venerdì 29 agosto 2008

Georgia on my ass 2

RIECCOLI

Sono sempre loro: Bernard Henri-Lévy e André Glucksmann, che in gessato e cravatta ci guardano con aria furbastra dalla pagina 2 del Corriere della Sera del 13 agosto u.s.: "Ora difendiamo Tbilisi. Non sia un'altra Sarajevo". Si tratta della traduzione italiana di una delle tipiche veline da regime mediatico transnazionale, di quelle che partono su qualche quotidiano francese o statunitense ed è poi obbligatorio tradurre su tutta la stampa "che conta", come se fosse oro colato. Stavolta questi due istigatori di odio tra i popoli, suonatori di piffero della guerra neocoloniale, lucidi servi della NATO e delle sue politiche di smembramento e di conquista, si sforzano di far passare da vittima l'aggressore Saakhasvili e il suo regime e attaccano, come per loro è abitudine, la Russia. E lo fanno continuando per di più ad usare la metafora bugiarda di Sarajevo: come al solito, tra i popoli vittima dello smembramento della Jugoslavia, come tra i popoli vittima dello smembramento dell'Unione Sovietica, secondo loro solo alcuni avrebbero diritto alla cosiddetta autodeterminazione; altri (i serbi in Bosnia, gli osseti in Georgia, i russi in Estonia...) sarebbero invece reietti, indegni, non meritevoli degli stessi diritti degli altri. Super-popoli e sub-popoli, insomma.
Questa è la logica razzista e fascista di Bernard Henri-Lévy e André Glucksmann. Benissimo ha fatto allora la Duma russa ad affermare invece solennemente oggi, con il riconoscimento formale di Abkhazia ed Ossetia del Sud, che tutti i popoli hanno gli stessi diritti: osseti ed abkhazi hanno pienamente diritto alla secessione, visto che tale diritto è stato unilateralmente attribuito ad esempio agli albanesi del Kosovo sulla base del criterio - strumentale, ma non per questo meno razzista e fascista, viste le finalità per cui è stato usato - della differenza etnica.
Peraltro, sono grossolane menzogne le "cronache dalla Georgia" che il razzista e fascista Bernard Henri-Lévy ha usato per criminalizzare la Russia: è stato facile accorgersene, e la polemica è divampata in Francia. Ne riportiamo di seguito i contenuti essenziali, facendo riferimento ai siti su cui essa continua a dipanarsi. Più sotto ancora riportiamo invece i link a numerosissimi articoli degli scorsi anni, in cui si stigmatizzavano le parole e le azioni di questi due zombie sessantottini - come nella azzeccatissima definizione di Diana Johnstone... Perchè di nient'altro che zombie si tratta: succhia-sangue provenienti da un passato di battaglie che hanno tradito e vilipeso, morti viventi interessati solo a trasmettere agli altri la loro morte interiore, e la morte concreta, materialmente portata attraverso gli umanitari bombardamenti della NATO. In che altro modo descrivere l'abiezione morale di questi due agitatori di propaganda imperialista, capofila di quella scuola dannunzian-sionista che vede in Italia tanti feroci rappresentanti, quali il Marco Pannella in divisa ustascia o l'Adriano Sofri dei "cani di Sarajevo"? Abiezione morale, perchè è questo l'unico giusto modo di definire la logica dei due-pesi-e-due-misure continuamente, reiteratamente, irresponsabilmente, sfacciatamente, odiosamente proclamata da questi nemici della pace.


Ma dove ha visto BH Levy le cose che dice di aver visto in Georgia?
Infuria in Francia la polemica su un articolo dell’ex «nouveau philosophe» Bernard-Henry Levy apparso su Le Monde il 19 agosto, "Choses vues dans la Georgie en guerre".html, (tradotto in Italia dal Corriere della Sera il giorno successivo con un titolo ridicolo e fuorviante, "Georgia nuova Cecenia".shtml ).
Infatti Rue89, un notiziario online, in un articolo del 22, "BHL n'a pas vu toutes ses choses vues en Georgie" , accusa esplicitamente il « filosofo » di flagrante delitto di « affabulazione », in sostanza d’aver costruito una bella favoletta (anti-russa ovviamente) senza mai essersi recato nei posti in cui dice d’esser stato, in particolare nella città di Gori (quella natale di Stalin, per intenderci). E non è la sola "affabulazione". Perciò, il caro BHL, dove ha « visto » le cose che dice di aver visto nella Georgia in guerra ? E come mai LeMonde lascia passare articoli del genere, senza verificare le fonti ?
Inevitabilmente si è scatenata la polemica furibonda, e Libération ("Géorgie: BHL affabule, selon rue89".php), è arrivata a chiudere i commenti nei quali BHL veniva definito come uno pseudo-intellettuale, simbolo stesso della vacuità di una certa intellighentsia francese... Un oceano di vacuità.
Del resto quasi negli stessi giorni Le Monde ha provato a lanciare la bufala dei « 140 morti in Tibet », salvo poi la miseranda figura di ritrattare e di balbettare idiozie. Ma se Parigi piange, Roma non ride.  Che dire di quei quotidiani italiani, come la Repubblica, in evidente crisi di malafede, che prima hanno sperato nel facile scoop dei morti tibetani, poi si sono rassegnati a lasciar svanire la notizia inesistente, e contemporaneamente hanno titolato il barbaro assassinio di 76 civili in Afghanistan in un bombardamento NATO, per la maggior parte bambini, « un tragico incidente » ?
Chi non si è lasciato ingannare da questa ridicola vicenda è il quotidiano britannico The Independent che così tirava le conclusioni, il 18 agosto:
« Gli americani  hanno inviato coperte, gli Estoni medicinali, ma sicuramente sono i francesi ad aver soccorso maggiormente le genti dell’Ossezia del Sud inviandogli il loro nouveau philosophe Bernard-Henry Levy ».

Liens:
[1]
http://www.lemonde.fr/europe/article/2008/08/19/choses-vues-dans-la-georgie-en-guerre-par-bernard-henri-levy_1085547_3214_1.html
[2]
http://www.rue89.com/2008/08/21/les-reponses-de-bernard-henri-levy-a-rue89
[3]
http://www.lexpress.fr/actualite/monde/gori-ville-fantome-et-cite-interdite_550120.html
[4]
http://www.rue89.com/2008/08/24/droit-de-reponse-de-gilles-hertzog
[5]
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/08/13/AR2008081303759.html
[6]
http://www.rue89.com/2008/08/23/droit-de-reponse-de-raphael-glucksmann
[7]
http://www.independent.co.uk/opinion/columnists/pandora/pandora-bernardhenri-lvy-french-gift-to-georgia-900650.html


--- vedi anche / a lire aussi:

BHL et la gauche zombie (par Diana Johnstone)

BHL ou l'empereur de la morale aux habits neufs (par Pascal Boniface)




I testi di JUGOINFO in cui è menzionato André Glucksmann:



Georgia on my ass


RIECCOLI
di Italo Slavo

Sono sempre loro: Bernard Henri-Lévy e André Glucksmann, che in gessato e cravatta ci guardano con aria furbastra dalla pagina 2 del Corriere della Sera del 13 agosto u.s.: "Ora difendiamo Tbilisi. Non sia un'altra Sarajevo". Si tratta della traduzione italiana di una delle tipiche veline da regime mediatico transnazionale, di quelle che partono su qualche quotidiano francese o statunitense ed è poi obbligatorio tradurre su tutta la stampa "che conta", come se fosse oro colato. Stavolta questi due istigatori di odio tra i popoli, suonatori di piffero della guerra neocoloniale, lucidi servi della NATO e delle sue politiche di smembramento e di conquista, si sforzano di far passare da vittima l'aggressore Saakhasvili e il suo regime e attaccano, come per loro è abitudine, la Russia. E lo fanno continuando per di più ad usare la metafora bugiarda di Sarajevo: come al solito, tra i popoli vittima dello smembramento della Jugoslavia, come tra i popoli vittima dello smembramento dell'Unione Sovietica, secondo loro solo alcuni avrebbero diritto alla cosiddetta autodeterminazione; altri (i serbi in Bosnia, gli osseti in Georgia, i russi in Estonia...) sarebbero invece reietti, indegni, non meritevoli degli stessi diritti degli altri. Super-popoli e sub-popoli, insomma.
Questa è la logica razzista e fascista di Bernard Henri-Lévy e André Glucksmann. Benissimo ha fatto allora la Duma russa ad affermare invece solennemente oggi, con il riconoscimento formale di Abkhazia ed Ossetia del Sud, che tutti i popoli hanno gli stessi diritti: osseti ed abkhazi hanno pienamente diritto alla secessione, visto che tale diritto è stato unilateralmente attribuito ad esempio agli albanesi del Kosovo sulla base del criterio - strumentale, ma non per questo meno razzista e fascista, viste le finalità per cui è stato usato - della differenza etnica.
Peraltro, sono grossolane menzogne le "cronache dalla Georgia" che il razzista e fascista Bernard Henri-Lévy ha usato per criminalizzare la Russia: è stato facile accorgersene, e la polemica è divampata in Francia. Ne riportiamo di seguito i contenuti essenziali, facendo riferimento ai siti su cui essa continua a dipanarsi. Più sotto ancora riportiamo invece i link a numerosissimi articoli degli scorsi anni, in cui si stigmatizzavano le parole e le azioni di questi due zombie sessantottini - come nella azzeccatissima definizione di Diana Johnstone... Perchè di nient'altro che zombie si tratta: succhia-sangue provenienti da un passato di battaglie che hanno tradito e vilipeso, morti viventi interessati solo a trasmettere agli altri la loro morte interiore, e la morte concreta, materialmente portata attraverso gli umanitari bombardamenti della NATO. In che altro modo descrivere l'abiezione morale di questi due agitatori di propaganda imperialista, capofila di quella scuola dannunzian-sionista che vede in Italia tanti feroci rappresentanti, quali il Marco Pannella in divisa ustascia o l'Adriano Sofri dei "cani di Sarajevo"? Abiezione morale, perchè è questo l'unico giusto modo di definire la logica dei due-pesi-e-due-misure continuamente, reiteratamente, irresponsabilmente, sfacciatamente, odiosamente proclamata da questi nemici della pace.



