, banche popolari, e successivamente anche sindacati e partiti. Ci sono oggi pratiche, esperienze, forme organizzative già presenti nelle pieghe del tessuto sociale ma oggi minoritarie, che coinvolgono milioni di uomini e donne di buona volontà in tutto il mondo, e potrebbero diventare dominanti in un futuro non lontano. Per esempio lo sviluppo di relazioni mutuamente vantaggiose tra individui ma non dirette alla realizzazione di profitto; la pratica di forme di lavoro in cooperazione finalizzate al raggiungimento di obiettivi comuni; la formazione del consenso sulle decisioni che comportano vantaggi e svantaggi tra soggetti diversi; la composizione dei conflitti tra portatori di interessi differenti; la gestione di beni comuni nell'interesse degli appartenenti a una stessa collettività.

Ritorno al futuro
O ancora si potrebbe imparare a estendere anche ad altri settori della produzione di beni non tangibili lo scontro che ormai da due o tre decenni contrappone nelle tecnologie dell'informatica da un lato i sostenitori delle pratiche dell'open source e del free software e dall'all'altro Bill Gates e la sua filosofia del software proprietario. In sostanza occorre reintrodurre nel processo di produzione della ricchezza la classe dei «beni comuni», scomparsa o quasi dall'economia da quando il capitale ha cominciato nell'Inghilterra del '600 a recintare (enclosures) le terre comunali per appropriarsene. Anche in questo caso, tuttavia, bisogna non cadere nella trappola dell'ottimismo tecnologico che porta ad attribuire alla rivoluzione digitale, con le strutture reticolari alla quali ha dato origine e le possibilità di connessione istantanea tra gli individui che ha assicurato, la capacità intrinseca di instaurare forme più estese e capillari di democrazia partecipata. In particolare Carlo Formenti, in Cybersoviet, mette in guardia la sinistra dall'abbracciare l'illusione che la «democratizzazione dei consumi», celebrata dai profeti del Web 2.0 preluda a una «presa del potere» da parte dei produttori/consumatori. E' più facile che essa conduca «all'espropriazione capitalistica dell'intelligenza collettiva generata dalla cooperazione spontanea e gratuita di milioni di donne e uomini». Più ottimista si mostra tuttavia Mariella Berra che, nel suo bel libro Sociologia delle Reti Telematiche prospetta la possibilità che «il dono e la cooperazione possano idealmente porsi come il presupposto naturale per la crescita di una nuova economia che utilizzi Internet e più in generale il sistema socio-tecnico delle reti come luogo di diffusione e di scambio. Nella rete - prosegue - il soggetto non solo agisce come un attore razionale che massimizza le sue utilità individuali, ma, grazie alle estese e reversibili relazioni di scambio a cui partecipa, si trova a cooperare nella produzione di beni pubblici». E ancora, ad esempio, esiste secondo Giorgio Ruffolo (che riporta i risultati degli studi degli economisti del Centro Hypermedia dell'Università di Westminister), la possibilità che l'esplosione del Web possa «aprire nuove prospettive a una economia della reciprocità, libera dai vincoli sia del mercato che dello Stato». In alternativa alla privatizzazione di ogni bit prodotto, e alla conseguente necessità di assicurarne il diritto di proprietà moltiplicando polizie e tribunali, lo Stato potrebbe «assumere il compito di fornire l'infrastruttura della rete Internet, non più finanziata dalla pubblicità... attraverso tasse che la collettività decide democraticamente per massimizzare il bene pubblico dell'informazione». In tal caso, prosegue, «la libera circolazione dell'informazione fornita dalla rete, anziché costituire un danno per i fornitori privati soddisfa pienamente lo scopo del fornitore pubblico. Si apre un nuovo spazio dove allo scambio valorizzato (informazione contro pubblicità), subentrano prestazioni reciproche gratuite». Su questo principio si potrebbe addirittura sviluppare un nuovo tipo di economia basata sulla cosiddetta impresa open source. Ma chi se non la sinistra, può proporsi di percorrere questa strada? (2-fine. La prima parte è stata pubblicata sul manifesto del 9 settembre scorso)



Dal Manifesto del 17/09/08
prima parte

Cinema coreano 04

TI AMO, TI SQUARTO, TI MANGIO
Non l'avevo detto? Lo dico adesso: viva il cinema coreano! Anche se, ultimamente (mi dicono) conosce un tantino di crisi produttiva e creativa.
Ma chi non la conosce, oggidì?
Quindi, aspettando serenamente che l'intera economia mondiale dissemini le nostre cervella sull'asfalto, e che il behemoth schiumante del capitalismo ci estragga uno o più organi interni da destinare alle fameliche mascelle di un suo aedo olezzante di urina, godiamoci qualche cupezza coreana.

