mercoledì 25 giugno 2008

Gli Italiani che votano a destra sono imbecilli o psicopatici?

di Franco Cilli
& Domenico D'Amico

Berlusconi Cannibale

Io direi entrambe le cose. Senza invocare mancate riforme protestanti, passati splendori sostituiti da miserie presenti, inconciliabilità fra sistema politico e società politica italiana, credo che gli italiani che votano a destra ed in particolare per Berlusconi siano in parte (in piccola parte) imbecilli inconsapevoli, e in larga parte sociopatici mascherati, in grado di fingere un barlume di conformità sociale a valori universalmente accettati, pur nelle loro altrettanto normali deviazioni allo standard, ma che sotto sotto se la godono a votare per un branco di gangster, razzisti, bugiardi e opportunisti, perché credono che questo faccia bene a loro, e al diavolo il bene della nazione. Si potrebbe, da un punto di vista psicogenetico, invocare l’infanzia disgraziata del nostro paese, passato dai cocci rotti dell’Impero Romano alla  nefandezze del dominio papale, esperto nel concetto di doppio legame molto prima di  quelli della scuola di Palo Alto: Dio ti ama e per dimostrartelo io, che sono il suo rappresentante in terra, te lo metto in quel posto. Se ci aggiungiamo poi le furbizie machiavelliche che permettono ai potenti di accrescere la loro forza senza preoccuparsi della loro legittimazione, si capisce come cominci a formarsi nella psiche italica l’idea che il blasone della furbizia valga più della coscienza civile. Quando poi arriviamo ai giorni nostri, papalini e saggi uomini di stato ti fanno un partito (come la DC) che in cambio di regali per tutti, nello spirito del migliore interclassismo cattolico, chiede ben poca cosa: la libertà di fare patti con la mafia, la possibilità di tessere trame e fare di tanto intanto qualche piccola strage per fregare i comunisti, la tolleranza per la devastazione del territorio ( non si può negare qualche piacere agli amici) e, per finire, la licenza di vendita di voti in cambio di buoni benzina. Ma la genesi dello spaghetti-psycho non è ancora compiuta. No, arriva il socialismo (sic) di Craxi, e impariamo che i socialisti sono tali solo se fanno i figli di puttana e fregano il prossimo. Craxi si è presentato con un simpatico gadget per l’amico Berlusconi: la licenza per fare televisione. Vent’anni di pervasiva e criminale centrifuga neuronale. Troppi per il debole cervello italico. A questo punto, la psicopatia è irreversibile, cristallizzata.
Il problema è che per la psicopatia non c’è cura. Che si fa se il 50% degli italiani è psicopatico? Per fortuna l’altro 50% si salva: forse dovremmo guardare al bicchiere mezzo pieno.
Non ditelo a nessuno, ma negli ambienti psichiatrici si dice che gli psicopatici siano la bestia nera della professione: non sono malati strictu sensu, perché non sentono le voci degli alieni che gli sussurrano a un orecchio che l'invasione è imminente, e nemmeno credono di essere il Gesù del secondo avvento, ma non si può dire che siano sani di mente. E, comunque, nessuno scommetterebbe un centesimo sulla loro possibilità di cambiamento. Se cresci difettato, si dice, sei spacciato, non cambierai mai. I profiler dell’FBI lo sanno benissimo. Mio dio, io non voglio crederci... Ma come si può negare l’evidenza? Gente che per anni e anni ha mandato al potere un pregiudicato, e poi lo rivota, persuasa che gli farà risparmiare qualche soldo di ICI, gli farà svanire l’abuso edilizio con un condono, gli depenalizzerà il reato ambientale con una leggina ad hoc e gli darà una pacca sulla spalla se evaderà le tasse. Uno così è proprio uno stronzo psicopatico, e non gliene fregherà mai niente se il capo del governo dice che Mangano è un eroe. A uno così gli va bene assumere al nero rumeni, albanesi e ucraini per la sua impresuccia edile, purchè  vadano a risiedere in Second Life: altrimenti se ne  vanno in giro dappertutto, sporcando le strade e impedendo la sacrosanta tradizione dello “struscio” italico. Uno così si traveste da Toro Seduto perché la Lega gli ha detto che prima o poi gli italiani finiranno in una riserva, ma fa soldi a palate affittando al nero un monolocale a 15 senegalesi. Uno così si mette il gonnellino e va alla festa celtica di Presolana ad ubriacarsi con Emilio Fede, pensando di avere una antenato cugino di Asterix. Idioti.
E che dire del problema sicurezza? Il problema sicurezza è un problema reale, certo: potremmo morire cadendo da una bancata mentre lavoriamo al nero, crepare di cancro per le schifezze che ingurgitiamo, essere ridotti in polpette da un demente che corre all’impazzata col suo SUV, e nessuno che ci dia garanzie serie! Però quelli, gli psicopatici in grazia della loro facoltà di interpretare i messaggi col paleocervello (in poche parole, ciò che ci rende più simili a un biacco che a un essere umano) e non già con quelle aree di neocorteccia che ci nobilitano rispetto agli animali, capiscono che il problema sicurezza sono i rumeni, che come tutti sanno sono una razza violenta, sono i rom che rapiscono i bambini e forse non hanno neanche l'anima, o sono i vicini egiziani che “se viene la Lega”, magari me li mandano via, così mi allargo l’appartamento.
Stronzi. Psicopatici sì, ma stronzi.
Non cè niente da fare. L’unica cosa è sperare che i loro figli non diventino come loro, come nel film I Nuovi Mostri. A pensarci, però, un modo di risolvere il problema ci sarebbe: mettere tutti questi malati stronzi in un enorme stadio e praticare un’eutanasia di massa. Mi sa tanto però che il papa si arrabbierebbe: l’eutanasia no, anche in casi così disperati non si può! Tuttalpiù si può evitare l’accanimento terapeutico. Un’altra strada potrebbe essere quella della manipolazione genetica. Le conoscenze ci sono: si potrebbe impiantare agli psicopatici il DNA di Veltroni. Uhm... Forse i verdi si arrabbierebbero, sarebbe come legittimare gli OGM. Chi ci dice poi che il genoma di Veltroni non produca una qualche forma di resistenza agli antibiotici?
Non c’è niente da fare, dobbiamo cercare di rassegnarci a conquistare il potere legalmente, sperando che gli psicopatici, insieme al partito degli imbecilli, siano uno di meno del 50%. Anche con un solo voto in più ce la faremo.
Governeremo.
Yes we can...

martedì 24 giugno 2008

Anche i Bertinotti mangiano Fagioli

Tratto da Kelebek.

Massimo Fagioli, il guru di Bertinotti
di Miguel Martinez

Da tempo, volevo scrivere qualcosa sul rapporto tra il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e il guru romano Massimo Fagioli. Un rapporto poco noto: dei miei amici che hanno scritto addirittura dei libri su Rifondazione Comunista non ne avevano mai sentito parlare.
Io stesso ci sono arrivato, solo perché me lo aveva segnalato Helena Velena, la quale critica fortemente Fagioli, perché quest'ultimo ritiene che l'omosessualità sia una vera e propria malattia, che lui ovviamente può curare.
Solo adesso trovo un articolo - pubblicato a luglio - che parla, in maniera abbastanza precisa, della questione.
L'autore, Giancarlo Perna, è un giornalista di destra, e l'articolo è uscito sul Giornale.
Che sia di destra non è un problema: nel teatrino politico di oggi, se vuoi notizie critiche su Berlusconi, devi leggere Repubblica; se le vuoi su Bertinotti, devi leggere Il Giornale.
Piuttosto, ci vorrebbe una ricerca molto più profonda sull'ideologia che Fagioli offre. Nella parafrasi di Perna, Fagioli dice in sostanza che
"grazie a noi due, anzi grazie a me, la psiche dell’uomo entra in politica. In altre parole, il comunismo è fallito e io offro a Bertinotti una nuova strada da percorrere: la realtà umana."
Negli ultimi anni, Bertinotti ha cercato di trasformare il proprio partito da campo di battaglia tra litigiosi gruppi togliattiani, operaisti e trotskisti, in un progetto di stalinismo fricchettone, con Bertinotti stesso nel ruolo di uno Stalin sorridente, per l'era di Porta a Porta.
Mentre l'elemento fricchettone - la retorica sui "movimenti" e sui "diversi" e sugli "altri mondi possibili" e tutto il resto - si sarebbe strutturato attorno alle acrobazie verbali prodotte nel laboratorio magico del santone Fagioli.
Tutto ciò non ha funzionato: il grande partito delle bocciofile romagnole avrà tutti i difetti di questo mondo, ma già diffida della cucina indiana, figuriamoci della psiche.
Sospetto che la frustrazione di Bertinotti sia parallela a quella di Giuliano Ferrara, che da anni cerca di convincere speculatori edili laziali e xenofobe trevigiane ad apprezzare il fascino delle tesi neocon sul nichilismo creativo della rivoluzione planetaria capitalista.
Mancano, poi, nell'articolo di Perna, le testimonianze - spesso preoccupanti - di chi è stato seguace di Fagioli: un argomento su cui non sarebbe male ritornare un giorno, qui o altrove.