Ma dove ha visto BH Levy le cose che dice di aver visto in Georgia?
Infuria in Francia la polemica su un articolo dell’ex «  nouveau philosophe » Bernard-Henry Levy apparso su Le Monde il 19 agosto, "Choses vues dans la Georgie en guerre".html, (tradotto in Italia dal Corriere della Sera il giorno successivo con un titolo ridicolo e fuorviante, "Georgia nuova Cecenia".shtml ).
Infatti Rue89, un notiziario online, in un articolo del 22, "BHL n'a pas vu toutes ses choses vues en Georgie" , accusa esplicitamente il « filosofo » di flagrante delitto di « affabulazione », in sostanza d’aver costruito una bella favoletta (anti-russa ovviamente) senza mai essersi recato nei posti in cui dice d’esser stato, in particolare nella città di Gori (quella natale di Stalin, per intenderci). E non è la sola "affabulazione". Perciò, il caro BHL, dove ha « visto » le cose che dice di aver visto nella Georgia in guerra ? E come mai LeMonde lascia passare articoli del genere, senza verificare le fonti ?
Inevitabilmente si è scatenata la polemica furibonda, e Libération ("Géorgie: BHL affabule, selon rue89".php), è arrivata a chiudere i commenti nei quali BHL veniva definito come uno pseudo-intellettuale, simbolo stesso della vacuità di una certa intellighentsia francese... Un oceano di vacuità.
Del resto quasi negli stessi giorni Le Monde ha provato a lanciare la bufala dei « 140 morti in Tibet », salvo poi la miseranda figura di ritrattare e di balbettare idiozie. Ma se Parigi piange, Roma non ride.  Che dire di quei quotidiani italiani, come la Repubblica, in evidente crisi di malafede, che prima hanno sperato nel facile scoop dei morti tibetani, poi si sono rassegnati a lasciar svanire la notizia inesistente, e contemporaneamente hanno titolato il barbaro assassinio di 76 civili in Afghanistan in un bombardamento NATO, per la maggior parte bambini, « un tragico incidente » ?
Chi non si è lasciato ingannare da questa ridicola vicenda è il quotidiano britannico The Independent che così tirava le conclusioni, il 18 agosto:
« Gli americani  hanno inviato coperte, gli Estoni medicinali, ma sicuramente sono i francesi ad aver soccorso maggiormente le genti dell’Ossezia del Sud inviandogli il loro nouveau philosophe Bernard-Henry Levy ».



--- vedi anche / a lire aussi:

BHL et la gauche zombie (par Diana Johnstone)

BHL ou l'empereur de la morale aux habits neufs (par Pascal Boniface)




I testi di JUGOINFO in cui è menzionato André Glucksmann:


Cinema coreano 03

OUR TOWN

Eva bene, di horror parleremo più in là...
Our Town (우리 동네 Jeong Gil-yeong 2007) è un'altra opera prima, un noir nero come una tavoletta di cioccolato al 97% di cacao. Basti dire che l'eroe della storia è un'assassino, uno scrittore con le pezze al culo che fa fuori in un impeto di rabbia la sua padrona di casa (che lo vuole sfrattare) e poi dispone il cadavere in modo che il delitto venga attribuito a un serial killer che in quel momento imperversa per la cittadina. Ma il serial killer lo conosce (scopriremo in seguito come e perché), e glielo fa sapere. Anche lo scrittore, in breve, conoscerà l'identità del killer, che sta operando una sorta di bizzarro piano di vendetta. Tenuto conto che un poliziotto della squadra che indaga sui delitti è anche amico d'infanzia dello scrittore, e a un certo punto scopre il suo crimine, si capisce che le cose non possono assolutamente finire bene. Perché anche il poliziotto è tutt'altro che innocente...
Forse è esagerato dire che Our Town “disegni un profilo nuovo di thriller”, ma di certo è un film spiazzante... E anche qui, come in The Chaser, torna il martello di Old Boy. Ma non serve a niente.

lunedì 25 agosto 2008

Cinema coreano 02


THE CHASER

Avevo in progetto di segnalare qualche horror coreano, ma, dopo averlo visto, spenderò qualche parola su The Chaser (추격자 - regia di Na Hong-jin, 2008).
È giusto rimproverare al regista il paragone sfavorevole con Memories of Murder, ma è il suo primo film, diamine!
Il protagonista, udite udite, è un ex poliziotto cacciato per corruzione (ma non è che i suoi vecchi colleghi siano poi tanto migliori di lui) che fa il pappone per un piccolo gruppo di prostitute. In questo non c'è niente di grandioso, né in positivo né in negativo: Eom Joong-ho é un protettore di mezza tacca, che manda il suo assistente mezzo scemo a decorare automobili e cabine telefoniche coi "santini" delle sue ragazze. È solo ai soldi che pensa, ma con lo stile di un traffichino che non riesce ad arrivare alla fine del mese.

Il mondo in cui vive, una Seul sciatta e spesso deserta, è squallido, senza speranza; più che malvagio e corrotto, torpido, insensibile, ottuso, senza qualità.

Il fatto che Eom Joong-ho vada a incocciare con un serial killer di prostitute (che all'inizio scambia per uno che gli ruba le ragazze per rivenderle), e che prenda con sé la bambina di una di esse (mentre la cerca in lungo e in largo), non lo trasforma in un eroe. Rimane fondamentalmente un cialtrone, una merda d'uomo. Ma il dolore della ragazza e della figlia gli provocano una risposta umana quasi, direi, fisiologica...
A parte tutto, poi, le scene d'azione sono straordinarie: corpi martirizzati che caracollano e confliggono, rovinano a terra come mucchi di stracci e bramiscono esausti.
Ah già, sì. Il martello di Old Boy.

Domenico D'Amico

sabato 23 agosto 2008

Georgia on my ass

Lezione di russo agli "occidentali"
di Tito Pulsinelli (da Carmilla on line)


L'intervento della Russia in difesa dell'Ossezia meridionale è un sinistro monito per ricordare agli "occidentali" – cioè al giro internazionale anglosassone e all'Unione Europea - che non confondano il Caucaso con i Balcani. La Georgia non sarà un Kosovo.
Il Caucaso rimane una barriera invalicabile, e se gli "occidentali" vogliono spingere oltre la linea espansiva della NATO, troveranno resistenza non solo diplomatica. Sarà guerra guerreggiata sul terreno.
La risposta aspra data dal Cremlino alla provocazione commissionata alla cosca mafiosa, che ha provvisoriamnte in mano il destino della Georgia, ha sorpreso le fila "occidentali". Hanno reagito in evidente ordine sparso. Svariando dall'impotente Bush che ha lamentato la "reazione eccessiva" russa, al biascicato coro in falsetto della diplomazia europea.

L'UE ha una politica internazionale? Ha una politica per la parte orientale europea? I fatti confermano che continua a stare al rimorchio del fondamentalismo dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Con il ricatto aggiuntivo di Varsavia e dei suoi valvassini del Baltico (Lettonia, Estonia e Lituania).
Vale a dire quei Paesi che l'impresentabile Rumsfeld si compiacque di definire "nuova Europa", e che vennero sospinti a forza sul vagone dell'Unione Europea dagli Stati Uniti. Washington continua tuttora a dettare i tempi e le modalità dell'unificazione. Ora pretende che venga accettato persino il Kosovo: un protettorato della NATO che non ha un posto all'ONU.

L'inatteso pugno di ferro di Putin si è abbattuto – senza incontrare resistenza degna di nota - contro punti nevralgici della Georgia, e ha dimostrato non solo l'insufficienza degli istruttori israeliani, e la fragilità del riarmo somministrato dagli statunitensi, ma pure l'impossibilità di una ritorsione della NATO.
Nelle intenzioni dei mandanti della cosca mafiosa di Tiblisi, doveva trattarsi di una "guerra lampo" con cui i georgiani dovevano riprendere senza colpo ferire il controllo della capitale dell'Ossezia. Questa mossa avrebbe dovuto annullare il verdetto del referendum, con cui il 90% della popolazione volle l'autonomia dell'Ossezia e la separarazione dalla Georgia.
Dopo il fallito
blitzkrieg, la megamacchina mediatica "occidentale" ha ripristinato a tambur battente la sepolta "guerra fredda", ma questa categoria è palesemente inappropriata per definire l'azione dei russi.

Il Cremlino ha somministrato agli "occidentali" una dose della stessa medicina usata da costoro nella terapia di annichilimento della Federazione Jugoslava. Mosca è accorsa in difesa di un micro-Stato e dei propri cittadini, attaccati con unilaterale brutalità e con l'insensatezza politica tipica dei sicari.
Si tratta, invece, di una autentica e post-moderna "guerra umanitaria", in tutto simile a quella combatuta con i bombardamenti della NATO contro gli jugoslavi. E' una operazione contro il "terrorismo", identica a quella che gli Stati Uniti e la NATO attuano contro l'Iraq e l'Afganistan.

La sostanziale passività militare "occidentale" è dovuta a questa camicia di forza concettuale, con cui Mosca ha mimetizzato l'operazione militare nel Caucaso. E, soprattutto, al fatto che gli "occidentali" sono impantanati da cinque anni in due guerre di cui non riescono a intravedere alcun esito positivo.
Ora la disputa passerà al terreno della diplomazia, ed ecco spuntare la rediviva "guerra fredda". E' come usare un paio d'occhiali d'antiquariato per cercare di focalizzare la nuova realtà.

Il Caucaso non sono i Balcani, e la Russia è pronta a dimostrarlo con la guerra calda. Per notificare che si tratta di una linea di demarcazione invalicabile, di cui deve prendere atto l'espansionismo degli Stati Uniti. Tuttora protesi a conficcare cunei bellici a ridosso delle frontiere russe e russo-cinesi.

Z. Brzenziski lo ha detto, ripetuto e scritto in tutte le salse: l'egemonia degli Stati Uniti dipende dalla separazione permanente della penisola occidentale europea dall'immensa massa geoeconomica della Russia.
E' di importanza strategica mantenere separato il meta-Stato europeo - e la sua primeggiante economia - dall'estensione territoriale russa e dalle sue incommensurabili riserve di idrocarburi e minerali.
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Le élites europee, invece, fanno di tutto per mettere festosamente nelle mani del Pentagono – sotto le mentite spoglie della NATO - le chiavi dei suoi futuri e vitali rifornimenti di gas e petrolio.
Bruxelles si svena per combattere guerre che non sono le sue, in nome di linee di oleodotti e giacimenti cui potrebbe accedere con una politica di coperazione, non interferenza e congelamento del riarmo. I "commissari" ripetono all'infinito che non possono permettersi la "dipendenza energetica" dai russi, dagli iraniani e dagli arabi in generale.
Possono permettersi – a quanto pare - la dipendenza totale dagli Stati Uniti in fase calante. Non si chiedono mai quanto costa a costoro - in spese militari - la protezione delle rotte petrolifere che iniziano nella penisola arabica. C'è chi dice che ammontano a 10-12 dollari per ogni barile.

L'unificazione europea è un affare nelle mani esclusive di banchieri, guidati solo con dogmi macroeconomici e dall'obiettivo della liquidazione delo Stato sociale. Sono loro che hanno portato la UE da sei Paesi a una trentina, con il cappio al collo di un processo decisionale basato sull'unanimità.
Hanno incorporato tutto e tutti: ex comunisti, ex nazionalisti, ex monarchie, ex tutto, a condizione di sottostare a cinque sacri indicatori economici. C'era posto per tutti, meno per la Federazione Jugoslava, unico Paese federale a carattere multinazionale, multiculturale, multilingue e multireligioso.

L'UE è condannata a rimanere un gigante economico e un nano geopolitico, privo di una difesa militare sovrana e senza politica estera coerente. Ridotta a spalleggiare sempre gli Stati Uniti, anche nell'avventurismo fuori stagione nel Caucaso.
Si limita al minimalismo di ritagliarsi il ruolo poco credibile di carabiniere buono. In realtà, Bruxelles è sempre più ostaggio della "nuova Europa", il cavallo di Troia telecomandato dall'altra sponda atlantica.