someone behind you
Someone Behind You

Someone Behind You ci offre scene di violenza truculenta che sfiorano l'onirico, utilizzando il modulo narrativo della minaccia che ci può rovinare addosso dalle direzioni più inaspettate: e se tua sorella improvvisamente prova l'impulso di accoltellarti? E tua madre? Magari dopo non se lo ricordano nemmeno, magari è all'opera qualcuno a metà strada tra un demone e un trickster. Una storia di rancore personale e un'inevitabile colpo di scena sono aggiunte apprezzabili, pur non essendo vitali.

someone behind you 2Someone Behind You

gp506
GP506

Ancora rapporti umani nell'horror GP506. Uno dei labirintici, claustrofobici avamposti della massiccia linea di difesa tra nord e sud, angoscioso e colossale monumento alla Guerra Fredda, vede dispiegarsi, nelle condizioni più estreme, le qualità relazionali come l'amicizia, la paura, l'autorità, l'odio e la menzogna. E anche qui chi commette atti di efferata violenza ne perde subito la memoria. Colpa dell'inedita patologia che colpisce i soldati del posto di guardia, un morbo sfigurante che è una fin troppo trasparente metafora della disintegrazione dei legami umani in un quadro che vede uomini armati fino ai denti continuare un presidio divenuto, più che inutile, assurdo. Classificato come un film di zombi (che in realtà hanno un ruolo minore), GP506 è fondamentalmente una storia sulla menzogna e sulla falsa identità (pur senza arrivare ai capovolgimenti eccessivi del genere di Epitaph - 기담 Jeong Beom-sik 2007).

the cut 01
The Cut

The Cut (해부학교실 Son Tae-woong 2007), anche noto col titolo Cadaver è un buon horror classico: uno spettro vendicativo, sgradevolissimi decessi, terribili colpe passate, e l'obbligatoria svolta narrativa. Che tutto si svolga tra i cadaveri di una sala di dissezione mi manda in sollucchero, ma non più di tanto (era più inquietante il tedesco Anatomy, per restare tra studenti di medicina e notomie in vivo): il soggetto del cadavere, con quel che di sacro e terribile si trascina dietro, merita più immaginazione. Come succedeva nel giapponese Vital (Shinya Tsukamoto 2004) in cui lo studente senza memoria Atanobu Asano si ritrova davanti il corpo della donna che ama, e riesce, incredibile a dirsi, a trasformare la sua escavazione in una catarsi sentimentale, o in un altro film giapponese che è un peana all'arte dell'imbalsamazione, Embalming (Shinji Aoyama 1999).

the cut 02The Cut

the cut 03The Cut

hansel gretel 01Hansel and Gretel

Hansel and Gretel (헨젤과 그레텔 Lim Pil-seong 2007), invece, più che un horror è una fiaba... Ma che sto dicendo? È una fiaba, quindi è un horror. Ma del racconto dei Grimm qui non c'è praticamente nulla. Niente di strano: ad esempio, della fonte d'ispirazione di Two Sisters (장화, 홍련 Kim Ji-woon 2003) [1], la fiaba coreana Janghwa Hongreyon jeon, resta ben poco, a parte la tematica della matrigna che maltratta le due figliastre, molto simile a quella di Cenerentola; e d'altro canto, il film coreano intitolato Cinderella (신데렐라 Bong Man-dae 2006) non parla certo di scarpette e principi: la Cenerentola, in questo caso, sarebbe la sfortunata bambina a cui la “matrigna”, chirurgo plastico, preleva la faccia per impiantarla alla figlia sfigurata.
O meglio, proprio nulla no. C'è una casa in mezzo a un bosco, una casa e un bosco da cui, una volta entrati, non si può più fuggire, una casa in cui vivono tre strani bambini continuamente alla ricerca di un surrogato parentale, bambini disposti a tutto pur di mantenere unita la famiglia, utilizzando anche poteri dal potente sentore sulfureo...
Ma non si tratta di una storia di orchi, anche se incantesimi e cannibalismo fanno la loro parte. Il fatto è che gli orchi accanto e prima degli orchi sono tanti: la parte finale del film, che racconta l'origine del terribile incanto che regna nel bosco e nella casa, colpisce lo spettatore con la terrificante violenza della realtà “vera”, quella dei mostri orrendi che imperversano appena al di sotto della vernice della civiltà.

hansel gretel02Hansel and Gretel

 [1] In arrivo per il 2009 il remake janqui, con Emily Browning e Arielle Kebber nella parte delle due sorelle. Il titolo sarà The Uninvited, il che è quantomeno bizzarro, dato che è identico a quello di un altro horror coreano del 2003 (che però non c'entra niente), uno dei film meno fortunati della sublime Jeon Ji-hyeon (di cui parlo in un altro post).

Domenico D'Amico