I Fagioli di Bertinotti: ecco il guru che psicanalizza la sinistra chic
 articolo di Giancarlo Perna - lunedì 09 luglio 2007, 07:00
L’incontro col leader di Prc e un legame inossidabile. Da 32 anni il medico romano sottopone a terapie di folla centinaia di persone a 10 euro a testa
I Grandi della Terra hanno consiglieri segreti. In passato, lo zar Nicola consultava il veggente Rasputin. Oggi, il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, è ispirato dal santone Massimo Fagioli, uno psichiatra. Mentre la storia dei due russi è nota, quella della coppia italica è ancora da scrivere.
Da alcuni anni, Fausto è spesso in compagnia dello psichiatra Max. Non perché sia in cura, essendo uomo di sperimentata sanità mentale, ma per scambi di vedute che col tempo si sono fatte più avvolgenti fino a raggiungere quello stadio sublime delle relazioni umane detto osmosi.
Qualcuno, infatti, parla di «matrimonio» tra Bertinotti e Fagioli. Nozze intellettuali, s’intende, tanto che agli incontri partecipa anche la signora Lella, consorte del presidente da mezzo secolo.
Cosa abbiano da dirsi politico e strizzacervelli resta avvolto nella nebbia per tutti, salvo che per i protagonisti della vicenda. L’intesa, in ogni modo, genera vasti effetti sia in Rifondazione comunista, il partito di Bertinotti, e nella stampa fiancheggiatrice, sia nel mondo dei seguaci di Fagioli, detti «fagiolini».
Per raccapezzarsi, bisogna sapere chi è Fagioli.
Lo psichiatra è una figura molto romana. Pressoché ignoto altrove, nella Capitale è un personaggio. Si cominciò a parlare di Max nel 1976, anno della sua cacciata dalla Società psicoanalitica italiana per due motivi. Il primo è che aveva dato dell’«imbecille» a Freud, che equivale a negare la Trinità in Vaticano. Oggi, affinando il suo giudizio, preferisce dire «quel criminale di Freud».
La seconda e decisiva causa dell’ostracismo cui Max andò incontro fu l’Analisi collettiva, una cura dell’anima di sua invenzione, detta anche «psicoterapia di folla», consistente in mastodontiche riunioni di pazienti guidate da lui con pugno di ferro. Gli aderenti alla Società psicoanalitica, considerando questa terapia una buffonata e il suo ideatore un «cialtrone», decisero di espellerlo. Max non fece una piega, proseguì per la sua strada e l’Analisi collettiva festeggia quest’anno il trentaduesimo genetliaco.
Le riunioni dei fagiolini si svolgono quattro volte la settimana in piazza San Cosimato, nel rione Trastevere. Vi partecipano centinaia di persone. Praticamente, il solo a parlare è Max. Lo fa per ore. Non tollera obiezioni, pena il bando dell’insolente o il divieto di fiatare a tempo indeterminato. Le Analisi collettive sono gratuite. Ma è in uso versare un obolo all’ingresso, mediamente di dieci euro. Moltiplicati per diverse centinaia, quattro volte la settimana, da 32 anni, fanno un patrimonio da sceicco.
Quella dei fagiolini è una tribù adorante che pencola dalle labbra del settantenne Max. Gli affiliati - qualche migliaio - sono professionisti della buona borghesia, signore snob innamorate in massa della loro guida spirituale e 150 psichiatri adepti del Gran Sacerdote. Su questa piattaforma, Fagioli ha costruito un impero. Possiede una libreria, «Amore & Pische», nei pressi del Pantheon; una casa editrice, Nuove edizioni romane; una rivista trimestrale «Il sogno delle farfalle».
Da alcuni anni, l’Università di Chieti ha offerto a Fagioli un corso alla Facoltà di Lettere di 14 sedute l’anno. Da allora, il docente si fregia del titolo di Professore. Alle lezioni chietine non partecipano studenti, ma i soliti fagiolini in trasferta da Roma. Tale è la loro dipendenza dal Maestro che, dopo essersi sciroppati le quattro Analisi collettive della settimana, pellegrinano a Chieti nel week end. La domenica vanno poi al cinema a vedere la pellicola suggerita da Fagioli nei giorni precedenti. Da spararsi.
Max, che è multiforme, ha scritto sceneggiature e girato film. Lo ha fatto con Marco Bellocchio, suo seguace. «Gli incontri con Massimo cambiano le persone», ha detto il regista di lui. Fagioli si tiene stretta la sua legione con diversi espedienti. Una volta che era momentaneamente malato, ha vaticinato durante un’Analisi collettiva che se fosse morto lui tutti i presenti, nonché i fagiolini assenti, sarebbero finiti male.
La sola spiegazione che si possa dare dell’incontro di Bertinotti con un simile uomo è - per essere all’altezza - che si tratti di predestinazione. Qualche contatto c’era già stato negli anni '90, ma la prima vera occasione di confronto tra i due fu nel 2004 a un simposio organizzato da Fagioli sulla «non violenza». I fagiolini, riuniti in villa Piccolomini, tributarono a Fausto un’ovazione. Fausto ne fu commosso alle lacrime. Da allora - si è notato - ha preso le distanze dalla violenza dei no-global e ha emarginato nel partito il muscolare Nunzio D’Erme, celebre per avere sparso letame davanti allo studio del Cav.
Nel 2005, Fausto scelse la libreria fagiolina «Amore & Pische», con Max gran ciambellano, per annunciare la propria partecipazione alle primarie dell’Unione contro Prodi. Nell’autunno 2006, alle manifestazioni di «Liberafesta» - il festival di Rc e del suo organo Liberazione - campeggiava la scritta: «Evento prodotto dalla libreria Amore & Psiche». Sotto questa insegna ha sfilato mezzo partito: Franco Giordano, Giuliano Pisapia, Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, ecc.
L’ultimo incontro pubblico della coppia si è svolto quest’anno, il 2 giugno, all’Auditorium romano. Migliaia di fagiolini, frammisti a rifondazionisti, si sono spellati le mani per entrambi. Fausto e Max, facendosi eco, hanno parlato di «trasformazione», «rapporti interumani», «identità», «realtà umana». Fagioli, nella sua rubrica su Left, settimanale vicino a Rc, ha commentato: «Abbiamo incontrato Bertinotti (plurale maiestatico di Max come incarnazione della comunità fagiolina, ndr), abbiamo parlato; stiamo cercando qualcosa che - superbamente penso - è grande... realtà umana, identità, socialismo, libertà... Mai con socialismo e libertà erano state messe le parole che dicono: realtà umana».
Come dire: grazie a noi due, anzi grazie a me, la psiche dell’uomo entra in politica. In altre parole, il comunismo è fallito e io offro a Bertinotti una nuova strada da percorrere: la realtà umana.
Gli ha fatto eco Gennaro Migliore, il giovane capogruppo dei deputati di Rc, estimatore dell’Analisi collettiva. In Formiche, rivista di area centrista, ha scritto con accenti fagiolini: «Rc deve diventare un’aggregazione politica che rilanci un nuovo umanesimo, mettendo al centro l’uomo. Paolo di Tarso ci avrebbe fatto dire: “Non ci conformiamo con la mentalità del secolo, ma ci trasformiamo rinnovando la nostra mente”, e il subcomandante Marcos avrebbe detto: “Siamo quelli di ieri, ma siamo diversi”».
È in questo guazzabuglio millenaristico che il Bertinotti fagiolinato sta catapultando il suo partito di sodi comunisti. C’è chi è favorevole, in vista dei tremila voti degli alto borghesi fagiolini su cui Rc potrà contare. Tra questi, Sandro Curzi, Rina Gagliardi, il sen. Bonadonna, altri. Ma c’è anche chi, anonimamente, ritiene questo abbraccio psicopolitico «un nuovo cancro, l’ennesima metastasi nel corpo del partito».
Il connubio Fausto-Max ha plastica evidenza nella libreria «Amore & Pische». In vetrina, c’è l’ultimo libro di Bertinotti, «Alternative per il socialismo», la faccia del predetto, copie di Liberazione e di Left.
 Accanto, i sei libri di Fagioli, inclusa la raccolta delle lezioni chietine. Sfogliandoli ci si imbatte in acute osservazioni: «Il desiderio di succhiare lo sperma fisico è cecità», o in ammonimenti: «Bisogna distinguere la buccia dal fico, non fare come gli antichi che mangiavano la buccia e buttavano i fichi».
Lo tsunami Fagioli ha intanto messo in ginocchio Left, erede di Avvenimenti che Diego Novelli fondò anni fa. A rilanciare la rivista nel 2006 è stato Luca Bonaccorsi, factotum dell’editoria rifondazionista, che portò come finanziatore il cognato, Ivan Gardini (figlio di Raul), marito di sua sorella Ilaria. I germani Bonaccorsi sono dei fagiolini.
Primo direttore di Left è stato Giulietto Chiesa, ex corrispondente da Mosca dell’Unità. Ha però sbattuto la porta quando Bonaccorsi, senza avvertirlo, ha affidato a Fagioli la rubrica. Con lui se ne sono andati Adalberto Minucci, Vauro, Nando Dalla Chiesa, Marco Travaglio. La direzione è passata a Alberto Ferrigolo con Andrea Purgatori come vice. I due hanno cercato di arginare Fagioli che, parlando di sesso degli angeli, è il classico cavolo a merenda in una rivista di inchieste.
 Bonaccorsi, per reazione, li ha licenziati in giugno e ha assunto la direzione di fatto del giornale. Quella formale è di Pino Di Maula, un portatore d’acqua. Gardini, a sua volta, è uscito da Left.
Il giornale è nelle peste. Ma ogni giovedì, come niente fosse, la riunione di redazione si interrompe alle 16 perché Bonaccorsi, Di Maula e altri devono correre a ritemprarsi nell’Analisi collettiva di Piazza San Cosimato.
All’inizio, c’era Marx. Una leguminosa invadente ha preso il suo posto nel cuore di Bertinotti.

Max Weber e la sua bufala

Riproduciamo da Kelebek una parte di un interessantissimo articolo del professor Oscar Nuccio† , Emerito di Storia del Pensiero Economico all'Università di Roma La Sapienza: la parte che spiega chiaramente come uno dei capisaldi del senso comune politico-economico-sociologico (la connessione tra etica protestante e spirito capitalistico) sia, né più né meno, un'invenzione.