L'autismo dell'UE è ormai senza limitii. La catena di provocazioni contro la Russia si è spinta fino a permettere l'istallazione di postazioni anti-missilistiche in terra ceca e polacca. La NATO, invece, non accetta nelle sue fila quei Paesi che ospitano basi militari straniere.

Gli "occidentali" continuano a scambiare i propri desideri per realtà, e credono che al Cremlino ci sia ancora l'ingenuo Gorbacev, che ingannarono facilmente con la menzogna del congelamento della NATO in cambio della riunificazione della Germania.
Sono passati anni luce dai tempi dell'etilico Eltsin e delle cannonate contro i deputati – con il tifo sguaiato di tutte le capitali europee - quando frenavano la vendita all'asta del patrimonio industriale e delle risorse russe alle banche transatlantiche.

A est non vi è più niente da privatizzare, c'è una prima inversione di tendenza che vede riaffiorare un ritorno del neo-protezionismo e un ruolo più attivo degli Stati nell'economia.
La Russia ha scacciato verso Londra gli oligarchi venuti dal nulla, e con la nazionalizzione dei giacimenti ha recuperato il controllo del potenziale energetico del suo sottosuolo.
Gazprom è fra le prime tre multinazionali dell'energia, garantisce importanti flussi finanziari all'erario e ha reso possibile il recupero della sovranità e dell'iniziativa geopolitica.

I nani di Bruxelles indulgono nell'ignorare che la Russia ha annullato il proprio debito estero e che – dal 1999 - le sue riserve monetarie sono passate da 12 miliardi a 315 miliardi di dollari. Si appresta a fare del rublo una moneta internazionale, e venderà gli idrocarburi quotati con la sua moneta. Non ha mai cessato di essere la prima potenza missilistica.
I tragici avvenimenti del Caucaso sono un monito che segnala come la Russia sia tornata al tavolo del grande gioco come un giocatore globale, dove l'UE è succube ed insiste nel sedere accanto al tutore, rinunciando a un ruolo autonomo e chiaramente multipolarista.

L'UE continua a sottovalutare che l'estremismo manicheo di Washington, l'intimazione del "o con me o contro di me" ha prodotto il ravvicinamento dei Paesi mantenuti sotto la mannaia delle rappresaglie.
L'Organizzazione della Coperazione di Shanghai (SCO) è la convergenza della Russia con la Cina, cui si sommano le nazioni ora indipendenti dell'ex sfera sovietica asiatica (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan), e come paesi osservatori India, Pakistan, Mongolia e Iran.
Dall'agosto del 2007, la SCO - oltre al ruolo di istanza commerciale e finanziaria - ha effettuato le prime esercitazioni militari congiunte, diventando a tutti gli effetti una anti-NATO.


Questo è un fatto, e per quanto si voglia continuare a mantenere la testa sotto la sabbia, la realtà non si può ignorare a lungo. L'UE finora ha preferito fiancheggiare la "esportazione di democrazia", a mano armata o disarmata. Don Mikhail Saakashvili e la sua banda sono il frutto maturo delle "rivoluzioni colorate", vere e proprie operazioni di guerra psicologica finanziate da Soros e dai fondi pubblici della NED [per avere un'idea della natura di istituzioni simili, che piacciono tanto ai Radicali, vedi qui - ndr] .
La manipolazione massiccia dei mezzi di informazione, i colpi bassi alle autorità elettorali combinate con forti pressioni della piazza, approdano all'istaurazione di regimi simil-democratici proni alla Casa Bianca, a Kiev come a Tiblisi.

L'ombra lunga del Kosovo si è allungata fino al Caucaso, mettendo a nudo una crisi di credibilità che coinvolge, oltre a Bruxelles e Washington, l'intero assetto "occidentale" e si inserisce all'interno della stessa NATO.
La Georgia perde la sua integrità territoriale e vede allontanarsi la possibilità di entrare nella NATO, mentre la Russia si consolida a ridosso dei mari caldi del sud.
Quand'anche gli "occidentali" continuassero a subordinarsi alle holliwoodiane "rivoluzioni colorate", inserendo l'umiliata e dimezzata Georgia nella NATO, la sua incorporazione reale ed effettiva non sarà possibile prima di cinque anni. E l'Ucraina dovrebbe aspettare fino al 2017, quando scadrà il trattato binazionale che regola la presenza russa a Sebastopoli e nel Mar Nero.

Nel frattempo, molta acqua bagnerà le sponde del Caspio e del Mar Nero, e altre mosse a sorpresa potranno effettuarsi su questo scacchiere bollente. Questa guerra che, al pari di molte altre, vede le grandi potenze giocare sulla pelle e sul territorio delle piccole e medie nazioni, sicuramente si inasprirà. Verrà combattuta con tutte le modalità dettate dalla guerra asimmetrica, ma difficilmente assomiglierà a una "guerra fredda".

Gli "occidentali"e la NATO, vittime della letargia mediatica, non hanno ancora assimilato la lezione strategica proveniente dall'Afganistan, nè il muro opposto vittoriosamente da Hezbollah contro gli invasori israeliani in Libano. Era l'estate di due anni fa. Il Grande medio oriente continua a essere una chimera, e già gli "occidentali" si stanno infrascando nel Caucaso. Di certo, affrontano più problemi di quanti siano in grado di risolverne, convertendosi in un fattore moltiplicatore di instabilità internazionale.
In altre parole, gli "occidentali" hanno la vista più grande dello stomaco, e finiscono per sfilacciare e diluire le loro armate su troppi fronti.

venerdì 22 agosto 2008

Cafoni in carrozza

Confesso che non ho resistito a pubblicare questo articolo di Marco Travaglio, poichè quando si parla di cafoni, io rizzo le antenne, essendo nato fra i cafoni e da questi allevato come un bambino bianco del New England rapito in tenera età da una tribù di Piedi Neri. Sì, perchè mi sono sempre considerato una specie di alieno nato per sbaglio in un mondo che non gli apparteneva, ma che lo ha allevato con amore, cercando di trasfondergli la sua anima come meglio poteva. Insomma come direbbero alcuni parenti psiconalisti, ho con i cafoni un rapporto ambivalente. Tra di loro ci sono persone semplici e pulite, anche se hanno gli infissi  in alluminio anodizzato a casa e godono quando in TV c'è l'isola dei famosi, e ci sono persone detestabili, che ti passano avanti nella fila e fanno commenti idioti ad alta voce mentre cerchi di goderti un film in santa pace al cinema.
    I cafoni, quelli cattivi, sono un derivato corrotto e politicamente scorretto della società contadina italiana. Quando i contadini hanno capito che potevano allearsi col potere centrale e banchettare al tavolo di una democrazia corrotta e marcescente, non ci hanno pensato due volte. Figuriamoci, secoli di sottomissione ai signori con tanto di jus primae noctis e inchini la domenica davanti alla chiesa, alla fine si sono detti: facciamo un allenza con la parte meno nobile di questi porci che pensano solo al denaro e per niente al bene comune, così avremmo un piatto di minestra assicurato e al diavolo il buon gusto, che tanto quello non si mangia. È così che una bella fetta della società contadina ha barattato la sua cultura millenaria con le cucine di formica, le case con graffiato marroncino e balconi con ringhiera laccata di azzurrino, le vacanze tamarre, i grandi fratelli e via cantando. Certo i cafoni, col loro consenso politico e la loro finta dabbenaggine, hanno dato una bella mano ai devastatori delle nostre coste, ai palazzinari, ai mafiosi, al sistema delle corruttele e delle clientele democristiane, e per questo li considero in gran parte gente da evitare, ma fra loro ci sono anche persone simpatiche, che ancora inneggiano a baffone e ballano la polka alle feste dell'Unità. E poi mi ricordano l'infanzia vissuta nelle loro tribù, con il loro italiano sgangherato, pronunciato con un tono fra il ridicolo e la minaccia, e i loro rituali, fusione di sacro e profano, ben rappresentati nelle sagre paesane, sanno ancora di amarcord. Inoltre come dimenticare le "sagne e faglioli" e il "coatto" che non è un borgataro romano, ma un piatto a base di pecora?
    Oggi votano perlopiù a destra, ma anche per il PD. Intendiamoci , non tutti cafoni sono tali, ma bastano e avanzano quelli che lo sono.
melanzana eggplant  
L'ESTATE DI AL CAFONE
di Marco Travaglio [da "A" in edicola]
da Voglio Scendere via ComeDonChisciotte


L’Italia in vacanza dice molto più di se stessa che nelle altre stagioni. Anche quest’anno sono in ferie in un villaggio turistico (motivi famigliari) e sulla spiaggia, quando non sono impegnato a respingere con cortesia e fermezza le proposte più bizzarre degli animatori che vorrebbero coinvolgermi in un girone infernale di tornei, passo il tempo a leggere e a sonnecchiare. Ma c’è un momento della giornata in cui, qualunque cosa stia facendo, mi blocco e rimango rapito ad ammirare lo spettacolo: l’ora dell’”acquagym”. Una mandria di bagnanti maschi e femmine, perlopiù flaccidi e inguardabili, dunque orgogliosissimi di farsi guardare, ballonzolano ritmicamente per una mezz’oretta buona con l’acqua alla cintola sulle note di vari motivetti della discodance anni 80 tentando invano di ripetere i movimenti che, dalla riva, suggerisce loro una graziosa animatrice.

Fissandoli negli occhi, inspiegabilmente raggianti, si ha la netta impressione che quello sia il loro momento, la loro mezz’oretta di celebrità, una specie di Isola dei Famosi proletaria e democratica, aperta a tutti, senza bisogno di selezioni o nomination. In quei corpi sudaticci e sgraziati, che tremolano come gelatine malferme, c’è tutta la volgarità, l’esibizionismo, la vuotaggine della società italiana degli ultimi anni. Fino a qualche tempo fa, osservando la gente sotto l’ombrellone, era rarissimo trovare qualcuno che non leggesse almeno un giornale, una rivista, un libro. Oggi la stragrande maggioranza non legge nulla. Mai. Per tutto il giorno. Per tutta la vacanza. Il tempo che una volta era dedicato alla lettura oggi è riservato ad armeggiare col cellulare (sempre con suonerie sgangherate e a diecimila decibel), a ripetere ad altissima voce i tormentoni ebeti sentiti alla televisione, a viziare bambini obesi e cafoneggianti ricoprendoli di gelati, ghiaccioli, cornetti, leccalecca, patatine, popcorn e porcherie varie (ultima trovata: il chupa-chupa con ventilatore incorporato, in grado di tranciare anche tre dita per bambino), a guardare nel vuoto per ore e ore sotto il sole, o, per i più impegnati, a grattarsi la pancia davanti a tutti.