L'ideologia (pangermanista) di Max Weber e la storia delle origini del capitalismo
di Oscar Nuccio
La storia contenute nelle pagine della gettonatissima opera del sociologo tedesco - che ha avuto centinaia di edizioni in tutte le lingue, che viene tuttora adottata, incredibile a credersi, nei corsi universitari di storia (lo è nella Facoltà di Scienze Politiche della romana "Sapienza") - è una storia che nasce viziata a causa del metodo della "astrazione" adottato dall'autore. Metodo in auge presso gli economisti nell'epoca in cui egli scrisse e che poteva rendere servigi allo studioso "puro", ma non era utilizzabile per una ricerca storica complessa quale appunto quella concernente la formazione e la crescita del capitalismo occidentale.
Weber poteva certamente isolare e studiare a parte, nella storia tanto complessa, "eppure così fortemente unitaria, dell'Occidente moderno, una linea di sviluppo particolare: la società industriale capitalistica, ed isolare come ipotesi, un punto di partenza, l'epoca della Riforma, purché la si consideri nel suo complesso e nel suo tempo con tutte le implicazioni e le sue ripercussioni, non come un fatto di dottrina e di fede". Lo storico ed il sociologo non possono ammettere che "ci si impadronisca di un libro mastro invocante la benedizione di Dio, addirittura ornato di un esordio invocante la benedizione di Dio, e che si esclami: ecco come Calvino ha creato il capitalismo!" (H. Lüthy).
Il metodo weberiano dell'"isolamento atomistico" - definito anche "semplicistico" da H. Sée - non può non portare alla semplificazione, appunto, di un fenomeno storico complesso, giacché: mediante "isolamento ed enfatizzazione, considera come rilevante, da un determinato angolo visuale, un fattore ivi contenuto, afferma la sua azione sull'ulteriore corso dello sviluppo storico"; reifica, tendenzialmente, questo fattore determinato del fenomeno storico dato (E. Fischoff).
A causa di questi ed altri difetti il metodo del sociologo tedesco, lascia spazio all'arbitrio personale, nella scelta e caratterizzazione del singolo fatto storico, astratto da tutti gli altri, i quali invece devono essere esaminati e vagliati per decidere se hanno concorso o meno alla formazione del fenomeno. E perciò il metodo weberiano non consente di determinare il grado della azione da attribuirsi ai diversi singoli fattori. Infatti il metodo "tipico-ideale" trascura il coefficiente del tempo, o almeno rende difficile "la formulazione di sequenze temporali, poiché implica una considerazione telescopica della realtà storiografica".
Non soltanto viziato il metodo ma anche strumentalizzato ai fini della costruzione del celebre e lodatissimo saggio (ne ricorre il centenario) il cui punto di partenza, per così dire, fu la ricerca del suo allievo Martin Offenbacher (La posizione econonica dei cattolici e dei protestanti nel granducato di Baden, regione nella quale il 61% di cattolici viveva insieme al 37% dei protestanti ed al 2% di ebrei). Questa si propose di dimostrare che i protestanti detenevano una parte più che proporzionale del patrimonio mobiliare, delle posizioni dirigenti della economia urbana e fornivano una percentuale più che proporzionale degli alunni delle scuole superiori, delle professioni liberali, degli ufficiali delle forze armate, dei funzionari dell'amministrazione pubblica, ed ancor più della manodopera qualificata.
Dal vago quadro statistico dell'allievo il sociologo tedesco colse e mise in evidenza l'unico punto avvalorante le sue conclusioni formulate preventivamente e scartò il resto. Così che fin dall'inizio egli alterò i dati del problema, per ragioni sostanzialmente ideologiche (come più avanti illustrerò), con notevoli conseguenze per gli sviluppi della discussione.
La struttura delle correlazioni statistiche utilizzate ad arte da Weber, che ha preso come punto di partenza la situazione scolastica del Baden, è fondata sul semplice, evidente fatto che in alcune città a maggioranza protestante in un paese prevalentemente cattolico, la percentuale degli studenti protestanti è superiore a quella dei cattolici. Se consideriamo - ha rilevato Kurt Samuelsson - le varie località separatamente dalle altre ed in ciascuna paragoniamo la confessione religiosa degli studenti con quella della popolazione complessiva, giungiamo alla semplice inoppugnabile constatazione che cattolici e protestanti mostrano la medesima "attitudine scolastica". La differenza appartiene al mondo della fantasia.
L'assunto del sociologo autore della paradossale equazione - accettato ed avallato da schiere di sociologi e di storici orecchianti - costituisce una inaccettabile generalizzazione dal punto di vista metodologico, a prescindere dalla concreta realtà storica. Quei due eventi "sono così vaghi, così generici che non si prestano ad alcuna rappresentazione basata sulla tecnica delle correlazioni" (K. Samuelsson).
È lecito congetturare che per Max Weber - da Ferdinand Braudel definito "asino in cattedra" (intervista a Il Mondo del primo aprile 1985) - la correttezza metodologica avesse scarsa o nulla importanza dal momento che ciò che per lui aveva reale e primario valore era il fine da realizzare, fine ideologico, che ispira e motiva tanta parte della ricerca germanica degli ultimi decenni dell'800 e dei primi del '900.
Alcuni anni prima di mettere mano a L'etica protestante, egli aveva condotto una indagine sulla "polonizzazione" progressiva del proletariato agricolo nelle province prussiane ad est dell'Elba. Essa fu in sostanza un atto di accusa levato contro il tradimento nazionale dei signorotti di campagna prussiani i quali - facendo appello alla manodopera straniera (oggi diremmo alla manodopera extracomunitaria) meno esigente dei cittadini tedeschi - "sgermanizzavano" l'Est germanico.
Pangermanista appassionato , compreso della missione mondiale della Germania imperiale ed ossessionato dall'incubo della sua decadenza (H. Lüthy), Weber strumentalizzò ideologicamente lo scritto sulle origini dello spirito del capitalismo al quale diede una importanza "personale". Importanza "politica", certamente, una volta accertato che la politica aveva ruolo primario nella visione del sociologo per il quale la sopravvivenza del capitalismo e di una borghesia imprenditoriale indipendente costituivano una condizione necessaria per la realizzazione di valori politici. Sembra dunque legittimo concludere che in una fase delicata della sua esistenza egli "elesse il rapporto tra cristianesimo riformato e la genesi del capitalismo moderno a tema della ricerca" (G. Poggi).
Il rapporto - o "paradossale equazione funzionale" - era conforme allo "scopo" prefisso (avrebbe detto Maffeo Pantaleoni, anch'egli reo di essersi posto uno scopo prefissato per esporre i caratteri del "suo" medio evo e quelli della "sua" età moderna). Lo scopo del sociologo germanico fu di sostenere che la "valorizzazione della vita del mondo come compito sarebbe stata impossibile in bocca ad uno scrittore medievale". Sciocchezza, questa, ripetuta da decine di storici di ogni nazionalità: per esempio, dall'inglese R. Tawney e dallo statunitense R. Heilbroner, omettendo di citare gli accademici italiani, meri rimodellatori di falli altrui (mi sia consentito rimandare al mio citato Falsi e luoghi comuni della storia).
Eliminato il medio evo, ai fini della determinazione temporale della nascita dello spirito del capitalismo, l'indagine viene portata sul Cinquecento che avrebbe "eruttato" (il verbo enfatico è di Heilbroner) il "mondo moderno" e concentrato sulla società germanica, in particolare, e quella nord-europea, in generale, dove si era affermata la Riforma.
Ciò stabilito assiomaticamente, il resto della ricerca (si fa per dire) poteva procedere sui binari sicuri, tranquilli e rassicuranti dell'ideal tipo, del tracciato sociologico tracciato per via di astrazione al fine di giungere a mettere in piedi modelli semplici e funzionali agli aspetti esenziali del corso storico. Nel tentativo di rendere questi modelli aderenti alla realtà, Weber perdette l'esigenza di definizioni precise altrimenti non avrebbe potuto impiegarli per interpretare la realtà.
Con arbitrio e scarsa aderenza ai fatti storici ha esagerato pretestuosamente le differenze tra il mondo protestante ed il mondo cattolico, laddove queste esistono, ed ha creduto di individuare ulteriori differenze dove assolutamente non sono e tutto questo per avere egli fatto una "ricostruzione a posteriori" dei fatti e delle idee, prendendo come punto di avvìo il destino ulteriore delle denominazioni e delle sette protestanti; queste sono il risultato del fallimento della Riforma come movimento spirituale.
Se la ricostruzione viene fatta - come io ho fatto nei cinque tomi de Il pensiero economico italiano grazie ai quali ho potuto seppellire sotto pesante pietra tombale, ha scritto l'economista Marco Vitale, l'equazione weberiana - si dimostra che il protestantesimo non ha prodotto alcuna "svolta della storia" anche per il fatto che il Cinquecento non eruttò - checché abbia scritto Heilbroner e ripete banalmente l'accademico italiano Riccardo Faucci - il mondo moderno che aveva visto la luce, in verità, molto prima, della qual cosa si sono accorti oggi anche i medievalisti statunintensi, dando l'annuncio della "rivoluzionaria", si fa per dire, scoperta storica, sui verdi prati dei campus bostoniani (come radiosa ed esultante narra l'accademica milanese Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri sul foglio de "Il Sole-24 Ore", 24 giugno 1996).