Un gruppetto di tamarri sui cinquant’anni prelevano ogni giorno le sdraio dalla fila, le immergono nell’acqua, oltre il bagnascuga, restandovi stravaccati a mollo per tutto il giorno, e lì le lasciano la sera, finchè un’onda non se le porta via, tanto quella mica è roba loro. Devono essere gli stessi che scorrazzano nella stanza sopra la nostra con gli zoccoli ai piedi fino alle quattro del mattino. Di fronte a me, un nonno passa il tempo a farsi dare dello “stronzo-testadicazzo-figliodiputtana” dal nipotino di 6-7 anni. Al posto del moccioso, io da piccolo avrei perso i denti con mio padre e le gengive con mio nonno. Invece questo nonno moderno trova simpaticissimo il nipotino, e lo ricompensa con ogni sorta di regali per la squisita educazione. Tra qualche anno, se tutto va bene, il piccolo mostro diventerà ministro. Dichiarerà guerra ai fannulloni, manderà i soldati nelle strade, chiederà l’arresto dei mendicanti, bandirà Blob e Montalbano dalla televisione pubblica, metterà il grembiule alle scolaresche e il velo ai nudi del Tiepolo, perché è ora di finirla con tutto questo permissivismo e questa volgarità.

mercoledì 20 agosto 2008

MMMMMM......Maiale

MA CHE SAPORE HA
LA CARNE UMANA?
Da The Lay Scientist
17 agosto 2008
Maiale pigPer molte ragioni, il cannibalismo resta uno dei grandi tabù del XXI secolo. Eppure, praticamente ogni persona normale e sana di mente, me compreso, si chiede ogni tanto (diciamo tutte le sere, prima di addormentarmi e avere quel sogno ricorrente ambientato in una macelleria) che gusto abbia la carne umana. Stufo di aspettare i risultati della mia ultima simulazione sulla distribuzione geografica del krill, ho pensato di dover risolvere l'arcano.
hufuLa prima sorpresa l'ho avuta scoprendo l'esistenza di una ditta che aveva cominciato a vendere – nel 2005 – una “Sana Alternativa alla Carne Umana” a base di tofu: l'Hufu. Così descrivono le caretteristiche del loro singolare prodotto: “Se non avete mai consumato carne umana in precedenza, pensate al sapore e alla consistenza del manzo, solo un po' più delicato e tenero. Contrariamente alla credenza popolare, gli esseri umani non sanno di pollo o maiale.” Ulteriori ricerche mi hanno fatto scoprire che si trattava di una finzione parodistica.
Quindi la storia del “manzo tenero e delicato” è come minimo discutibile, e certamente cozza contro il consenso preponderante sulla versione “maiale” che rilevano le ricerche relative su Google. Chiaramente, se vogliamo cogliere l'autentico sentore del cannibalismo dobbiamo trovare, più che produttori di cibo “sano”, qualcuno che abbia realmente assaggiato carne umana.
Ci sono altri succedanei della carne umana, in occidente: c'è parecchia gente che mangia la placenta disponibile dopo un parto – cosa che trovo quasi incredibile, dato il suo aspetto decisamente poco appetitoso e, capite, la sua provenienza.
Per cucinarla occorre rimuovere il cordone ombelicale insieme a una membrana, e quindi trattarla quasi come si trattasse di fegato, come fa il cuoco intraprendente di questo video (Hugh Fearnley-Whittingstall. Secondo Hugh, quello che si ottiene assomiglia a fegato. Ma ovviamente la placenta non è affatto simile a una vera bistecca di essere umano, dato che si tratta di tessuti fondamentalmente diversi, verosimilmente di sapore completamente differente.
Altrettanto poco utile risulta l'opinione del piccolo automa della NEC alla Mie University [Giappone]. Questo “sommelier elettromeccanico” riesce a “identificare vini, formaggi, carni e antipasti”. Nell'esaminare le mani dei giornalisti, ne ha etichettato una come pancetta, un'altra come prosciutto. Sfortunatamente, dato che quei giornalisti non si sono preoccupati di spellarsi e cucinare le mani prima di infilarle in bocca al robot, ne sappiamo quasi quanto prima.
Così non arriviamo da nessuna parte. Quello che ci serve è un cannibale autentico, e non c'è di meglio che iniziare da uno dei cittadini tedeschi più tristemente famosi, il cannibale Armin Meiwes. Stimando che abbia consumato 20 chili della sua “vittima”, Meiwes è una specie di esperto del settore, e in un'intervista rilasciata in carcere è stato ben felice di descriverne il sapore: “Ha il sapore della carne di maiale, un po' più amarognolo, un po' più deciso. È piuttosto buona”.
Fin qui, è la migliore risposta che abbiamo avuto, ma si accorda con le esperienze di altri cannibali occidentali? Dopo altre ricerche, siamo arrivati a William Buehler Seabrook, un giornalista del New York Times che ha viaggiato molto in Africa occidentale. Affascinato dal concetto di cannibalismo, ha convinto un interno della facoltà di medicina della Sorbona a fornirgli un bel pezzo di carne proveniente dal corpo di un uomo in salute, morto in un incidente; l'ha cucinata e consumata, dandone la seguente descrizione:
“Era come carne di vitello, un vitello ben sviluppato, non giovane ma nemmeno arrivato allo stadio di manzo. Il sapore era assolutamente quello, e non somigliava a nessun'altra carne che io abbia mai assaggiato. Somigliava talmente a un vitello ben sviluppato che chiunque con un palato normalmente sensibile lo avrebbe confuso con la carne di vitello. Era carne ottima e delicata, senza caratteristiche di spicco o sapori particolari, come quelli della capra, del maiale o della selvaggina.”
Abbiamo quindi un voto per il maiale e uno per il vitello. Chiaramente un campione di due elementi non è sufficiente, abbiamo bisogno di altri esempi, ed è qui che precipitiamo sempre più nel macabro. Parecchia gente sembrerebbe aver mangiato carne umana involontariamente.
Cominciamo con il polacco Karl Denke, “un pio, tranquillo e rispettato cittadino di Ziębice, rivelatosi poi un cannibale che aveva ucciso 40 persone prima del suo arresto (e immediato suicidio) nel 1924. Aveva messo in salamoia la carne delle vitime, vendendo i barattoli al mercato di Wrocław, e presentando il prodotto come... maiale.”
Si suppone che sia la stessa tecnica utilizzata da Fritz Haarmann, un tedesco che uccise almeno 24 persone, ad Hanover, in genere ragazzi di vita a cui azzannava la gola mentre li sodomizzava. Si dice che anche lui avesse venduto la carne delle sue vittime, spacciandola per maiale, al mercato nero. Fu giustiziato nel 1925.
Un altro serial killer tedesco, Karl Grossman, venne arrestato nel 1921, in seguito alle sue frenetiche attività durante la I Guerra Mondiale. Grossman vendette al mercato nero la carne di (si stima) 50 donne, arrivando perfino a gestire uno stand di salsicce, mentre i resti non commestibili finivano in un fiume lì vicino.
In definitiva, a meno che non vogliamo sperimentare la cosa in prima persona – cosa che non sono esattamente ansioso di fare – ciò che abbiamo a disposizione è la valutazione soggettiva di altre persone, persone che non sono esattamente il massimo dell'affidabilità! Ma abbiamo anche una certa coerenza... Di certo, gli autori di atti di cannibalismo hanno considerato la carne umana affine a quella di maiale, in effetti abbastanza simile da poterla presentare come tale allo sfortunato pubblico di consumatori di Germania e Polonia degli anni '20.
Perciò, a meno che qualcuno disponga di ulteriori dati, l'opinione ufficiale di questo blog è che la carne umana sappia un po' di maiale.
Naturalmente, parafrasando Eddie Izzard, questo vuol dire che il maiale sa di uomo.
Mi raccomando, a colazione bacon per tutti!

traduzione di Domenico D'Amico

maiale volante flying pig

giovedì 14 agosto 2008

La memoria...dell'aqua


FUOCO...FUOCHINO...ACQUA

Il Dottore, gran brava persona, continua a confrontarsi con la pletora di sostenitori di medicine alternative, teorie scientifiche alternative, cosmologie alternative, eccetera eccetera... Ah, vorrei averla io l'acribia di chi sente il dovere della testimonianza. Un fannullone come me preferisce il copia e incolla. Questo pezzo dal sito di informazione scientifica Brain Mind & Life, nella sua esemplare linearità, mostra la totale inanità del "dibattito" sulla cosiddetta "memoria dell'acqua", in quanto il pensiero che sottende al "ragionamento" omeopatico è di tipo magico, e quindi, per sua natura, è totalmente impermeabile alla verifica empirica.
cura impossibile

IL CASO BENVENISTE
RIVELAZIONI RETROSCENA E DISCUSSIONE
L’analisi del caso Benveniste, ossia della ricerca che condusse all’ipotesi della memoria dell’acqua, ci permette di capire in cosa sia consistita e perché sia stata ordita una frode di così grandi dimensioni, rendendoci conto delle ragioni che, a quindici anni di distanza, rendono l’affaire ancora di attualità. La discussione di questa vicenda ci offre anche l’opportunità di proporre alla riflessione e al dibattito un tema di importanza epocale, quale la contaminazione, sotto la spinta di interessi economici, della medicina scientifica con pratiche anacronistiche.

Il fatto. Il 30 giugno 1988 l’autorevole rivista britannica Nature pubblicò un articolo dal titolo Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE (333, 816-818), firmato da tredici autori [1]. Il gruppo di lavoro era coordinato dal biochimico francese Jacques Benveniste, professore presso l’Università di Parigi-Sud, direttore dell’Unité 200 dell’Institut National de la Santé e de la Recherche Médicale (INSERM) di Parigi. Gli altri istituti di provenienza dei ricercatori erano il Dipartimento di Zoologia dell’Università di Toronto in Canada, l’omologo istituto dell’Università di Gerusalemme, la facoltà medica dell’Università di Milano dalla quale provenivano due medici in servizio presso l’Ospedale Maggiore del capoluogo lombardo, in seguito dissociatisi dalle ipotesi sostenute dai principali autori. Fra questi ebbero un ruolo preminente Elizabeth Davenas e Bernard Poitevin.
Il lavoro sembrava dimostrare che la diluizione in acqua di un antisiero, spinta molto oltre la totale scomparsa di ogni sua molecola, fosse ancora in grado di produrre il suo effetto fisiologico di degranulazione dei granulociti basofili. Questo sorprendente risultato induceva gli autori ad ipotizzare che l’acqua sia in grado di trattenere impronte infinitesimali delle molecole con cui viene a contatto [2].
La ratio e la procedura di questo studio sono molto semplici, per cui sarà sufficiente una breve esposizione concettuale e tecnica per proseguire con cognizione di causa il nostro approfondimento.
 
La ricerca. Il lavoro apparteneva all’area dell’Immunologia e sfruttava le competenze di Benveniste sui meccanismi molecolari dell’allergia.
I fenomeni allergici sono caratterizzati dalla produzione di anticorpi capaci di reazione immediata, le immunoglobuline E (IgE) e dalla liberazione di varie sostanze, fra cui l’istamina, responsabili delle manifestazioni cutanee e dell’asma. L’istamina viene rilasciata da globuli bianchi che, per le loro caratteristiche chimico-tintoriali, sono detti granulociti basofili o semplicemente basofili. La degranulazione dei basofili non è altro che il rilascio di granuli contenenti istamina, fenomeno che può facilmente essere studiato mediante la colorazione con un composto colorante chiamato blu di toluidina. La degranulazione dei basofili può essere indotta artificialmente impiegando un siero anti-IgE. In condizioni normali il blu di toluidina reagisce con l’istamina producendo una tinta rossa che colora intensamente i basofili. Se i granuli contenenti istamina sono stati tutti rilasciati il basofilo, completamente degranulato, non si colora più. Si comprende, pertanto, come il metodo della colorazione con blu di toluidina si possa impiegare per testare l’effetto del siero anti-IgE: l’efficacia della sua azione coincide con la scomparsa al microscopio delle macchioline rosse che corrispondono alle cellule basofile.
La particolarità di questo progetto dell’INSERM consisteva nel fatto che il fenomeno della degranulazione causata dal siero anti-IgE veniva impiegato per testare la possibilità che il siero diluito oltre 120 volte potesse ancora produrre i suoi effetti: un’ipotesi priva di fondamento scientifico, anzi in contrasto con le più elementari conoscenze di chimica e fisica, vediamo perché.
 
La Legge di Avogadro. È una di quelle chiavi di volta su cui si fonda sia una parte della concezione scientifica della materia, sia i più umili calcoli di una minuta pratica di laboratorio. La Legge di Avogadro [3], inizialmente concepita per i gas e, poi, come tutte le leggi dei gas estesa alle soluzioni, enuncia: Volumi uguali nelle stesse condizioni di temperatura e di pressione contengono lo stesso numero di molecole. Stabilendo per la prima volta un rapporto fra numero di molecole e volume, la legge ci consente di definire quante molecole di una sostanza sono presenti in un dato volume di gas o di acqua. Il numero fisso di molecole per centimetro cubico è pari a 6,025 x 1023 e prende il nome di Numero di Avogadro.
Diluendo in 100 millilitri (o c.c.) il nostro siero varie volte, alla 13a diluizione abbiamo la certezza che non c’è più neanche una molecola: calcolare per credere!
È lecito chiedersi perché un team di ricercatori che ha superato da tempo l’età delle prime lezioni di chimica chieda ed ottenga finanziamenti per testare un siero che travaserà [4] per 120 volte in 100 ml d’acqua fino alla paradossale concentrazione di 10-120 M? Se si è al corrente della enorme mole di progetti di ricerca seri, fondati e referenziati che ogni anno rimangono inattuati per mancanza di fondi, è facile dirigere i sospetti verso interessi estranei alla comunità scientifica [5].
 
La pubblicazione. La pubblicazione su una rivista scientifica, come è noto, segue tutt’altri criteri rispetto all’editoria giornalistica; si tratta infatti di un atto di comunicazione alla comunità scientifica internazionale di risultati di assoluto rilievo di ricerche condotte nel più rigoroso rispetto del metodo sperimentale, previo accurato esame e giudizio di merito da parte di una commissione di referees che nel caso di Nature include sempre i maggiori esperti del settore, frequentemente insigniti del premio Nobel. Non sorprende, perciò, che l’apparire di un simile articolo destasse stupore e sollevasse le più indignate proteste da parte di molti ricercatori e responsabili di istituti scientifici. Lo stesso direttore della rivista, John Maddox, fu oggetto di attacchi molto duri “per aver pubblicato idiozie del genere e per aver con ciò dato credito ad idee a dir poco dubbie.” [6] Il rigore formale con cui era stata condotta una parte di quello studio non avrebbe dovuto impedire ai referees e al direttore, garante della loro serietà e tutore del prestigio della rivista, di rendersi conto dell’infondatezza dell’ipotesi testata e dell’improponibilità di una procedura fondata su preconcetti magici quali un’azione molecolare prodotta in assenza di molecole o lo sprigionarsi di una “forza vitale” grazie allo scuotimento dell’acqua. Si chiedeva al direttore di scusarsi per un errore così grave e di dimettersi per non compromettere la reputazione della rivista. “La sua risposta fu che la pubblicazione e la critica che sarebbe seguita da parte della comunità scientifica, avrebbero messo a tacere le proteste dei fautori dell’omeopatia secondo i quali gli esperimenti omeopatici non avevano mai trovato spazio nelle riviste scientifiche per via dei pregiudizi nei loro confronti, pregiudizi nati a causa della resistenza della comunità scientifica a prenderli sul serio.” [7]
Ad onor del vero, si deve ricordare che John Maddox aveva accompagnato l’articolo con una nota dal titolo “Quando credere all’incredibile” [8], in cui precisava che il fenomeno descritto non aveva ancora trovato una spiegazione scientifica ed invitava i lettori a non emettere giudizi fino a quando una commissione di esperti non avesse assistito alla ripetizione degli esperimenti e ne avesse controllato rigorosamente i risultati. 
 
La commissione di indagine presieduta da Maddox. L’indagine sulla ricerca condotta presso i laboratori parigini sembrava, perciò, già programmata quando si era decisa la pubblicazione e, probabilmente, anche il nome del presidente della commissione che avrebbe effettuato i controlli e le ispezioni era dato per certo. John Maddox, nato nel 1925, aveva studiato Fisica ottenendo anche degli incarichi di insegnamento presso il Dipartimento di Fisica Teorica dell’Università di Manchester. Sebbene godesse di ottima fama, veniva guardato con sospetto da una parte della comunità scientifica perché aveva un curriculum da giornalista e non da accademico o da ricercatore. Aveva lavorato, infatti, al Manchester Guardian per 10 anni come giornalista scientifico. Era già stato direttore di , dal 1966 al 1973, quando nel 1980 riassunse l’incarico[9]. Probabilmente coloro che avrebbero voluto uno scienziato di provato valore a dirigere la più prestigiosa impresa editoriale nel campo delle scienze naturali e biomediche, vedevano in questo episodio la conferma dei loro dubbi sull’opportunità di lasciare su una poltrona così importante qualcuno che non ritenevano sufficientemente preparato. Maddox si rendeva conto che presiedere la commissione sul “caso Benveniste” equivaleva a sottoporsi ad un esame di idoneità cui non poteva sottrarsi, pena le dimissioni dall’incarico.
Sapendo di non potersi permettere di fallire e che l’esito peggiore dell’indagine sarebbe stato non riuscire a svelare il mistero di quei risultati che andavano contro ogni logica e conoscenza scientifica, Maddox mise la massima cura nella selezione dei commissari che lo avrebbero affiancato nel delicato compito. La scelta cadde su uno studioso pratico di tecniche di laboratorio, che conosceva a fondo la realtà della ricerca per esserne un protagonista e, soprattutto, era specializzato nel riconoscimento di errori tecnici e frodi nella ricerca biomedica di base, ossia Walter W. Stewart; e sul maggior esperto in trucchi e tecniche illusionistiche, James Randi.
Quest’ultimo, a differenza di quanto talvolta si legge, non è un illusionista ma uno studioso che ha dedicato gran parte della propria vita a smascherare guaritori, truffatori, parapsicologi, persone che si dichiaravano in possesso di poteri paranormali, ecc. Per far questo ha imparato una grande quantità di tecniche che richiedono lunghi e complessi addestramenti, così che in un programma televisivo che lo ha reso famoso era in grado di mostrare egli stesso i trucchi dei presunti maghi [10].

Il sopralluogo. La commissione, giunta nel laboratorio dell’INSERM, fece richiesta di ripetere gli esperimenti limitandosi ad assistere e riservandosi di partecipare in una fase successiva. Sarebbero rimasti a Parigi una settimana, ma le impressioni iniziali fecero loro dubitare che ne sarebbero venuti a capo tanto presto.
Gli esperimenti ripetuti dai collaboratori di Benveniste riuscirono perfettamente, anche se alcune cose apparivano strane. Ad esempio la registrazione dei dati era affidata sempre alla stessa ricercatrice, la quale li annotava su un quaderno di laboratorio. Si trattava della prima firmataria dell’articolo: Elizabeth Davenas. Le pagine del quaderno erano numerate come quelle di un libro contabile, per cui in teoria non vi poteva essere una grossolana manomissione come l’aggiunta o l’eliminazione di una pagina. A James Randi non era sfuggito, però, che la Davenas annotava i dati a matita e portava il quaderno a casa, dove avrebbe provveduto a riscriverli con inchiostro indelebile. Inoltre rilevarono che la conta dei basofili degranulati non era delegata solo alla Davenas, ma ella soltanto aveva riscontrato i dati favorevoli all’ipotesi che l’acqua “ricordasse” gli anticorpi anti-IgE. Prese corpo il sospetto che non si trattasse di un errore, ma di una frode astutamente architettata, così che si decise di intervenire secondo un metodo suggerito da Randi, ossia impiegando una procedura estremamente efficace per prevenire la manomissione fraudolenta.
 