giovedì 19 giugno 2008

Madre Teresa. Il supplizio delle creature: parte III

UN MIRACOLO

Gli sconvolgimenti naturali, gli elementi di disordine, i prodigi e i miracoli, nonostante siano proprio i fatti più contrari a un piano di saggezza superiore, impressionano l'umanità suggerendo i più forti sentimenti religiosi.
David Hume, La religione naturale
Nel complesso, i misteri, i miracoli e le profezie sono ap pendici che appartengono al favoloso e non alla vera reli gione. Sono i mezzi con cui tanti "Mirate di qua!" e "Mira te di là!" sono stati diffusi per il mondo, e la religione è sta ta trasformata in un commercio. Il successo di un imposto re ha incoraggiato un altro, e la scusa tranquillizzante di fare del bene tenendo in piedi un pietoso inganno, li ha pro tetti dal rimorso.
Tom Paine, The Age of Reason
Diciamo dunque che una credenza è un' illusione qualora nella sua motivazione prevalga l'appagamento di deside rio, e prescindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà, proprio come l'illusione stessa rinuncia alla propria con valida.
Sigmund Freud, L'avvenire di un 'illusione 
L'intercessione, la caratteristica distintiva della santità, richiede la certificazione di un miracolo. Madre Teresa è già venerata come qualcosa che va al di là dell'umano, ma non ha trasceso il nostro comune destino al punto da essere citata come taumaturgo dalla santa Madre Chiesa. La stampata dei titoli fornitami dalla Biblioteca del Congresso rivelava che questi erano stati quasi tutti scritti negli anni Ottanta e Novanta, e solo dopo aver scorso la lista ho notato quello che mancava: un libro del 1971 di Malcolm Muggeridge, in cui l'autore sosteneva, tra l'altro, che Madre Teresa il miracolo lo aveva già compiuto.
Il libro di Muggeridge, Qualcosa di bello per Dio, fu il risultato di un documentario dallo stesso titolo, realizzato per la BBC e trasmesso nel 1969. Muggeridge, che aveva fatto una bella carriera ridicolizzando i valori della tv e del mondo dello spettacolo, sostiene di aver iniziato il progetto senza avere la più pallida idea dell' impressione che avrebbe contribuito a creare. «Il modo in cui Madre Teresa concepisce la vita è un terreno sterile per i copywriter», dice, «e i più poveri tra i poveri da lei tanto amati, hanno ben poco da offrire in termini di indici d'ascolto». Se quella falsa dichiarazione era vera al momento di iniziare le riprese, cessò di esserlo pochissimo tempo dopo la messa in onda; infatti, proprio da questo film e da questo libro possiamo datare l'impatto dell'immagine di Madre Teresa sulla retina internazionale.
Essenziale per il progetto di Muggeridge, addirittura essenziale per l'intero culto di Madre Teresa, è l'idea di Calcutta come di un girone infernale:
Si da il caso che abbia vissuto a Calcutta per un anno e mezzo, a metà degli anni Trenta, quando lavoravo per il quoti diano locale «Statesman». Trovai il posto, pur con tutte le comodità della vita europea - la ghiacciaia, la servitù, la galoppata mattutina in giro per il Maidam o giù allo Jodhpur Club, e compagnia bella - appena sopportabile.
Dai tempi di Muggeridge, la città non solo ha dovuto misurarsi con le enormi difficoltà esistenti, ma è anche stata teatro di tre grandi migrazioni causate dalla miseria. Dopo che una stupida decisione dei colonizzatori britannici 1'aveva diviso prima dell'indipendenza, il Bengala ha sostenuto il peso maggiore della divisione di tutta l'India in India e Pakistan, avvenuta nel 1947. La guerra del Bangladesh del 1971 e, più tardi, le scaramucce religiose di Assam, hanno portato la popolazione di Calcutta a un numero di gran lunga maggiore di quello che può sperare di accogliere. Foto grafie di gente che vive sui marciapiedi sono diventate simboli dell'indigenza riconosciuti a livello internazionale. L'enfasi data da Madre Teresa ai «più poveri tra i poveri e ai più umili tra gli umili» è servita a rafforzare l'impressione di Calcutta come di una città di tenebre terribili, un' impressione che giustamente irrita molti bengalesi.
La piacevole sorpresa che attende il visitatore di Calcutta è questa: sì, è povera, affollata e sporca, a livelli tali che difficilmente è possibile esagerare, ma è tutt'altro che degradata.I suoi abitanti non sono indolenti né tengono la te sta china. Lavorano e lottano, e generalmente (soprattutto se si fa il paragone con città apparentemente più ricche come Bombay) non mendicano. Questa è la città di Tagore, di Ray, Bose e Mrinal Sen, e di un grande fiorire della cultura e del nazionalismo. Ci sono studi cinematografici, teatri, facoltà universitarie e riviste, tutti di alta qualità. Le foto grafie di Raghubir Singh sono un tributo tanto alla vitalità della sua gente, quanto alla bellezza e alla varietà dell' architettura. Predomina la politica laica di sinistra, caratterizzata da un internazionalismo molto forte: tutt'altro che invisa a un' area tanto avvelenata dalla bruta religione.
Quando alcuni anni fa visitai personalmente la città, mi sentii subito alquanto ingannato dalla propaganda anti-Calcutta promossa dai vari Muggeridge del mondo. E quando mi diressi verso la sede delle Missionarie della Carità in Bose Road, ebbi un vero e proprio shock. Tanto per cominciare c'era quell'iscrizione sopra la porta: Chi ama la correzione ama il sapere. Non conosco l'origine della citazione, ma sapeva di riformatorio. Madre Teresa in persona mi fece da guida. Non mi piacque molto il modo in cui accettava di farsi baciare i piedi calzati di sandali come se fosse un gesto dovuto, ma decisi di sospendere il mio giudizio in proposito: forse era un'usanza locale a cui non davo la corretta interpretazione. L'orfanotrofio, comunque, era commovente e toccante.
Molto piccolo (e questa non è una vergogna) e molto pulito, aveva un ' atmosfera incoraggiante e sembrava gestito da persone simpatiche e devote. C'era un solo minuscolo lettino vuoto: il suo occupante aveva cessato di vivere durante la notte, e imperversava un'animata discussione sul posto da riempire. Avevo cominciato a frugarmi in tasca per dare un contributo quando Madre Teresa si voltò verso di me e disse, con un gesto che voleva abbracciare l'intera scena: "Guardi, ecco come combattiamo 1'aborto e la contraccezione".
Se non fosse per questa affermazione, sarebbe stato superfluo porre in rilievo il contributo infinitesimale che un'istituzione così piccola da per risolvere un problema di pro porzioni tanto gigantesche. Ma è difficile passare anche poco tempo a Calcutta e concludere che una campagna contro il controllo demografico è ciò di cui ha più bisogno. E, naturalmente, Madre Teresa non basa questo giudizio sulla situazione locale. Già molto tempo prima di arrivare qui era contraria per principio all'aborto e al controllo delle nasci te. Per lei Calcutta non è che il fronte di una guerra molto più grande.
L'avversione fatalistica di Muggeridge per la vera Calcutta lo rese ancora più sensibile alla diagnosi mistica di Madre Teresa per la città, ossia che soffre perché troppo lontana da Gesù. Di conseguenza, la sua ingenuità lo indusse a scrivere il seguente brano, che merita di essere citato per esteso. (Dovrei introdurre la citazione dicendo che della troupe televisiva di Muggeridge faceva parte un cameraman molto conosciuto di nome Ken Macmillan, il quale si era guadagnato una grande fama per il lavoro svolto nella serie di storia dell'arte di Lord Clark, Civilisation).
Questa Casa dei Moribondi è fiocamente illuminata da piccole finestre situate molto in alto, e Ken fu irremovibile: secondo lui era praticamente impossibile fare delle riprese. Avevamo solo un piccolo riflettore, ed era assoluta mente impossibile illuminare il posto in maniera adeguata nel tempo che avevamo a disposizione. Tuttavia, decidemmo che Ken doveva fare comunque un tentativo, ma per sicurezza fece anche qualche ripresa in esterno, in un cortile dove alcuni ospiti stavano seduti al sole. Nella pellicola sviluppata, le riprese fatte in interno avevano una luce tenue particolarmente bella, mentre quelle realizzate fuori erano piuttosto scure e confuse. [...] Per quanto mi riguarda, sono assolutamente convinto che quella luce, inspiegabile dal punto di vista tecnico è, di fatto, la Luce Benigna cui [il cardinale] Newman si riferisce nel suo splendido e famoso inno.
Muggeridge non cercava di parlare in senso metaforico. Dell' amore che aveva notato nell' istituto, scrisse che era
radioso, come le aureole che gli artisti hanno visto e reso visibili intorno alle teste dei santi. Non mi sorprende affatto che quella luminosità si sia impressa su una pellicola fotografica. Il soprannaturale non è che una proiezione infinita del naturale, così come l'orizzonte estremo è un'immagine dell'eternità. Gesù applicò del fango sugli occhi di un cieco e gli diede la vista.
Dopo aver continuato per un po' in questo tenore, Muggeridge concludeva:
Proprio per questo esistono i miracoli : per rivelare la realtà riposta della creazione visibile di Dio. Sono personalmente convinto che Ken abbia registrato il primo autentico miracolo fotografico. [Il corsivo è mio]
Muggeridge non esagerava quando scrisse: «Temo di averne parlato e scritto fino alla noia». Perciò è interessante avere la testimonianza diretta dello stesso Ken Macmillan:
Durante le riprese di Qualcosa di bello per Dio, un giorno ci portarono in un edificio che Madre Teresa chiamava la Casa dei Moribondi. Peter Chafer, il regista, disse: "Be', è molto buio qua dentro. Secondo te riusciamo a tirarci fuori qualcosa?" La BBC ci aveva appena dato un nuovo tipo di pellicola della Kodak, che non avevamo avuto il tempo di provare prima di partire, così dissi a Peter: "Be', tanto vale provare". E così la usammo. Una volta tornati, diverse settimane dopo, uno o due mesi più tardi, ci trovammo nella saletta delle copie rapide alla Ealings Studios, e alla fine ecco apparire le riprese della Casa dei Moribondi. Fu una grande sorpresa. Si vedeva ogni dettaglio. Allora dissi: "È sorprendente. È straordinario". E stavo per dire qualcosa tipo "evviva la Kodak". Però non ne ebbi la possibilità per ché Malcolm, seduto in prima fila, si girò e disse: "È la luce divina! E Madre Teresa. Scoprirai che è la luce divina, caro mio". E dopo tre o quattro giorni ricevetti delle telefonate da alcuni giornalisti dei quotidiani di Londra che mi dice vano cose di questo genere: "Abbiamo saputo che sei appena tornato dall'India insieme a Malcolm Muggeridge e che sei stato testimone di un miracolo".
Era nata una stella. La testimonianza di Ken Macmillan arrivò troppo, troppo tardi per impedire la diffusione, soprattutto per mezzo di quei sistemi televisivi e mediatici che Muggeridge faceva mostra di disprezzare, del "miracolo" annunciato. Più che «il primo autentico miracolo fotografico» questo episodio costituisce di fatto qualcosa di molto più importante. È la prima, indiscutibile confutazione di un ipotetico miracolo a venire non semplicemente da un altro presunto testimone del suddetto miracolo, bensì dal suo vero e proprio autore in tempo reale. In quanto tale, merita maggiore diffusione di quanta non ne abbia avuta. Invece, la tecnologia e i sistemi di comunicazione moderni hanno fatto sì che le dicerie e i miti possano essere trasmessi con rapidità ed efficienza ancora maggiore agli occhi e alle orecchie degli ingenui. Facciamo davvero grandi progressi. Dai tempi di Qualcosa di bello per Dio, le critiche a Madre Teresa, nelle cose piccole come in quelle grandi, hanno dovuto lottare contro un peso enorme di opinioni invalse, un peso reso ancora più difficile da sopportare dal fatto di essere costituito, praticamente in senso letterale, da illusione.
Nel suo film e nel suo libro Muggeridge ha affidato molti altri pegni alla sorte. Per esempio, solo il suo sguardo adorante gli ha impedito di scorgere l'interpretazione che poteva essere data al seguente aneddoto:
Come dice Simone Weil, il Cristianesimo è una religione per schiavi; dobbiamo farci schiavi e mendicanti per seguire Cristo. A dispetto delle croniche ristrettezze finanziarie delle Missionarie della Carità, quando agii da strumento per convogliare qualche centinaio di sterline all'indirizzo di Madre Teresa, questa mi stupì, anzi, mi incantò, spendendole per l'acquisto di un calice e di un ciborio per il suo nuovo noviziato.[...] Il suo gesto può, immagino, essere criticato alla stessa stregua dello spreco dell'unguento di nardo, ma mi procurò un grande senso di soddisfazione, allora e in seguito.
Naturalmente, se lo scopo dell'operato di Madre Teresa è un rigoroso proselitismo religioso e la fondazione di un or dine volto a quel fine, non ci possono essere obiezioni concepibili al fatto che impieghi donazioni benefiche per decorare un altare con le cose di questo mondo. Ma coloro che fanno le donazioni non sono, a quanto pare, sempre consapevoli che questo è il punto fondamentale. Madre Teresa, va detto a suo merito, non ha mai affermato il contrario. Non si è nemmeno data la briga di tirare in causa la storia biblica dell'unguento di nardo per rassicurare Muggeridge, dicendogli invece: "Lei sarà ogni giorno sull'altare, vicino al Corpo di Cristo". Allora Muggeridge non era cattolico, quindi non aveva motivo di obiettare che quello era un impiego doppiamente astuto del concetto di transustanziazione. L'alibi del nardo era frutto esclusivo della sua mente - è il passo in cui Gesù rompe un prezioso vasetto di unguento per cospargerlo tutto sui propri piedi. All'obiezione ingenua che sarebbe stato più utile vendere l'articolo di lusso per dare sollievo ai bisognosi, ribatte: "I poveri li avete sempre con voi". Ricordo che da piccolo ero molto insoddisfatto di questa famosa frase. O si rifugge il lusso e si aiutano i poveri, oppure non lo si fa. D ' altro canto, però, se i poveri sono sempre con noi, allora non c'è nessuna fretta, e possono sempre essere utilizzati per illustrare raccontini morali. In tal caso, sarebbe più onesto per i loro profetici benefattori ammette re che i poveri hanno sempre noi con sé.
Sebbene la modestia e l'umiltà siano comunemente considerate attributi dei santi, Madre Teresa quasi non riesce a salutare un pubblico senza rivendicare un rapporto speciale e personale con Gesù Cristo. Nel seguente dialogo tra Muggeridge e la sua stella, chi da una dimostrazione di modestia e abnegazione?
MUGGERIDGE: Se penso a Calcutta e alla spaventosità di gran parte di questa città, mi sembra straordinario che una sola persona sia semplicemente uscita in strada, così, e abbia deciso di affrontare la situazione.
MADRE teresa: Ne ero sicura allora, e ne sono tuttora con vinta, che fu Lui e non io.
Ecco un connubio perfetto tra intervistatore e intervista ta: secondo Muggeridge i poveri di Calcutta abbondano di "spaventosità", e Madre Teresa afferma che sarebbe inutile tentare se non si avesse il mandato del cielo. Poco più avanti nell'intervista, Muggeridge le rivolge la seguente domanda:
Quindi lei non sarebbe d'accordo con quanti sostengono che in India ci sono troppi bambini?
MADRE teresa: No, non sono d'accordo perché Dio provvede sempre. Provvede per i fiori e gli uccelli, per tutte le cose del mondo che ha creato. E quei piccoli bambini sono la sua vita. Non potranno mai essercene abbastanza.
Muggeridge approva questa risposta, dicendo lacrimevolmente che sarebbe la stessa cosa chiedere a Madre Teresa se ci sono troppe stelle nel cielo. Tutto il dialogo è condotto su un piano semi-surreale, come se nessuno avesse mai fatto alcun ragionamento in materia di pianificazione famigliare e politica demografica. Dire che ci sono troppi bambini significa non afferrare il punto della questione, perché sono già nati. Ma dire che le persone non potranno mai essere troppe significa come minimo (e non solo in India) peccare di superbia. Indira Gandhi - che, per inciso, era una protettrice politica di Madre Teresa - una volta si cimentò in una criminale campagna di sterilizzazione coatta in India. Chiaramente, esistono molti modi di travisare la questione della popolazione . D'altro canto, però, non esiste un modo razionale per affermare che la questione non si presenta. E se fosse vero che Dio «provvede sempre» allora, ovviamente, tanto per cominciare non ci sarebbe bisogno delle Missionarie della Carità.
Prima di lasciarci alle spalle la pietra miliare di Muggeridge è necessario riportare ancora un altro scambio di idee tra lui e la sua guru:
MUGGERIDGE: Secondo lei non c'è pericolo che la gente possa scambiare il mezzo per il fine, e pensare che aiutare i propri fratelli uomini sia un fine di per sé? Secondo lei esiste questo pericolo?
madre teresa: Corriamo sempre il pericolo di diventare semplici operatori sociali o di svolgere il lavoro solo per amore del lavoro. [...] Sì, è un pericolo, se dimentichiamo per chi lo facciamo. Le nostre opere non sono che l'espressione del nostro amore per Cristo. I nostri cuori hanno bisogno di essere ricolmi di amore per Lui, e siccome dobbiamo esprimere quell'amore con l'azione, allora, naturalmente, i più poveri tra i poveri costituiscono il mezzo per esprimere il nostro amore per Dio.
Nella versione televisiva di Qualcosa di bello per Dio c'è una sequenza in cui Madre Teresa prende in braccio una bambina abbandonata e denutrita. La piccola ha un'aria malaticcia, è tutta rugosa e praticamente priva della bellezza propria dei bambini di quell'età, ma l'anziana donna la guarda con incoraggiamento ed entusiasmo impavidi, e dice: "Guardi. C'è vita in lei". È un momento innegabilmente affermativo. Non ci farebbe male se ce ne fossero molti di più. Ma, proprio come ha perso parecchi punti ai miei occhi implicando che 1'operato di tutta la sua vita non è stato altro che un mero esercizio di propaganda per la politica demografica del Vaticano, Madre Teresa scredita il proprio esempio dicendoci, come sopra, che l'umanesimo e l'altruismo sono pencoli da evitare con scrupolo. Madre Teresa non ha mai preteso che la sua opera non fosse una vera e propria campagna religiosa fondamentalista. E nel brano riportato sopra abbiamo appreso dalla sua stessa testimonianza che «i più poveri tra i poveri» ne sono lo strumento: un'occasione per esercitare la pietà.
prima parte seconda parte

martedì 17 giugno 2008

Parola di Lacan

"La nostra professione è una
truffa, bluffare, stupire la gente, impressionarla
con delle parolone,
quello che normalmente viene chiamato
un bluff. (…) Dal punto di vista
etico, la nostra professione è indifendibile;
è proprio per questo d’altronde
che ne faccio una malattia, perché
ho un Super Io come tutti. (…) Si tratta
di sapere se Freud è o meno un
evento storico. Credo che abbia fallito
il colpo. Come me, in molto poco
tempo, il mondo intero se ne infischierà
della psicoanalisi”.
J. Lacan

Estratti di una conferenza tenuta a Bruxelles il 26 Febbraio 1977, in <<Le
Nouvel Observaeur>>, n. 880, settembre 1981, p. 88

domenica 15 giugno 2008

UTA RANKE-HEINEMANN: COSI' NON SIA


Uta Ranke-Heinemann è stata la prima donna a diventare titolare di una cattedra di teologia cattolica. Ha scritto due libri molto importanti: Eunuchi per il Regno dei Cieli - la Chiesa Cattolica e la Sessualità (1988) e  Così Non Sia (1993), libro di cui proponiamo un'ampia parte. Sono entrambi libri dissacranti, che fanno a pezzi l'uno l'etica sessuale cattolica ed il secondo praticamente tutte le credenze del cristianesimo. Nonostante il contenuto così dissacratorio di testi divenuti best seller mondiali, Uta Ranke-Heinemann non è stata mai mai scomunicata. Appare incredibile ma entrambi i libri sono stati scritti da una donna che, nonostante tutto si definiva ancora cristiana. Nel suo ultimo libro però (Cristianesimo Addio), ha reciso definitivamente ogni suo legame con la dottrina cristiana cattolica. Questo libro è introvabile, fuori catalogo ormai da alcuni anni.