Il “Metodo Randi”. Le provette contenenti il siero diluito furono fatte etichettare dalla Davenas e l’intera procedura fu videoregistrata, dando alla maggiore indiziata la certezza di sapere in quali provette fosse il siero ancora attivo, in quali quello troppo diluito per poter degranulare i basofili e in quali acqua pura.
Quando la ricercatrice andò via, nella stanza del laboratorio in cui aveva lasciato le provette, Stewart, Randi e Maddox, dopo aver oscurato le finestre ed essersi accertati che non vi fossero telecamere o microfoni dei ricercatori, accesero di nuovo la loro videocamera per registrare quanto si apprestavano a fare.
Tolsero le etichette e le sostituirono con delle altre, numerate secondo un codice casuale inventato al momento e annotato su un foglio di carta. In questo modo, se la frode consisteva nel contaminare di nascosto le provette che contenevano di fatto solo acqua con siero degranulante, questa operazione sarebbe risultata oltremodo difficile, perché non era più possibile sapere quali provette manomettere. Per essere certi che il codice delle etichette, necessario per proseguire l’esperimento il giorno dopo, non fosse accessibile, il pezzo di carta su cui era scritto fu avvolto in un foglio di alluminio, ripiegato e custodito in una busta sigillata con un particolare tipo di adesivo che avrebbe consentito il facile rilievo delle impronte digitali di chi avesse tentato di aprirla. La busta fu attaccata al soffitto del laboratorio. A questo punto il team composto dai ricercatori e dai membri della commissione poteva lavorare, come si usa dire nel gergo della ricerca, in cieco. Cioè nel cimentare i basofili con le soluzioni si andava alla cieca, non sapendo quando si stessero impiegando le diluizioni contenenti anticorpi e quando acqua senza tracce di siero. Aggiunto il blu di toluidina, a fine giornata tutti andarono via, solo James Randi si attardò un po’ e, non visto, tracciò dei segni sul pavimento per marcare la posizione della scala che era stata impiegata per attaccare la busta al soffitto.
James Randi riferisce che il giorno dopo, quando andarono in laboratorio per effettuare la conta dei basofili colorati di rosso, Elizabeth Davenas e gli altri ricercatori sembravano tesi e preoccupati, mentre Benveniste era di buon umore ed ostentava grande sicurezza, al punto di aver convocato i fotografi ed ordinato lo champagne. Questo atteggiamento, se si escludono doti di recitazione degne di un attore professionista, faceva propendere per la buona fede del direttore dell’Unità 200.
Estratti i codici dalla busta si procedette alla conta e, con questa, si rovinò la festa a Benveniste: le diluizioni omeopatiche non producevano alcun effetto, ovvero l’acqua non rivelava alcuna proprietà magicaricordo e la creazione del fantasma di milioni di molecole. come il
Il risultato era così nettamente evidente da non concedere alibi come quello invocato dagli indagati, ossia di un errore nella realizzazione del campione statistico. Trilussa diceva: “La statistica è quella cosa che se tu hai mangiato due polli ed io nessuno, abbiamo mangiato un pollo a testa”, ma se i polli mancano del tutto -anche in senso metaforico- c’è poco da invocare la statistica: si rimane tutti a bocca asciutta. A quel punto la frode era stata evidenziata senza ombra di dubbio. La busta che custodiva il foglio avvolto nell’alluminio su cui erano scritti i codici delle provette, recava lievi segni dovuti ad un tentativo di effrazione con un oggetto appuntito e, d’altra parte, Randi nell’entrare in laboratorio aveva notato la scala spostata dalla posizione in cui l’aveva lasciata la sera prima; spostamento reso maggiormente evidente dai segni che aveva tracciato sul pavimento. Si riteneva che le chiavi del laboratorio le avesse solo Benveniste ma, in assenza di dati certi al riguardo, ogni illazione è lecita.
Il risultato dell’accertamento premiò più di ogni altro John Maddox, che da tutta la vicenda ottenne un consolidamento della stima di cui godeva presso lo staff della rivista da lui diretta [11] ed una riabilitazione agli occhi dei suoi detrattori. La sua linea di condotta era apparsa saggia oltre che vincente in quanto, prima la sua rispettosa tolleranza, interpretando quello spirito liberal-democratico tanto caro alla cultura britannica, aveva consentito la pubblicazione del lavoro e, dopo, da vero paladino della scienza aveva condotto la squadra di esperti che, attraverso la verifica empirico-logica, aveva ristabilito la verità [12].
Era davvero importante una risposta chiara ed autorevole al clamore ed al risalto con il quale i mezzi di comunicazione di massa avevano diffuso ed amplificato la notizia della “eccezionale scoperta”, seguendo il vecchio adagio giornalistico secondo cui un cane che morde l’uomo non è una notizia, ma se un uomo ha morso un cane gli si dovrà dare il massimo rilievo possibile. Si giunse perfino ad intervistare vari premi Nobel per conoscerne l’ovvio e scontato parere, che avrebbe aumentato l’attenzione e l’interesse per il servizio televisivo o radiofonico, così come per l’articolo del quotidiano: in Italia si diede il microfono a Rita Levi Montalcini, in Francia a Daniel Bover.
Per la verità nessuno scienziato degno di questo nome aveva preso sul serio i risultati e l’interpretazione di Davenas e collaboratori, infatti al riguardo Skrabanek e Mc Cormick osservano che la grossolanità della pretesa è di quelle che presuppongono una crassa ignoranza in termini di cultura generale e consapevolezza della realtà su cui si reggono i valori empirici della scienza: “Le conseguenze per la fisica sarebbero state più profonde di quelle che ebbe la scoperta che la terra è sferica. La scienza, così come la conosciamo, avrebbe dovuto essere cancellata e riscritta da capo.” [13]
Ma la commissione di Nature non fu l’unica a sottoporre ad esame l’ipotesi della memoria dell’acqua. Sono poche le fonti che riportano di una sperimentazione molto seria che verificava il lavoro dell’équipe di Benveniste. Lo studio fu promosso da Science et vie, rivista francese di divulgazione scientifica il cui prestigio è legato ad un attivo impegno a tutela della salute dei cittadini. I redattori della rivista ritennero un proprio dovere morale partecipare all’accertamento della verità, anche in considerazione del fatto che in Francia, in quel periodo, un medico su quattro prescriveva rimedi omeopatici.
La ricerca promossa da Science et vie fu condotta quello stesso anno presso il laboratorio allergologico del Rothschild Hospital di Parigi: in nessuna delle prove fu mai possibile assistere ad un fenomeno che desse adito a qualche dubbio. Un articolo pubblicato su Scientist, fornendo un ottimo resoconto della ricerca, stigmatizzava l’amplificazione da parte del sistema di comunicazione di massa, affermando che gli scienziati francesi avevano poco da dire, laddove la stampa francese diceva davvero troppo [14].
A coloro che si rivolgono in fiduciosa buona fede all’omeopatia giova ricordare che uno dei maggiori omeopati del mondo, tenace sostenitore di un’omeopatia -a suo dire- “scientifica”, David Reilly, subito dopo l’annuncio dei risultati di Davenas e soci ebbe a dire: “Se la cosa si dimostra priva di fondamento avremo dimostrato che l’omeopatia è uno dei più grandi incidenti di percorso della scienza medica, una follia di tali proporzioni da meritare uno studio a parte.” [15]
La dimostrazione che si trattava di una frode dovrebbe indurre gli omeopati in buona fede, così come i pazienti, a seguire Reilly e ad abbandonare questa follia.
 
L’accertamento della commissione e la verifica indipendente del laboratorio allergologico francese, erano più che sufficienti perché nel mondo scientifico si considerasse l’affaire Benveniste un “caso chiuso”. Si deve osservare, però, che quanto era emerso durante il controllo non avrebbe lasciato indifferente un magistrato, una corte di giustizia o anche un semplice cittadino che non accetta di essere truffato. Molti interrogativi, che andavano dal perché di quella strana ricerca a chi l’avesse finanziata e a come si fosse giunti alla vera e propria frode dei risultati falsi, sembravano trovare risposta nelle vicende passate e presenti dell’équipe dell’INSERM.
 
 Retroscena e rivelazioni. Scoppiato lo scandalo presso il laboratorio dell’Unità 200, dopo la dissociazione dei due Italiani, un altro firmatario dell’articolo, Pierre Belon, prima prese le distanze dalla ricerca e, poi, ruppe i rapporti con Benveniste. La situazione diveniva ogni giorno più difficile, fino a quando Philippe Lazar, direttore generale dell’INSERM, minacciò il licenziamento dell’intera équipe. La crisi del gruppo di ricerca dovuta allo smascheramento da parte della commissione di Nature, ci riporta al quesito che ci siamo posti nel paragrafo sulla legge di Avogadro e che si può sintetizzare così: perché mai quegli esperimenti e chi li ha finanziati?
Rosario Brancato e Maurizio Pandolfi, due medici oculisti, docenti universitari rispettivamente al San Raffaele di Milano e all’Università di Lund in Svezia, si sono occupati della vicenda in un loro peraltro piacevole e brillante saggio recente [16] in cui, però, riflettono ingenuamente quanto gli autori del “piano” volevano si credesse: “Ci si può chiedere se gli autori avessero un qualche contatto con l’omeopatia. Benveniste no ma altri due erano medici omeopatici, una circostanza che tinse di sospetto lo scetticismo di molti.” [17]
Brancato e Pandolfi si sbagliano di grosso, se così non fosse bisognerebbe spiegare in che modo Benveniste si sarebbe convinto a testare le funzioni dell’acqua diluita nell’acqua e, a sua volta, come avrebbe convinto il Ministero a finanziarlo. Ma le cose non stavano così. La chiave di volta per comprendere l’origine del progetto ed i ruoli dei singoli si chiama Bernard Poitevin.
Poitevin, che abbiamo citato fra i membri del gruppo di ricerca, era medico. Laureatosi a Nantes nel 1978, fu estraneo a pratiche terapeutiche non scientifiche fino a quando suo padre adottivo fu curato con l’omeopatia, circostanza che gli consentì di conoscere questo complesso ed antico modo di sfruttare l’effetto placebo, camuffandolo sotto le spoglie di una fantomatica energia che si sprigionerebbe dalla diluizione accompagnata a scuotimento di sostanze che in congrue quantità sarebbero responsabili dei sintomi che si vogliono curare. Poitevin fiutò l’affare costituito dalla legittimazione di queste pratiche che, anche in virtù della crescente sfiducia verso un sistema sanitario sempre più compromesso con interessi ed opportunismi politici, sembrava avere buone possibilità di affermazione. Il primo passo lo compì nel 1980 ottenendo la tesi di dottorato in immunologia presso il laboratorio di Benveniste. Il campo immunologico che allora, più di oggi, si presentava come un’area vasta e largamente insondata di fenomeni spesso capricciosi ed inspiegabili, gli parve l’anello di congiunzione ideale fra l’omeopatia e la scienza. Il passo successivo fu presentare Michel Aubin, direttore scientifico dei Laboratoires Homéopathiques de France (LHF), una casa farmaceutica omeopatica, a Benveniste. L’incontro è cruciale perché comporta la “conversione” all’omeopatia del direttore dell’Unità 200. Nel 1982 Benveniste firma con Aubin un contratto per studiare l’attività dei prodotti omeopatici nei meccanismi dell’allergia. In altre parole il laboratorio viene finanziato per la prima volta dall’industria omeopatica per lavorare su suoi progetti. Non è noto quale sia stato, in quel periodo, il primum movens che ha attratto su quel sodalizio l’attenzione della maggiore delle industrie produttrici di rimedi omeopatici in Francia, la Boiron. Fatto sta che nel 1983 Benveniste, dopo aver rinnovato per altri due anni il contratto con la LHF di Aubin, firma un contratto anche con la Boiron.
 Poitevin diviene consigliere scientifico della LHF e, in questa qualità, svolge la funzione di supervisore nel laboratorio di Benveniste, coadiuvato da Beatrice Descours, che lavora in qualità di tecnico di laboratorio per la Boiron. Alla fine del 1983, per motivi poco chiari, la Descours si dimette ed al suo posto è assunta Elizabeth Davenas. Da notare che fin dall’inizio la Davenas ha lavorato presso il laboratorio dell’Unità 200 con lo stipendio pagato dalla Boiron.
Conosciuti questi fatti, il quadro d’insieme è molto più chiaro. La decisione di realizzare questo “geniale” progetto di ricerca spetta ad un nucleo di omeopati che da anni lavora a tutti gli effetti per l’industria omeopatica, anche se utilizza in parte una struttura e dei fondi pubblici.
Durante il 1988, qualche mese prima della pubblicazione su Nature, la Boiron acquistò la LHF, diventando così l’unica finanziatrice dei progetti di ricerca di Benveniste. Le due industrie di rimedi omeopatici fra il 1982 e il 1986 investirono tra i duecentomila ed i trecentomila franchi l’anno, nel 1987 e nel 1988 circa ottocentomila l’anno, il 1989 un milione di franchi. Complessivamente il sostegno all’Unità 200, fino alla pubblicazione dell’articolo, si stima intorno ai quattro milioni di franchi.
Dunque, la “memoria dell’acqua” è frutto di un piano architettato e finanziato dall’industria omeopatica per guadagnare una patente di scientificità ai propri prodotti, allo scopo di conquistare quote sempre più estese di mercato grazie alla persuasione dei medici. Non stupisce, perciò, che il piano prevedesse anche un escamotage per evitare l’incriminazione per truffa.
I ricercatori dell’Unità 200 erano ben consapevoli del fatto che la ripetizione degli esperimenti in laboratori indipendenti avrebbe presto dimostrato l’impossibilità di ottenere i loro incredibili risultati, così introdussero nel loro lavoro un errore di campionatura statistica. L’intento era quello di scaricare su quell’errore la responsabilità dei dati ottenuti, per poter dichiarare la propria buona fede. Se un simile trucco poteva aver presa nel corso di un processo su una corte ben disposta, non aveva certo possibilità di sviare la comunità scientifica. A tale proposito si può osservare, visto che si intendeva ingannare i medici oltre che i comuni cittadini, che Benveniste e soci puntavano sull’ignoranza dei clinici francesi in materia di statistica. E non erano i soli, considerato che la direzione generale dell’INSERM per salvare la reputazione dell’istituzione, incaricò il direttore dell’Unità 292, Alfred Spira, uno statistico, di ripetere gli esperimenti cercando di dimostrare che con l’errore di campionatura fosse possibile ottenere i risultati di Benveniste. Ovviamente le prove sperimentali ebbero ancora una volta esito negativo, ma Spira riuscì, se non altro, ad allontanare l’attenzione dal problema vero.
 Il prestigio dell’Istituto sembrava comunque compromesso, tanto che Philippe Lazar voleva che Benveniste andasse via o, per lo meno, fece in modo che si sapesse di questa sua volontà; accettò, invece, di confermarlo nell’incarico per altri quattro anni, ossia fino a scadenza del mandato nel 1992, a patto che la Davenas -ritenuta da tutti la vera responsabile della frode- fosse allontanata [18].