Uta Ranke-Heinemann: Così Non Sia

Introduzione al dubbio di fede

PREFAZIONE


Da bambina, di tutto il cristianesimo mi interessava, in fondo, una cosa sola: c'è una vita dopo la morte? A volte, prima di addormentarmi, restavo a lungo sveglia sul letto, e mi immagina­vo di stare sdraiata nella cassa da morto: per sempre, per sem­pre, per sempre ... E la domanda da bambina e l'angoscia da bambina si fecero pesanti e buie come la notte.
All’incirca sei mesi prima della fine della guerra, cioè nel 1944, quando la nostra casa, la scuola e tutta la città di Essen erano state in gran parte distrutte dalle bombe, e non essen­doci ormai neanche a Winterberg, dove nel frattempo la guer­ra ci aveva costretto a sfollare, nessuna scuola che potessi fre­quentare, mia madre ed io andammo a trovare il professor Rudolf Bultmann (1884-1976) a Marburgo. Negli anni Venti era stata fra i suoi studenti e aveva sostenuto l'esame di stato con lui. Gli chiese se io potessi abitare a casa sua, continuando così a Marburgo a frequentare la scuola. All'epoca avevo ap­pena 17 anni, e lui disse con gentilezza: «Noi (= lui, sua moglie e le sue figlie) siamo contenti che la piccola Uta venga da noi». E così rimasi a casa sua fino alla fine della guerra.
In quel tempo - seppure soverchiate dal fragore dei bom­bardamenti notturni e dalle catastrofi della guerra - si solleva­rono in seno alla chiesa protestante le prime voci contro Ru­dolf Bultmann, quel teologo protestante destinato a diventare celeberrimo a causa della sua «demitizzazione del Nuovo Te­stamento». E un giorno arrivò una lettera del mio pastore Friedrich Graeber, dal quale ero stata confermata e che era il migliore amico di mio padre: «Cara Uta, il professor Bul­tmann non crede nella risurrezione. Non lasciarti influenzare dalle sue idee».
Durante il pranzo (all'epoca magrissimo) dissi: «Professore, è vero che lei non crede nella risurrezione?». Lui disse: «Uta, queste sono cose che ancora non capisci». Lo diceva con il sorriso stanco delle persone alle quali si rivolge sempre la stessa domanda, cosicché ne trassi la conclusione che egli credeva sì nella risurrezione, ma evidentemente in modo diverso da come ci credevano gli altri. Non insistetti nella mia domanda e rimandai la trattazione di questo problema. Del resto, in quel periodo mi impegnavo parecchio per essere sufficientemente preparata: ogni martedì e ogni venerdì pomeriggio Rudolf Bultmann e io traducevamo insieme, sopra nel suo studio, per due ore Platone: cioè, io traducevo e lui mi spiegava il pensie­ro di Platone.
Molto più tardi, nel frattempo avevo studiato, sulle orme di mia madre, teologia protestante e - nient'affatto sulle orme dei miei genitori - mi ero convertita, nel 1953, al cattolicesi­mo, gli posi, in una lettera, ancora una volta la domanda sulla sua fede nella risurrezione. Ma di questo ne parleremo più avanti, nel capitolo sulla Pasqua.
La domanda sulla vita dopo la morte e il ricordo di Rudolf Bultmann, quell'erudito tanto disponibile, quell’uomo razio­nale pieno di devozione, mi hanno accompagnato per tutta la vita.
   Il ricordo di Bultmann era vivo, quando dentro di me crescevano i dubbi. Ma il suo esempio mi ha pure insegnato che anche uno scettico può essere cristiano. E se in questo li­bro, affrontando l'abituale mondo della fede, si dice più volte «così non sia», ciò non esclude il «così sia» che l'uomo può dire comunque, al di là di tutti i dubbi.

INTRODUZIONE

L'uomo ascolta in buona fede quel che gli viene detto, e per­ciò egli costituisce un terreno fertilissimo per la religione. Questo fatto non crea problemi fin quando l'uomo ha a che fare con Dio stesso: infatti, egli può stare ben certo che Dio non lo imbroglierà mai. Ma l'uomo, molto più che con Dio, ha a che fare con i suoi rappresentanti. E poiché questi assicura­no che i loro discorsi servono alla sua felicità e salvezza eter­ne, l'uomo dà spesso e volentieri ascolto ai loro discorsi senza porre domande, accetta e crede tutto ciò che loro dicono di credere e di fare, poiché, nei confronti di un'autorità istituita da Dio, ogni dubbio gli sembra essere peccaminoso.

martedì 10 giugno 2008

Fanculo le truppe!

di Ian Murphy
(dal sito The Beast: America best Fiend)

 

E così, 4000 burbe sono schiattate. Ohè, lagreme mesopotame! E altre 30.000 gravemente ferite. Guè guè, cazzo, quanto piango! Se la sono voluta - e poi, vuoi mettere quanto sono cool gli arti cibernetici?

Probabilmente, solo a leggere un paragrafo come questo vi fa sentire a disagio. Ma perché?

Il buon cuore delle "truppe" americane è intoccabile. Mettere in discussione la loro rettitudine è una cosa che non si fa. Zona proibita, campo minato. Possiamo protestare contro questa guerra sanguinosa, ma i nostri soldati li dobbiamo lodare come fossero santi. Perché? Si sono offerti volontari per partecipare a questa feroce follia, e per questo meriterebbero il nostro massimo rispetto? Penso proprio di no.

I quasi due terzi di noi che sanno quanto questa guerra sia una totale stronzata dovrebbero smetterla di leccare il culo alle truppe. Si divertono già un mondo a stuprare soldatesse e a sodomizzare detenuti iracheni. La sinistra vuole "sostenere" le truppe riportandole a casa, il che è una buona cosa. Ma dopo aver stigmatizzato le menzogne dell'amministrazione e condannato questa orrenda guerra, gli opinionisti relativamente ragionevoli - tipo Keith Olbermann - di punto in bianco si mettono a lodare appassionatamente il valoroso servizio che i soldati rendono al paese. Perché?

Quale sarebbe il servizio che forniscono? Non mi ricordo proprio di aver ordinato 300.000 iracheni morti - con tutto che nel 2003 ero fumato di brutto. I nostri soldati non stanno rendendo un servizio al paese, rendono un servizio a un'amministrazione criminale e ai suoi compari delle compagnie petrolifere. Quando un boss mafioso ordina un'eliminazione, per caso il sicario, se lo beccano, viene assolto da ogni responsabilità? Certo che no. E se il killer fosse stato ingaggiato con l'inganno? Be', chiunque direbbe: "Che cazzo di sfortuna, scemo di un Guido!" Poi lo sbattiamo dentro e buttiamo via la chiave.

Come collettività, dobbiamo liberarci di questa cieca deferenza nei confronti dell'istituzione militare. Non c'è nulla di ammirevole nell'arruolarsi per assassinare la gente. Non c'è nulla di ammirevole nel farsi imbrogliare dalla propaganda più smaccata. Non c'è nulla di ammirevole nel fare ciò che ti dicono di fare, se quello che ti dicono di fare è orrendo.

Di recente abbiamo tuti appreso che l'amministrazione Bush ha pianificato la sua politica di tortura globale nel corso di pittoresche riunioni alla Casa Bianca. E già sappiamo che questa guerra l'hanno scatenata le menzogne. Bene, anatema su di loro. Ma che dire di quelli che queste atrocità le hanno fisicamente messe in atto? Abbiamo visto qualche mela marcia punita e grossi ras scamparla, ma tutte le denunce, verbali e scritte, sono concentrate sui nostri leader. Certo, meritano questo ed altro - decapitiamoli, davvero. Ma perché non possiamo criticare gente che ha materialmente torturato e assassinato decine di migliaia di cittadini iracheni? Per cose del genere ce la prendiamo cogli interinali tipo Blackwater - perché le truppe sarebbero senza macchia?

Prendete John McCain, o "McNasty", come lo chiamavano al liceo. Malgrado si continui a sostenere che Obama venga trattato con troppo favore dai media, chiaramente è McCain il candidato presidenziale meno passato al setaccio. Ciondola coi lobbysti, canticchia di bombardare l'Iran e non distingue uno scita da uno sciatore, eppure se la cava sempre, avvolto nel suo manto di "eroe" del Vietnam.

Anche qui, che c'è di eroico nel partecipare a una guerra demenziale, nell'essere un pessimo pilota o nell'essere torturato? Certo, dev'essere stato un vero schifo, ma farsi fare un culo così ogni giorno per cinque anni non fa di te un eroe - fa di te uno sfigato.

È qui che la passione dell'America per l'esercito si trasforma in autentica perversione. Se davvero ammirassimo il valor militare, John McCain dovrebbe essere visto come un fallimento. Ma il dovere, da solo, è sufficiente a ispirarci gratitudine. Di qui la tendenza della sinistra a un elogio di prammatica per le truppe, affiancato alla condanna del risultato delle loro azioni. Il che va anche bene, visto che questa è una guerra che non si può vincere.

George Washington aveva ammonito che la maggiore minaccia per i giovani Stati Uniti consisteva nel mantenimento e dispiegamento di forze armate stabili. Un esercito elefantiaco prosciuga le risorse di qualsiasi nazione - e alla fine la porta alla rovina. E fa anche incazzare la gente che il vostro esercito calpesta. Non abbiamo dato mai retta a quell'avvertimento, non abbiamo interrotto il ciclo della violenza, e non lo faremo finché l'elogio dell'istituzione militare resterà un riflesso condizionato.

La gente vuole rispetto. E in un paese con un sistema educativo al disastro e prospettive economiche sempre più flebili, il rispetto lo cerca dovunque possa ottenerlo - come banditi di strada o come banditi con licenza governativa. Sempre meglio di McDonald's. Ma questa visione simpatetica delle truppe come vittime delle circostanze fa di loro utensili inerti, che non meritano né infamia né lode. A parte l'inghippo dello Stop Loss [1], una coscrizione sotto menite spoglie, hanno comunque una scelta.

Ma noi abbiamo la pelle delicata; evitiamo i dibattiti troppo infuocati, e quando discutiamo con persone dalle opinioni contrarie alle nostre tendiamo, per principio, verso il politicamente corretto. La sinistra fa sempre così; la destra non fa nemmeno finta di provarci. Questa è una delle ragioni per cui i liberal da qualche decennio vengono sempre fatti neri.

Per quanto possa essere idiota un credo religioso che fa partecipare a guerre immorali e illegali, una sinistra senza palle riesce ad opporsi con nient'alro che l'appello alla ragione. In America questo non funziona mai. Sarebbe meglio adeguarsi alla partigianeria velenosa e agli attacchi ad hominem.

La destra non si fa nessuno scrupolo di dipingere i suoi avversari come codardi e pagani senza dio, ma i liberal - invece di tener duro sul valore dei loro argomenti - rispondono alle accuse piegandosi a destra, diventano cantori del binomio dio e fucili, e cercando di arruffianarsi quelli che lo venerano. La sinistra ha deciso che la vittoria si ottiene ingraziandosi i bulli. E la vittoria, naturalmente, non si vede.

La sinistra deve cominciare a chiamare imbecilli gli imbecilli - e sbertucciarli apertamente, se le loro posizioni o azioni sono indifendibili. Proprio come Limbaugh o Hannity insultano la sinistra, imponendo la loro agenda in modo che i liberal si ritrovino a farfugliare sulla loro pariottica buona fede, allo stesso modo la sinistra deve cominciare ad attaccare la stupidità, che venga sotto forma di assurdità religiose, capitalismo del "libero mercato" o venerazione per l'esercito.

Invece di lisciare le truppe a ogni occasione, per dimostrare il loro patriottismo e schermarsi contro gli attacchi della destra, i liberal dovrebbero tirare fuori le palle e cominciare a snocciolare maledizioni.

Quanto deve diventare spregevole una campagna militare, prima che che gli americani si rivoltino contro le loro truppe adorate? Dopo aver stigmatizzato la "Guerra ai Lattanti" come demenziale e barbaramente insensata, Keith Olbermann vorrà continuare a ringraziare i soldati per il loro sevizio? Dopo la "Grande Ecatombe di Nonne del 2010" la stampa riuscirà a togliersi di bocca quel grosso e soldatesco cazzo che la occupa? Documentando l'"Operazione Sterminio Morbidi Micetti", la finirà finalmente la sinistra con la chiavicata dell'"onorato servizio"? No. Non lo faranno.

Condannare le "truppe" - un termine coniato durane la Guerra del Golfo - è quasi inconcepibile. E non fa guadagnare nessun punto. Le "truppe" sono un'entità monolitica, un gruppo compatto di esecutori di ordini da far inorgoglire. Per quanto il singolo soldato possa essere responsabile delle proprie azioni, le "truppe" sono troppo astratte per poter essere incolpate. Per gli americani ci saranno sempre mele marce, mai frutteti marci.

Ma qual è il mondo in cui preferiremmo vivere: uno nel quale i fessi sono ammirati per essere stati fatti fessi, e gli assassini vengono esaltati perché assassinano, o uno nel quale siamo capaci di fare un passo indietro e dire: "Non m'importa chi ti ha ordinato di fare cosa o perché te l'ha ordinato; sei comunque una testa di cazzo!" Personalmente, preferisco vivere in un mondo in cui quelli che si comportano da mentalmente ritardati vengono trattati da mentalmente ritardati: vengono giustiziati in Texas [2].

Gli americani hanno paura della verità. È una china pericolosissima. Una volta che cominciamo a estendere la responsabilità da quelli che hanno dato gli ordini a quelli che li hanno eseguiti, non passerà molto che dovremo incolpare anche noi stessi. E questo non si può fare.

Be', sapete una cosa, bambocci? Lo sfascio iracheno è un inutile bagno di sangue - e ogni volta che applaudite quelli che "coraggiosamente" stanno colmando quella vasca, ci state sguazzando anche voi.


originale


note del traduttore:


[1] Si tratta di una clausola nel contratto dei volontari dell'esercito statunitense, che permette alle autorità di prolungare il servizio oltre la sua data di scadenza, per esigenze belliche o di emergenza nazionale.

[2] L'autore fa riferimento al periodo in cui George W. Bush era governatore del Texas, periodo che vide l'esecuzione di diversi detenuti deboli di mente (a onor del vero, ciò accadeva anche prima del suo insediamento), mentre in altri stati si metteva in discussione una simile pratica.

domenica 8 giugno 2008

Genova: è stato

Un'altro fondamentale: la dichiarazione di Luca Casarini, ovvero Relazione delle Tute Bianche di fronte alla Commissione Conoscitiva sui fatti di Genova, il 6 settembre 2001.
pdf

MADRE TERESA: IL SUPPLIZIO DELLE CREATURE

Madre Teresa di Calcutta è il simbolo impersonificato della bontà senza se nè ma, dell'altruismo e della dedizione  verso l'altro. Madre Teresa è una figura quasi totemica, si può invocare, ma non criticare, si può prendere ad esempio, ma non può essere "relativizzata": è il bene puro. Qualcuno non la pensa così...


Pubblichiamo a puntate stralci del libro di Christopher Hitchens La Posizione della Missionaria (traduzione di Eva Kampmann)