Discussione. Uno dei motivi che ci ha spinto a studiare il caso Benveniste e a proporre in uno scritto una sintesi dei fatti noti e delle nostre riflessioni è che l’accertamento della verità che condusse alla soluzione di quel caso e, conseguentemente, a porre la parola fine ad ogni disputa sul  presunto fondamento scientifico dell’omeopatia, oggi sembra essere del tutto ignorato.
L’esemplarità del caso aveva un enorme valore, perché dimostrava che l’unica volta, in assoluto, che si registrava un fenomeno rilevato scientificamente che obbedisse al dogma omeopatico, si era in presenza di una truffa. Purtroppo, se si eccettuano gli operatori in buona fede, ciò che la quotidiana esperienza ci propone ad un livello un po’ più alto e generale della realtà del singolo che vende o somministra prodotti omeopatici, è molto chiaro. Da una parte c’è chi sostiene in forma propagandistica delle pratiche e delle convinzioni “quotate in borsa” indipendentemente dalla loro veridicità, e ritiene parte di quest’attività insabbiare, depistare e confondere. Dall’altra c’è chi è scientificamente preparato ed in grado di rilevare e smascherare le imposture, ma teme di esporsi a querele od attacchi personali di chi è organizzato per tutelare e difendere un interesse economico. Questa condizione lascia la verità senza avvocati. In una società che tende alla parità “democratica” fra il vero e il falso, il torto e la ragione o la magia e la scienza, purché abbiano sostegno finanziario, confondere le idee attraverso varie forme di comunicazione è un primo passo per la conquista sia dell’opinione della maggioranza, sia di quella di operatori sanitari carenti in formazione scientifica, ideale target di mercato dei manovratori occulti dell’industria delle cosiddette “medicine alternative”.
Un quadro confuso crea dubbi ed incertezze nel riconoscimento di un valore o di un senso, giovando soltanto al falso che, in quel marasma, è messo sullo stesso piano del vero. In questa cornice si inquadra il libro del giornalista Michel de Pracontal Les mystères de la mémoire de l’eau [19], così come le riedizioni abusive o le fotocopie dell’articolo originale pubblicato su Nature; operazioni che hanno buon gioco perché l’INSERM non ha alcun interesse a tornare sulla vicenda, sperando che si dimentichi il coinvolgimento dell’istituzione, lasciando i propagandisti unica voce al riguardo.
Vale la pena soffermarsi brevemente su alcune caratteristiche del sapere scientifico che troppo spesso si danno per note ed acquisite ma, se così fosse, non dovremmo avere “medici omeopatici”.
La scienza non fornisce verità assolute, ma un vero relativo ad un metodo, cioè una oggettività riproducibile, la cui utilità è data dalla possibilità di conoscere le condizioni in cui l’oggetto/evento/fenomeno esiste. Tutti, dotati degli strumenti, possono riprodurre quel vero. La Matematica, fondamento universale del sapere scientifico, si basa sulla coerenza interna dei suoi  sistemi logici; la Fisica, la Chimica e tutte le discipline sperimentali da queste derivate, si basano sulla verifica empirica di ipotesi sviluppate nell’ambito di conoscenze pregresse seguendo una coerenza logica sulla falsariga di quella matematica. È il caso tipico della ricerca biomedica di base (biochimica, genetica, biologia molecolare, patologia molecolare, immunologia, ecc.) in cui l’esperimento consente di mettere alla prova un’ipotesi in una forma oggettiva e ripetibile, riscontrando il risultato con i sensi [20]. I grandi progressi che le discipline scientifiche hanno consegnato alle società moderne si basano in gran parte sulla regola della ripetibilità dei risultati in laboratori diversi e concorrenti. Il concorrente agisce da severo giudice perché ha tutto l’interesse a dimostrare l’errore dell’altro, così come ha interesse a riconoscere il vero ed il giusto nell’altro, perché ciò gli consentirà di essere secondo e non ultimo nella competizione generale. Questo non vuol dire che il sistema della scienza sia un sistema perfetto, tutt’altro, ma questa è senz’altro la parte migliore e, probabilmente, uno dei migliori sistemi di garanzia di successo che le imprese del sapere umano abbiano mai concepito.
Questa sintetica caratterizzazione ci consente di definire un punto fondamentale per la nostra discussione, cioè che il vero scientifico è sempre il risultato di un processo di conoscenza empirica e critica che si basa a sua volta su altri risultati ottenuti sempre, come si è soliti dire, per tentativo ed errore, imparando da codesti errori. Alcuni risultati della ricerca vengono generalizzati come procedure di laboratorio, ottenendo ogni volta che li si impiega, ovvero migliaia di volte in tutto il mondo, verifica sperimentale. Al contrario, saperi come quelli di molte “medicine alternative” e dell’omeopatia, sono caratterizzati dal fondarsi su dogmi indimostrati che si considerano veri fino a prova del contrario. Questa è la ratio delle verità rivelate tipica del sapere religioso, che si colloca in tutt’altra sfera rispetto all’umile conoscenza empirica della materia e dei suoi fenomeni, anche ammesso che vi sia una divinità degna di fede che abbia rivelato agli uomini i principi dell’omeopatia. Come ci insegna l’Antropologia, la ratio di questi saperi proviene da epoche in cui lo studio empirico della realtà era impossibile per mancanza di mezzi adeguati.
Molti omeopati spiegano agli scettici che l’omeopatia cura i sintomi non le malattie, ma in genere non ne conoscono il motivo. Se lo conoscessero, saprebbero anche che quella pratica non è compatibile con la medicina scientifica e nemmeno con le più elementari nozioni di patologia note da secoli. Infatti, un assunto di base della teoria omeopatica è che quasi tutte le malattie abbiano la stessa patogenesi. L’omeopatia moderna fu concepita nel 1800 da Samuel Hahnemann come variante dell’arcaica Magia Simpatetica, dalla quale trae la teoria: “Tutte le malattie tranne le sicosi [21] e la sifilide sono causate da un miasma di psoriasi” [22]. Quella magia non conosce la struttura atomica e molecolare della materia inorganica ed organica e, pertanto, suppone che in ogni cosa, sia esso un sasso che un organismo vegetale o animale, vi sia un’essenza sui generis. Coerentemente con questa idea primitiva, molto diffusa nel pensiero arcaico, l’omeopatia suppone l’esistenza di proprietà legate a questa “essenza”.
Un omeopata tedesco partendo da due proprietà che l’omeopatia attribuisce al peperoncino, ossia quella di conferire colore rosso acceso alle guance e stimolare la nostalgia di casa, nel 1983 propose su rivista considerata autorevole nella sua realtà culturale, una terapia a base di peperoncino alle solite “diluizioni” per gli 11 milioni di lavoratori stranieri residenti nell’Europa occidentale [23]. Se si pensa all’ortaggio in questione come ad un vegetale dal quale estrarre principi attivi, ossia si ragiona in termini molecolari, non se ne giustifica l’impiego particolare se lo si diluisce ben oltre la scomparsa di ogni traccia. Si deve invece tener conto dell’essenza. In altre parole nel peperoncino c’è una qualità intrinseca che definisce le sue caratteristiche e le sue proprietà, incluse quelle in grado di produrre effetti nell’uomo (sintomi) che è propria dell’essere peperoncino e non carota. Questa qualità obbedisce ad una proprietà [24], ovvero quella di determinare effetti opposti se data in concentrazioni negative. Quest’ultimo concetto, che resterebbe poco chiaro qualora si tentasse di spiegarlo in termini logici, si comprende bene alla luce del meccanismo magico di “annullamento”: un’azione inversa rispetto a quella che ha prodotto un determinato effetto produce l’effetto inverso, annullando il precedente. [25]
L’omeopatia, rispetto ad altri tipi di terapie non scientifiche o “medicine alternative”, costituisce un caso molto speciale, soprattutto perché ha creato una sua industria “farmaceutica” con un budget che le conferisce un importante peso economico, ma anche perché è sponsorizzata dalla famiglia reale inglese, in grado di influenzare in tutto il mondo ambienti a loro volta influenti.
Proprio in Inghilterra, il rettore ed il preside della facoltà inglese di omeopatia mentre si ergevano a garanti del sapere affermando in un discorso l’importante funzione dell’istituzione da essi rappresentata per evitare che “alcuni medici con una cattiva preparazione e non qualificati possano prosperare e sostenere teorie folli” [26], si rendevano protagonisti delle più assurde prescrizioni. Il rettore, ad esempio, prescriveva “alle ragazze vittime di una delusione amorosa e alle donne che non sono mai riuscite a sfogarsi con le lacrime […] affinché si sciolgano, sali da cucina a diluizioni tali che è improbabile trovarne una molecola in un’intera botte” [27]. Ovviamente il razionale terapeutico è dato dal fatto che le lacrime sono salate.
È evidente che uno studente della facoltà di Medicina che abbia compreso anche solo i concetti salienti delle materie di studio del primo anno di corso non può accettare roba come la patogenesi universale dovuta al miasma di psoriasi, la capacità del peperoncino di agire sul cervello determinando nientemeno che la nostalgia di casa o l’importanza del sapore delle lacrime per una terapia farmacologica della delusione d’amore a base d’acqua che “si ricorda del sale” che ha incontrato. Allora come si spiega l’alto numero di medici laureati in Francia, Inghilterra, Germania e Italia che associa queste pratiche alla medicina scientifica?
Non ci attarderemo oltre sul concetto di dinamizzazione che conferisce energia vitale attraverso lo scuotimento, eccetto che per rilevare che rientra nel quadro del paradosso di inversione che caratterizza la “diluizione”: più si diluisce più, scotendo, aumenta la “potenza” della pozione magica. A tutto il sapere omeopatico si può applicare lo stesso aggettivo: arcaico.
Ma, se si pensa al concetto omeopatico di diluizione che, come già si è rilevato, diluizione non è, si deve dire che basta il buon senso di un bambino di 10 anni per rendersi conto dell’assurdità. Una concentrazione adoperata in omeopatia è quella detta 12c che corrisponde a 1024. Per rendere più evidente la proporzione Von Baeyer propone un esempio noto come il “Teorema dell’ultimo respiro di Cesare”. Se consideriamo che l’ultimo respiro di Cesare abbia avuto il volume di un’espirazione media e che si sia distribuito uniformemente nell’atmosfera terrestre attraverso gli anni, considerato che il volume dell’atmosfera corrisponde alla capacità dei nostri polmoni per dieci alla ventiquattresima, dobbiamo dedurre che ad ogni inspirazione inaliamo una molecola dell’ultimo respiro di Cesare [28].
È proprio difficile credere alla buona fede di operatori di omeopatia che si siano soffermati solo per qualche istante con attenzione sugli strumenti che impiegano. Ma deve fare ancor più riflettere il fatto che i trials per testare la validità dell’omeopatia sono un affare dell’800 quando, fra gli altri, se ne occupò James Young Simpson (1853) [29], divenuto famoso per aver introdotto l’uso del cloroformio come anestetico generale. Già allora si dimostrò che si trattava di una grande impostura [30] ed ora nel terzo millennio siamo ancora alle prese con i fantasmi di una follia molto redditizia. Infatti, se ci stupisce l’esempio del respiro di Cesare, che diremo del fatto che i rimedi più impiegati sono contrassegnati come 30c ovvero 1060? In un articolo redazionale su Medical Press del 1879 dal titolo “Omeopatia Impazzita” a proposito della diluizione 30c si faceva questo esempio: “l’equivalente di un granello di sale in una quantità di diluente tale che basterebbe a riempire diecimila miliardi di globi, ciascuno tanto grande da contenere l’intero sistema solare”[31].
 
Il caso Benveniste, è esemplare in tutti gli aspetti di una vicenda che si trascina dalla metà del XIX secolo: l’impostura, il consenso in buona e cattiva fede di ignoranti ed interessati, lo smascheramento e, poi, l’oblio di quest’ultimo. Se dobbiamo notare cosa è cambiato, non possiamo esimerci dal fare un rilievo negativo che, però, non deve indurci al pessimismo. Questo rilievo consiste nel notare la crescente contaminazione della Medicina contemporanea con pratiche non scientifiche ed anacronistiche. Il problema è di proporzioni epocali e richiederebbe un approfondimento ed uno studio a sé, vogliamo solo accennare ad alcune delle cause che ci sembrano più evidenti, proponendole alla riflessione e al dibattito:
 
1. La mancanza di una formazione scientifica realmente concettuale e critica.
2. La passività come atteggiamento mentale in molti modelli sociali e culturali.
3. L’indebolimento o la perdita di collegamento fra valori ideali e valori personali.
4. La fiducia cieca ed acritica in ciò che si afferma sul mercato.
5. La perdita di responsabilità sociale e culturale dei professionisti di alta qualificazione.
6. L’estensione del paradigma politico-giornalistico alla gestione di ogni forma di sapere.
7. La mercificazione della cultura.
8. La perdita di un sistema di valori morali alti cui ancorare la deontologia professionale.
 
Si potrebbe continuare ancora per molto, ma ci fermiamo qui in attesa delle prossime occasioni di discussione e dibattito sull’argomento, che rimarrà sempre attuale per noi di BRAIN MIND & LIFE, fino a quando ci saranno omeopati e ci saremo noi, per rispetto della verità che è sempre rispetto di tutti.
 
Filippo Rucellai, Rita Cadoni e Giuseppe Perrella – BM&L


[1] E. Davenas et al., Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE, Nature, 333, 816-818, 1988.
[2] Vedi F. Rucellai e R. Cadoni, L’acqua è smemorata, in Frodi, Inganni ed Errori (Rubrica sulle pagine italiane del sito della Società di Neuroscienze BRAIN MIND & LIFE, www.brainmindlife.com) in cui si propone un’analogia esplicativa per rendere evidente l’assurdità di una simile ipotesi.
Ci piace ricordare il titolo di Legislatore delle Molecole che Icilio Guareschi attribuì ad Amedeo Avogadro (1776-1856).
[4] Parlare di “diluizione” dopo le 13 volte in 100 ml è erroneo, vuol dire accettare già l’impostura omeopatica. Infatti, diluire vuol dire sciogliere una sostanza in un liquido sicché, quando la sostanza è assente, manca il soggetto della diluizione. Per cui la logica dell’espressione linguistica diluizione viene a cadere, in quanto si è in presenza del solo liquido adoperato, in questo caso l’acqua.
[5] E’ noto che l’omeopatia postula l’efficacia di queste presunte diluizioni come dogma indimostrato, al quale aggiunge una non meno infondata pratica, ovvero quella della dinamizzazione, consistente nello scuotimento fra una diluizione e l’altra che conferirebbe le proprietà desiderate al “rimedio” in allestimento. L’équipe di Benveniste “dinamizzò” scrupolosamente ad ogni travaso il liquido che aveva contenuto il siero anti-IgE.
Petr Skrabanek and James Mc Cormick, Follies And Fallacies In Medicine, 1989, Ed. It., Follie ed inganni della Medicina, pag. 148, Marsilio, Venezia, 1992.
[7] Petr Skrabanek and James Mc Cormick, op. Cit., p. 148.
[8] J. Maddox, in Nature, 333, June 30th, 1988.
[9] Incarico che manterrà per altri quindici anni, fino al 1995.
[10] Fra questi vi era il celebre Uri Geller che era riuscito ad ingannare mezzo mondo con i suoi poteri paranormali, i quali gli conferivano, a suo dire, la capacità di piegare oggetti di metallo con la sola forza del pensiero. James Randi riuscì a filmare la frazione di secondo in cui l’abilissimo truffatore piegava un cucchiaino contro il piano della sedia su cui era seduto. Randi divenne popolare per un programma televisivo in cui prometteva un milione di dollari a chiunque fosse riuscito a proporgli un trucco che lui non sarebbe stato in grado di svelare. Parte di quelle serie televisive sono state proposte anche in programmi della televisione italiana. Ha smascherato i guaritori Filippini con l’impiego di nozioni di anatomia e medicina legale, oltre che di prestidigitazione; talvolta ha fatto ricorso alla fisica, alla chimica o a saperi tecnologici. Ha impiegato la statistica e notissimi giochi matematici per svelare i trucchi di maghi che si dichiaravano in grado di prevedere disastri aerei, ferroviari o navali. La sua attività prevalente per molti anni è stata quella di perito per commissioni parlamentari di inchiesta.
[11] E’ rimasto alla guida della rivista fino all’età di 70 anni e proprio ai suoi colleghi di Nature ha dedicato la sua ultima fatica: That remains to be discovered (ed. It., Che cosa resta da scoprire, Garzanti, Milano 2000).
[12] J. Maddox, J. Randi, W.W. Stewart, “High dilution” experiments a delusion, in Nature, 334, 287-290, 1988.
Petr Skrabanek and James Mc Cormick, op. Cit., p. 149.
[14] A. Dorizynski, French scientists say little; the French press too much, Scientist, Sept 5th , 4, 1988.
[15] D. T. Reilly, Explanation of Benveniste, Nature, 334, 285, 1988.
A commento dell’osservazione fatta da Reilly, ossia che “l’omeopatia è uno dei più grandi incidenti di percorso della scienza medica”, si deve precisare che le scienze mediche non hanno mai avuto alcun rapporto con l’omeopatia, piuttosto è accaduto -e purtroppo ancora accade- che dei medici laureati, per ignoranza o malafede per accrescere i profitti, esercitino l’omeopatia ed impieghino i rimedi omeopatici che si fondano su principi che già Ippocrate aveva dimostrato essere irrazionali. 
[16] R. Brancato e M. Pandolfi, Miserie e Grandezze della Medicina. Verità, illusioni, speranze. Oscar Mondadori, Milano, 2002.
[17] R. Brancato e M. Pandolfi, op. Cit., p. 126.
[18] Nel 1994 Benveniste tornò alla carica, cercando di coinvolgere il premio Nobel per la fisica George Charpak che non volle prestarsi in alcun modo, opponendo recisi rifiuti; infine accettò di supervisionare la ripetizione degli esperimenti che, ancora una volta, diedero esito negativo. Quando, anche dopo questa ulteriore dimostrazione della frode di sei anni prima, gli omeopati continuarono ad alimentare il dibattito, Charpak definì la “memoria dell’acqua” un delirio senza fine.
[19] Eccetto coloro che lessero, a suo tempo, i reports qui citati, ben pochi sanno come stiano davvero le cose, in quanto i mezzi di informazione, dopo aver diffuso la notizia della “scoperta della memoria dell’acqua” e fomentato ad arte la bagarre, al momento della verità si sono invece limitati ad una timida smentita.
[20] La vista, in genere. Oltre l’ovvio caso dell’osservazione al microscopio, si pensi ai risultati delle elettroforesi che si leggono come bande di colore, ai precipitati, ai sopranatanti o agli opacamenti spesso riscontrabili a vista nei test-tubes (provette). In tutte le discipline sperimentali vi sono strumenti, quali i telescopi o gli spettrofotometri, che non sono altro che espansori della funzione visiva.
[21] Si vuole intendere i “condilomi acuminati”.
[22] E’ perfino superfluo sottolineare che “miasma di psoriasi” è un’espressione senza senso. Vedi anche Petr Skrabanek and James Mc Cormick, op. Cit., p. 144.
[23] A. Braun, Capsicum, das Heimweh und die Purifikatoren, in Z klass Homoopath, 27, 195-200, 1983.
[24] Proprietà che è un “classico del pensiero magico” in tutte le culture arcaiche e che, in varie forme, si conserva nei rituali dei “maghi moderni”: la fattura, ossia un manufatto simbolico contro un evento o una persona negativa, contiene elementi richiamanti l’evento o la persona per invertire la direzione dell’effetto negativo, annullandolo. Legami fra i processi paralogici che collegano la magia arcaica a quella moderna si possono cogliere in molte opere di antropologi ed etnologi, fra queste un classico italiano è Sud e Magia di Ernesto De Martino (Feltrinelli, varie edizioni).
[25] Su questi argomenti sono state scritte intere biblioteche e, dalla lettura del pensiero magico da parte di Freud, passando per l’antropologia culturale e l’antropoanalisi, non si contano gli autori che si sono cimentati con l’argomento, per lo più paragonando i meccanismi psichici dell’annullamento nella psiconevrosi ossessiva con le forme del pensiero magico.
[26] H. Boyd, Homoeopathic Medicine, pp. 150-177, in Alternative Therapies, G.T. Lewith editor, London Heinmann, 1985.
[27] H. Boyd, op. Cit., ibidem.
[28] H. C. von Baeyer, Caesar’s last breath, in Science 26, 6, 2-4, 1986.
[29] J. Y. Simpson, Homoeopathy: Its Tenets and Tendencies, Edimburg, Sutherland and Knox, 1853.
[30] AA.VV. Homoeopathy and homoeopathic writings, in Dublin Quarterly Journal of Medical Sciences, 1, 173-210, 1846.
[31] Redazionale non firmato: Homoeopathy gone mad, in Medical Press, 78, 256, 1879.