Digli di smettere di baciarmi

di Antonio Pascale


In questo libro c'è un dialogo, vero e documentato, tra Madre Teresa e un moribondo, che ci sembrerà (purtroppo) una barzelletta cinica e raggelante, o qualcosa di simile a una vignetta di Altan; in questo dialogo e in altri momenti scopriremo anche che per Madre Teresa i poveri non hanno mai nomi propri, non si chiamano Giuseppe o Maria, ma semplicemente poveri, o malati; una massa di persone (variopinte e diverse) che nel discorso sulla carità vengono raggruppate nella categoria dei poveri : e questo per poter fissa re i ruoli in un semplice schema narrati vo: l'eroe, e cioè quel lo che pratica la carità (Madre Teresa e Dio attraverso lei); e 1'oggetto dell'eroismo, cioè i poveri (e Gesù attraverso loro) che la subiscono.
Allora, il dialogo: il povero sta per morire e siccome muore da malato, soffre orribilmente, rantola e si contorce (il tutto è filmato dalla cinepresa). Madre Teresa, in piedi di fronte a lui, gli tiene la mano (e volge lo sguardo diritto in camera); prima descrive la malattia di quel povero: un cancro allo stato terminale, poi gli dice (al povero): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando. E il povero risponde: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi.
A noi che leggiamo questo libro viene un dubbio: ma (sempre) il dolore avvicina a Dio? E il dubbio ci porta, poi, a formulare una domanda: la sofferenza e il dolore purificano (allargandolo) fino infondo il nostro cuore, tanto da renderlo caro a Dio, oppure, al contrario, lo intorpidiscono, lo annebbiano, lo rendono cattivo?
Se proviamo a rispondere tenendo come punto di riferimento le vite dei grandi santi e dei presunti tali (o dei prossimi futuri, potenziali beatificati) ci troveremo di fronte a una tale quantità di sofferenza, di dolore e di passione, che non potremo dopo averle lette non rimanere completamente muti. Allora la risposta dovrebbe essere affermativa: sì, la sofferenza avvicina a Dio. Però, poi, se leggiamo attenta mente le vite dei santi (e dei presunti tali) ci renderemo conto che la sofferenza (anche se li avvicina a Dio) non sempre allontana la violenza dai loro cuori e dal loro spirito (noi, in fatti, ricordiamo quei santi che hanno approvato la Crociata e l'Inquisizione). Certo, non è una violenza palese, non si tratta di ferite da arma o da taglio, ma, al contrario, è, a volte, una violenza verbale, diciamo una sorta di invito al masochismo (un disperato e mal riuscito tentativo di imitare il Cristo in croce), invito a condividere con loro le gioie della sofferenza e del dolore, passioni che (a detta dei santi, o dei presunti tali) ci apriranno una via preferenziale verso il paradiso. Se vogliamo un esempio, non c'è bisogno di andare lontano nel tempo, possiamo fermarci a leggere la vita di padre Pio (probabile futuro santo) attraverso le sue lettere. Scopriremo che quando una sua figlia spirituale lo informa di essere malata di cancro, e di soffrire orribilmente, lui risponde così: «Figliola mia, so che soffri. Ma se ti dicessero che Gesù si compiace di questo tuo soffrire, non saresti per questo contenta e anche disposta a soffrire ancora di più per meglio piacergli? Ebbene, da parte di Dio ti dico che il tuo soffrire è voluto da Gesù per il tuo perfezionamento, ed egli gode a tenerti sulla croce insieme a lui: dunque, rassicurati e chiedi a Gesù di ben soffrire quello che egli vuole che tu soffra» . La figliola spirituale accetta di buon grado il consiglio, rivolge soltanto un'ultima preghiera a padre Pio: gli chiede se per caso può intercedere presso Gesù, affinché egli possa mutare le sue sofferenze da fisiche a spirituali. E padre Pio risponde di no, è meglio lasciare che «Gesù ti volti e ti rivolti quando gli pare e piace», e poi, «se le piaghe non basteranno allora vorrà dire che faremo piaghe su piaghe».
L'idea che ci viene, dopo aver letto le lettere di padre Pio, è che lui ama il suo prossimo come se stesso (in questo è molto evangelico). Ma siccome padre Pio ama se stesso solo quando soffre (quando, cioè, rassomiglia al suo sposo Gesù) allora, per meglio amare il suo prossimo, lo invita a meglio soffrire. E qui ci viene in mente un secondo dubbio: la rinuncia (alla vita) e la sofferenza, sono condivisibili? Può la mia (rispettabile) scelta di soffrire, per vocazione o convinzione, portare gli altri nella mia stessa sofferenza? O forse, meglio, è vero il contrario: la sofferenza ha valore solo nel tentativo che si fa di superarla?
Ecco, noi che abbiamo finito di leggere questo libro cominciamo a credere che il valore della sofferenza sta nella misura in cui si fa di tutto (ciò che è onesto) per evitarla. Questa convinzione si rafforzerà man mano che leggeremo nel libro delle testimonianze (tutte ben documentate e affidabili), tra cui quelle di alcune ex infermiere di Madre Teresa e quella di un autorevole medico (Robin Fox, direttore di una delle più importanti riviste mediche del mondo, «The Lancet») che ci spiegheranno come nelle case della carità man chino le più elementari regole igienico-sanitarie, come si tralasci di disinfettare gli aghi; ci racconteranno della superficialità delle diagnosi, e della mancanza cronica di analgesici e sedativi (come dicevamo, la sofferenza avvicina a Cristo). Questo e tante altre cose ancora.
Mancanza di soldi? No, assolutamente. Quelli abbonda no e arrivano da ogni parte del mondo (si sa che la beneficenza è di moda); piuttosto, nelle case della carità vige la sola legge di Madre Teresa che recita: la sofferenza, la povertà, la sottomissione avvicinano alla gratitudine di Dio. E, per rispetto di questi ideali di sottomissione e per guadagnarsi la gratitudine di Dio, Madre Teresa a una seria pianificazione medica preferisce la provvidenza di nostro Signore. Allora può accadere che quando arriva in una delle case della carità un quindicenne, che dicono "in fin di vita", ma che in realtà ha un problema molto semplice, un blocco inte-stinale, curabile con una normale somministrazione di antibiotici, il ragazzo rischia di morire (e non sappiamo se si è salvato oppure no, non sappiamo neppure il suo nome, non sappiamo niente di lui, tranne che è povero, e questo, pur troppo, basta) perché non vogliono pagargli un taxi, portar lo in ospedale e fornirgli le cure adeguate. E qui, allora, ancora una volta, non si capisce se è sempre la (imperscrutabile) provvidenza di Dio ad agire o la prevedibile inettitudine di chi pensa: non lo portiamo in ospedale (troppo lusso?), perché Dio avrà cura di lui (e della sua sofferenza). Se invece nostro Signore attraverso qualche ricco benefattore provvede a far costruire una Casa della Carità con tutti i comfort, moquette e impianto di riscaldamento, letti comodi e poltrone su cui sedersi, Madre Teresa ordina alle sue infermiere di buttare via tutto. Tutto giù dalla finestra: materassi, sedie, impianti di condizionamento, sistemi di riscaldamento. C'è da dire, allora, che noi che guardiamo questo spettacolo anticonsumistico, questo rigoroso attaccamento alla regola della povertà, ci sentiamo con tutto il cuore di rispettare e di onorare con un bel plauso la scelta delle infermiere della carità. Solo una cosa non ci convince, e la cosa è questa: per ché i malati (la vera parte debole) debbono stare in stanze senza riscaldamento, perché debbono riposare i loro malanni su panche di legno? Perché debbono peggiorare e complicare la loro vita?
Il proposito di Madre Teresa, di essere povera tra i poveri, e sofferente tra i sofferenti, sembra che, invece di porre le due parti, Madre Teresa e i poveri, sullo stesso piano, crei delle differenze (tralasciando poi la facilità con la quale Madre Teresa si fa baciare i piedi dai moribondi) : lei sceglie la povertà e si apre un suo rapporto privilegiato con Dio, i poveri non migliorano il loro benessere fisico e psichico nemmeno ne gli ospedali e nelle case di accoglienza. Si vuoi fare la carità per riconoscere l'altro e invece lo si umilia (o peggio).
L'etica della sofferenza, quindi, sembra vada bene per chi, in odore di misticismo, fa di tutto per uscire fuori da sé (e si può avere rispetto per i santi o i mistici); oppure la sofferenza e il senso del dolore possono essere un paramento morale, un mezzo per allargare la nostra coscienza intima e sensibile. Ma l'etica della sofferenza è sicuramente pericolosa quando diventa un feticcio, quando diventa, cioè, una regola (assieme alla povertà) non da scegliere ma da accettare per forza di cose. Anche perché la regola della sofferenza e della povertà rischia di trasformarsi in un sistema di costrizione: infatti quando a noi che leggiamo questo libro capita sotto gli occhi il cartello (uno dei tanti) che accoglie il visitatore all'ingresso della Casa di Carità in Bose Road, a Calcutta, e che recita: chi ama la correzione ama il sapere -vengono in mente turpi immagini, perché la parola correzione ci evoca l'immagine dei manicomi. Pensiamo, subito dopo aver prodotto questo pensiero, che stiamo esagerando e che quello è solo un cartello come un altro, e che la situa-zione nelle case della carità non è certo quella che si respira in un manicomio. Certo le descrizioni delle ex infermiere della carità che parlano di stanze spoglie e squallide (però pulite) che accolgono cinquanta o sessanta persone, tutte rigorosamente con la testa rasata, le quali non hanno la possi-bilità di andare in giardino perché non c'è giardino, né di bere, o di guardare la televisione, perché non è permesso, e tantomeno di uscire; che soprattutto non possono ricevere le visite degli amici, nemmeno quando stanno per morire, e che alcuni ospiti sono depressi e vivono nell'ansia di morire tra atroci dolori senza nemmeno il conforto della morfina, perché tanto basta l'aspirina - ecco, allora, pensiamo che le case della carità potrebbero essere un buon preludio a qual cosa di non molto dissimile dai manicomi. E non ce lo fa pensare solo quel cartello: chi ama la correzione ama il sa-pere; non solo le testimonianze prima dette; ma, purtroppo, la storia.
Foucault ci ricorda che il grande internamento, cominciato in epoca classica con la costruzione dell'Hospital General di Parigi, trovò la sua ragione, la sua spinta, la sua molla proprio tra poveri. La povertà, spogliata dal suo significato mistico che il gesto individuale le aveva conferito, diventò, complici anche gli influssi calvinisti (la povertà è una colpa), un affare di polizia. «L'età classica cominciò a percepire la follia nell'orizzonte sociale della povertà, dell'in capacità al lavoro, dell'incapacità di integrarsi in gruppo» (Foucault, Storia della follia nell'età classica).La massa inquietante - di poveri e malati che occupavano mendicando le strade di Parigi - venne rinchiusa. Ma non finì con il semplice internamento. Un'ossessione, o forse un sogno, animò i padri fondatori delle case di accoglienza: quello di correggere lo spirito e la coscienza dei poveri internati. Il direttore della casa di internamento di Amburgo detta le sue regole: il direttore deve vigilare che tutti coloro che sono nella casa adempiano al loro dovere religioso e ne siano istruiti... deve aver cura di istruire i ragazzi alla religione. Ma non solo le case di stato (laiche) furono mosse da questi precetti, anche le case cattoliche seguirono le stesse impronte, marcando però, la componente religiosa; l'Opera di san Vincenzo de' Paoli ce ne fornisce un esempio: «il fine principale per cui si è consentito a ritirare qui delle persone, lontane dal frastuono del gran mondo, e le si è fatte entrare in questa solitudine in qualità di pensionati, era quello di salvarle dalla schiavitù del peccato, di impedir loro di essere dannate in eterno e fornire loro il modo di gioire in questa vita e in quell'altra; esse faranno il possibile per adorare in questo la divina provvidenza».
Ancora Foucault: «Si tratta quindi di liberare da un mon do che non è, per loro debolezza, che un invito al peccato, richiamarli a una solitudine nella quale non avranno che i loro angeli custodi incarnati nella presenza quotidiana dei loro sorveglianti: costoro, effettivamente rendano loro gli stessi buoni servizi degli invisibili angeli custodi: e cioè istruirli, consolarli e procurare loro salvezza. Nelle Case della Carità ci si adopera con la più grande cura a mettere ordine in tal modo nella vita e nelle coscienze, e lungo tutto il secolo XVIII apparirà sempre più chiaramente che questa è la vera ragione dell' internamento».
Quindi, nell'età classica, il sapere e l'apostolato servirono il medesimo scopo: la correzione dei poveri. Forse, noi che leggiamo questo libro stiamo andando troppo al di là, però quando veniamo a conoscenza (questa volta grazie a un altro libro, scritto dalla Madre: Il cammino semplice) del fatto che un fondamento della ideologia di Madre Teresa è quel lo di far diventare un cristiano (povero) un buon cristiano e per far questo tra i compiti delle infermiere della carità c'è quello di insegnare a leggere (ai poveri e ai malati) le Scritture, insomma fare opera di apostolato vera e propria, allora ci viene da pensare. Questo apostolato sembra un qualcosa in più, che travalica il gesto individuale di carità, quello che onora e celebra Dio qui e ora e nulla chiede al mendicante (che nasconde Gesù). Diventa, invece, pratica quotidiana, con le sue leggi e i suoi linguaggi, legata a uno scopo ben preciso: portare il mendicante e la sua anima a Dio. E forse non solo limitarsi a condurlo per mano verso la luce, ma correggerlo se e quando questo non si mostrerà consenziente.
Quand'è così può accadere che le buone intenzioni della carità facciano male non solo ai poveri, ma anche a chi povero non è, ma ha una coscienza orientata verso i deboli. Fanno male perché confondono le cose. Infatti, accade, e noi che leggiamo questo libro ne veniamo subito informati, che Madre Teresa chieda soldi ai peggiori dittatori, come Duvalier, dittatore di Haiti. Chiede soldi per sanare la povertà a chi genera la povertà. Avviene qui un fatto contrad-dittorio: che sia il povero sia il ricco cantano le lodi di Madre Teresa e attraverso lei cantano anche le lodi di Dio. Succede che venga costruita una casa d'accoglienza e che Duvalier si accrediti a livello mondiale. Succede che i poveri restino sempre più poveri e ne paghino le spese. Ne restiamo increduli, ma nel discorso sulla carità e sulla conseguente formazione dell'etica della carità, etica che Madre Teresa divulga, questo genere di cose non sono fatti isolati. La Madre non seleziona i benefattori, perché più della povertà e delle sue cause a lei interessano i poveri e la loro condizione spirituale: innalzare una casa d'accoglienza significa celebrare il Signore e fa niente se assieme a lui si celebra anche chi è complice della povertà. Si dirà: Madre Teresa non fa politica, è una persona troppo semplice per ragionare delle complesse strutture sociali che generano la fame e la malattie. Si dice così, e subito ci rendiamo conto che non è vero. La nostra Madre Teresa sa sempre quando fare politica, scagliandosi contro l'aborto e contro la pianificazione delle nascite con un ardore tale (fa invettiva contro 1'aborto e la profilassi anche nei discorso di ringraziamento per il Nobel) da far so spettare che voglia continuare a far nascere i poveri, voglia continuare ad accoglierli, per non restare senza lavoro e senza lodi da innalzare a Dio. Sa scagliarsi poi anche contro quei vescovi che hanno teorizzato e praticato la teologia del la liberazione, un modo nuovo di gestire il problema della povertà. E che Madre Teresa, purtroppo, come tutti quelli che dicono di non far politica, la politica la fa e come, scegliendo il silenzio quando ci sarebbe da denunciare, e offrendo complicità a chi non la merita.

Questo libro si conclude con un'immagine, un'immagine che abbiamo visto tante volte: Madre Teresa che prende in braccio una bambina malata. Madre Teresa e la bambina hanno una sola cosa in comune: le rughe. A chi le chiede per ché sia contraria a una seria politica di pianificazione familiare, lei risponde sollevando ancora più in alto la bambina e dicendo: "Vede, c'è vita in lei". Ma la bambina è malata e ha le rughe e la frase assume un tono cinico e surreale. Noi che leggiamo ovviamente non sappiamo che fine abbia fatto la bambina, se è guarita da quelle rughe ed è diventata una donna florida e bella, oppure è morta, nonostante l'aura di vita che Madre Teresa ha visto in lei. Se così fosse, noi vorremmo che Madre Teresa si tenesse le sue rughe, se le tenesse solo per lei, e combattesse affinché altre bambine con le rughe non nascano mai; e se proprio debbono nascere, ebbene che almeno abbiano un nome, malate, rugose, ma con un nome, un nome che impedisca loro di essere un agnello sacrificale, un feticcio da sollevare in cielo alla ricerca di un Dio da elogiare. Un Dio che attraverso Madre Teresa solleva in alto le bambine rugose, e le fa risplendere per un atti mo di fioca vita, prima di farle ritornare sulla panca di legno dalla quale erano state sollevate.